Hugh Glass, il trapper leggendario

A cura di Isabella Squillari e di Giuseppe Santini

Un bel ritratto di Hugh Glass
Ognuno dei presenti riuniti lì attorno conosceva il vecchio “procione” Hugh Glass, e sapeva benissimo quanto egli fosse coriaceo, per questo mantenevano fisso lo sguardo incredulo su ciò che gli implacabili artigli dell’orsa, lunghi tre pollici, avevano risparmiato del vecchio trapper. Quel poco che si poteva scorgere attraverso il lordume che lo ricopriva, un miscuglio di sangue, foglie, muschio e terriccio, creatosi durante la lotta, li aveva inorriditi. Lo scalpo pendeva a brandelli, il volto sfigurato, il torace, su cui le striature che lo solcavano ricordavano un campo arato, lasciava scorgere tra le profonde ferite il biancore delle costole, le braccia e le mani, che avevano tentato un’inutile estrema difesa, erano un mucchio di carne sanguinolenta. Vedere come l’orsa aveva dilaniato le sue spalle e la schiena, lasciava increduli che quel corpo umano, insistendo nel voler continuare a considerarlo tale, possedesse ancora un anelito di vita.
Essi non potevano fare altro che ascoltare il gorgoglio del sangue mentre, ad ogni ansito, fuoriusciva dallo squarcio alla gola insieme all’aria. Quello che li lasciò maggiormente attoniti fu il fatto di vedere che egli fiatava ancora, e poi ancora, e ancora una volta senza dar segno che il respiro appena emesso accennasse ad essere l’ultimo. Era l’estate del 1823 quando il maggiore Andrew Henry e i suoi nove trapper, sfidando le tribù dell’Alto Missouri per raggiungere i torrenti ricchi di castori, incontrarono il vecchio procione (un appellativo che i mountain men usavano riferendosi a sé stessi).
Trovarlo lì, debole e ferito, li avrebbe sorpresi se solo avessero saputo che destino attendeva Hugh nello scrivere una pagina di storia. E se avessero conosciuto a fondo quella storia, non si sarebbero sorpresi delle accuse che Hugh avrebbe lanciato in seguito contro un suo compagno, accusato di averlo abbandonato nelle mani degli indiani. Piuttosto, quell’essere così indifeso e malridotto non sembrava il più adatto ad entrare nella leggenda americana!
Stava morendo… minuto dopo minuto doveva arrivare quello giusto… chiunque lo avrebbe affermato senza timore di essere smentito.
A quel punto, i nativi ostili avevano già trucidato 17 uomini appartenenti alla loro stessa brigata. Gli indiani Arikara (conosciuti anche come Ree) ne avevano liquidati 15 nell’attacco del 2 giugno che li aveva costretti ad abbandonare le loro imbarcazioni nel fiume Missouri e spinti a trascinarsi faticosamente verso ovest, fino alla Grand River Valley. Verso la fine di agosto, parecchi di loro stavano ancora curandosi le ferite di quella battaglia, compreso il vecchio Glass, che era stato raggiunto alla coscia da una pallottola.
Ma non fu colpa della pallottola se il vecchio Glass fu costretto a fermarsi… fu il grizzly!
Rispetto alla maggior parte degli altri mountain men suoi compagni di avventura, Glass era un “vecchio”. Vicino alla quarantina, egli avrebbe potuto tranquillamente essere il padre di molti di loro, anche del giovane Jim Bridger, il quale stava appena iniziando il suo secondo anno da trapper. Tutti lo chiamavano “vecchio”, ma affettuosamente, poiché mentre pronunciavano questo appellativo si coglieva nella voce anche tanto deferente rispetto. Alto e con un fisico possente, poteva essere definito un solitario, dato che non amava particolarmente la compagnia. Però, quando aveva dei compagni, la sua abilità e coraggio erano sempre spese a sostenerli, e questi sapevano bene che egli non sarebbe mai fuggito né avrebbe abbandonato alcuno di loro in una situazione difficile
Tutti sapevano che non era uomo che sarebbe fuggito da una lotta!
Fra quelli che circondavano il luogo dove egli stava agonizzando, un paio stavano pensando che tutto sommato uno come Glass meritasse anche di morire. In fondo era anche a causa sua se si trovavano lì in mezzo ai pericoli, dopo che l’esercito degli Stati Uniti aveva provato a punire il villaggio Arikara per il devastante attacco di quello stesso giugno. Se un paio di trapper un po’ troppo nervosi non avesse incendiato quel villaggio di Arikara, forse ora tutti starebbero chiacchierando allegramente con quegli indiani!
Nonostante i rischi che stavano correndo, i soldati non erano spaventati e non avevano neppure bisogno di essere spronati. Il maggiore Henry aveva ordinato agli uomini del suo piccolo gruppo di restare uniti come facevano recandosi verso il luogo di raccolta delle pellicce sul fiume Yellowstone. Egli affidò a due di loro il compito di andare in avanscoperta e ribadì di non volere sparatorie se non assolutamente necessarie.


Una classica casetta di un trapper

Con molta attenzione, dunque, il gruppo aveva proseguito gli spostamenti verso la meta prefissata, ma nonostante tutte queste precauzioni, erano morti due uomini in un attacco notturno e altri due erano rimasti feriti. Ad un certo punto i soldati incontrarono una banda di indiani e si disposero ad attaccarla, temendo che fosse composta di “ostili”, ma in realtà si trattava di guerrieri Mandan amici dei bianchi che dopo aver incontrato i Ree erano indecisi se abbandonare l’amicizia per i visi pallidi o no. La stessa indecisione attraversava la mente degli Assiniboine, dei Sioux e degli Hidatsa, che potevano ben rivaleggiare con i Blackfeet, i quali per primi avevano preso a considerare i bianchi come un nemico facile da battere.
Attirare l’attenzione poteva significare la morte, e gli spari necessari per abbattere la femmina di grizzly e i suoi due piccoli di appena un anno, rimbombarono come cannonate echeggiando contro le pareti della gola. Allo stesso modo chiunque si trovasse nei dintorni, per miglia e miglia, aveva potuto udire le urla strazianti di GlassI soldati, vedendo il corpo straziato di Glass pensarono che forse avrebbero dovuto limitarsi a sotterrare la diciottesima vittima e andarsene. Adesso!
Eppure quel corpo stava ancora respirando!
Gli altri, guardandolo, ricordarono la reazione rapida ed efficace di Glass ai proiettili degli Arikara. Più tardi, egli aveva soccorso i feriti, e in particolare il giovane John Gardner. Consapevole di essere vicino alla fine, Gardner aveva incaricato Glass di far avere le sue ultime parole alla famiglia in Virginia. Da qualche parte, durante il suo avventuroso e misterioso passato, Glass aveva ricevuto una discreta educazione tale da permettergli di esprimersi in modo chiaro ed elegante nelle lettere. Aveva già dimostrato in più di una occasione di essere all’altezza di questo difficile compito. “E’ mio penoso dovere informarvi della morte di vostro figlio…” – scrisse Glass al padre del giovane – “dopo essere stato ferito egli è vissuto abbastanza per chiedermi di informarvi del suo triste destino. Abbiamo subito riportato vostro figlio alla barca dove purtroppo è sopraggiunta presto la morte. Mr. Smith, un altro giovane del nostro gruppo, ha recitato una preghiera molto intensa che ha coinvolto tutti noi, e sono convinto che John se ne è andato in pace…”
Gli altri, guardandolo, ricordarono la reazione rapida ed efficace di Glass ai proiettili degli Arikara. Più tardi, egli aveva soccorso i feriti, e in particolare il giovane John Gardner. Consapevole di essere vicino alla fine, Gardner aveva incaricato Glass di far avere le sue ultime parole alla famiglia in Virginia. Da qualche parte, durante il suo avventuroso e misterioso passato, Glass aveva ricevuto una discreta educazione tale da permettergli di esprimersi in modo chiaro ed elegante nelle lettere. Aveva già dimostrato in più di una occasione di essere all’altezza di questo difficile compito. “E’ mio penoso dovere informarvi della morte di vostro figlio…” – scrisse Glass al padre del giovane – “dopo essere stato ferito egli è vissuto abbastanza per chiedermi di informarvi del suo triste destino. Abbiamo subito riportato vostro figlio alla barca dove purtroppo è sopraggiunta presto la morte. Mr. Smith, un altro giovane del nostro gruppo, ha recitato una preghiera molto intensa che ha coinvolto tutti noi, e sono convinto che John se ne è andato in pace…”
Bastò ricordare questo episodio per decidere. I suoi compagni strapparono alcune strisce di tessuto dalle loro camicie e gli bendarono le ferite meglio che potevano, sicuri che sarebbe stato tutto inutile e che sarebbe morto prima dell’alba. Quando il primo sole li destò, egli respirava ancora. La storia di Hugh Glass sarebbe stata ricostruita dai racconti scritti da alcuni suoi contemporanei, ognuno dei quali aveva indicato particolari diversi della sua vita. Lo stimato mountain man George C. Yount annotò nelle sue memorie di aver parlato con Glass direttamente, così come anche con un trapper di nome Allen (Hiram Allen fece parte della brigata condotta nel 1823 dal maggiore Henry) e con un altro trapper del gruppo di Glass chiamato Dutton. Allen si ricordò che il maggiore Henry ordinò di tagliare dei rami per costruire una barella, così da poter trasportare il loro compagno ferito e sanguinante per più di due giorni. Il cammino fu lento, triste e faticoso, pareva interminabile nonostante alla fine la distanza percorsa fosse in realtà minima. Nei pressi della biforcazione del Grand River (nell’attuale Sud Dakota) i trapper giunsero ad un boschetto di alberi che nascondeva un ruscello alimentato dallo sciogliersi dei nevai in primavera. Qui Henry dovette fare il punto della situazione e guardare in faccia la realtà. Realizzò che così rallentati dal pesante fardello, avrebbe potuto perdere tutti i suoi uomini nel tentativo di salvare la vita di uno solo, ormai considerato da tutti praticamente già morto. Perciò decise che avrebbero lasciato lì il ferito a riprendersi, se ci fosse riuscito, oppure per morire in pace. Il maggiore richiese quindi due volontari che si fermassero in quel luogo finché non fosse accaduto qualcosa e, nel caso estremo, dare a Glass una sepoltura decente. Probabilmente non avrebbero dovuto attendere molto, e in seguito avrebbero potuto raggiungere il gruppo. Per questo impegno la compagnia avrebbe pagato ai volontari un bonus corrispondente ad alcuni mesi di paga. Dopo queste parole calò per alcuni istanti un silenzio di tomba. Il maggiore Henry attese, ma nemmeno il trapper Allen o l’esperto Moses Harris trovarono l’offerta del bonus sufficiente a fargli correre il più che probabile rischio di essere raggiunti e scalpati.


Un trapper su una canoa coi suoi cani

?Finalmente uno si decise a offrirsi, e subito dopo si udì il consenso di un secondo. Erano John S. Fitzgerald e il diciannovenne Jim Bridger. Benché Bridger fosse il più giovane di tutti, con la sua paga doveva mantenere oltre a sé stesso la sorella più giovane, perciò ispirato più dal senso pratico del guadagno che dalla compassione, e dal suo entusiasmo giovanile dettato dall’inesperienza, Bridger accettò l’incarico. Prima che i due potessero cambiare idea, Henry e gli altri sette si dileguarono di gran carriera. Fitzgerald e Bridger, ormai rimasti soli, osservarono sconsolatamente il lago di sangue raggrumato che sfiorava i loro piedi. Non potevano fare nulla per quel poveretto se non somministrargli poche gocce d’acqua, detergergli un po’ il sudore e scacciare via le mosche. Giunse il crepuscolo, poi l’oscurità e poi l’alba… più il tempo passava più il rischio per loro aumentava. In realtà non potevano fare null’altro che tenere desti i loro sensi con ansiosa attenzione verso gli eventuali segnali della presenza di indiani e scavare la fossa… così tutto sarebbe stato già pronto. Ancora un altro giorno, e ancora un’altra notte…le possibilità di raggiungere velocemente il gruppo degli altri diventavano sempre più scarse. Un’altra alba arrivò, con il respiro di Glass appena percettibile, ma che lo era quanto bastava per trattenere i due uomini legati a quel luogo così pericoloso, come il filo di seta di un ragno riesce a rinserrare gli insetti nella sua tela. Il corpo di Glass era letteralmente madido di sudore quando Fitzgerald iniziò a lagnarsi dicendo che voleva andarsene, ribadiva che si erano attardati, rischiando grosso, anche più di quello che il maggiore Henry si sarebbe aspettato da loro. Usò ogni argomentazione possibile per convincere il ragazzo suo compagno che era giunto il momento di pensare alla propria pelle, certamente nessuno li avrebbe biasimati per questo. Alla fine Bridger acconsentì e quindi i due si apprestarono a radunare velocemente l’equipaggiamento. Non appena Fitzgerald ebbe terminato i preparativi, nella sua mente si materializzò interamente un pensiero sul quale meditava da un po’: non soltanto puntava a salvare la propria vita, ma voleva altresì incassare il bonus e anche salvarsi la reputazione. Per ottenere tutto ciò avrebbero dovuto confermare a Henry che il vecchio Glass era morto e che gli era stata data degna sepoltura. Dalla tomba Glass non avrebbe di certo potuto smentirli, né usare il suo fucile e le munizioni o il coltello, o il sacco con dentro la pietra focaia. Se non avessero raccolto e portato con loro tutti i suoi effetti personali, prima o poi a qualcuno certe pericolose domande sarebbero senz’altro saltate in mente, poiché in mezzo a quelle montagne nessuno, che non fosse in veloce fuga, avrebbe mai abbandonato un’attrezzatura così preziosa accanto a un cadavere. Anche se Bridger era disgustato dall’idea di applicare quella logica ad un corpo che non soltanto era ancora caldo, ma respirava e gemeva senza sosta, non riuscì a trovare argomenti abbastanza convincenti per dissuadere Fitzgerald. Trascinarono il povero Glass vicino all’acqua, lo ricoprirono con una pelle d’orso e foglie, quindi si allontanarono velocemente portandosi appresso tutto ciò che egli possedeva.
Quello che però non poterono portargli via fu la fiammella vitale che ancora guizzava in lui e la sua furia impossibile da urlare in quegli istanti. Nasceva così, dal loro tradimento, la volontà di sopravvivere per cercare vendetta ad un’azione tanto ignobile. Dentro quel corpo distrutto il cervello andava a fuoco per la febbre altissima, per cui giaceva a lungo in stato di incoscienza. Era a meno di un passo dalla morte, ma ci era già stato altre volte e la fortuna non lo aveva mai completamente abbandonato. Aveva vissuto situazioni estreme che quei due codardi nemmeno avrebbero mai sognato.
Nel delirio scorrevano, inseguendosi, i ricordi. Il suo cammino avrebbe già dovuto interrompersi una mezza dozzina di anni prima, in quel villaggio di indiani Skidi Pawnee che lo avevano catturato. Ricordava molto bene il calore proveniente dal corpo del suo compagno appeso a testa in giù, carni e pelle trafitte con centinaia di schegge di legno di abete a cui diedero fuoco fino a trasformarlo in una torcia umana. Glass avrebbe dovuto essere il successivo sacrificio alla stella del mattino e quando venne il suo turno ebbe l’ispirazione di estrarre dalla tasca un sacchetto contenente della polvere vermiglia e porgerlo tranquillamente al capo indiano. Il dono inaspettato di quella rara e preziosa polvere rossa trasformò quell’uomo bianco da oggetto di sacrificio a figlio prediletto, ed egli imparò molte cose durante gli anni trascorsi insieme ai Pawnee. Adesso Glass si trovava di fronte ad una prova di sopravvivenza ancora più grande, senz’altro estrema. Nei rari momenti di lucidità, sottoponendosi a un enorme sforzo, riusciva appena a raccogliere e trattenere qualche goccia d’acqua da portare alle labbra con la mano ferita. Quando riuscì a raggiungere uno stato di maggior coscienza e un po’ di recupero fisico, strappò delle bacche di bufalo da un cespuglio lì vicino. Schiacciandole nel palmo della mano insieme a un po’ d’acqua, egli riuscì ad inghiottirne piccole quantità, e questa fu la sola cosa che riuscì a fare per molti giorni. Ma la fortuna stava girando, ed un giorno, appena sveglio, vide vicino a sé un crotalo intorpidito. Glass si protese centimetro dopo centimetro, fino a raggiungere una pietra tagliente che aveva adocchiato e con questa riuscì ad uccidere il serpente; poi con gesti ancora incerti per la troppa debolezza, riuscì comunque a spellarlo e a triturarne la carne tanto finemente da poterla inghiottire.
Avendo recuperato un po’ di energie dalla carne del serpente, egli decise che era giunto il tempo per tentare di muoversi da lì. Provò a reggersi sulle ginocchia ma scoprì all’istante che non riusciva a sostenersi in quella posizione. Si rese conto della gravità delle sue limitazioni, per cui assodò che non gli sarebbe stato possibile inseguire verso ovest gli uomini che lo avevano abbandonato. Ma fu anche felice nell’accorgersi di avere ancora un braccio buono e anche una gamba che rispondeva alle sollecitazioni. Si soffermò a fare mentalmente il punto della situazione, ragionò sulle possibilità e risolse che il posto più vicino dove ottenere aiuto si trovava sul fiume Missouri, alla base francese dei cacciatori di pelli di Fort Kiowa. Riuscì a steccare alla meno peggio la gamba rotta e iniziò a trascinarsi a valle, strisciando faticosamente per un metro… poi ancora un altro metro…e via così con maggiore decisione e sicurezza ad ogni progresso che lo portava a lasciarsi alle spalle quello che avrebbe dovuto essere il luogo della sua sepoltura. Quando uno dei suoi deboli e tremanti arti cedeva alla fatica, si fermava a riposare finché non sentiva ritornare abbastanza energia per sorreggere nuovamente il peso morto del resto del corpo, solo allora ricominciava a trascinarsi verso la meta.

Quella posizione, con il naso che rasentava il terreno, lo aiutava però anche a procurarsi il cibo; come aveva imparato dalla vita coi Pawnee, scavava per trovare le radici dell’albero del pane, oppure cercava tra i cespugli le uova rubate da qualche nido, che i predatori della zona avevano nascosto. Ogni altra cosa incontrata, che avesse vita, diveniva fonte di alimento e salvezza per la sua. Un giorno giunse vicino alla carcassa di un bisonte, raggiuntala cercò le ossa più tenere e le spezzò per succhiarne il nutriente midollo. I metri percorsi trascinandosi penosamente erano intanto diventati dapprima un miglio, poi ancora un altro miglio, fino a diventare un percorso di circa due miglia al giorno. Concentrando le proprie forze e speranze su quello che sarebbe stato possibile fare, egli rifiutò di arrendersi al pensiero che il suo obiettivo fosse impossibile da raggiungere, anche se era ben conscio che la base dei cacciatori di pelli distava ancora centinaia di miglia. Quando un piccolo branco di lupi azzannarono e atterrarono un cucciolo di bisonte proprio vicino al luogo dove Glass era accovacciato, egli rimase ad osservarli mentre divoravano circa metà dell’animale. Poi riuscì a scacciarli da ciò che restava del piccolo animale e, con la stessa vorace avidità dei suoi predecessori, iniziò a placare la sua fame; ingoiava quasi con riconoscenza ogni pezzetto di fegato, di cuore e di interiora che essi gli avevano lasciato. Quella carne ricca di sangue e proteine era ciò di cui il suo corpo deperito aveva estremamente bisogno. Nei giorni che seguirono Glass pensò solo a rifocillarsi e riposare, così recuperò in buona parte le forze che lo avevano abbandonato. La schiena lacerata, che da solo non riusciva a pulire, andò in suppurazione e si infestò di vermi, mentre tutte le altre ferite si stavano lentamente asciugando e cicatrizzando. Entro un tempo relativamente breve riuscì a tornare ad essere un uomo che camminava su tutte e due le gambe. Prima di potere raggiungere il Missouri il tempo era cambiato, il freddo della notte era diventato pungente. Durante una piccola deviazione fatta per recuperare un po’ di mais che gli Arikara avevano abbandonato nei campi, egli si imbatté in alcuni Sioux che si stavano trasferendo. Usando metodi molto naturali essi si presero cura di quel trapper incredibilmente tenace, pulirono la sua schiena ferita e lo aiutarono a raggiungere Fort Kiowa. In breve Glass recuperò completamente le forze e quindi raccontò la storia del tradimento patito a chiunque lo volesse stare a sentire. In quei giorni la compagnia francese si stava preparando ad inviare una imbarcazione a risalire il fiume Missouri fino ai villaggi Mandan, nell’intento di ristabilire il commercio di pelli che per lungo tempo aveva intrattenuto con quella tribù. Glass si rese disponibile per questa impresa. Rimirando con gratitudine il nuovo fucile che gli avrebbe garantito anche la vendetta, iniziò la nuova avventura. Glass immaginava, sperandolo ardentemente, un confronto lungo il fiume con i suoi traditori. I trapper francesi erano invece molto nervosi poiché avevano scoperto che i Mandan avevano lasciato che gli indiani Ree si stabilissero nel villaggio adiacente, da loro abbandonato tempo prima. Come non porsi l’interrogativo su da che parte stavano effettivamente i Mandan? Volevano davvero commerciare oppure preparavano una trappola? Il 15 ottobre 1823 il capo dei trapper francesi scrisse le sue ultime volontà. Dei sette uomini che erano partiti con quella barca, soltanto Hugh Glass e l’interprete Toussaint Charbonneau giunsero vivi al villaggio. Charbonneau, forse presagendo i guai, era andato avanti. Nel momento cruciale in cui gli Arikara attaccarono l’imbarcazione, egli si trovava sulla riva a cercare di cacciare qualcosa per il pasto. Inciampò e cadde proprio in mezzo ad un gruppo di indiani Ree, ma la fortuna ancora una volta fu dalla parte di Glass. In quel momento un paio di guerrieri Mandan si precipitarono a sottrarre ai Ree la loro preda, caricarono Glass in groppa ad un cavallo e fuggirono verso un luogo più sicuro. Era il 20 novembre e la situazione non era poi così sicura. Glass era sempre deciso a raggiungere la postazione di Henry. La Columbia Fur Company presidiava il piccolo Fort Tilton, situato a metà strada tra gli amichevoli Mandan e gli imprevedibili Ree. I commercianti incontrati lungo il percorso rimanevano ogni volta sbalorditi nell’ascoltare la storia di Glass, ma l’unica cosa che interessava al vecchio trapper era andare avanti…proseguire verso la sua meta, e l’unico aiuto che poté ottenere fu un passaggio sul traghetto per raggiungere la sponda est del fiume dove i Ree non avrebbero potuto raggiungerlo facilmente. Il lungo tragitto di circa 250 miglia per raggiungere la foce dello Yellowstone avrebbe dovuto percorrerlo ancora una volta da solo…?Era abituato a simili imprese, ma piegando decisamente verso nord-ovest si trovò a fronteggiare la forza brutale dei venti gelidi provenienti dall’artico. Divenne subito un imperativo la ricerca del cibo necessario a mantenersi in vita e la cosa non fu facile!?Camminò a fatica lungo la riva dei fiumi, quando poté farlo, e scalò colline spazzate dal vento, quando dovette farlo. I giorni passarono sommandosi fino a diventare un mese intero, quando finalmente, gettando lo sguardo aldilà della confluenza di due fiumi, riuscì a vedere Fort Henry. Guadò passando sopra due travi legate malamente. Mentre si approssimava al forte notò con stupore che dai camini non usciva neppure un filo di fumo, il corral era vuoto, la palizzata chiudeva uno spiazzo tristemente deserto. Qualunque cosa gli fosse passata per la mente, oltre ad un iniziale comprensibile sconforto, non tardò a prendere nuovamente l’inseguimento; scoperte le tracce del Maggiore Henry e dei suoi uomini, chiaramente dirette a sud lungo lo Yellowstone, si mise a seguirle con grande determinazione. L’anno 1823 faceva ormai strada al 1824 quando Hugh Glass, barcollando per la stanchezza, raggiunse la nuova palizzata eretta dal Maggiore alla bocca dei fiume Bighorn. Non ci furono salve di cannone a dargli il benvenuto; nessuno si affrettò ad aprirgli il portone. Gli uomini, che erano all’interno della baracca, al caldo, storditi dal continuo passaggio dei barilotti di liquore per festeggiare l’anno nuovo, restarono impietriti e stupefatti nel vedere quella misera smunta figura che passava tra loro con un fucile in mano. Ci un istante di sgomento, ma fu solo un attimo perché quello che poteva sembrare un moribondo, magrissimo e semicongelato, parlò e tutti lo riconobbero. Era il vecchio Hugh Glass!?La tensione si sciolse con un sospiro di sollievo in una grande festa e un fiume di domande che smaniavano bramosamente una risposta. Tutti si erano fatti coinvolgere dal nuovo arrivato, eccetto uno. Il giovane Jim Bridger era rimasto in piedi, appartato in un angolo semibuio, bloccato più dal terrore che dal freddo. Più le domande dei presenti ottenevano una risposta, più cresceva la tensione mentre il quadro degli avvenimenti si stava delineando chiaro ad ognuno. Dal momento in cui il racconto di Glass giunse al punto in cui descriveva una perfida defezione che lo aveva costretto a sorbirsi oltre 1000 miglia, sempre animato dal desiderio di vendetta, il giovane trapper, appiattito contro la parete, si era andato trasformando in una livida figura, tremante e pietosa da guardare, un guscio vuoto che cercava di rimpicciolirsi per sottrarsi agli sguardi fugaci che ogni tanto qualcuno gli indirizzava. Nessuno, nemmeno Glass lo notò armare il cane del suo fucile. Ma per lui non giunsero le attese parole di vendetta, il significato delle frasi del vecchio trapper divennero chiare a ogni presente e Bridger comprese sempre più nitidamente di avere commesso un grave errore, che la giusta punizione gli sarebbe arrivata unicamente dalla sua coscienza, e il rimorso per quella deprecabile decisione lo avrebbe tormentato per il resto della vita. Glass lo aveva perdonato! Ben diversi però erano i sentimenti verso John Fitzgerald, per lui Glass covava ancora qualche desiderio di vendetta. Costui era infatti l’infido mascalzone che aveva persuaso il giovane ed inesperto Bridger ad abbandonarlo ancora vivo, sia pure in pessime condizioni. Dov’era rintanata ora quella pavida canaglia? ?Quando Glass domandò sue notizie, sentendole, rimase contrariato e deluso. Fitzgerald se ne era andato, aveva abbandonato le montagne a metà novembre, allontanandosi insieme a Moses Harris e ad un terzo trapper. I tre avevano disceso il Missouri proprio mentre Glass si stava avvicinando a quella che credeva sarebbe stata la méta del suo viaggio. Da qualche parte lungo il tragitto, il traditore, che possedeva ancora il prezioso fucile di Glass, aveva senz’altro incrociato il cammino della sua vittima senza essere visto. Probabilmente in quel momento Fitzgerald si trovava a Fort Atkinson. Il 28 febbraio 1824 l’impaziente Glass riprese il suo cammino, offertosi volontario per la consegna di un espresso negli States. Insieme ad un altro trapper di nome Dutton si mise in viaggio verso sud. Ai due si unirono E. More, A. Chapman e un uomo chiamato Marsh. Quando giunsero in prossimità del Platte River fabbricarono un paio di bullboat, imbarcazioni leggere con l’intelaiatura in rami di salice ricoperta di pelle di bisonte. Essi presero così a navigare velocemente, decisi a discendere il fiume Platte fino a dove confluiva nel Missouri e dove si trovava Fort Atkinson. Avendo avvistato lungo il tragitto quello che appariva un grande accampamento Pawnee alla foce del Laramie River, pensarono opportuno fermarsi per mercanteggiare del cibo. Dutton rimase in una delle imbarcazioni a custodire le armi mentre Glass e gli altri si recarono a parlare con quelli che pensavano fossero i vecchi amici del trapper. Si erano appena seduti quando Glass afferrò una parola o due pronunciate con una strana inflessione. Comprese in un attimo che non erano Pawnee, ma bensì i loro cugini, il cui villaggio lungo il Missouri era stato ridotto in cenere. “Questi sono Arikara!” urlò Glass. Gli uomini si precipitarono all’uscita e si sparpagliarono in una fuga disperata verso il fiume in cui gettarsi per aver salva la vita. Giunto all’altra sponda, Glass si arrampicò su alcune rocce, abbastanza in alto per poter vedere Moore e Chapman che giacevano a terra accoltellati. Perdute le tracce degli altri, comprese che non gli restava altro da fare che nascondersi e rannicchiarsi a terra ad attendere l’oscurità, per poi tentare di sgusciare via di soppiatto. Nuovamente solo a dover badare alla sua pelle Glass si diresse verso il Missouri, 400 miglia a est. Nel mese di maggio, Dutton e Marsh raggiunsero Fort Atkinson, dove raccontarono sgomenti di essere stati assaliti dagli Arikara lungo il fiume Platte, e questi selvaggi avevano ucciso i loro tre compagni di viaggio, Moore, Chapman e Glass. ?Ancora una volta la fortuna e la scorza dura del vecchio Glass erano state sottovalutate! “Anche se ho perso il mio fucile e tutto il mio bottino, mi sono sentito ricco quando nella tasca bucata dai proiettili ho ritrovato il mio coltello, la pietra focaia e l’acciarino” ebbe a narrare in seguito. “Questi piccoli oggetti possono donare ad un uomo un buon senso di sicurezza qualora egli si trovi a tre o quattrocento miglia da qualsiasi persona o da un qualsiasi luogo abitato”. Disarmato, egli decise di lasciare il fiume Platte per dirigersi a nord verso Fort Kiowa, dove arrivò all’inizio di giugno. Dopo alcuni giorni ripartì e raggiunse Fort Atkins; qui giunto raccontò la sua storia, domandando a chiunque incontrava se avesse notizie del traditore e del fucile che gli aveva sottratto. Fitzgerald era davvero stato là, ma si era arruolato in aprile, e l’esercito rifiutava di concedere ad un civile il diritto di sfidare a battersi un soldato. Glass avrebbe perciò dovuto ritenersi completamente soddisfatto al pensiero di avere pubblicamente smascherato e disonorato il suo traditore che vigliaccamente trovava protezione tra le truppe, ma sopratutto traeva gioia dal percepire il solido peso del tanto amato fucile tornato nelle sue mani. Dopo poco tempo Glass raggiunse un gruppo di commercianti in partenza per Santa Fe, e per altri nove anni continuò la sua vita nomade da trapper solitario e indipendente, sempre padrone di sé, conducendo un’esistenza coerente ai suoi principi. All’inizio del 1833 gli eterni nemici, gli Arikara, posero improvvisamente fine alla sua vita quando lo incontrarono sullo Yellowstone mentre, insieme ad altri due trapper, stava tentando di attraversare il fiume ormai ghiacciato. Quando lo ebbero finito, i Ree se ne andarono a cavallo e uno di loro impugnava, alzandolo trionfalmente, il suo tanto amato fucile. La fortuna questa volta gli aveva davvero voltato le spalle? Oppure… visti i malanni dell’età che avanzava e la fine della vita che si avvicinava sempre più… gli aveva regalato l’ennesima benevolenza di farlo morire come aveva sempre desiderato?

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