Gli indiani e la guerra

A cura di Gaetano Della Pepa

Anche prima di doverla combattere per un giustificato odio contro l’invasore, l’Indiano, in particolare quello delle pianure, amava ardentemente la guerra. Battersi, affrontare il vicino, attaccarlo per saccheggiarlo, spingere la vendetta sino alle rappresaglie più crudeli, è per lui non soltanto una necessità imposta dalle circostanze della sua vita nomade, ma anche un dovere da adempiere ed un piacere di cui non vede la ragione per privarsene.
Ai suoi occhi la guerra è soltanto una caccia di tipo particolare. Se è logico braccare una selvaggina più o meno inoffensiva per assicurarsi di che mangiare, non è riprovevole attaccare un nemico che si difendi ad armi pari, per impadronirsi di ciò che possiede e di cui ha urgente bisogno.
La reciprocità di comportamento vale da giustificazione. Se non si vince, bisogna rassegnarsi ad essere vinti.
Se non si uccide il nemico sarà lui ad uccidere e poiché è difficile stabilire chi abbia vibrato il primo colpo, non si perde il tempo per chiarire la ragione o il torto e ci si batte ogni volta che se ne presenta l’occasione, vale a dire assai spesso e per tantissime cause.
Tuttavia vi sono Nazioni più bellicose delle altre. Mentre gli Hopi, i Pueblos ed altre tribù aspirano solo a vivere in pace, i Comanche, gli Apache, gli Cheyenne ed i Sioux sono instancabili guerrieri, al punto che non solo aggrediscono senza posa i loro vicini, ma si combattono tra loro per i più futili motivi. I Mandan furono quasi per intero sterminati da altri Sioux, sia pure aiutati dagli Arapaho e dagli Cheyenne. Quando non ci furono più Mandan da distruggere, gli alleati del giorno prima divennero attuali avversari.


Una cerimonia sacra dei Mandan

I pretesti per la guerra erano numerosi: talvolta un gruppo nomade che attraversava un territorio contemporaneamente a un altro. Non che gli Indiani considerassero il territorio come proprio, dato che erano nomadi, ma era sufficiente un intralcio ai loro piani per provocare risentimento. Si levava l’ascia di guerra e lo scontro aveva inizio.
Solo l’arrivo dei Bianchi indusse alcune tribù a solide coalizioni contro il comune nemico. Qui calza a pennello l’esempio delle coalizioni europee contro Napoleone.
Spesso l’obiettivo dell’azione era il saccheggio. Quando un villaggio mancava di cavalli, era sempre possibile trovarne, ma poco tempo dopo la tribù danneggiata tentava di riprendere quanto era suo e se riusciva vittoriosa guadagnava molto di più di quanto aveva perduto, originando nuovi sentimenti di vendetta. Così il conflitto non aveva mai fine.
Inoltre vi era la guerra per la guerra, per il solo gusto di battersi.
Ed ora parliamo degli Apache la cui vita era una continua lotta. Più di tutti refrattari ad ogni genere di lavoro, privi di ogni attività, essi mancavano di tutto, vivendo tra popolazioni più laboriose e di cultura più avanzata, sulle quali piombavano come un uragano, uccidendo, saccheggiando, incendiando e continuando il cammino col loro bottino e coi loro sanguinosi trofei. Questo costume spiega, assai verosimilmente, la ragione dei loro continui e rapidi spostamenti da un capo all’altro del continente, nel corso della loro storia. Sdegnando di affrontare Nativi simili a loro, cioè poveri, essi preferivano le incursioni nelle regioni ove sorgevano città fiorenti, le distruggevano, se ne andavano e tornavano quando gli abitanti le avevano ricostruite. Questa ipotesi spiegherebbe il dissolversi della civiltà Tolteca, ripiegante di fronte a questi feroci distruttori sempre sulle loro tracce, tanto da giungere sino in Messico quando gli Spagnoli cominciavano a prosperarvi ed a diventare una preda agognata. Comunque va sottolineato che furono proprio gli Spagnoli a creare ai “cani malvagi dell’Apacheria” e agli Indiani in generale quella fama di implacabile ferocia che è diventata proverbiale e che ha fatto definire < > i peggiori banditi delle città d’Europa.


Una danza di guerra

Questa fama era giustificata, sia pure entro certi limiti. Senza dubbio il guerriero Apache non è un modello di mitezza. Gli ornamenti a base di dita recise ai nemici vinti sono prova di incontestabile barbarie. Inoltre, benché si sia a questo proposito esagerato, è certo che torturavano i prigionieri, talvolta con una raffinatezza che fa onore solo alla fertilità della loro immaginazione, o piuttosto a quella delle loro donne, cui in generale era riservata la gioia di imporre i supplizi. Ma sarebbe un grave errore credere che la tortura fosse applicata unicamente per l’atroce piacere di far soffrire un uomo. Non era il gusto del sangue sparso che muoveva il carnefice, ma il desiderio di vincere completamente il nemico, di strappargli, con un grido di dolore, la confessione della sua debolezza. Occorre ricordare che nelle cerimonie di iniziazione l’Indiano sopporta con coraggio sovrumano le sofferenze e che ritiene una vittoria rifiutarsi di riconoscere che un potere più forte della resistenza della sua carne domina la sua volontà. Il suppliziato, legato al palo, cantava il suo canto di morte, vale a dire si vantava orgogliosamente di essere stato sino a quel momento il più forte in guerra e sfidava i carnefici insultandoli. Non vi era altro mezzo di provargli la sua sconfitta che tentare di farlo gemere o tremare, il che nella maggior parte dei casi non avveniva. Il suppliziato si lasciava scorticare vivo senza cessare di enumerare le sue vittorie ed il suo orgoglio era costretto al silenzio solo dal taglio della lingua. Era, insomma, un’atroce legge di guerra. I torturatori sapevano che, catturati, avrebbero subito la stessa sorte. D’altro canto, tali leggi erano tanto radicate che ne era rigorosamente osservato anche l’aspetto positivo. Se il peggior nemico di una tribù era costretto da forza maggiore a cercarvi rifugio, diveniva sacro in quanto ospite, e nessuno gli avrebbe torto un capello per quanto l’odio nutrito verso di lui. Gli si fornivano, anzi, tutti i mezzi per andarsene e difendersi: un cavallo, armi, viveri e finchè rimaneva nei limiti del diritto d’asilo era perfettamente al sicuro. Inoltre i non combattenti erano sempre rispettati, il che dimostra in modo evidente che gli Apache non erano avidi di soddisfare l’ignobile voluttà delle sofferenze altrui. Uno dei loro più indomabili capi, Geronimo, in età avanzata, nella forzata inattività, amava raccontare le sue avventure e con disarmante franchezza enumerava i nemici che aveva ucciso, saccheggiato, torturato e rimpiangeva solo di non poterne massacrare ancora, ma sempre aggiungeva: “Soprattutto, nonostante tante lotte, ho avuto la fortuna di non versare mai, neanche involontariamente, il sangue di una donna o di un bambino”.


Un gruppo di guerra in azione

Eppure, se lo avesse fatto, avrebbe potuto giustificarsi affermando di aver applicato la feroce legge del taglione poichè sua madre, sua moglie e i suoi figli erano stati massacrati dai Messicani mentre regnava la pace. In ogni caso, la crudeltà attribuita agli Apache non era comune nel senso che non era riferita a tutte le tribù.

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