Le frontiere del cinema western

A cura di Domenico Rizzi

The Great Train Robbery
Il cinema western nacque ufficialmente nel 1903, con il cortometraggio “L’assalto al treno” di Edwin S. Porter, prodotto dalla Edison. In realtà, questo primato è sempre stato contestato da “Kit Carson”, diretto da Wallace Mc Cutcheon per conto della American Mutoscope & Biograph, una pellicola che raccontava, in 11 episodi, le immaginarie imprese del grande esploratore.
Agli inizi non si parlò di genere “western”, ma i primi lavori vennero classificati secondo denominazioni diverse. Quando la produzione raggiunse il suo apice, negli anni che precedettero la prima guerra mondiale – dal 1909 al 1915 vennero girati ben 700 film – la stampa e la critica introdussero una diversificazione che aveva come fondamento la tipologia dell’argomento trattato.
Così i film western vennero suddivisi fra “Indian Pictures”, “Civil War Stories” e “Western Pictures” propriamente detti.
Parallelamente, nacque la distinzione tra “A” e “B movies”, per distinguere il prodotto di qualità da quello realizzato esclusivamente per fini commerciali. Generalmente i western di serie B non richiedevano costi elevati: intorno al 1940, si riusciva a produrli con 5.000 dollari. I contenuti obbedivano ai canoni classici dell’avventura negli spazi aperti e non di rado i protagonisti erano degli autentici cow-boys, oppure persone che avevano realmente o fittiziamente partecipato alla grande avventura del West. Permangono ancora dubbi che Tom Mix, celebre divo del muto, avesse veramente combattuto in Sudafrica e nel Messico durante la rivoluzione.
Il salto qualitativo per il western di serie A – dopo le ottime produzioni di Thomas H. Ince e David Wark Griffith nei primi decenni del Novecento – fu rappresentato senz’altro da “Ombre rosse” di John Ford, costato addirittura 531.000 dollari nel 1939, quando il budget per un “A movie” non superava di solito i 400.000 e un discreto western veniva prodotto con circa 100.000.
Man mano che il genere si affermava sul mercato, mutarono anche le sue classificazioni.
Scomparvero le distinzioni fra film “di Indiani” e “di cow-boys”, come pure le “Storie della Guerra Civile”, che annoveravano fra l’altro il colossal “Via col vento” di Victor Fleming, ma quasi nessuno avvertì l’esigenza di catalogare rigidamente questo tipo di pellicole, basato essenzialmente sull’avventura.


Tom Mix sul set

Negli Anni Cinquanta e Sessanta, si considerava western tutto ciò che avesse a che fare con esploratori, trappers, Pellirosse, soldati in divisa blu, sceriffi o banditi. In senso più esteso, anche i film che narravano delle guerre coloniali anglo-francesi, della Rivoluzione o della corsa all’oro del Klondike entrarono a far parte della categoria. L’unica distinzione che permase immutata fu quella tra pellicole di serie A e di serie B, mantenuta anche dopo l’introduzione del sonoro. Intanto, attingendo ai migliori soggetti letterari del passato, il West assunse sempre più spesso la denominazione di “The Border” o “The Frontier”, cioè la terra di confine tra la civiltà e le selvagge contrade occidentali.
Ovviamente, quando si parla di West, non è possibile rispettare la suddivisione geografica degli attuali Stati Uniti, perché esso, dal punto di vista storico-culturale, non può consistere in una definizione statica, bensì fa riferimento ad un concetto dinamico.
Per i coloni britannici e francesi del XVII secolo, il West – che spesso veniva chiamato “Wilderness”, cioè “territorio selvaggio” – risiedeva nelle sconfinate distese che si aprivano alle spalle dei villaggi situati lungo la Costa Atlantica o il suo immediato entroterra.
L’Americano ormai indipendente di fine Settecento guardava invece al West come ai territori indiani situati nell’area dei Grandi Laghi o lungo il fiume Ohio, così come l’emigrante degli inizi del XIX secolo aveva di mira le fertili distese dell’Indiana, dell’Iowa e del Minnesota. Infine, per i pionieri della Pista dell’Oregon ed i “Forty Niners” lanciati alla ricerca dell’oro californiano, il West divenne l’estremo occidente, assumendo spesso in letteratura la denominazione di “Far West”, cioè di “lontano ovest”.

Terra di confine

Premesso ciò, è fuori di dubbio che il termine “Frontiera” si adatti meglio al contesto evolutivo rappresentato dalla colonizzazione nell’arco di circa tre secoli, dalla fondazione di Jamestown nel 1607 all’ultima “gold rush” in Alaska nel 1896.
In tal senso, il West si può propriamente definire una “terra di confine”, una linea di demarcazione ideale fra le aree civilizzate e le terre selvagge abitate dagli Indiani. Com’è evidente, si trattava di una frontiera in continuo spostamento, perchè dalle coste dell’Atlantico milioni di persone andarono sempre più ad occupare le regioni occidentali.
Intorno al 1860, quando Horace Greeley lanciò il suo sferzante invito alla nazione – “Vai all’Ovest, ragazzo e diventa grande con il Paese” – il West si considerava l’enorme estensione di terre incolte compresa tra il fiume Mississippi e la Costa del Pacifico, ma il cinema, indifferente a tali sottilizzazioni, aveva recepito come western anche capolavori quali “L’ultimo dei Mohicani”, “Passaggio a Nord-Ovest” e “La più grande avventura” – tutti ambientati nelle foreste dell’Est – che costituiscono ancora oggi delle pietre miliari del genere.
Dunque, la denominazione di “Frontiera” si attaglia al selvaggio Ovest assai meglio di quella comunemente usata.
Dal punto di vista dell’evoluzione della Frontiera, invece, il lungo arco temporale riguardato dal western potrebbe essere scomposto in quattro distinti periodi.
Quello iniziale, che abbraccia la fase più lunga, prende l’avvio con i primi sbarchi di Francesi, Olandesi, Svedesi ed Inglesi nella Baia di Hudson e sulle coste dell’Atlantico ed ha come tema principale le grandi esplorazioni, i primi insediamenti, i feroci conflitti con i Pellirosse e le interminabili guerre coloniali.


La copertina del film “Passaggio a nord-ovest”

Le vicende di Samuel Champlain, di Pocahontas, dei cruenti scontri anglo-francesi culminati con la Guerra dei Sette Anni sono dunque tematiche riconducibili alla Prima Frontiera, che abbraccia un periodo lunghissimo di oltre 250 anni.
L’inizio della Seconda Frontiera ha un punto di riferimento più preciso: la Rivoluzione Americana e la nascita degli Stati Uniti, nel 1773-81.
Questo periodo è caratterizzato da una forte espansione della nuova nazione verso occidente, in direzione del fiume Mississippi, ostacolata dalle guerre contro le coalizioni indiane di Tecumseh, di Aquila Rossa (William Weatherford) di Falco Nero ed Osceola, ma anche dall’approccio americano verso le nuove terre della Grande Louisiana, dall’acquisto della Florida spagnola e dall’indipendenza del Texas.
Il declino di questa “Vecchia Frontiera” si può collocare intorno al 1840, dopo che gli Indiani dell’Est, ormai debellati, sono stati forzatamente trasferiti in Oklahoma in seguito all’”Indian Removal Act”. Dopo tale data, cessano per sempre le guerre con i nativi ad oriente del Mississippi e l’Est, con le sue grandi città in espansione, la nascita dell’industria e lo sviluppo dei trasporti, diviene l’area civilizzata per eccellenza. Secondo altre opinioni, la Seconda Frontiera terminerebbe invece nel 1865, dopo la conclusione della guerra di secessione, in coincidenza con l’arrivo delle ferrovie verso il West, l’avvio della colonizzazione delle Grandi Pianure e la fase più calda delle guerre indiane occidentali.
La Terza Frontiera è quella su cui letteratura e cinema western si sono concentrati maggiormente, sfornando centinaia di pellicole che hanno impresso una forte connotazione al western.
Ormai chiusa la parentesi delle guerre indiane della Vecchia Frontiera, lo scenario si sposta nelle Grandi Pianure e nelle aree semi-desertiche del Sud-Ovest, dove il nemico – un tempo rappresentato da Shawnee, Miami, Creek, Choctaw, Pottawatomie e Seminole – assume l’aspetto di un predone astuto ed imprendibile, la cui abilità tattica deriva dalla secolare abitudine alla guerriglia fra tribù nemiche.
E’ l’epoca delle corse all’oro ed all’argento, della nascita delle prime cittadine di legno, della poderosa avanzata delle ferrovie, dello sterminio indiscriminato dei bisonti e delle immense mandrie di “longhorn” trasferite dal Texas ai terminali ferroviari del Kansas.
Pur non essendo certamente la più ricca di avvenimenti, né di personaggi celebri – sia il periodo coloniale, quanto quello successivo possono annoverare centinaia di “frontiersmen” (Robert Rogers, Lewis Wetzel, Daniel Boone, Davy Crockett) non meno intrepidi dei vari Jim Bridger, Kit Carson e Buffalo Bill, ma letteratura e cinema hanno riservato molto più spazio a questi ultimi – è quella in cui i mutamenti diventano più rapidi e la tecnologia affretta la civilizzazione delle regioni selvagge. A ben vedere, neppure le “guerre indiane” del 1854-1890 reggono il confronto con quelle che le hanno precedute ad oriente e il massacro dei 265 uomini di Custer al Little Big Horn non eguaglia, come perdite, quello subito dal generale Arthur Saint Clair nel 1792 da parte dei Miami, che avevano ucciso 909 soldati in una sola battaglia.
Tuttavia, il cinema fa assurgere le imprese della cavalleria contro Sioux, Cheyenne, Comanche e Apache ad importanza primaria, conferendo a generali come Crook, Miles e George Custer un’importanza molto maggiore di quanta ne avessero avuta John Sullivan, Anthony Wayne e lo stesso Andrew Jackson nelle loro campagne. Anche i condottieri indiani di questa nuova contesa – Cavallo Pazzo, Quanah Parker, Toro Seduto e Geronimo – oscurano con la propria fama i loro illustri predecessori Metacomet, Pontiac, Piccola Tartaruga e Tecumseh, che, nella realtà, li superarono in lungimiranza politica e abilità strategica.
La conclusione della Terza Frontiera, d’accordo con Frederick Jackson Turner, si può collocare intorno al 1894, allorchè la contrada è stata definitivamente pacificata, con gli Indiani ormai relegati nelle riserve governative e la macchina della civiltà che si impone finalmente al disordine ed alla barbarie.
Le sfide all’O.K. Corral cominciano a diventare uno sbiadito ricordo, le bande di irriducibili, come quella di Butch Cassidy abbandonano il campo, emigrando addirittura in Sudamerica.


La locandina di “The call of the wild”

Il West si sta organizzando sul modello orientale, moltiplicando città e linee ferroviarie e trasformandosi in un forte produttore di cereali e di carne bovina, mentre dalle sue miniere vengono estratti ogni anno minerali preziosi per milioni di dollari. Dovunque sorgono imprese ed istituti di credito e il “Gran Deserto Americano”, come l’aveva pessimisticamente definito l’esploratore Stephen Long nel 1819, diventa una delle aree produttive più prospere degli Stati Uniti.

Il periodo d’oro

Il periodo d’oro della produzione western si può collocare fra il 1930 e il 1960, durante un trentennio in cui emersero le grandi firme che diedero vasta popolarità e credibilità all’argomento.
I registi Griffith e Ince avevano compiuto un ottimo lavoro nel primo Novecento, qualificando il genere con opere quali “The Redman and the Child”, “The Call of the Wild”, “Lola’s Promise” (Griffith, 1908) “Custer’s Last Fight”, “The Heart of an Indian” (Ince, 1912) “The Birth of a Nation” (Griffith, 1914) mentre Cecil B. De Mille ne aveva accentuato i toni drammatici con “The Squaw Man” (1913) “The Virginian” (1914) e “The Deserter” (1916). Tuttavia, il western si stava affermando soprattutto come esaltazione dell’avventura, lontano da implicazioni psicologiche troppo marcate, legato alle spettacolari cavalcate ed alle imprese di finti eroi senza macchia e senza paura.
Gli Indiani di Thomas Ince, capaci di sentimenti profondi e di grande dignità e lo spietato “squaw man” che abbandona la compagna pellerossa, portandosi il figlio meticcio in Inghilterra vengono presto sostituiti nelle preferenze del grosso pubblico dagli scanzonati cow-boys interpretati da William S. Hart e Tom Mix, uomini liberi e paladini della giustizia, soccorritori dei deboli e degli oppressi. Il modello emergente nel secondo decennio del Novecento è questa figura artefatta e poco aderente alla realtà, che forma con il proprio cavallo un binomio inscindibile, dando vita ad una serie di pellicole che potrebbe essere denominata “Horse Western”. Non a caso, qualche critico rilevò maliziosamente che il successo di tali film era spesso dovuto, più che alla bravura degli attori, all’intelligenza recitativa dei loro partner a quattro zampe!
La svolta, nel senso di un ritorno ad un western più “impegnato”, si ebbe già negli Anni Venti, quando apparvero sugli schermi “L’ultimo dei Mohicani” di Maurice Tourneur e Clarence Brown, “The Covered Wagon” di James Cruze e “Il cavallo d’acciaio” del giovane cineasta John Ford, mentre più tardi King Vidor avrebbe girato “Billy the Kid”, una delle prime biografie del famoso fuorilegge.
Nel 1930 Raoul Walsh diresse “The Big Trail” (Il grande sentiero) affidandone la parte di protagonista al giovane Marion Michael Morrison, già interprete di innumerevoli B movies, che proprio in quell’occasione assunse lo pseudonimo di John Wayne. Sul finire del decennio John Ford gli affiderà il ruolo principale di Ringo Kid nel celeberrimo “Ombre Rosse”, legando inscindibilmente il nome dell’attore alla storia del western per il successivo ventennio.


Una rara immagine di “Custer’s last fight”

Mentre Walsh si cimentava con il più discusso personaggio del West (“La storia del generale Custer”, 1941, interpretato da Errol Flynn) Ford attingeva alle presunte memorie dello sceriffo Wyatt Earp, scritte da Stuart Lake, per dare vita a “Sfida infernale” (1946) e Howard Hawks immortalava Wayne con il capolavoro “Il Fiume Rosso”, del 1948. Sarebbe comunque stato Ford a monopolizzare la carriera del roccioso attore con la sua indimenticabile trilogia dedicata alla cavalleria: “Fort Apache” (1948) “I cavalieri del Nord Ovest” (1949) e “Rio Bravo” (1950). Poco più tardi, con “Sentieri selvaggi” (1956) il regista di origine irlandese avrebbe fatto di Wayne una stella di prima grandezza, facendogli interpretare un film che ancora oggi viene giudicato fra i migliori della storia del cinema americano.
John Ford incarna l’intera evoluzione del genere, vivendola passo dopo passo sulla propria pelle, negli incantati scenari della Monument Valley e del Texas meridionale.
Ai film celebrativi sull’epopea del Soldato Blu, accompagna lavori di accentuata drammaticità, quali “I dannati e gli eroi” (1960) e “Cavalcarono insieme” (1961) che sollevano il velo sullo scabroso argomento della violenza sulle donne e dell’emarginazione dei Negri. Come già in “Sentieri selvaggi”, il primo film tocca nel vivo il problema delle donne rapite dagli Indiani e le loro difficoltà di reinserimento nella società civile dominata dalla rigida morale vittoriana; “I dannati e gli eroi”, magistralmente interpretato da Woody Strode, affronta la questione razziale sotto un altro aspetto: quello della misera condizione degli ex schiavi arruolati nell’esercito USA, perché altrimenti “non saprebbero dove andare”.
Un nuovo tentativo di Ford di assumersi la difesa degli Indiani ingiustamente massacrati e mandati a morire nelle riserve (“Cheyenne Autumn”, distribuito in Italia con il titolo “Il grande sentiero”, 1964) non possiede il medesimo vigore narrativo e manca di incisività, ma quando Ford lo diresse, aveva già virtualmente concluso la propria lunga carriera presentando al pubblico “L’uomo che uccise Liberty Valance” (1962) che simboleggia la fine della storia del West e l’inizio della sua leggenda.
Negli Anni Cinquanta, diversi film contribuirono ad innalzare l’interesse generale verso il western.
Si possono ricordare “L’amante indiana” di Delmer Daves” (1951) “Il grande cielo”, di Howard Hawks (1952) tratto dall’avvincente romanzo di A.B. Guthrie, “Tamburi lontani” di Raoul Walsh (1951) “Mezzogiorno di fuoco” di Fred Zinneman (1952) “Il cavaliere della valle solitaria” di George Stevens (1953) “L’ultimo Apache” e “Vera Cruz” di Robert Aldrich (1954) “La tortura della freccia” di Samuel Fuller (1956) “Sfida all’O.K. Corral” di John Sturges (1957) “L’ultima carovana” (1956) “Quel treno per Yuma” e “Vento di terre lontane” (1956) di Delmer Daves (1957) “Furia selvaggia. Billy Kid” di Arthur Penn (1958) “Un dollaro d’onore” di Howard Hawks (1959) “Ultima notte a Warlock” di Edward Dmytryk (1959)
Il decennio successivo offrì una produzione che seguì per qualche anno il medesimo trend, fra i quali il colossal “La battaglia di Alamo”, di John Wayne (1960) “Gli inesorabili” di John Huston (1960) “I magnifici sette” di John Sturges (1960) “L’occhio caldo del cielo” di Aldrich (1961) “I Comancheros” di Michael Curtiz (1961) “I due volti della vendetta” di Marlon Brando (1961) “La conquista del West”, tre episodi girati in cinerama dai registi John Ford, Henry Hathaway e George Marshall (1962) “Sfida nell’Alta Sierra” di Sam Peckinpah (1962) “Far West” di Raoul Walsh (1964) “Sierra Charriba” di Peckinpah (1965) “Cat Ballou” di Elliott Silverstein (1965) che fruttò un Oscar a Lee Marvin come miglior attore, “La sparatoria”, di Monte Hellman (1967) “Hombre”, di Martin Ritt (1967).


Rio Bravo, del 1959

Intorno alla metà degli Anni Sessanta, però, il modello classico del western attraversava una profonda crisi.
Mentre da un lato si facevano strada le sfide di Sergio Leone – “Per un pugno di dollari”, “Per qualche dollaro in più”, “Il buono, il brutto, il cattivo” ed il monumentale “C’era una volta il West”, tutti prodotti dal 1963 al 1968, dando origine al filone dello “spaghetti-western” – in America nasceva la corrente del “revisionismo”, che per almeno un decennio avrebbe ridato fiato ad un genere considerato ormai esausto.

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