Delitti impuniti

Grazie a Sergio Bonelli Editore

Un tema classico del cinema e del fumetto western è la strage imputata agli indiani, ma dall’andamento così dubbio da suscitare il sospetto che in realtà i veri autori siano bianchi. Questo tema ricorrente non è un’invenzione narrativa.
Nella storia della città di Deadwood sono numerosi i casi di massacri e di delitti controversi. Nelle sue memorie Pioneer Days in the Black Hills, John S. McClintock, uno dei primi abitanti di Deadwood, elenca settantaquattro clamorosi fatti di sangue (molti dei quali autentiche stragi) occorsi in città e negli immediati dintorni tra il 1876 e il 1895.
La lista, avvisa l’autore, è largamente incompleta.
La maggior parte di questi tragici eventi, ben sessantasei, si verificò nei primi tre anni, cioè nel periodo delle guerre indiane.
Eppure solo ventisette di questi furono attribuiti agli indiani. E tra questi ventisette, almeno una decina lasciarono un inquietante strascico di interrogativi: davvero gli assassini erano stati degli indiani, o invece dei criminali bianchi che avevano mascherato i loro assalti a viaggiatori isolati o a carovane di pionieri in modo tale da far accusare le bande degli Cheyenne e dei Sioux?


Un attacco indiano ad un paese

I criteri che venivano adoperati per una sicura attribuzione agli indiani erano: l’esistenza di testimoni oculari degni di fede; il fatto che le vittime fossero state scalpate o mutilate; il fatto che fossero state derubate dei viveri, ma non dell’eventuale denaro, né dei carri, in quanto, notoriamente, gli indiani non avrebbero saputo che farsene dei dollari, né di mezzi di trasporto che giudicavano inadatti.
Tre dei crimini inizialmente attribuiti ai nativi, da quanto si accertò in seguito, erano stati compiuti da un bandito di strada, ex agente di riserva, noto con il soprannome di “Persimmons Bill”, che aveva reclutato una piccola banda di pellerossa senza tribù. Si scopri che gli indiani suoi complici non avevano avuto una responsabilità diretta in due dei tre casi. Era invece probabile che avessero collaborato attivamente nel terzo, che aveva causato quattro vittime, tra le quali due donne. Il cadavere di una di queste, una domestica di colore, era stato rinvenuto con una freccia nella schiena. Gli altri tre corpi erano stati impallinati e mutilati. Più incerte le responsabilità nel caso di Charles Nolin, un giovane corriere postale ucciso a fucilate nel 1876, sulla pista per Deadwood.
Nolin era aggregato a una piccola carovana, ma, ansioso di raggiungere la città entro la notte, aveva lasciato il campo.
Un agguato
Al guado di un fiumiciattolo qualcuno gli aveva sparato, per poi scalparlo. Risultò evidente che gli assassini gli erano piombati addosso a tradimento, dopo aver notato che aveva abbandonato il gruppo. Non pareva esserci dubbio che si trattasse di indiani, eppure…
Se avevano seguito la carovana, come mai non l’avevano attaccata?
E perché avevano frugato tra la posta che giaceva sparsa all’intorno? Una perquisizione del genere autorizzava a pensare che l’assassino o gli assassini cercassero dei valori. La verità non venne mai appurata. Un omicidio anche più sospetto fu quello ai danni del reverendo Henry Weston Smith, il primo predicatore di Deadwood. John McClintock fu testimone diretto dei fatti. La sua cronaca somiglia a una vera e propria indagine da detective. Eccola in sintesi.
Domenica 20 Agosto 1876, “Preacher Smith” (così veniva chiamato in breve il reverendo) annuncia solennemente ai suoi concittadini che sta per trasferirsi nella vicina Crook City, dove intende trattenersi per qualche settimana. Poi si mette in viaggio, nell’indifferenza generale. Poche ore dopo, giunge in città un gruppo di loschi individui, uno dei quali porta appesa alla sella la testa mozza di un indiano. John McClintock gli si avvicina e gli chiede dove se la sia procurata.
L’uomo risponde d’aver ucciso l’indiano lungo la pista e aggiunge che intende mettere all’asta la testa al Gem Theatre, il principale locale di Deadwood. Infatti la venderà al proprietario, che per qualche tempo la terrà appesa alla parete e poi la seppellirà sotto il pavimento, da dove verrà riesumata tre anni dopo, in occasione di certi lavori di ristrutturazione del locale.
Henry Weston Smith
II becchino, dopo aver ripulito il teschio, lo terrà in esposizione diversi mesi nella sua bottega di pompe funebri, per poi spedirlo in dono al suo vecchio principale a Louisville, nel Kentucky…
Ma torniamo a quella domenica maledetta. Lungo la pista viene rinvenuto il cadavere di “Preacher Smith”, ucciso a fucilate. Nessun testimone del delitto. II reverendo non è stato scalpato. Si perlustrano le vicinanze e si scopre un altro cadavere, di un certo Charles Mason. Continuando a indagare nella zona, si appura che Mason aveva ucciso un indiano e gli aveva mozzato la testa. Le persone che lo avevano visto passare con quell’orribile reperto appeso alla sella, informate della morte di Mason, ne deducono sia rimasto vittima di una vendetta indiana. A quel punto però risulta chiaro che il tipaccio che ha portato la testa a Deadwood era un impostore, e viene automatico sospettarlo d’aver ucciso Mason, allo scopo di sottrargli l’ambito trofeo. II mercante di teste potrebbe essere responsabile anche dell’uccisione del reverendo, forse testimone del delitto oppure semplicemente scandalizzato nel vedergli esibire la testa mozza. L’indiziato però ha abbandonato Deadwood con i suoi amici subito dopo aver piazzato la sua macabra merce. Non viene ritenuto necessario dargli la caccia. L’uccisione del predicatore e quella di Mason vengono registrate come opera di “ignoti pellerossa.”


Il Gem Theatre di Deadwood

Questo caso fa ben capire in quale atmosfera di violenza e di cinismo fosse immersa la città in quel periodo. McClintock, nelle sue memorie, per quanto stia sempre attento a non mettere troppo in cattiva luce i suoi concittadini, non se la sente di tacere quella che ritiene essere una spiacevole verità: gli indiani uccidevano per motivi che avevano a che fare con la guerra e con il desiderio di vendetta, i bianchi per cupidigia e per puro gusto della brutalità, attribuendo poi i propri crimini agli indiani.
E l’opinione pubblica, ipocritamente, faceva finta di non vedere.

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