I Matecumbe della Florida

A cura di Armando Morganti

Le Upper e Lower Matecumbe Keys, con la vicina Tea Table Island, e le Lignumvitae Key, hanno rappresentato per secoli una focale ed importante attività umana dei nativi. I vari siti archeologici scoperti hanno ampiamente dimostrato che queste terre furono considerevolmente abitate da gruppi umani fin dalla preistoria. Il nome della regione, “Matecumbe”, è molto interessante ed è oggi l’unico luogo della Florida meridionale ancora usato per designare quelle antiche terre riportate sulle fonti nel XVI secolo, dove appariva molto frequentemente. Il vero significato del nome è ancora ignoto, ma alcuni studiosi ritengono che derivi dallo spagnolo “mata hombre”, tesi tutta da verificare. Come spesso è accaduto in Florida, il termine “Matecumbe” venne applicato in modo intercambiabile sia per designare il capo che la sua tribù.
Quando gli spagnoli apparvero nella Florida meridionale due gruppi nativi dominavano il territorio, uno era rappresentato dai Calusa, stanziati sulla bassa costa del Golfo, e l’altro, posto più a est, rappresentato dai Tekesta, il cui epicentro territoriale era localizzato sulla Biscayne Bay. Queste popolazioni rappresentavano quasi sicuramente delle Confederazioni tribali, ma dei vari gruppi minori abbiamo ben poche conoscenze. Anche la posizione politica dei “Matecumbe indians” è molto incerta. Dalle descrizioni del Fontaneda, il quale menzionava le Keys Island prima del 1560, sembrerebbe che fossero un territorio ben distinto da quello dei Calusa, ma altre sue informazioni ricordavano che due insediamenti, chiamati “Guarungunbe” e “Cuchiyaga”, erano soggetti al leader dei Calusa. Anche il Lopez de Velasco scriveva che, nel periodo 1571-74, gli indiani delle Keys Island erano soggetti ai Calusa, così come l’eminente studioso John R. Swanton; più tardi, nell’anno 1573, troviamo molte referenze sui “Cabeza de los Martires”. Negli annali dell’epoca si diceva che queste terre erano sotto il dominio del “cacique dei Tequesta”, ma in altre si ricordava che era “la terra di un cacique che loro chiamano Matecumbe”. E’ probabile che gli indiani Matecumbes, e gli altri delle Keys Island, fossero dei gruppi relativamente piccoli soggetti ai Calusa o ai Tekesta, due tribù molto più numerose e potenti, ma il loro potere avrebbe oscillato fra i due gruppi, per cui è probabile che anche il controllo di queste isole sia passato di mano da una tribù all’altra parecchie volte. Linguisticamente è probabile che i Calusa e i Tekesta parlassero dialetti simili e, quasi sicuramente, la lingua dei Matecumbes era anch’essa simile a quella dei due gruppi dominanti; lo Swanton riteneva addirittura che la lingua dei Calusa fosse collegata ai dialetti Muskhogean.
I dati etnologici in nostro possesso sono piuttosto scarsi per gli indiani delle Keys Island e, secondo il John M. Goggin, nessun dato specifico venne notato per i Matecumbes. La maggior parte delle notizie in nostro possesso ci vengono dal Fontaneda, ma queste sono in prevalenza riconducibili agli insediamenti di “Guarungunbe” e di “Cuchiyaga”. I vari gruppi erano evidentemente piuttosto di piccole dimensioni e tutti guidati da un capo, inoltre, è molto probabile che avessero un sistema sociale classista; infatti il Fontaneda ricordava che determinati alimenti potevano essere mangiati dagli individui della classe sociale più elevata. I termini “Martires” o “los Martires” furono sempre usati dagli spagnoli per indicare le Keys Island, dalla loro prima apparizione nel territorio fino alla fine dell’occupazione spagnola. Gli indiani Matecumbes furono subito riconosciuti come dei grandi arcieri e degli ottimi lanciatori di dardi (“tiradores de dardos”), e passavano di isola in isola con le loro canoe e “scialuppe” (“chalupas”); sulla loro abilità nello scagliare i dardi non abbiamo notizie precise, ma probabilmente può indicare l’uso dello “atlatl” visto che questa tesi è supportata dai reperti archeologici trovati sulla Keys Marco; il termine “chalupas” indicava chiaramente una imbarcazione sicuramente diversa dalla canoa e probabilmente avente il fondo piatto. I loro riti funerari non differivano sicuramente da quelli delle altre genti della Florida, i corpi dei defunti venivano lasciati all’aperto in modo di farli decomporre; gli uomini del corsaro Hawkins avrebbero trovato corpi e teste essiccate su alcune spiagge delle isole, pensarono alla pratica del cannibalismo ma, probabilmente, l’esposizione dei corpi era soltanto una preparazione per la successiva sepoltura. Le notizie etnografiche su questi indiani cominciano a diradarsi dalla nebbia soltanto a partire dal 1743, anche se in quel periodo i nativi delle Keys Island erano ormai ridotti a qualche famiglia sparsa. Storicamente è probabile che molti cacciatori bianchi di schiavi abbiano compiuto scorrerie nella Florida meridionale nei primi anni del XVI secolo, purtroppo però non abbiamo alcuna notizia sulle incursioni spagnole, provenienti da Hispaniola, prima dell’arrivo di Ponce de Leon (1513). Comunque, né la sua visita del 1513, né quella del 1522, furono importanti per la storia dei Matecumbes, in quanto l’avventuriero spagnolo stette ben poco in quelle terre. Soltanto l’Hernando Fontaneda de Escalante ebbe modo di conoscere abbastanza bene queste genti, così ebbe la possibilità di descrivere i villaggi di “Guarungunbe” e “Cuchiyaga”; poi, fu il Menendez a dedicarsi all’esplorazione del territorio, varie tribù della Florida meridionale furono visitate e alcune missioni subito stabilite, fra queste divenne importante quella di “Tekesta” sulla Biscayne Bay e quella di “Carlos” nella Florida sud-occidentale. Dopo il primo viaggio del Menendez, vennero trovati alcuni insediamenti indiani nel territorio e, in particolare a “Los Martires”, in una zona che si poneva fra le terre dei Calusa e quelle dei Tekesta, ma la sua ubicazione precisa è ancora ignota. Comunque, l’insediamento di “los Martires” era probabilmente quello noto come “Matecumbe”, in quanto parecchie fonti parlano di uccisioni di naufraghi spagnoli sia a “los Martires” che a “Matecumbe”. La prima menzione del nome “Matecumbes” risale all’anno 1573, quando il Menendez inviava una petizione alla Corona spagnola, affermando che gli indiani della Florida meridionale erano “assetati di sangue” e rappresentavano una costante minaccia per la Spagna, quindi richiedeva il permesso per “sterminarli o asservirli”. Una di queste testimonianze parlava di nove spagnoli in rotta da l’Habana a St. Augustine su una imbarcazione, e fermatisi a pescare nel territorio del “cacique Matecumbe” furono prima accolti amichevolmente e poi assaliti di sorpresa; otto spagnoli persero la vita nello scontro e l’unico sopravvissuto, “un soldato chiamato Andres Calderon”, venne ferito e risparmiato, ma “fu tenuto come schiavo e fu aiutato da un indiano amico”; in seguito il Calderon sarebbe stato riscattato dal Menendez.
Le notizie precedenti ricordavano che il capo dei Matecumbes era sempre stato amico degli spagnoli e suo figlio era anche stato condotto a l’Habana per essere educato; era questa una pratica molto usata a quel tempo. L’incidente di “Matecumbe” è poco noto alle fonti, ma la petizione venne comunque rifiutata nel 1574. Nonostante abbiamo ben poche notizie, è probabile che ci furono parecchi contatti tra gli spagnoli e questi indiani in questo periodo; però, nella zona sarebbe arrivato anche il John Hawkins (1565) e, nel 1591, anche la flotta di Christopher Newport, alla disperata ed infruttuosa ricerca di acqua potabile sulle isole. Il Newport e i suoi avrebbero trovato questi indiani molto “cortesi e ben più civili di quelli della Dominica”. La successiva menzione di questi indiani risale al 1628, quando Visques de Espinosa ricordava il loro villaggio e diceva che gli abitanti erano “cristiani”, poi, i Matecumbes caddero nuovamente nell’oscurità per riapparire nel 1675, quando il Bishop Calderon raggiunse la Florida per ispezionare varie missioni. Il Calderon non ebbe modo di visitare le Keys Island, ma elencò alcuni gruppi che vivevano sulle isole, fra loro vi erano i “Matecumbeses”. A nord dei Matecumbes ricordava i “Viscaynos”, probabilmente stanziati presso l’odierna Biscayne Key e a sud, probabilmente vi erano i “Bayahondos”, localizzati nella Bahai Honda Key o nella Key Vaca; poi menzionava i “Cuchiagaros” che probabilmente occupavano la Big Pine Key. Il Calderon si riferiva a queste genti come “selvaggi e pagani Carib indiani, che non avendo fissa dimora vivevano sulla pesca e sulla raccolta delle radici”. Nel 1697 gli indiani di “Matecumbe” dettero rifugio a cinque francescani fuggiti dalle terre dei Calusa; questi avevano cercato di “diffondere la fede al de Cayo Carlos”, gli indiani li catturarono, li spogliarono e li cacciarono dalle loro terre. E’ molto probabile che in questi periodi gli indiani Matecumbes siano stati gli unici ad essere stati convertiti. La prima vera mappa della Florida meridionale si ebbe proprio in questo periodo (1737-38) e, per la prima volta, vi erano segnate le grandi paludi delle Everglades; infatti, muovendo dalle zone di Miami, due missionari si spinsero a sud dell’Indian River e raggiunsero le terre di Fort Pierce dove iniziarono a lavorare con gli indiani della zona inclusi quelli di Miami e di St. Lucies. Purtroppo, le numerose scorrerie provenienti dal nord, da parte delle tribù Muskhogean, obbligarono gli spagnoli a desistere dal tentativo di creare missioni nella zona. Dopo questi fatti abbiamo ben poche notizie sugli indiani delle Keys Island e nessuna sui Matecumbes. Il Roberts (1763) riferiva che, “…Cayo Ratones poteva essere una città indiana chiamata Pueblo Raton, che è forse l’unico insediamento indiano dei Martyres”.


I Matecumbe tra le tribù antiche della Florida

Questo “Cayo Ratones” poteva essere la moderna Virginia Key, infatti il Roberts la localizzava a nord del Cayo Biscayno; in ogni caso l’insediamento era posto nelle vicinanze di Miami e ricordava che gli indiani del territorio si spingevano nelle Keys Island per pescare, descrivendo la pesca indiana sulla Tortugas Island. Il Roberts così parlava: < < Gli indiani di Ratones e delle zone meridionali della Florida pescano grandi quantità di pesce, fanno cappelli e stuoie di erba, e poi li scambiano con gli spagnoli che vengono qui da l’Habana con beni europei >>; inoltre ricordava la grande abilità di tuffatori di queste popolazioni. Le tribù della Florida meridionale stavano però diminuendo in maniera impressionante già a partire dalla prima metà del XVIII secolo, per cui non possiamo escludere che “Pueblo Raton” sia stato l’insediamento focale per i resti delle tribù native della costa orientale. Anche in queste terre la loro posizione non era più sicura infatti, già nel 1743, padre Monaco riportava che il territorio era sottoposto alle continue incursioni degli Yuchi; da alcune tradizioni degli indiani Creek veniamo a conoscenza delle loro intense incursioni in Florida, ed anche nella parte meridionale del territorio, tanto che gli ultimi resti, circa “30 uomini”, stando all’Adair, si sarebbero trasferiti a l’Habana con gli spagnoli. Il Romans considerava tutti gli indiani della Florida meridionale come Calusa, i quali si spostarono dalle paludi fino alle Keys Island, ma questa teoria sembra proprio poco attendibile. Quando gli inglesi occuparono la Florida, nel 1762, agli spagnoli residenti fu data la possibilità di evacuare il territorio, così, molti di loro abbandonarono la Florida per spostarsi a Cuba, ma anche numerosi indiani fecero lo stesso, quelli che rimasero vennero conosciuti come “indiani spagnoli”. Il Romans diceva che i resti dei Calusa, ancora stanziati sulle Key Vaca e la Key West, ammontavano a circa 80 famiglie, ma ben presto decisero di abbandonare il territorio per spingersi anche essi a Cuba (1763). Lo studioso ricordava che “Matecumbe” (“Lower Matecumbe”) fu uno degli ultimi rifugi dei Calusa, inoltre affermava che vi fu un terribile massacro sull’Indian Key, massacro che viene ricordato soltanto dal Romans, visto che le fonti antecedenti non ne danno alcuna notizia. < < Una piccola isola posta prima di Matecumbe rappresenta un terribile monumento (della crudeltà dei Calusa), venne chiamata Matanca la macellazione e l’assassinio di 400 disgraziati francesi caduti nelle mani di questi mostri che, dopo averli tenuti prigionieri nell’adiacente isola, li portarono poi nella piccola isola che sarebbe diventata la loro tomba comune >>. Gli spagnoli ritornarono in Florida nel 1784, ma non abbiamo alcuna notizia di indiani che li seguirono anche se, una notizia riportava: < < … Cayo Vaca o Cow Key è stato abitato dagli indiani Caloosa di l’Havana >>. Questa notizia indicherebbe che alcuni indiani sarebbero ritornati in Florida, ma sarebbero poi ripartiti per Cuba dopo l’arrivo degli americani. Il Forbes, riprendendo la teoria del Romans, scriveva che “Queste isole furono chiamate Matanca per il catastrofico naufragio di un equipaggio francese, che portò alla morte di 300 uomini, che sfortunatamente caddero nelle mani dei Caloosas, i quali li massacrarono con ferocia nella macchia”. Le fonti datano questo massacro intorno al 1755, ma non si può escludere che sia invece antecedente visto che il termine “Matanzas” dato all’isola compare in una mappa del 1742.
Nel XVIII secolo molti inglesi avrebbero raggiunto le Keys Island per cacciare tartarughe, erano sempre armati e gli scontri con gli indiani furono molto frequenti, inoltre, questa inimicizia fu incoraggiata dagli spagnoli. Gli inglesi provenienti dalle Bahamas non soltanto pescavano e cacciavano, ma distruggevano anche la vegetazione e i preziosi alberi di mogano; “Tavernier Harbor off Key Largo” divenne il centro di sfruttamento del territorio, ma è probabile che la regione di “Matecumbe” rappresentasse proprio la sede centrale, vista la sua ubicazione strategica con la presenza di acqua dolce; negli anni successivi parecchi corsari delle Bahamas avrebbero fatto uso delle fonti di “Matecumbes”. Con l’arrivo degli americani (1821) le Keys Island iniziarono ad avere un ruolo importante; nel 1836 venne creata la Dade County e nel territorio venne anche costruito un porto importante a Indian Key. Nel 1838 si stabiliva nel territorio il dottor Henry Perrine, un botanico interessato alle piante tropicali, ma i suoi piani vennero frustrati due anni più tardi, quando una banda di “Spanish indians”, capeggiata da Chakika, attaccava il piccolo insediamento. Il Perrine, buon conoscitore dello spagnolo, cercò vanamente di convincere gli indiani a desistere dai loro piani, ma venne assassinato con altri americani, mentre la sua famiglia riuscì a sfuggire agli indiani trovando rifugio a Tea Table Key, dove vi era una postazione militare. Questi “Spanish indians” erano probabilmente dei Calusa ma alcuni di loro potevano discendere dai Matecumbes; comunque, questa fu l’ultima menzione degli indiani spagnoli, che ricomparvero poi durante la rimozione forzata dei Seminoles, ed è probabile che alcuni di loro vennero proprio incorporati da questa popolazione.

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