Hugh Glass, il trapper leggendario
A cura di Isabella Squillari e di Giuseppe Santini
Un bel ritratto di Hugh Glass
Ognuno dei presenti riuniti lì attorno conosceva il vecchio “procione” Hugh Glass, e sapeva benissimo quanto egli fosse coriaceo, per questo mantenevano fisso lo sguardo incredulo su ciò che gli implacabili artigli dell’orsa, lunghi tre pollici, avevano risparmiato del vecchio trapper. Quel poco che si poteva scorgere attraverso il lordume che lo ricopriva, un miscuglio di sangue, foglie, muschio e terriccio, creatosi durante la lotta, li aveva inorriditi. Lo scalpo pendeva a brandelli, il volto sfigurato, il torace, su cui le striature che lo solcavano ricordavano un campo arato, lasciava scorgere tra le profonde ferite il biancore delle costole, le braccia e le mani, che avevano tentato un’inutile estrema difesa, erano un mucchio di carne sanguinolenta.
Vedere come l’orsa aveva dilaniato le sue spalle e la schiena, lasciava increduli che quel corpo umano, insistendo nel voler continuare a considerarlo tale, possedesse ancora un anelito di vita.
Essi non potevano fare altro che ascoltare il gorgoglio del sangue mentre, ad ogni ansito, fuoriusciva dallo squarcio alla gola insieme all’aria. Quello che li lasciò maggiormente attoniti fu il fatto di vedere che egli fiatava ancora, e poi ancora, e ancora una volta senza dar segno che il respiro appena emesso accennasse ad essere l’ultimo. Era l’estate del 1823 quando il maggiore Andrew Henry e i suoi nove trapper, sfidando le tribù dell’Alto Missouri per raggiungere i torrenti ricchi di castori, incontrarono il vecchio procione (un appellativo che i mountain men usavano riferendosi a sé stessi).
Trovarlo lì, debole e ferito, li avrebbe sorpresi se solo avessero saputo che destino attendeva Hugh nello scrivere una pagina di storia. E se avessero conosciuto a fondo quella storia, non si sarebbero sorpresi delle accuse che Hugh avrebbe lanciato in seguito contro un suo compagno, accusato di averlo abbandonato nelle mani degli indiani. Piuttosto, quell’essere così indifeso e malridotto non sembrava il più adatto ad entrare nella leggenda americana!
Stava morendo… minuto dopo minuto doveva arrivare quello giusto… chiunque lo avrebbe affermato senza timore di essere smentito.
A quel punto, i nativi ostili avevano già trucidato 17 uomini appartenenti alla loro stessa brigata. Gli indiani Arikara (conosciuti anche come Ree) ne avevano liquidati 15 nell’attacco del 2 giugno che li aveva costretti ad abbandonare le loro imbarcazioni nel fiume Missouri e spinti a trascinarsi faticosamente verso ovest, fino alla Grand River Valley. Verso la fine di agosto, parecchi di loro stavano ancora curandosi le ferite di quella battaglia, compreso il vecchio Glass, che era stato raggiunto alla coscia da una pallottola.
Ma non fu colpa della pallottola se il vecchio Glass fu costretto a fermarsi… fu il grizzly!
Rispetto alla maggior parte degli altri mountain men suoi compagni di avventura, Glass era un “vecchio”. Vicino alla quarantina, egli avrebbe potuto tranquillamente essere il padre di molti di loro, anche del giovane Jim Bridger, il quale stava appena iniziando il suo secondo anno da trapper. Tutti lo chiamavano “vecchio”, ma affettuosamente, poiché mentre pronunciavano questo appellativo si coglieva nella voce anche tanto deferente rispetto. Alto e con un fisico possente, poteva essere definito un solitario, dato che non amava particolarmente la compagnia. Però, quando aveva dei compagni, la sua abilità e coraggio erano sempre spese a sostenerli, e questi sapevano bene che egli non sarebbe mai fuggito né avrebbe abbandonato alcuno di loro in una situazione difficile
Tutti sapevano che non era uomo che sarebbe fuggito da una lotta!
Fra quelli che circondavano il luogo dove egli stava agonizzando, un paio stavano pensando che tutto sommato uno come Glass meritasse anche di morire. In fondo era anche a causa sua se si trovavano lì in mezzo ai pericoli, dopo che l’esercito degli Stati Uniti aveva provato a punire il villaggio Arikara per il devastante attacco di quello stesso giugno. Se un paio di trapper un po’ troppo nervosi non avesse incendiato quel villaggio di Arikara, forse ora tutti starebbero chiacchierando allegramente con quegli indiani!
Nonostante i rischi che stavano correndo, i soldati non erano spaventati e non avevano neppure bisogno di essere spronati. Il maggiore Henry aveva ordinato agli uomini del suo piccolo gruppo di restare uniti come facevano recandosi verso il luogo di raccolta delle pellicce sul fiume Yellowstone. Egli affidò a due di loro il compito di andare in avanscoperta e ribadì di non volere sparatorie se non assolutamente necessarie.

Con molta attenzione, dunque, il gruppo aveva proseguito gli spostamenti verso la meta prefissata, ma nonostante tutte queste precauzioni, erano morti due uomini in un attacco notturno e altri due erano rimasti feriti. Ad un certo punto i soldati incontrarono una banda di indiani e si disposero ad attaccarla, temendo che fosse composta di “ostili”, ma in realtà si trattava di guerrieri Mandan amici dei bianchi che dopo aver incontrato i Ree erano indecisi se abbandonare l’amicizia per i visi pallidi o no. La stessa indecisione attraversava la mente degli Assiniboine, dei Sioux e degli Hidatsa, che potevano ben rivaleggiare con i Blackfeet, i quali per primi avevano preso a considerare i bianchi come un nemico facile da battere.
Attirare l’attenzione poteva significare la morte, e gli spari necessari per abbattere la femmina di grizzly e i suoi due piccoli di appena un anno, rimbombarono come cannonate echeggiando contro le pareti della gola. Allo stesso modo chiunque si trovasse nei dintorni, per miglia e miglia, aveva potuto udire le urla strazianti di GlassI soldati, vedendo il corpo straziato di Glass pensarono che forse avrebbero dovuto limitarsi a sotterrare la diciottesima vittima e andarsene. Adesso!
Eppure quel corpo stava ancora respirando!
Gli altri, guardandolo, ricordarono la reazione rapida ed efficace di Glass ai proiettili degli Arikara. Più tardi, egli aveva soccorso i feriti, e in particolare il giovane John Gardner. Consapevole di essere vicino alla fine, Gardner aveva incaricato Glass di far avere le sue ultime parole alla famiglia in Virginia. Da qualche parte, durante il suo avventuroso e misterioso passato, Glass aveva ricevuto una discreta educazione tale da permettergli di esprimersi in modo chiaro ed elegante nelle lettere. Aveva già dimostrato in più di una occasione di essere all’altezza di questo difficile compito. “E’ mio penoso dovere informarvi della morte di vostro figlio…” – scrisse Glass al padre del giovane – “dopo essere stato ferito egli è vissuto abbastanza per chiedermi di informarvi del suo triste destino. Abbiamo subito riportato vostro figlio alla barca dove purtroppo è sopraggiunta presto la morte. Mr. Smith, un altro giovane del nostro gruppo, ha recitato una preghiera molto intensa che ha coinvolto tutti noi, e sono convinto che John se ne è andato in pace…”
Gli altri, guardandolo, ricordarono la reazione rapida ed efficace di Glass ai proiettili degli Arikara. Più tardi, egli aveva soccorso i feriti, e in particolare il giovane John Gardner. Consapevole di essere vicino alla fine, Gardner aveva incaricato Glass di far avere le sue ultime parole alla famiglia in Virginia. Da qualche parte, durante il suo avventuroso e misterioso passato, Glass aveva ricevuto una discreta educazione tale da permettergli di esprimersi in modo chiaro ed elegante nelle lettere. Aveva già dimostrato in più di una occasione di essere all’altezza di questo difficile compito. “E’ mio penoso dovere informarvi della morte di vostro figlio…” – scrisse Glass al padre del giovane – “dopo essere stato ferito egli è vissuto abbastanza per chiedermi di informarvi del suo triste destino. Abbiamo subito riportato vostro figlio alla barca dove purtroppo è sopraggiunta presto la morte. Mr. Smith, un altro giovane del nostro gruppo, ha recitato una preghiera molto intensa che ha coinvolto tutti noi, e sono convinto che John se ne è andato in pace…”
Bastò ricordare questo episodio per decidere. I suoi compagni strapparono alcune strisce di tessuto dalle loro camicie e gli bendarono le ferite meglio che potevano, sicuri che sarebbe stato tutto inutile e che sarebbe morto prima dell’alba. Quando il primo sole li destò, egli respirava ancora. La storia di Hugh Glass sarebbe stata ricostruita dai racconti scritti da alcuni suoi contemporanei, ognuno dei quali aveva indicato particolari diversi della sua vita. Lo stimato mountain man George C. Yount annotò nelle sue memorie di aver parlato con Glass direttamente, così come anche con un trapper di nome Allen (Hiram Allen fece parte della brigata condotta nel 1823 dal maggiore Henry) e con un altro trapper del gruppo di Glass chiamato Dutton. Allen si ricordò che il maggiore Henry ordinò di tagliare dei rami per costruire una barella, così da poter trasportare il loro compagno ferito e sanguinante per più di due giorni. Il cammino fu lento, triste e faticoso, pareva interminabile nonostante alla fine la distanza percorsa fosse in realtà minima. Nei pressi della biforcazione del Grand River (nell’attuale Sud Dakota) i trapper giunsero ad un boschetto di alberi che nascondeva un ruscello alimentato dallo sciogliersi dei nevai in primavera. Qui Henry dovette fare il punto della situazione e guardare in faccia la realtà. Realizzò che così rallentati dal pesante fardello, avrebbe potuto perdere tutti i suoi uomini nel tentativo di salvare la vita di uno solo, ormai considerato da tutti praticamente già morto. Perciò decise che avrebbero lasciato lì il ferito a riprendersi, se ci fosse riuscito, oppure per morire in pace. Il maggiore richiese quindi due volontari che si fermassero in quel luogo finché non fosse accaduto qualcosa e, nel caso estremo, dare a Glass una sepoltura decente. Probabilmente non avrebbero dovuto attendere molto, e in seguito avrebbero potuto raggiungere il gruppo. Per questo impegno la compagnia avrebbe pagato ai volontari un bonus corrispondente ad alcuni mesi di paga. Dopo queste parole calò per alcuni istanti un silenzio di tomba. Il maggiore Henry attese, ma nemmeno il trapper Allen o l’esperto Moses Harris trovarono l’offerta del bonus sufficiente a fargli correre il più che probabile rischio di essere raggiunti e scalpati.

?Finalmente uno si decise a offrirsi, e subito dopo si udì il consenso di un secondo. Erano John S. Fitzgerald e il diciannovenne Jim Bridger. Benché Bridger fosse il più giovane di tutti, con la sua paga doveva mantenere oltre a sé stesso la sorella più giovane, perciò ispirato più dal senso pratico del guadagno che dalla compassione, e dal suo entusiasmo giovanile dettato dall’inesperienza, Bridger accettò l’incarico. Prima che i due potessero cambiare idea, Henry e gli altri sette si dileguarono di gran carriera. Fitzgerald e Bridger, ormai rimasti soli, osservarono sconsolatamente il lago di sangue raggrumato che sfiorava i loro piedi. Non potevano fare nulla per quel poveretto se non somministrargli poche gocce d’acqua, detergergli un po’ il sudore e scacciare via le mosche. Giunse il crepuscolo, poi l’oscurità e poi l’alba… più il tempo passava più il rischio per loro aumentava. In realtà non potevano fare null’altro che tenere desti i loro sensi con ansiosa attenzione verso gli eventuali segnali della presenza di indiani e scavare la fossa… così tutto sarebbe stato già pronto. Ancora un altro giorno, e ancora un’altra notte…le possibilità di raggiungere velocemente il gruppo degli altri diventavano sempre più scarse. Un’altra alba arrivò, con il respiro di Glass appena percettibile, ma che lo era quanto bastava per trattenere i due uomini legati a quel luogo così pericoloso, come il filo di seta di un ragno riesce a rinserrare gli insetti nella sua tela. Il corpo di Glass era letteralmente madido di sudore quando Fitzgerald iniziò a lagnarsi dicendo che voleva andarsene, ribadiva che si erano attardati, rischiando grosso, anche più di quello che il maggiore Henry si sarebbe aspettato da loro. Usò ogni argomentazione possibile per convincere il ragazzo suo compagno che era giunto il momento di pensare alla propria pelle, certamente nessuno li avrebbe biasimati per questo. Alla fine Bridger acconsentì e quindi i due si apprestarono a radunare velocemente l’equipaggiamento. Non appena Fitzgerald ebbe terminato i preparativi, nella sua mente si materializzò interamente un pensiero sul quale meditava da un po’: non soltanto puntava a salvare la propria vita, ma voleva altresì incassare il bonus e anche salvarsi la reputazione. Per ottenere tutto ciò avrebbero dovuto confermare a Henry che il vecchio Glass era morto e che gli era stata data degna sepoltura. Dalla tomba Glass non avrebbe di certo potuto smentirli, né usare il suo fucile e le munizioni o il coltello, o il sacco con dentro la pietra focaia. Se non avessero raccolto e portato con loro tutti i suoi effetti personali, prima o poi a qualcuno certe pericolose domande sarebbero senz’altro saltate in mente, poiché in mezzo a quelle montagne nessuno, che non fosse in veloce fuga, avrebbe mai abbandonato un’attrezzatura così preziosa accanto a un cadavere. Anche se Bridger era disgustato dall’idea di applicare quella logica ad un corpo che non soltanto era ancora caldo, ma respirava e gemeva senza sosta, non riuscì a trovare argomenti abbastanza convincenti per dissuadere Fitzgerald. Trascinarono il povero Glass vicino all’acqua, lo ricoprirono con una pelle d’orso e foglie, quindi si allontanarono velocemente portandosi appresso tutto ciò che egli possedeva.
Quello che però non poterono portargli via fu la fiammella vitale che ancora guizzava in lui e la sua furia impossibile da urlare in quegli istanti. Nasceva così, dal loro tradimento, la volontà di sopravvivere per cercare vendetta ad un’azione tanto ignobile. Dentro quel corpo distrutto il cervello andava a fuoco per la febbre altissima, per cui giaceva a lungo in stato di incoscienza. Era a meno di un passo dalla morte, ma ci era già stato altre volte e la fortuna non lo aveva mai completamente abbandonato. Aveva vissuto situazioni estreme che quei due codardi nemmeno avrebbero mai sognato.
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