Il problema indiano secondo Alexis De Tocqueville

Alexis De Tocqueville
L’inattesa morte del famosissimo capo indiano Tecumseh, sul finire di una parte importante delle prime guerre indiane di frontiera, non lasciò tutti i bianchi indifferenti o felici. In quegli anni si trovava in America Alexis De Tocqueville, il famoso filosofo, storico e politico francese. L’osservazione diretta dei maltrattamenti che venivano riservati agli indiani e, in generale, la constatazione che a monte vi fosse una sorta di piano preordinato per spazzare via gli indigeni da quel continente, spinse De Tocqueville a scrivere pagine durissime.
Tra le tante cose dirette ad evidenziare la superiorità della razza europea e a sottolineare l’abisso del male in cui era sprofondato l’uomo di colore a causa della schiavitù, De Tocqueville si soffermò a lungo sulla condizione indiana.
Leggiamo insieme cosa scrisse nel 1831.
“Il negro vorrebbe confondersi con l’Europeo, ma non può. L’indiano potrebbe riuscirci fino a un certo punto, ma non si degna neppure di tentarlo. Il servilismo dell’uno lo riduce alla schiavitù, l’orgoglio dell’altro alla morte.” (…)
“Tutte le tribù indiane che un tempo abitavano il territorio della Nuova Inghilterra, i Narragansetts, i Moicani, i Pecots, vivono soltanto nel ricordo degli uomini; i Lenaps sono oggi scomparsi. Ho incontrato gli ultimi Irochesi: chiedevano l’elemosina. I territori di tutte le nazioni che ho appena nominato, un tempo arrivavano fino al mare; oggi bisogna percorrere più di cento leghe all’interno del continente per incontrare un indiano.


Indiani e bianchi

Questi selvaggi non solo si sono ritirati, sono stati distrutti. Nella misura in cui gli indigeni si allontanano e muoiono, il loro posto è preso da un popolo immenso, che aumenta in continuazione. Non si era mai visto, tra le nazioni, uno sviluppo così prodigioso e una così rapida distruzione.” (…)
“Gli europei hanno introdotto tra gli indigeni dell’America del Nord le armi da fuoco, il ferro e l’acquavite. (…) Gli indiani da una parte hanno assimilato gusti nuovi, ma dall’altra non hanno imparato il modo di soddisfarli; sono stati così costretti a ricorrere all’industria dei bianchi. Il selvaggio non poteva offrire nulla in cambo di questi beni, se non le ricche pellicce che ancora si trovano nei suoi boschi. (…) Ormai non va più a caccia soltanto per nutrirsi, ma per procurarsi il solo mezzo di scambio di cui dispone. Ma, mentre i bisogni degli indigeni continuavano a crescere, le loro risorse continuavano a diminuire…”
“Ben presto coraggiosi avventurieri penetrano nei territori indiani: superano di quindici o venti leghe l’estrema frontiera dei bianchi e pongono la sede dell’uomo civilizzato proprio in mezzo alla barbarie. (…) Alcune famiglie europee, residenti in luoghi molto lontani, cacciano definitivamente gli animali selvaggi da tutto il territorio circostante. Gli indiani, che fino a quel momento erano vissuti quasi nell’abbondanza, riescono difficilmente a sopravvivere, e più difficilmente ancora riescono a trovare i mezzi di scambio di cui hanno bisogno. La fuga della selvaggina è come per i contadini l’inaridimento delle terre coltivate. Nel giro di pochissimo tempo vengono loro a mancare i mezzi di sussistenza. (…)


Ci si accosta al mondo dei bianchi

Alla fine prendono una decisione: partono e, seguendo nella loro fuga l’alce, il bufalo e il castoro, lasciano a questi animali selvaggi il compito di scegliere per loro una nuova patria.”
“E’ impossibile immaginare le terribili vicende che hanno accompagnato queste migrazioni forzate. Nel momento in cui gli indiani lasciano le terre natali, sono già ridotti allo sfinimento. La regione dove vanno a installarsi è occupata da popolazioni che guardano con rancore i nuovi arrivati… Dietro di loro c’è la fame, davanti a loro la guerra, ovunque la miseria. Per sfuggire a tanti nemici, si dividono.” (…)
“I legami sociali, da molto tempo già indeboliti, si spezzano definitivamente. Ormai non hanno più patria ed anche il loro popolo tra un po’ non esisterà più. (…) Gli indiani hanno cessato di esistere come nazione. Credo che la razza indiana dell’America del Nord sia condannata all’estinzione e sono convinto che, quando gli europei avranno raggiunto l’Oceano Pacifico e vi si saranno insediati, essa non esisterà più.!
“La disgrazia degli indiani è quella di venire a contatto con il popolo più civilizzato, e aggiungerei il più avido del mondo, mentre loro stessi sono ancora quasi barbari; i loro maestri hanno portato contemporaneamente i lumi della civiltà e l’oppressione. Quando viveva libero nei boschi, l’indiano dell’America del Nord era miserabile, ma non si sentiva inferiore a nessuno.


E si finisce per dipendere dalle razioni…

Ma dal momento in cui vuole entrare nella gerarchia sociale dei bianchi, non può che occupare l’ultimo gradino; infatti egli si inserisce, povero e ignorante, in una società in cui regnano il sapere e la ricchezza. (…) Ai suoi occhi l’unica conseguenza portata da quella civiltà a lui tanto decantata è che deve guadagnarsi il pane che lo nutre con lavori umilianti, circondato dal disprezzo di tutti.” (…)
Se si esaminano con attenzione i provvedimenti tirannici adottati dai legislatori degli stati del Sud, il comportamento dei loro governatori e gli atti dei loro tribunali, ci si convincerà facilmente che lo scopo finale cui tendono simultaneamente tutti i loro sforzi è l’espulsione completa degli indiani. Gli americani di questa parte dell’Unione guardano con gelosia le terre possedute dagli indigeni; sentono che questi ultimi non hanno ancora completamente abbandonato le tradizioni di una vita selvaggia e, prima che la civilizzazione li leghi saldamente alla terra, vogliono ridurli alla disperazione e costringerli ad andarsene. (…) Il governo centrale (…) vorrebbe sinceramente salvare ciò che resta degli indigeni e assicurare loro il libero possesso del territorio da lui stesso garantitogli; ma quando cerca di attuare questo progetto, i vari stati oppongono una formidabile resistenza. Si decide allora a lasciare perire alcune tribù selvagge, già quasi distrutte, per non mettere in pericolo l’Unione Americana. Impotente a proteggere gli indiani, il governo federale vorrebbe almeno mitigare la loro sorte; a questo scopo, decide di trasportarli, a sue spese, in altri luoghi. (…) Così gli stati costringono i selvaggi a fuggire con la loro tirannia; l’Unione, con le sue promesse e con aiuti materiali, rende più agevole questa fuga. Si tratta di misure differenti, che tendono però allo stesso scopo.”


Un mestiere da uomo bianco

“Da qualunque punto di vista si guardi il destino degli indigeni dell’America del Nord, non si vedono che mali irrimediabili. Se restano selvaggi, vengono scacciati dalle loro terre dalla marcia dei coloni; se vogliono civilizzarsi, il contatto con uomini più civili di loro li costringe all’oppressione e alla miseria. Se continuano a vagabondare di deserto in deserto, muoiono; se cercano di insediarsi in qualche luogo, muoiono lo stesso. Possono affidarsi solo all’aiuto degli europei, ma l’avvicinarsi degli europei li corrompe e li respinge verso la barbarie.”
“Il comportamento degli americani degli Stati Uniti verso gli indigeni è ispirato dal più puro amore per le forme e per la legalità. Premesso che gli indiani sono allo stato selvaggio, gli americani non si immischiano nei loro affari e li trattano come popoli indipendenti; non si permettono di occupare le loro terre senza prima averle debitamente acquistate per mezzo di un contratto. Se per caso una nazione indiana non può vivere sul suo territorio, la prendono fraternamente per mano e la conducono loro stessi a morire fuori dal paese dei suoi padri.” (…)


Vita secondo il vecchio stile

“Gli spagnoli, con inenarrabili mostruosità e coprendosi di imperitura vergogna, non sono riusciti a sterminare la razza indiana né a impedirle di affermare i propri diritti; gli americani degli Stati Uniti hanno raggiunto questo duplice risultato con una meravigliosa facilità, tranquillamente, legalmente, filantropicamente, senza versare sangue, senza violare uno solo dei grandi principi della morale agli occhi del mondo, Non c’è mezzo migliore per distruggere gli uomini che rispettare le leggi dell’umanità.”

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Commenti

Una risposta a “Il problema indiano secondo Alexis De Tocqueville”

  1. Mallory, il 12 marzo 2010 10:52

    Segnalo che il viaggio di Tocqueville in America ha dato lo spunto per una storia di Zagor. Si tratta del Maxi Zagor n° 6, del luglio 2005 (periodo di celebrazioni in quanto duecentesimo anniversario della nascita del filosofo politico francese), intitolato “Agenti segreti”. Tocqueville e il fido accompagnatore Beaumont sono protagonisti di una lunga avventura con Zagor.

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