La battaglia di Saratoga del 1777

A cura di Ezio Cecchini

Pochi avvenimenti militari esercitarono sui futuri destini dell’umanità un’influenza maggiore della disfatta subita, nel 1777, dalla spedizione del tenente generale britannico Burgoyne in Nord America.
Disfatta che salvò il coloni rivoltosi da una certa repressione e che, con l’indurre le corti di Francia e Spagna ad attaccare l’ Inghilterra, permise agli Stati Uniti di conquistarsi quell’indipendenza dall’Europa che altrimenti sarebbe stata impossibile; così, invece, gli Stati Uniti nel volgere di quasi due secoli divennero la maggiore potenza mondiale.
Il 1777 fu testimone della prima vittoria americana, ma le aspirazioni di autonomia e la lotta dei coloni erano iniziate da tempo: i rappresentati delle tredici colonie si erano riuniti per la prima volta ad Albany, nel giugno 1754, ed il 4 luglio seguente avevano chiesto di costituire in America un governo centrale sotto la sovranità del re d’Inghilterra.
Attraverso questo, poi, le singole colonie avrebbero potuto svolgere la propria attività con proprie leggi.
La proposta, formulata da Benjamin Franklin, non venne accolta a Londra, perché toglieva ogni autorità effettiva al re e al parlamento.
Il progetto rimase in sospeso ed ogni attrito fra le colonie e la madrepatria passò in seconda linea davanti alla necessità di combattere contro la Francia durante la guerra dei sette anni.
Questa terminò con il trattato di Parigi (1763) per cui la Francia cedette alla Gran Bretagna tutte le sue colonie americane.
Scomparso il pericolo francese, riemersero nuovi motivi di dissenso a causa dell’imposizione, da parte della madre patria, alle colonie, di duri aggravi fiscali.
Il parlamento inglese, infatti, nel 1765, approvò una legge sul bollo, lo Stamp Act, che imponeva il pagamento di una tassa per tutti i documenti relativi ad affari commerciali o giudiziari nelle colonie d’America le quali, dichiarando che solo le assemblee potevano votare l’introduzione di tributi, reagirono con tumultuose proteste e soprattutto con un boicottaggio delle importazioni di merci che produsse tali danni al commercio della madre patria da indurre re Giorgio III al ritiro della legge.
Ma la situazione precipitò allorché il governo inglese propose (1773) una tassa sul tè, la cui importazione in America venne affidata alla Compagnia delle Indie per favorire questo potente gruppo capitalistico; la prima nave che si presentò nel porto di Boston venne assalita ed il suo carico rovesciato in mare.
Re Giorgio III
All’aperta ribellione di Boston, seguì il primo congresso di Philadelphia (1774) in cui i rappresentanti delle colonie elaborarono ed approvarono una dichiarazione che riaffermava i loro diritti e le loro libertà. Nonostante il tentativo pacificatore di Benjamin Franklin (1706 – 1790) la politica autoritaria e personale di Giorgio III rese inevitabile il confronto armato.
Gli Stati Uniti iniziarono la loro esistenza senza un esercito, senza una marina, senza una politica militare e senza alcuna idea di quale di queste cose potesse essere necessaria.
Il carattere “dilettantistico” della rivoluzione americana è uno dei più salienti fatti strategici; l’altro è che tutte le comunicazioni di un certo valore, sia nazionali che internazionali, erano per via d’acqua. L’economia della regione era quasi al cento per cento basata sull’agricoltura e sul commercio delle pelli. Le città erano più mercati e luoghi di contrattazione che veri agglomerati urbani. Alcune strade, pessime, si diramavano dalle città portuali, peggiorando, si può dire, ad ogni miglio. All’inizio della guerra gli inglesi agirono in modo da interrompere la struttura della vita coloniale occupando tutti i punti da dove le colonie avrebbero potuto ricevere merci dall’ Europa o da altri paesi. Non esisteva un piano preciso: i generali del re ed il governo seguivano principalmente il precedente delle guerre in Europa, distruggendo i più grandi centri abitati e le zone circostanti. Ma l’America era una terra di Pionieri: il suo popolo acquistava all’estero soltanto pochi articoli e molto semplici (aghi, asce, coltelli, moschetti, polvere), ed i coloni erano così in grado di offrire una prolungata resistenza anche se privati di cose delle quali gli inglesi non potevano fare a meno. Di contro erano soldati incerti, sempre desiderosi di evitare il combattimento, sempre ansiosi di tornare a casa e di vivere senza preoccupazioni. Per comprendere, quindi, l’effetto positivo sul morale dei coloni provocato dal risultato di Saratoga e la ragione del perché gli inglesi perdettero la partita a dispetto dei successi militari, è indispensabile ricapitolare in breve i primi avvenimenti della guerra.
La lotta iniziò il 19 Aprile 1775, intorno a Boston, l’allora metropoli commerciale delle colonie e l’epicentro della volontà dei coloni di ottenere una loro indipendenza; lì era anche la residenza del generale britannico Thomas Gage (1721 – 1787) che era stato nominato governatore militare del Massachusetts (1774 -1775). Lo scontro di Lexington, un sobborgo di Boston (19 aprile 1775), pur avendo provocato gravi perdite, particolarmente ai britannici, non ebbe alcun seguito immediato, ma i delegati al congresso di Philadelphia decisero di organizzare un esercito, alla formazione del quale ogni colonia avrebbe contribuito con un contingente e ne affidarono il comando a George Washington, un ricco piantatore della Virginia, che aveva servito con onore nella campagna contro i francesi e gli indiani diciotto anni prima. Un altro fatto d’armi, più consistente, si verificò a Bunker Hill, un’altura sulla penisola rocciosa che si sporgeva nella baia di Boston, dalla parte opposta della città.
Intorno a Boston (1775)
Il generale Gage, visto che i coloni stavano fortificando questa posizione, il 17 giugno fece sbarcare 2000 uomini che la presero ripetutamente d’assalto sloggiando i difensori soltanto dopo che essi erano rimasti senza munizioni. Questa sconfitta dei coloni ebbe però tutte le caratteristiche di una vittoria: le perdite inglesi furono di 1054 uomini, circa il 50% della forza sbarcata.
coloni, senza alcun addestramento, si erano scontrati due volte con i regolari britannici ed avevano impartito loro una severa lezione; questo li convinse che disciplina, addestramento ed esperienza militare non erano necessari a uomini che sapessero sparare bene. Era stato definitivamente accertato che, tanto a ?Lexington quanto a Bunker Hill, le condizioni erano state tali da consentire uno stretto ordine di battaglia; ?una dimostrazione che, nel pericolo, i coloni avevano messo in pratica quanto appreso dai britannici.
verdetto in favore del dilettantismo sembrò pure confermato sembrò pure confermato nel marzo?seguente, quando il generale Washington ricevette un centinaio di pezzi d’artiglieria catturati precedentemente dai coloni con la conquista del forte di Ticonderoga, sul lago Champlain, dove si trovavano dai tempi della guerra contro la Francia.
Il comandante in capo costituì parecchie batterie che martellarono Boston così efficacemente da costringere gli inglesi ad evacuarla il 16 marzo 1776, e ripiegare si Halifax in Canada.
L’inghilterra era dunque stata cacciata dalle tredici colonie. In un certo senso, queste facili vittorie diedero la consapevolezza che nessun uomo era intangibile solo perché indossava una giubba rossa con le insegne di Giorgio III; ciò portò l’adesione alla causa di tutti gli indecisi e fu di notevole valore morale che si rivelò quando gli eventi quando gli eventi incominciarono a prendere, per i coloni, un andamento poco favorevole.
Ma questa fiducia nelle proprie possibilità, a volte illogica, fu alla base di gran parte degli eventi nella storia degli Stati Uniti.
Perché, dicevano i coloni, formare un esercito regolare?
Ma anche gli inglesi avevano imparato le lezione di Bunker Hill.
L’ufficiale che guidò gli assalti alla collina, William Howe, sostituì il generale Gage nel comando delle operazioni. Howe non aveva mai dimenticato il danno subito dai tiratori americani.
E quando per lui giunse il momento di guidare l’esercito contro di loro, lo fece sempre con innumerevoli e caute manovre ed una completa ripugnanza per l’assalto diretto: questo fu uno degli elementi chiave della guerra.


Fort Ticonderoga

Il 4 luglio 1776, venne approvata dal congresso la dichiarazione d’indipendenza la quale affermava l’uguaglianza di tutti gli uomini e l’esistenza in loro di diritti innati ed imprescrittibili, come il diritto alla vita, alla libertà ed alla “ricerca della felicità”, ribadendo il principio della sovranità popolare. Quasi contemporaneamente ebbe inizio la guerra vera e propria. Nella seconda metà del 1776, gli inglesi comandati da Howe, affermarono la loro superiorità nei confronti dell’esercito rivoluzionario, formato da poche migliaia di volontari, mal equipaggiati ed arruolati con ferme troppo brevi , tenuto insieme solo dall’energia e dal prestigio personale di un uomo come George Washington. Il 1777 vide nuovi rinforzi e nuovi successi militari inglesi: il generale Howe il 26 settembre occupò Philadelphia ed il 4 Ottobre, a Germantown, sconfisse le forze di Washington che da un anno continuavano a retrocedere ed incominciavano disgregarsi con numerose diserzioni. Poiché gli inglesi disponevano nel Canada di considerevoli forze, il governo britannico, su proposta del generale John Burgoyne che avrebbe diretto le operazioni, decise, agli inizi del 1777, d’avvalersi del vantaggio fornito dall’occupazione di quella regione, non solo a scopo difensivo, ma anche per un colpo vigoroso e decisivo ai rivoltosi. Burgoyne sosteneva che avrebbe posto fine alla ribellione entro un anno, isolando le colonie della nuova Inghilterra (Massachussetts, Connecticut, Rhode Island, New Hampshire e Vermont) focolaio del sentimento rivoluzionario, dalle altre colonie centro meridionali. Le particolarità geografiche della zona spiegavano il suo proposito: il fiume Hudson, che sfociava nell’Atlantico presso New York, scendeva dal nord rasentando gli stai della Nuova Inghilterra e formando un angolo di 45° con la linea costiera dell’ Atlantico, lungo la quale si trovavano i suddetti stati; a nord dell’ Hudson si estendeva una piccola catena di laghi comunicanti con la frontiera canadese.
Il piano di Burgoyne prevedeva una massiccia invasione dello stato di New York su tre colonne operanti lungo le maggiori vie d’acqua: il lago Champlain, la valle dell’ Hudson e la valle del Mohawk. La città di Albany, che si trovava in un punto dove le linee d’avanzamento convergevano, doveva essere il primo obiettivo di tutte e tre le colonne. Due di queste dovevano muovere dalla base di Montreal, in Canada. La forza maggiore, comandata dallo stesso Burgoyne, sarebbe discesa su Albany lungo la linea dei laghi e poi lungo la sponda dell’ Hudson. Una forza minore, comandata dal tenente colonnello Barry St. Leger, avrebbe raggiunto, con battelli, Oswego, sul lago Ontario e da qui, seguendo la pista irochese, si sarebbe diretta sull’obiettivo. La terza colonna, distaccata dall’ esercito principale di Howe, avrebbe marciato verso nord da New York lungo l’Hudson.
George Washington
Una volta che le tre forze si fossero riunite ad Albany, Burgoyne doveva tenere la linea Champlain-Hudson con una forza di posti fortificati ed invadere la Nuova Inghilterra, mentre Howe avrebbe operato contro Washington con l’esercito principale. Con queste operazioni si sarebbero troncate tutte le comunicazioni fra le colonie settentrionali e quelle del centro e del meridione; una volta schiacciata la Nuova Inghilterra, le altre colonie non avrebbero tardato a sottomettersi. Era improbabile che gli americani disponessero di truppe sufficienti a impedire tali movimenti: il loro esercito principale, al comando di Washington, era occupato a difendere la Pennsylvania ed il meridione.
Comunque, si riteneva che, per opporsi al piano di questa nuova campagna, i ribelli sarebbero stati costretti a ingaggiare una battaglia in cui gli inglesi, superiori di numero, disciplina ed equipaggiamento, speravano di riportare una completa vittoria.
Se il piano avesse avuto successo, la riconquista o la sottomissione dei tredici Stati dell’ Unione sarebbe stata non probabile, ma inevitabile.
Nessuna potenza europea si era fatta avanti per aiutare l’America; se questa fosse stata sconfitta nel 1777, sarebbe certamente caduta senza il minimo soccorso.
Burgoyne concentrò il suo corpo di spedizione a Saint John, sul fiume Richelieu, a nord del lago Champlain. Causa diversi ritardi, le truppe non furono pronte a muovere se non il 21 giugno, vale a dire un mese dopo la data prevista; tuttavia il generale prevedeva di essere ad Albany alla fine dell’estate. L’esercito era formato da 9.861 uomini, con la forza mista di regolari britannici e mercenari tedeschi, canadesi, provinciali, indiani, con un parco d’artiglieria di 138 cannoni.
Conoscendo bene le loro abitudini, Burgoyne intimò ai 400 indiani di astenersi da crudeltà contro gli inermi ed i prigionieri ; in realtà, la ferocia di questi guerrieri, la loro riluttanza alla disciplina bellica e l’incapacità di eseguire i compiti che la strategia consigliava, resero il loro supporto irrilevante dal punto di vista militare, mentre l’indignazione sollevata dalle loro crudeltà contribuì moltissimo a indurre le popolazioni delle regioni invase a prendere le armi contro l’esercito di Burgoyne.


L’incontro tra Burgoyne e gli indiani

Il primo obiettivo del comandante britannico era il forte di Ticonderoga, che considerava l’unico ostacolo alla sua marcia su Albany: questa posizione era ritenuta , da ambedue le parti, la chiave della campagna. Il forte si trovava su di una lingua di terra in un punto dove il lago Champlain si restringeva e dominava anche l’accesso all’estremità settentrionale del lago George, la migliore via verso l’ Hudson. Gli americani, dopo averlo conquistato nel 1775, avevano fatto ben poco per migliorarne le difese e, nel 1777, era poco più di un ammasso di pietre, con una guarnigione di 2000 uomini, male armati e dal morale depresso, al comando del maggior generale Arthur St. Clair.
Oltre Ticonderoga, gli americani potevano contare soltanto su di un’altra forza di 2000 miliziani della Nuova Inghilterra , l’esercito del dipartimento settentrionale, accampati a Fort Edward, circa 40 miglia a sud, comandati dal maggior generale Philip Schuyler che, nonostante gli sforzi, non era riuscito a trasformarli in un’ efficiente unità combattente.
Burgoyne non perdette tempo per sfruttare la debolezza degli avversari: avanzando su entrambe le sponde del lago Champlain, il 2 luglio l’esercito inglese investì il forte di Ticonderoga. St. Clair resistette il più possibile per guadagnare tempo affinchè Schuyler potesse radunare il maggior numero di uomini per la della valle dell’ Hudson, ma l’abilità di Burgoyne, che riuscì a piazzare dei cannoni in un punto dominante il forte facendo cadere al suo interno una vera pioggia di bombe, costrinse St.Clair ad evacuarlo il 5 luglio e a dirigersi verso le truppe di Schuyler. I britannici, dopo aver catturato 5 galee, 200 imbarcazioni minori e 130 cannoni, inseguirono gli americani marciando lentamente con grande difficoltà attraverso un terreno accidentato, intersecato da corsi d’acqua e paludi.
Schuyler, naturalmente, fece tutto quanto era in suo potere per ritardare l’avanzata britannica: le sue truppe abbatterono alberi di traverso sui sentieri obbligati della foresta, dirottarono corsi d’acqua per allagare vaste zone di territorio, requisirono il foraggio di tutte le fattorie, bruciando tutto quello che non poteva venire asportato. Ma l’avanzata di Burgoyne, seppur lenta, era inesorabile.
Il panico per la perdita di Ticonderoga si era diffuso dappertutto e Schuyler doveva affrontare il problema di tenere unito il suo esercito: due reggimenti del Massachusetts deposero le armi e gli uomini se ne andarono dichiarando scaduto il loro periodo di ferma; in altri reparti si stavano verificando molti casi di insubordinazione. La pericolosa situazione costrinse il comandante americano a ritirarsi lungo la valle dell’ Hudson verso al confluenza del Mohawk.


La battaglia di Ticonderoga

Improvvisamente, la situazione strategica cambiò. La seconda colonna, proveniente dal Canada, comandata da St. Leger e partita da Oswego, nella sua marcia verso Albany, dopo aver superato il lago Oneida, raggiunse, il 3 agosto, Fort Stanwix, l’avamposto americanoche difendeva l’estremità occidentale della valle del Mohawk; la fiera resistenza dei difensori costrinse St. Leger ad interrompere l’avanzata ed a porre l’assedio alla posizione. Dopo un primo tentativo americano che difendeva l’estremità occidentale della valle del Mohawk; la fiera resistenza dei difensori costrinse St. Leger ad interrompere l’avanzata ed a porre l’assedio alla posizione.
L’avanzata di St Lager fu fermata a Oriskany dall’esercito del Gen Herkimer che era composto da 800uomini e ragazzi e dai guerrieri Oneida che si erano schierati con gli Americani,rompendo la LegaIrochese.Fu,forse,la battaglia decisiva della Rivoluzione.
Dopo un primo tentativo americano, che non ebbe risultato positivo, di portare soccorso agli assediati con reparti di milizia, una colonna più massiccia, al comando del maggior generale Benedict Arnold e formata da regolari del continente, costrinse i britannici a togliere l’assedio ed a battere in ritirata verso Oswego, ponendo così fine alla minaccia sulla valle del Mohawk.
Prigionieri nella Valle del Mohawk
Nello stesso tempo in cui sorgeva a Burgoyne la notizia del disastro si St. Leger, i britannici subivano un altro rovescio ancora più grave a Bennington, dove era stato inviato un forte distaccamento di truppe tedesche, al comando del tenente colonnello Friedrich Baum, allo scopo di impossessarsi di alcuni magazzini di rifornimenti dei quali l’esercito inglese aveva estremo bisogno. Gli americani, cresciuti di numero per i continui arrivi di rinforzi, riuscirono dopo molti reiterati tentativi a mettere in rotta questo corpo che cercò scampo nei boschi abbandonando il comandante mortalmente ferito; poi americani marciarono contro un altro reparto di circa 500 uomini che, agli ordini del tenente colonnello von Breymann, stava muovendo in soccorso di Baum e che dopo una strenua resistenza fu costretto a ripiegare sul grosso dell’esercito.
Queste vittorie locali sollevarono il morale degli americani i quali non erano disposti a cedere, consapevoli di quale sarebbe stato il loro destino nel caso di un’occupazione inglese.
L’impiego degli indiani da parte di Burgoyne aveva prodotto i peggiori effetti possibili. Sebbene il comandante inglese avesse fatto ogni sforzo per impedire atrocità e massacri, non aveva potuto evitare che venissero commessi atti di crudeltà e barbarie.
I comandanti americani, da parte loro, avevano fatto di tutto perché il racconto di tali atrocità si diffondesse per tutta la regione, ben sapendo che gli abitanti della Nuova Inghilterra avrebbero reagito con rabbia e decisione prendendo le armi.
Infatti, ciascuno comprese la necessità di diventare temporaneamente soldato, non solo per la propria sicurezza, ma anche per proteggere la comunità alla quale apparteneva: in quelle regioni ricche di piantagioni si formarono nuclei armati sbucando dai boschi, dalle montagne e dalle paludi e dai villaggi; mentre l’esercito regolare sembrava quasi interamente dissolto, l’arruolamento volontario e la creazione di una milizia popolare apportarono forze fresche e affidabili.
Nonostante i due rovesci, Burgoyne decise di riprendere l’avanzata; non potendo mantenere le comunicazioni con il Canada per via dei laghi in modo da poter rifornire l’esercito nella sua marcia verso il sud, dopo aver radunato con notevoli sforzi approvigionamenti per 30 giorni, il 13 settembre attraversò l’Hudson nei pressi di Saratoga su di un ponte di zattere.


Un’immagine della battaglia di Saratoga

Nel frattempo, in campo americano, il generale Schuyler, divenuto capro espiatorio della perdita di Ticonderoga, venne rimosso dal comando e arrivò al campo, il 19 agosto, il maggior generale Horatio Gates, nuovo comandante. Quando quest’ultimo assunse il comando, l’esercito americano, salvato dalla tattica temporeggiatrice di Schuyler, rafforzato dal successo di Bennigton, era prontoad assumere l’offensiva e si era attestato a Bennis Heights, un piccolo altopiano 24 miglia a nord di Albany, che attraversava la direttrice d’avanzata di Burgoyne. Intanto, Lord Howe, che era rimasto con il grosso dell’esercito britannico a New York, aveva intrapreso una campagna contro George Washington, durante la quale si era impadronito di Philadelphia ed aveva riportato successi più appariscenti che proficui. Il compito di risalire l’Hudson per cooperare con Burgoyne era stato affidato ad un altro brillante generale, Sir Henry Clinton, lasciato a New York con un contingente di truppe, in attesa di rinforzi promessi dall’Inghilterra, i quali però non giunsero che in settembre. Sir Clinton, non appena ricevutili, si imbarcò su di una flottiglia scortata da alcune navi da guerra e si accinse ad aprirsi con la forza il passaggio su per il fiume.
II 19 settembre, Burgoyne, essendo stato informato dalle sue forze di ricognizione che gli americani si stavano trincerando cinque miglia più a Sud, decise di attaccarli su tre colonne: quella di destra, con 2200 uomini al comando del brigadier generale Simon Fraser, che comprendeva reparti scelti di granatieri e fanteria leggera; quella centrale di 1100 uomini al comando dello stesso Burgoyne; quella di sinistra, di 1100 uomini al comando del maggior generale barone Friedrich von Riedesel. Il suo piano era di circondare l’ala sinistra americana facendo perno al centro e proteggere la sua ala sul fiume con una piccola colonna. La manovra era oltremodo rischiosa considerando il terreno accidentato, boscoso e solcato da ruscelli, il che rendeva molto difficile il mantenimento delle comunicazioni fra le tre colonne.


Una mappa della battaglia

Alle 12.30 Burgoyne aveva raggiunto una località chiamata Freeman’s Farm in attesa di notizie da Fraser il cui movimento aggirante era già stato scoperto dagli avversari. Il generale Gates esitava ad abbandonare il campo trincerato, ma fu persuaso dal generale Arnold, comandante l’ala sinistra americana, a lanciare i cacciatori del colonnello Morgan contro le colonne di Fraser. L’attacco colse di sorpresa gli inglesi, ed i cacciatori americani, tutti tiratori espertissimi, fecero una strage di “giubbe rosse”, particolarmente tra gli ufficiali.
Burgoyne attaccò a sua volta dal centro e Gates, pur mantenendo il grosso del suo esercito dietro le linee, fece avanzare altri sette reggimenti che allargarono lo scontro a tutto il fronte. Al tramonto i britannici rimasero padroni del campo, ma fu una vittoria di Pirro poiché le loro perdite erano state il doppio di quelle americane, con una grande percentuale di ufficiali.
Burgoyne si fermò di nuovo e rafforzò la sua posizione con trincee e ridotte; gli americani fecero lo stesso.
I due eserciti rimasero a tiro di cannone per un tempo considerevole , durante il quale Burgoyne attese con ansia aiuti da New York, i quali, secondo il piano generale, avrebbero dovuto trovarsi nei pressi di Albany. ?Ma un messaggero di Clinton comunicò che la colonna stava risalendo l’ Hudson e si preparava ad attaccare i forti americani che sbarravano il passaggio de fiume verso Albany.


Si lotta nei pressi dei boschi

Burgoyne rispose, il 30 settembre, esortando Clinton ad attaccare i forti il più presto possibile ed assicurandogli che un tale attacco, reale o simulato, avrebbe avuto per effetto di far levare il campo alle truppe americane che aveva di fronte, Con un altro messaggio, che pervenne al Clinton il 5 ottobre, Burgoyne lo informò che le sue comunicazioni con il Canada erano interrotte, ma i viveri di cui il suo corpo era provvisto sarebbero bastati fino al 20. Burgoyne inoltre assicurava che il dispiegamento delle sue truppe era ottimo ed affermava che, sebbene gli americani che aveva di fronte fossero ampiamente protetti da trinceramenti, era sicuro di potersi aprire un varco fino ad Albany e tenesse aperte le comunicazioni con New York. Burgoyne aveva però esagerato nel calcolo delle sue risorse: fin dai primi di ottobre si trovò immerso in difficoltà di ogni sorta. Indiani e canadesi incominciarono a disertare, mentre, dalla parte opposta, l’esercito di Gates veniva rinforzato da unità fresche di milizia.
Gli americani mandarono alla volta di Ticonderoga un forte distaccamento il quale fece un audace, ma sfortunato, tentativo di riprendere il forte. Vedendo che il numero e l’audacia dei nemici aumentavano di giorno in giorno, mentre le provviste diminuivano a vista d’occhio, Burgoyne decise di rinnovare l’attacco per scacciare gli americani dalla loro posizione e procurarsi così il modo di avanzare fino ad Albany o, perlomeno, di liberare le sue truppe dalle difficoltà nelle quali si trovavano. Le forze di Burgoyne erano ormai ridotte a meno di 6000 uomini. Il lato destro dell’accampamento era situato su di un colle ad una certa distanza ad ovest del fiume: di là da esso i trinceramenti si prolungavano attraverso il piano fino alla sponda dell’Hudson con il quale formavano un angolo quasi retto.
Le linee erano fortificate con ridotte ed opere campali. Sull’altura destra era stata costruita una forte ridotta e si erano scavate trincee a forma di ferro di cavallo. La postazione era difesa dagli assiani del colonnello Breymann, i quali così proteggevano il fianco dell’esercito di Burgoyne.
La forza numerica delle truppe regolari americane superava di molto quella dei britannici; ancor più grande era la moltitudine dei volontari della milizia che si erano uniti a Gates. Il 29 settembre giunse al campo americano il generale Lincoln con 2000 soldati della nuova Inghilterra; Gates affidò a lui il comando dell’ala destra, mentre l’ala sinistra era formata dalle forze di Arnold, comprendenti due brigate agli ordini dei generali Poor e Leonard, i cacciatori del colonnello Morgan e parte della milizia della Nuova Inghilterra. Le linee americane erano state abilmente fortificate sotto la direzione del famoso generale polacco Kosciuszko, che serviva come volontario nell’esercito di Gates.


Gli spostamenti delle truppe in settembre

La destra dello schieramento americano, cioè le opere più vicine al fiume, erano troppo saldamente munite per essere assalite con probabilità di successo: Burgoyne quindi decise di forzare la sinistra. A tale scopo formò una colonna di circa 1500 regolari ed una decina di cannoni agli ordini dei generali Phillips, Riedsel e Fraser, ma sotto il suo controllo. La colonna si mosse il 7 ottobre. Il giorno precedente Clinton aveva effettuato una brillante operazione contro i due forti che sbarravano il passaggio sull’Hudson: li aveva espugnati ambedue con gravi perdite per gli americani preposti alla loro difesa; aveva distrutto la flotta che questi ultimi avevano radunato sul fiume sotto la protezione dei forti e la sua squadra era ormai libera di risalire il corso d’acqua; aveva anche, con grande abilità, caricato su piccole imbarcazioni (tali che potessero galleggiare fino a poche miglia da Albany), provviste sufficienti a vettovagliare per sei mesi l’esercito di Burgoyne.
Clinton era in quel momento lontano da Burgoyne 166 miglia e un distaccamento di 1.700 uomini si era spinto a 40 miglia da Albany.
Ma, sfortunatamente per loro, Burgoyne e Clinton ignoravano l’uno le mosse dell’altro. Se però Burgoyne avesse vinto la battaglia il giorno 7, i due eserciti si sarebbero riuniti ed il grande obiettivo della campagna avrebbe potuto essere raggiunto. Tutto, quindi, dipendeva dalla battaglia che Burgoyne stava per iniziare. Mandati avanti alcuni drappelli di irregolari per distrarre l’attenzione del nemico, Burgoyne fece avanzare la sua colonna a tre quarti di miglio dall’estremità del campo di Gates, e qui spiegò gli uomini in linea. I granatieri sotto il maggiore Acland, e l’artiglieria, sotto il maggiore williams, vennero collocati alla sinistra; un corpo di tedeschi, sotto il generale Riedsel, ed alcuni reparti inglesi sotto il generale Phillips , formavano il centro, mentre la fanteria leggera inglese, sotto il generale Fraser costituiva l’ala destra. Ma Gates non attese d’essere attaccato: non appena la linea britannica fu formata ed incominciò ad avanzare, ordinò alla brigata di Poor ed a parte di quella di Leonard di fare impeto contro la sinistra inglese , e nello stesso tempo mandò Morgan con i suoi cacciatori ed altre truppe, circa 1500 uomini, ad aggirare la destra di Burgoyne. I granatieri di Acland sostennero valorosamente l’attacco, ma Gates fece avanzare altri rincalzi: in pochi minuti il combattimento divenne generale al centro così che i tedeschi non poterono inviare aiuti ai granatieri.


L’assalto di Morgan

Morgan, con i suoi cacciatori, esercitava una forte pressione sul generale Fraser, e ricevuti nuovi reparti freschi, avanzava con l’intenzione di forzare l’ala destra inglese e tagliarle la ritirata. La fanteria leggera britannica indietreggiò formando una seconda linea obliqua che le diede modo di sventare la manovra americana e di soccorrere i valorosi granatieri che stavano per essere sopraffatti dalla grande massa di attaccanti nemici.
II combattimento stava trasformandosi in una furiosa mischia. I cannoni inglesi furono presi e ripresi ripetute volte, ma quando i granatieri che li proteggevano vennero respinti dalle forze soverchianti, uno dei cannoni fu definitivamente catturato dagli americani e rivolto contro gli avversari. Il maggiore Williams ed il?maggiore Acland vennero fatti prigionieri ed in questa parte del campo la vittoria degli americani fu ben presto decisa. Poco dopo, anche il centro britannico cedeva ai reiterati attacchi del generale Arnold che, udendo tuonare il cannone, era balzato in sella e si era messo alla testa dei suoi reggimenti che avevano caricato con impeto disperato gli avversari.
L’intera colonna di Burgoyne fu allora costretta a ritirarsi verso il campo fortificato. La destra e il centro erano in completo disordine, ma la fanteria leggera trattenne la furia degli assalitori e permise ai resti della colonna di rientrare nell’accampamento, lasciando sei cannoni in possesso del nemico e sul campo un gran numero di morti e feriti, parecchi dei quali erano artiglieri che non avevano voluto abbandonare i cannoni. La colonna britannica era stata sconfitta, ma l’azione non era tuttavia terminata, Gli inglesi erano appena rientrati nell’accampamento quando gli americani, imbaldanziti dalla vittoria, l’assalirono violentemente in diversi punti precipitandosi contro le trincee e le ridotte attraverso un fitto fuoco d’artiglieria e moschetteria; i loro attacchi contro la ridotta affidata a Lord Balcarres riuscirono vani, ma un’altra unità, sotto il colonnello Brooke, si aprì la strada attraverso il ferro di cavallo dell’estremità destra difeso dagli assiani di Breymann. I tedeschi resistettero valorosamente e Breymann morì alla loro testa, ma gli americani li sbaragliarono catturando bagagli, tende, artiglierie ed un deposito di munizioni delle quali avevano estremo bisogno. Stabilendosi in questo punto, essi avevano modo di aggirare completamente il fianco destro degli inglesi e di prenderli alle spalle.
Per allontanare questo grave pericolo, Burgoyne eseguì nella notte un inetro cambiamento di posizione, Con grande abilità fece retrocedere tutto l’esercito su alcune alture presso il fiume , a nord dell’accampamento, e qui schierò i suoi uomini, aspettandosi di essere assalito il giorno successivo. Ma Gates non aveva alcuna intenzione di mettere a repentaglio il trionfo finale assicuratogli dalla vittoria riportata. Tenne impegnati i britannici con continue scaramucce, ma non tentò nessun assalto su vasta scala e distaccò diversi drappelli su tutte e due le sponde dell’ Hudson per impedire agli inglesi riattraversare il fiume e per chiudere loro la ritirata.


Ancora una mappa

A sera, Burgoyne si trovò nell’assoluta necessità di indietreggiare nuovamente , e durante la notte le truppe furono fatte marciare su Saratoga, abbandonando al nemico i feriti, i malati e la maggior parte del bagaglio. Burgoyne prese la sua ultima posizione sulle alture vicine a Saratoga; circondato dal nemico che sventava tutti i suoi tentativi di aprirsi una via di scampo, vi rimase fino a quando la fame lo costrinse a capitolare. Il 13 ottobre, con l’approvazione del consiglio di guerra, inviò un messaggero al campo americano per venire a patti. Dopo uno scambio di note, venne stabilita una convenzione in questi termini:
“Le truppe del generale Burgoyne sfileranno fuori dal campo e l’artiglieria fuori dai trinceramenti con gli onori militari e marceranno fino alla sponda del fiume dove verranno deposti armi e cannoni al comando di ufficiali inglesi. L’esercito del tenente generale Burgoyne sarà libero di ritornare in Gran Bretagna a patto di non prestare nuovamente servizio nell’America del Nord nel corso di questa guerra.” Gli articoli della capitolazione furono redatti il 15 ottobre; quella stessa sera giungeva un messaggero di Clinton con la comunicazione che parte delle sue truppe si era spinta a 50 miglia dal campo di Burgoyne: era troppo tardi; oltre alla parola data, l’esercito era troppo indebolito dalle fatiche e dalla fame per resistere ad un attacco nemico, che Gates avrebbe certamente sferrato se si fosse infranta la convenzione. Di conseguenza, il 17 ottobre, l’accordo di Saratoga fu posto in esecuzione, e, in forza di esso, 5.790 uomini vennero fatti
prigionieri. Gates, dopo la vittoria, spedì il colonnello Wilkinson a portare la notizia al congresso. Appena introdotto nella sala, l’ufficiale disse:
“L’intero esercito britannico ha deposto le armi a Saratoga ed il nostro, pieno di vigore e di coraggio, attende i vostri ordini. Alla vostra sapienza il decidere in qual luogo la patria ha ancora bisogno dei nostri servigi.”
I rappresentanti degli stati dell’Unione esultarono di soddisfazione: tutti speravano che un successo così importante avrebbe finalmente indotto la Francia e le altre potenze europee a dichiararsi in favore dell’America. Ed i fatti diedero loro ragione. Quando giunse in Francia la notizia della presa di Ticonderoga e della marcia vittoriosa di Burgoyne alla volta di Albany, avvenimenti che sembravano decisivi a favore degli inglesi, a tutti i porti del regno era stato inviato l’ordine di non dar più ricetto ad alcuna nave corsara americana, tranne che per indispensabili necessità, come eseguire riparazioni, caricare provviste o fuggire alla collera degli elementi. Il governo francese fu sul punto di interrompere i negoziati con i commissari americani. Quando però giunse a Parigi la notizia della battaglia di Saratoga, la scena cambiò immediatamente. Franklin ed i suoi colleghi trovarono tutte le difficoltà appianate. Sembrava arrivato il momento per la Casa di Borbone di rifarsi di tutte le umiliazioni e delle perdite subite nelle guerre precedenti.
Nel dicembre venne messo a punto un trattato, firmato nell’anno successivo, con il quale la Francia riconosceva l’indipendenza degli Stati Uniti d’America. Questo naturalmente equivaleva ad una dichiarazione di guerra contro la Gran Bretagna.


La resa

La Spagna imitò subito la Francia ed in breve tempo anche l’Olanda seguì l’esempio. Soccorsi dalle flotte e dagli eserciti francesi, gli americani, nonostante le gravi difficoltà, mantennero vigorosamente la guerra contro le truppe che l’Inghilterra continuava ad inviare.
Quando i trattati del 1783 riportarono la pace, l’indipendenza degli Stati Uniti fu riconosciuta a malincuore dalla loro antica madrepatria e recente nemica, L’Inghilterra.
Militarmente, il risultato della campagna di Saratoga dimostrò che truppe schierate su di una rigida linea di battaglia, senza la protezione della fanteria leggera o cacciatori sui fianchi, erano senza difesa contro il preciso fuoco di tiratori scelti. L’esperienza degli irregolari americani ebbe in Europa una grande risonanza con effetti sulla strategia militare. In realtà, molti ufficiali e teorici militari furono orientati a considerare il nuovo metodo di guerra come specificatamente americano ed a restringere la sua applicazione al teatro di guerra nordamericano. Le guerre della rivoluzione francese, tuttavia, confermarono l’importanza, sempre crescente, di nuove tattiche di lotta apparse per la prima volta sull’altra sponda dell’Atlantico precorritrici dell’era degli eserciti nazionali di massa.

Condividi l'articolo!

Commenti

Una risposta a “La battaglia di Saratoga del 1777”

  1. ennio, il 14 gennaio 2013 19:12

    sempre gli interessi guidano le guerre di indipendenza e gli ideali di unità etc furono usati per “costringere”la grande massa della popolazione di qualunque paese ad aderirvi con entusiasmo,anche se effettivamente le cose non è che cambino più di tanto.Eroismi e cose simili,sono pretesi dagli umili,in nome di un patriottismo di lana caprina.perchè effettivamente ,dopo i fuochi,per il popolo,viene propinato quello che ai capoccioni è a loro più utile.D’altronde è inevitabile che a lungo termine,le aspirazioni insite nell’uomo,diventino realtà,anche se dovrà passare molto tempo.Oggi assistiamo all’arroganza delle monarchie dtttatoriali arabe ,alle teocrazie , a quelle presidenziali sudamericane ed anche a quella degli usa,che anche con obama,non hanno cambiato una virgola dal loro modo di affrontare le crisi internazionali.Vogliamo parlare della cina,e quando potrà il popolo diventare democratico,se qualcuno dei capoccioni non cavalca i loro ideali.?Washington,era un ricco colonialista,che per difendere i suoi e,di altri come lui,interessi cavalcò l’indipendenza americana per poi divenirne ,praticamente il sostituto del re inglese,tanto è vero che fu dibattuto come “titolarlo” se “sire” o altro e per non suscitare timori nei sui pari,fù chiamato presidente.Onore e gloria ai veri eroi come i nostri risorgimentali che furono uccisi dall’allora ancora non chiamati italiani,ma calabresi,siciliani ,romani,perchè estranei alla loro vita quotidiana,Garibaldi conquistò un regno per i savoia perchè lo permisero i potenti di ambo le parti e poi fù messo sotto la loro tutela.Nulla di nuovo sotto il sole,le rivoluzioni,di qualsiasi genere le gesticono chi ha il potere e lo sa adoperare,facendo leva sul patriottismo e simili cose.

Vuoi scrivere qualcosa? Usa i commenti!

Devi eseguire il log-in per inserire un messaggio.