Le donne della frontiera

A cura di Luca Barbieri

“Il Texas è il paradiso per uomini e cani; ma è l’inferno per donne e buoi”
Anonima casalinga texana

Le donne della Frontiera erano molto poche. Un censimento del 1850 evidenzia che in California, ad esempio, erano appena l’8% della popolazione, mentre in altre zone non ce n’erano affatto.
Questo poteva portare a bizzarre perversioni, come raccontato con una certa dose di surreale umorismo da Jim Jarmush nel suo film “Dead man”, dove un allucinato Johnny Depp viene catturato da tre omosessuali desiderosi di abusare di lui, uno dei quali, agghindato con abiti da donna, rappresentava l’anima femminile del gruppetto. In merito a questa antipatica situazione le cronache del West spesso riportano il seguente aneddoto, che, inventato o meno, rende perfettamente l’idea: i solitari minatori di un anonimo campo aurifero californiano, delusi dalla costante assenza di donne, risolsero brillantemente il problema agghindando un palo di legno con una coperta e un cappellino, ed intrecciando poi danze festose attorno a quell’assurdo simulacro femminile.


In viaggio con tutta la famiglia

Non tutti comunque si lamentavano della situazione: a Bodie, ad esempio, tanto per restare in California, nei primi anni sessanta del secolo scorso c’erano soltanto due cercatori sposati; gli altri, descritti come “il gruppo più felice di scapoli che si possa immaginare”, trascorrevano il loro tempo libero imparando arti e mestieri femminili, “dimostrando quindi che la donna è un’istituzione inutile e costosa che dovrebbe essere abolita per legge”.
I motivi di questa cronica carenza di donne sono facilmente intuibili: condizioni di vita pessime, un viaggio lunghissimo e faticoso, la paura dei “sanguinari e bellicosi” indigeni. In una parola una vita durissima, che rendeva altrettanto dure le donne che la affrontavano.
Una donna alla guida di un carro
Al riguardo è indicativo il seguente episodio: il barone del bestiame Charles Goodnight, immaginando di fare contente le “signore del West” che desideravano cavalcare, progettò e commercializzò la sella laterale da amazzone, andando però incontro ad un vero fiasco; le donne infatti la boicottarono, giudicando innaturale e scomoda la postura che si voleva imporre loro, e seguitarono a cavalcare come gli uomini.
Quella sella poteva andare bene in Europa, per qualche signorina di buona famiglia che voleva godersi una scampagnata nel fresco di un bosco, ma per ragazze abituate ad una vita rude e difficile di certo no. Le donne che vivevano nelle terre selvagge dell’Ovest infatti dovevano scendere spesso a compromessi con la loro femminilità. Le pioniere dormivano sopra materassi fatti con l’erba della prateria, usavano cenere di quercia al posto del sapone, indossavano cappotti confezionati con i teloni dei carri, e il loro caffè, a volte, era costituito dalla polvere delle radici abbrustolite dei denti di leone.
Erano donne dure, determinate, ben consapevoli dei loro diritti, in una parola emancipate. Il West fece con loro quello che in Europa riuscì a fare solo la Seconda Guerra Mondiale.
Non mancava l’eleganza
Nel 1867, ad esempio, nel Kansas insanguinato dalla guerriglia dilagò il movimento per il voto alle donne, trascinato dalle energiche Susan Anthony e Lucretia Mott, mentre nel 1869 il Wyoming venne costretto ad approvare il suffragio femminile. Dico “costretto”, perché il fatto è frutto di una grande beffa politica. Dopo le elezioni, infatti, lo stato del Wyoming si trovava in una situazione strana: i Repubblicani avevano il governatorato, i Democratici il controllo della legislatura.
Questi ultimi, convinti di mettere in difficoltà gli avversari e di riscuotere consenso presso i comitati delle suffragette, approvarono un progetto di legge per concedere il voto alle donne. Confidavano infatti nel veto del Governatore repubblicano, che, però, pur di contrastare il piano nemico, firmò la legge.
Il risultato, seppure ottenuto in modo paradossale, è clamoroso: cinquant’anni prima che l’emendamento costituzionale del 1920 garantisse il diritto di voto femminile, questa facoltà le donne del Wyoming erano già riuscite a strapparla dalle mani dei maschilisti. Leader delle suffragette americane è stata la celebre Esther McQuigg Morris, di South Pass City (una sua statua ricorda ai visitatori del Congresso degli Stati Uniti quanto da lei fatto).
La donna iniziò la sua battaglia contestando le ingiuste leggi patrimoniali dell’epoca, che la privavano dell’eredità del defunto marito, riuscendo poi a diventare lei stessa una ricca donna d’affari e, in seguito, giudice di pace della sua contea.
Ann Eliza Webb
Anche Ann Eliza Webb si distinse nella lotta per i diritti delle donne, seppure su un altro versante. Come diciannovesima moglie del patriarca mormone Brigham Young fu per lei giocoforza levare l’indice contro la pratica della poligamia.
A ventiquattro anni, con un matrimonio fallito alle spalle, la vita matrimoniale col sessantaseienne “leone di Dio” (com’era soprannominato Young) e le decine di sue altre spose, dovette sembrarle insopportabile, e quando le capitò fra le mani l’opuscolo “Denuncia della poligamia nello Utah”, Ann decise di farla finita. Divorziò da Young nel 1873 e l’anno seguente venne scomunicata. Girò gli States tenendo conferenze e si fece portavoce delle istanze delle sue consorelle della Chiesa mormone.
A lei si interessarono un po’ tutti, dal presidente Grant a quello scaltro affarista che fu Barnum, il re del circo; poi venne dimenticata, come spesso accade.
Quando nel 1928 il suo libro “Vita di una prigioniera dei mormoni” venne pubblicato, le sue dichiarazioni, ormai, non facevano più notizia.

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