Gli occhi e le orecchie dell’esercito: gli scout indiani

A cura di Luca Barbieri

Gli scout indiani furono gli occhi e le orecchie di reparti di soldati altrimenti ciechi e sordi, alle prese con territori vastissimi e sconosciuti dei quali i loro nemici, al contrario, conoscevano perfettamente ogni palmo. Sarebbe stato impossibile per uno squadrone di cavalleria affrontare una lunga caccia ad una banda di ribelli senza saperne seguire le tracce ed evitarne le imboscate, oppure, semplicemente, trovare una sorgente d’acqua alla quale dissetarsi.
Quanto dico ha valore in particolar modo per la guerriglia che insanguinò gli stati del Sud Ovest al confine col Messico, territori aspri e feroci quanto chi li abitava.
La tattica delle bande di ribelli Apache, fatta di incursioni rapidissime e brutali e di successive lunghe fughe in zone di montagna quasi inaccessibili, mise in crisi l’esercito USA, un po’ come accadrà quasi un secolo dopo in Vietnam.


Johnson, capo degli scout Tonkawa che prestarono servizio con Ranald Mackenzie nel nord del Texas

Nessuno sapeva dove avrebbero colpito gli indiani né era in grado di seguirne le tracce; oltretutto i predoni agivano divisi in piccole bande difficilissime da individuare e conoscevano alla perfezione il territorio, mentre i soldati erano per lo più immigrati europei che non avevano idea di come muoversi nelle zone semidesertiche di Arizona o New Mexico. La ferocia che gli Apache mostravano in battaglia o nei confronti dei prigionieri di guerra, poi, impressionò moltissimo i soldati di stanza nella regione, scoraggiandone l’iniziativa. Per tutti questi motivi le bande di ribelli erano inafferrabili e temute come se fossero state composte da spiriti anziché da uomini. E’ la cruda storia raccontata, ad esempio, nel bellissimo film di Robert Aldrich “Nessuna pietà per Ulzana”, che mette anche in luce i delicati rapporti tra ribelli e guide dell’esercito, uniti talvolta anche da legami di sangue. Sconfiggere questo popolo sarebbe stato pressocchè impossibile senza l’aiuto degli scout: “per prendere un Apache, ci vuole un Apache” era solito dire “Nantan Lupan”, nome Athabaska del generale George Crook. E come dargli torto?
Uno scout
Chi altri avrebbe saputo evitare i loro stratagemmi astutamente sottili o avrebbe saputo sopportare le marce forzate a piedi, nel deserto o sulle pietraie laviche, sotto il disco rovente del sole? Nessun altro, se non, appunto, un Apache. Gli scout più celebri furono ribelli domati che vollero poi proseguire a combattere, come Chatto o Chihuahua, salvo poi, qualche volta, tornare a varcare il confine e ribellarsi nuovamente, come dopo il massacro di Cibubu Creek. Diverso, invece, il caso del celebre Apache Kid, che si era arruolato giovanissimo nel corpo di guide di Al Sieber fino a raggiungere il grado di sergente. Per lui la ribellione fu una scelta obbligata, dopo che ebbe macchiato la propria divisa col sangue degli assassini del padre: alla fedeltà agli USA aveva preferito la vendetta. Arrestato per omicidio, fuggì e si diede alla macchia. Alla fine di questo interminabile conflitto, nel 1886, quando si arrese anche l’indomabile Geronimo, dopo aver tenuto in scacco con soli trentasei guerrieri forze enormemente superiori in numero ed equipaggiamento, gli scout Apache vennero dimenticati in fretta, congedati ed umiliati, privati di armi ed uniformi e caricati negli stessi treni che deportavano in Florida i prigionieri di guerra.
Il controllo del territorio
Diversa sorte ebbe invece il battaglione di guide Pawnee, che talmente abili erano stati nel loro operato, iniziato nel 1861, da meritarsi il ringraziamento ufficiale del Congresso nel momento del congedo. Il “Popolo del Corno” (così chiamavano loro stessi, per via delle particolari acconciature dei capelli) si trovarono costretti a scegliere tra la sottomissione agli Stati Uniti o quella ai Sioux (che nel 1860 avevano annesso i loro territori di caccia). L’odio per questi ultimi, loro nemici giurati da sempre, li convinse che non c’era altra strada che allearsi con le “giubbe blu”; anzi, inizialmente rifiutarono anche qualsiasi paga, accontentandosi solo dell’equipaggiamento e delle indispensabili armi. Furono scelti i fratelli Frank e Luther North, esperti cercatori di piste, per comandare l’indisciplinato gruppo di guerrieri, e la scelta fu ottima, perché in breve tempo lo trasformarono in un reparto ordinato ed efficiente. Quello che nessuno riuscì mai ad ottenere dagli scout indiani fu il rispetto della formalità della divisa (effettivamente inutile in combattimento, ed anzi d’impaccio, tanto che gli Apache tagliavano le gambe dei loro calzoni militari, mentre gli Arikara, semplicemente, non li indossavano).

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Commenti

Una risposta a “Gli occhi e le orecchie dell’esercito: gli scout indiani”

  1. Tweets that mention Gli occhi e le orecchie dell’esercito: gli scout indiani : www.farwest.it -- Topsy.com, il 30 settembre 2010 21:07

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