La pista dei ladri

A cura di Luca Barbieri


Col trattato di Laramie del 1868, le 43.000 miglia quadrate delle Paha Sapa (le colline sacre del popolo Lakota passate poi alla storiografia ufficiale con il nome di Black Hills) erano state trasformate “per sempre” in riserva Sioux. Nessun dubbio interpretativo a riguardo, il testo diceva: “Nessuna persona bianca sarà autorizzata a insediarsi o a occupare una parte qualsiasi del territorio, o passare attraverso lo stesso, senza il consenso degli indiani”.
Il governo degli USA, stranamente, appoggiò per qualche tempo questa linea, vigilando sulle illecite intrusioni di cercatori d’oro e trappers nel Territorio Indiano; lo fece, in effetti, fino al 1874 quando l’amministrazione Grant, colpita duramente dal crack finanziario dell’anno precedente e dagli scandali, dovette in gran fretta trovare qualcosa con cui distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica, e la questione indiana era perfettamente adatta allo scopo.


La pista dei ladri come appare oggi

Si decise perciò di allestire una spedizione militare sulle Black Hills, ufficialmente per scortare e proteggere un pugno di civili col compito di effettuare alcune rilevazioni geografiche e ricerche scientifiche, ufficiosamente con quello di trovare il “casus belli”. Si diceva infatti che ci fosse oro su quelle colline, moltissimo oro, e se si fosse riusciti a dimostrarlo niente e nessuno avrebbe potuto arginare la moltitudine di disperati rovinati dalla crisi economica ed in cerca del denaro necessario per sopravvivere. Nella graphic-novel “Toro Seduto, il profeta dei Sioux” di Rino Albertarelli, un arrogante generale Sherman afferma “Signori, gli indiani del Dakota devono essere assoggettati, ma se pigliassimo l’iniziativa ora gli umanitaristi dell’Est ci scatenerebbero contro l’opinione pubblica. Il trattato del ’68 è assurdo, ma vige.
Il Generale Philip H. Sheridan
Per fortuna l’oro dei Colli Neri (una traduzione un po’ arcaica, ma che ho lasciata inalterata, n.d.A.), se c’è veramente, ci offrirà il pretesto per intervenire (…) E se c’è basterà farlo sapere al paese. Il resto seguirà come l’effetto segue la causa!”. Si tratta, è bene ricordarlo, di un’opera di fantasia, ma le parole di Sheridan, anche se magari non furono mai dette in quel modo o in quelle circostanze, riflettono sicuramente il pensiero dei vertici militari del periodo.
L’8 Giugno il generale Terry, comandante del Dipartimento del Dakota, inviò l’ordine di organizzare l’esplorazione della regione delle Black Hills ad un suo sottoposto. Si trattava del tenente Colonnello George Armstrong Custer, presumibilmente scelto per il suo temperamento impulsivo ed incline alla costante ricerca del successo: era l’elemento ideale se si volevano provocare incidenti con i Sioux. Oltretutto, dopo il massacro del Washita, Custer non poteva certo essere considerato dagli indiani un uomo di pace. Il 2 Luglio 1874 una colonna di circa un migliaio di uomini e quasi il doppio di cavalli e bestie da soma lasciò Fort Lincoln; oltre ai soldati e alle guide Arikara e Crow, erano presenti interpreti, carrettieri, ingegneri, geologi, botanici, fotografi e giornalisti. Tra di loro alcuni nomi noti dell’epoca: il professor Winchell, geologo dello stato del Minnesota, ad esempio, o il fotografo inglese William H. Illingworth, al quale si devono le stupende immagini d’epoca che documentano la spedizione, attualmente conservate presso i National Archives, il Custer Battlefield Museum e l’Historical Society del South Dakota.


Relax dei soldati di Custer nelle Black Hills (1874)

Alcune di queste fotografie sono reperibili all’interno del libro “L’album del generale Custer”, edizioni Vallecchi. Una curiosità: Illingworth dovette lavorare in condizioni pessime, visto che la macchina fotografica era pesante e poco maneggevole e le lastre, oltretutto, andavano sensibilizzate sul posto; per tali motivi i suoi risultati sono ancora più apprezzabili. Tornando all’elenco dei partecipanti alla “gita sui Colli Neri”, va aggiunto che non mancò neppure, particolare curioso, un esperto paleontologo e zoologo, un certo George Bird Grinnel, che sostituì il celebre professor Marsh dello Yale College. Imponente lo spiegamento di mezzi di trasporto: 110 tra autoambulanze e carri; gli intenti pacifici della spedizione sono dimostrati dal contenuto di alcuni di questi, e cioè tre mitragliatrici Gatling e addirittura un cannone da 3 pollici. Tra le guide due presenze inseparabili da Custer: Charley Reynolds, detto “il solitario”, e lo scout Crow Coltello Insanguinato, entrambi presenti al massacro del Washita e che troveranno insieme al generale la morte a Little Big Horn, due anni dopo.
Bloody Knife, scout di Custer
Il 20 Luglio la colonna entrò nella zona collinare da Ovest, nei pressi della montagna sacra Inyan Kara, in realtà un vulcano spento. Sei giorni più tardi le guide scoveranno il primo segnale della presenza indiana, un piccolo villaggio di appena sette tende, abitato da ventisette Sioux guidati da Una Pugnalata, genero del ben più noto Nuvola Rossa.
Secondo una versione della storia, Custer riuscirà a convincere il capo indiano a fargli da guida offrendo doni a lui e alla sua tribù; secondo un’altra versione, invece, Una Pugnalata, attirato con l’inganno al campo base sistemato lungo il corso del French Creek, sarà trattenuto in ostaggio e costretto con la forza ad aiutare gli esploratori a muoversi nella regione delle Black Hills. Gli esploratori non tennero in alcun conto la sacralità del luogo: ne è esempio la razzia selvaggia che fecero della cacciagione. Durante la spedizione i cacciatori abbatterono più di mille daini, dei quali cento in un solo giorno. Non era certo la fame a incentivare un simile eccidio; la sua natura dilettevole è dimostrata dalla lettera orgogliosa con la quale Custer annuncia alla moglie di aver abbattuto un enorme orso grizzly nei pressi del Bear Butte Creek, preda ambitissima dai cacciatori.
Il 30 Luglio accadde un fatto destinato a cambiare per sempre il volto di quella immensa regione: il minatore Horatio Ross rinvenne, nei pressi del French Creek, le prime tracce d’oro. Che ben presto diventano un fiume in piena, se si deve credere alle parole che Custer scrive in un rapporto ai suoi superiori datato 15 Agosto: “(…) lungo i corsi d’acqua, quasi in ogni zolla di terra, si poteva trovare dell’oro (…) i cercatori riferivano di trovare l’oro perfino tra le radici dell’erba (…) non è stato necessario un esperto per trovare questo minerale nelle Black Hills, dato che anche uomini senza una precedente esperienza lo avevano scoperto in brevissimo tempo e senza troppa fatica”. Se fu deliberata strategia o semplice incuria il far trapelare queste notizie non ci è dato di saperlo con certezza (anche se il fatto che un trafelato Charley Reynolds arrivasse di gran carriera a Fort Laramie con la notizia della scoperta dell’oro una certa indicazione ce la fornisce), ma conosciamo bene l’effetto che ebbero: infatti parole come queste non potevano che eccitare le fantasie di ricchezza dei migliaia di senzatetto che popolavano le periferie delle città americane.


Sioux a Fort Laramie

E i media fecero la loro brava parte, basti pensare al trionfante titolo dell’ Inter Ocean, quotidiano di Chicago, della mattina del 27 Agosto: “Gold!” scritto in grassetto a caratteri cubitali.
Il 30 Agosto, dopo aver percorso circa 1200 miglia in due mesi, il convoglio di Custer rientrò a Fort Laramie. La missione era stata, al di là di ogni ragionevole dubbio, un completo successo per i vertici militari; il primo, fondamentale passo per strappare le Black Hills ai pellerossa era stato compiuto.
Un’ultima annotazione: la pista tracciata dagli uomini di Pahuska (Lunghi Capelli, così i Sioux chiamavano Custer; per altri era invece Capo Stella) durante la Luna delle Ciliegie Rosse all’interno delle Paha Sapa, sarà chiamata dal popolo Lakota “la pista dei ladri”.

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Commenti

2 Risposte a “La pista dei ladri”

  1. Alessandro Zabini, il 25 agosto 2016 02:06

    Buongiorno!

    È un po’ strano leggere che «Toro Seduto, il Profeta dei Sioux», di Rino Albertarelli (Collana «I Protagonisti», n. 5, Milano, Daim Press, Gennaio 1975) sarebbe «un’opera di fantasia». Basterebbe la bibliografia che correda l’albo («Toro Seduto, il Profeta dei Sioux», p. 6) per chiarire che non si tratta affatto di «un’opera fantasia». Tuttavia, nella sua nota all’ultimo numero della collana (Rino Albertarelli, «Herman Lehmann, l’Indiano Bianco», Collana «I Protagonisti», n. 10, Milano, Daim Press, Giugno 1975, p. 6), Sergio Bonelli scrisse: «Per la mia azienda editoriale si trattava invece di realizzare un fumetto storico, rigorosamente documentato, che doveva per così dire “fare il punto” su personaggi e situazioni affrontati spesso nei nostri albi con la disinvoltura di chi si propone l’obiettivo limitato di una tematica avventurosa». Inoltre, presentandone la ristampa (Collana «Personaggi», n. 0, Marzo 1982, Edizioni Il Gatto e la Volpe, p. 7), Francesco Varanini scrisse: «Così, con il rigore — diremmo quasi, il furore — metodologico dell’autodidatta, [Rino Albertarelli] prese a leggere tutto ciò che di scritto esisteva sul West, facendosi arrivare dall’America casse di libri, confrontando fonti, organizzando glossari, ricostruendo vicende, elaborando materiale iconografico. Voleva scrivere una (forse, anche qui, la prima) Storia Illustrata del West. E la scrisse. Ma il testo, le accurate tavole a tempera (spesso di grande formato) erano ormai pressoché completati quando l’editore, rivedendo gli accordi presi, fece sapere che la pubblicazione dell’opera sarebbe stata troppo costosa. Immaginiamo la delusione, l’amarezza dell’autore nel riporre in una cassa tutto quel materiale, frutto del lavoro accanito e affettuoso di anni. Con la convinzione che l’opera sarebbe rimasta per sempre (fino ad oggi lo è) inedita. “Neppure in America” scriveva Ranieri Carano sul numero 10 di Alterlinus del ’74 (ricordando Albertarelli scomparso nel settembre di quell’anno), “neppure in America è stata fatta cosa altrettanto completa e documentata: migliaia di cartelle fitte e centinaia di illustrazioni in cui nulla è fantasioso e gratuito”. Fu Sergio Bonelli, forse il più noto degli epigoni di Albertarelli nel fumetto western (Tex Willer!) che in veste di editore propose una utilizzazione del materiale». Perdonate se mi sono dilungato. Mi è sembrato giusto e doveroso ricordare il rigore con cui un grande autore si è impegnato a scrivere e a disegnare narrazioni aderenti alla storia, e non di fantasia, realizzando un’opera unica in Italia, e forse non soltanto. (Aggiungo che in «Toro Seduto», a p. 73, le frasi citate nell’articolo non sono pronunciate dal generale Sheridan, bensì dal generale Sherman, e non vi si legge «umanitarismi», bensì «umanitaristi».)

    Alessandro

  2. Sergio Mura, il 26 agosto 2016 19:25

    Gentile Alessandro, la ringraziamo per le precisazioni. Abbiamo provveduto a correggere l’errore segnalatoci. :-)

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