Zoologia di frontiera (tra gli indiani)

A cura di Luca Barbieri. Seguito di Zoologia di frontiera

Avevamo lasciato, qualche mese fa, il nostro brillante zoologo al soldo della Yale University a censire inesistenti animali inventati dalla fervida fantasia di boscaioli, contadini e mandriani made in USA. Devo francamente ammettere che negli ultimi tempi ho perse le sue tracce, occupato com’ero in faccende d’ufficio, ma proprio oggi ho ricevuto una sua lettera colma di meravigliato stupore per la quantità industriale di nuovi esemplari scoperti fra le tribù pellerossa della nostra Grande Nazione. Per dovere ve ne fornisco un dettagliato riassunto, pur mantenendo una certa cautela nel discorrere di bestie tanto bizzarre da farmi dubitare della sanità mentale del nostro zoologo.
Tra le creature immaginate dal folklore indiano, la più famosa è di certo il Windigo, essere antropomorfo (sebbene di statura ben superiore alla media umana), con corpo deforme e scheletrico ricoperto da chiazze di peluria, dotato di lunghi arti, e dai denti perennemente scoperti in ringhi bestiali dato che le sue labbra sono talmente sottili da apparire quasi inesistenti; il Windigo è, naturalmente, antropofago, altrimenti nemmeno ci scomoderemo a parlarne. Una simile creatura si trova un po’ dappertutto nelle credenze dei pellerossa degli Stati Uniti Settentrionali e del Canada (nel Maine, ad esempio, si trovano i Kiwakwe, nella Columbia Britannica i Sasquatch, nel Quebec i Kokotshe, tra gli Uroni gli Stendu e ancora più a Nord i Toonijuk). La mitologia che lo riguarda varia, anche considerevolmente, da tribù a tribù, ma i tratti distintivi restano quelli citati in apertura.


Un rappresentazione del Windigo

Il nome è di origine Algonkina, ma ci sono numerose varianti di pronuncia, con differenze a volte minime (Witiko, Wendigo, Wittiko). Le abitudini di queste creature poco raccomandabili sono quelle di aggirarsi fra i boschi gelati dall’inverno, grattandosi contro le cortecce degli alberi, emettendo grida belluine e tramortendo a colpi di macigni i malcapitati che incrociano i loro passi; malcapitati, tra parentesi, che poi finiscono nella pancia di questi ripugnanti esseri.
Un’interessante variante mitologica li colloca come mostri di origine umana: secondo la tradizione di alcune tribù del Nord, infatti, un uomo, di solito un cacciatore indiano, può tramutarsi in Windigo se viene morso da un altro esemplare, se è stato posseduto durante un sogno, se è vittima del sortilegio di uno sciamano, oppure se si è nutrito di carne umana (come ad esempio nel film “L’insaziabile” di Antonia Bird). Secondo queste ultime fonti ogni Windigo un tempo era un uomo, esiliato dalla tribù durante un inverno rigido oppure bloccato nella neve durante un avventato viaggio, che ha dovuto diventare cannibale per sopravvivere, facendo appello ai propri peggiori istinti: è questo, ad esempio, il caso del capo indiano Fuoco Vorace nell’episodio “Wendigo!” della serie a fumetti Magico Vento, il quale non esita a nutrirsi della sua stessa gente, intrappolata con lui nei gelidi territori Oijbway. Il Windigo ha una forza eccezionale, nonostante l’aspetto spaventosamente magro, perché il mangiare carne umana gli conferisce qualità come velocità (si dice sia talmente rapido nella corsa da consumarsi i piedi che dunque gli cadono per poi ricrescere l’anno dopo), forza e immortalità. E, particolare di non scarsa rilevanza, si dice che la fame del Windigo sia senza fine e che più mangi più cresca di dimensioni. Piuttosto inquietante. La sola maniera di ucciderlo è bruciare il suo corpo riducendolo in cenere. Viste queste sue terrificanti connotazioni, il mito del Windigo nasce probabilmente come deterrente contro il cannibalismo da parte delle tribù indiane che vivevano nella parte più settentrionale del paese, e che quindi si trovavano ad affrontare inverni particolarmente lunghi e rigidi con scarse risorse alimentari. Tra le diverse varianti, piuttosto originale è il Mi’kmaq del Canada, un gigantesco mostro coperto di pelo anche sul volto (che è umanoide), con occhi gialli, lunghi canini vampireschi e mani enormi con le quali si percuote il petto. A ben pensare è molto simile ai gorilla, ma, diversamente dai primati africani, il Mi’kmaq emette versi d’uccello. Praticamente identici sono i Mahoni dello Yukon, enormi giganti pelosi con gli occhi rossi e con bocche smisurate in grado di divorare in un sol boccone anche un intero tronco di betulla, e i Matlose, della mitologia Nootkans, esseri che abitano tra le montagne, dal corpo gigantesco coperto di peli neri, testa dotata di una dentatura da orso, e artigli a mani e piedi: chi viene afferrato da un Matlose viene presto fatto a pezzi senza scampo. Ancora diversi sono i Lonfa degli indiani Chickasaw, una popolazione di giganti alti almeno tre metri che vivono nelle foreste; hanno lunghe braccia e teste molto piccole, e si vocifera che siano rapitori esclusivamente di donne. Il loro nome deriva da un verbo che significa “scorticare”, perché è questa l’orribile fine che riservano alle loro vittime. Sono molto veloci nella corsa ma, stranamente, non molto forti: per questo, probabilmente, si limitano ad aggredire le donne e lasciano in pace i guerrieri adulti. Hanno però un lato tenero, visto che proteggono la selvaggina nascondendola agli occhi dei cacciatori. Molto diversi, anche se forse lontani cugini, sono gli Skinwalker dei Navajo, esseri misteriosi con fattezze antropomorfe, la cui testa somiglia a quella di un coyote. Appaiono solo in lontananza, la sera e in luoghi collinari.
Interessante è anche l’aspetto ornitologico. Tra i Dakota troviamo i Piasa, stirpe di uccelli orripilanti dagli occhi rossi e con una lunghissima coda, il cui nome significa “mangia-uomini”.


Un’immagine del mitologico Piasa

E in effetti pare che nella notte dei tempi, l’animale abbia gustato carne umana e ne sia rimasto tanto soddisfatto da non voler più mangiare altro. Ne abbiamo una completa descrizione fornita dall’esploratore francese Jacques Marquette nel 1675: “Grossi come vitelli, hanno in testa corna simili a quelle di un cervo, occhi rossi, peluria simile a quella di una tigre, faccia semi-umana, corpo coperto da scaglie, ali da pipistrello ma coperte di piume e penne, e una coda così lunga che la avvolgono intorno al corpo, passando sopra la teste arrivando fino alle gambe.” Insomma, un ripugnante esperimento di taglia e cuci degno del dottor Frankenstein. Il Cheth’l, invece, è l’uccello del Tuono delle grandi pianure e del Sud Ovest, una gigantesca aquila che provoca il tuono facendo vibrare le piume della coda e genera i fulmini semplicemente strizzando un occhio. Ha una sorella che giace all’interno del vulcano Edgecumbe e che sostiene l’asse terrestre; quando si muove, essa genera i terremoti, e allora il fratello Cheth’l deve posarsi sulla cima del vulcano per ristabilire l’equilibrio della terra. Tra gli indios Yuki della California si parla spesso dell’Uksa, una sorta di “aquila mannara”, ovverosia un animale in grado di tramutarsi in una bellissima donna. Chiunque venga da lei sedotto, non torna più al proprio villaggio. Generalmente le Uksa abitano lungo i fiumi e gli stagni, ed è facile capire quali perché sono quelli desolatamente privi di pesci. L’Ong degli indiani Wahoe è invece un gigantesco uccello coperto di scaglie talmente dure da renderlo invulnerabile, con faccia umana, piedi palmati e un’apertura alare pari all’altezza del più alto pino montano. Costruisce il suo nido sul fondo del lago Tahoe, creando poi grandi correnti per travolgere le canoe e risucchiare sul fondo gli uomini che servono a soddisfare la sua fame.


Questa ricostruzione si avvicina all’idea di Ogopogo

Creature dell’aria e creature dell’acqua: ecco comparire il Naitaka, anche noto come Ogopogo, mostro canadese che secondo i nativi pellerossa abita nelle acque del lago Okanagan (regione della Columbia Britannica); attorno al lago esistono tre raffigurazioni del mostro incise nella roccia e oggi quasi completamente cancellate dalle intemperie. La creatura è simile ad un lungo alligatore, con testa equina munita di appendici erette (forse corna oppure orecchie) e corpo striato dotato di pinne laterali. A lui si affianca l’Uktena degli indiani Cherokee, un mostruoso serpente con le corna, largo come un tronco d’albero e coperto da squame scintillanti e variegate. Per ucciderlo bisogna colpirlo nella settimana squama a partire dalla testa. In fronte ha una pietra lucente come una stella che conferisce facoltà taumaturgiche a chi se ne impossessa. Nome praticamente identico battezza gli Unktehi dei Sioux, mostri anfibi con il corpo dalle forme più varie (a volte anche quello di un quadrupede) la cui coda poteva allungarsi fino a toccare il cielo. Ritiratisi sotto la crosta terrestre, dove vivono in oscure caverne, sono in lotta con gli Uccelli del Tuono, almeno le rare volte che salgono in superficie. I loro capelli hanno dato origine ad alcune piante medicinali. E, buon ultimo, arriva l’Hikwit dei Mohaves, mitico serpente acquatico con due teste, una a ciascuna estremità del corpo.
Anche i pellerossa amavano il Piccolo Popolo composto da gnomi, folletti, elfi e fatine dei fiori; e ne avevano una loro bellissima versione. Gli Amatpathenya dei Mohaves, ad esempio, sono piccoli esseri non più alti di una sessantina di centimetri, con i capelli tutti bianchi. Sono detentori di poteri magici e apportatori di conoscenze; tuttavia le divulgano solo a persone degne, da loro scelte. L’aspetto di questi gnomi non è del tutto umano: hanno infatti il corpo di un grosso gallo con zampe molto scure. I Mannegishi sono invece i folletti dei Cree: piccolissimi, con teste rotonde, privi di naso e con arti lunghi e magri, abitano tra le rocce vicine ai corsi d’acqua e si divertono a fare scherzi ai viandanti. Simili a loro, ma molto più perfidi, sono i Ninumbees (tribù degli Shoshones), una razza di piccoli esseri delle montagne dotati di coda. Hanno la spiacevole abitudine di divorare i bambini umani, sostituendolo poi con uno dei loro. Quando arriva la mamma ed offre il seno al piccolo, il Ninumbbes le azzanna prontamente la mammella e comincia a divorarla; e se anche la donna riuscisse a liberarsi del piccolo mostro, il morso ricevuto la porterà alla morte entro un giorno. La variante marina di queste creature viene chiamata Pahonahs e condivide le loro stesse, oscene usanze. I Kwanokasha dei Choctaw sono dei nani che vivono in caverne sotto grandi rocce e rapiscono i bambini che si allontanano dalle case, ma ciò che poi fanno è soltanto offrir loro la scelta fra tre oggetti: coltello, erbe velenose ed erbe mediche; questa scelta condizionerà il loro futuro di uomo. In netto contrasto in fatto di dimensioni sono gli Alligewi mitica razza di giganti che viveva ad oriente del Mississipi e alla quale si attribuisce la costruzione di poderose opere di fortificazione. Si suppone che da loro abbiano preso il nome i monti Allegheny. A loro affini sono gli Anaye dei Navaho, un’intera classe di mostri soprannaturali nati per partogenesi dalle donne, senza alcun intervento maschile. Furono tutti debellati da Figlio dell’Acqua e da Figlio del Sole. Tra i più bizzarri va citato Thelgeth, acefalo e ricoperto di peluria fitta e scura, Tsanahale, a forma di arpia col dorso piumato, e infine i Binaye Ahani, due gemelli privi di arti ma i cui occhi avevano il potere di uccidere.
E infine il Kunkun della costa Atlantica, che ho lasciato per ultimo per la sua unicità: è un essere costituito soltanto da una testa di forma umana coperta da capelli lunghissimi con grossi occhi terrificanti. Sta appostato sopra una roccia e vola tra gli uragani; uccide ogni essere vivente che trova sul suo cammino gridando “Kunkun, tu stai per morire, tu stai per soffrire!”. A conti fatti, secondo me, basterebbe trovargli una testa femminile con la quale fidanzarsi per fargli cambiare una volta per tutte queste sue spiacevoli abitudini.

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