Gli Yana nell’alta valle del Sacramento

A cura di Armando Morganti

Gli indiani Yana appartenevano ad un ceppo linguistico riconosciuto come indipendente ma, dopo numerosi studi, sono stati giustamente inseriti fra le tribù della California della grande famiglia Hokan. Con gli Yahi, gli Yana si estendevano dalle terre del Pit River al Rock Creek, e dalle creste della Upper Sacramento Valley fino alle sorgenti dei tributari orientali del Sacramento. Lo Swanton, tenendo sempre separati gli Yahi, divideva gli Yana in tre suddivisioni dialettali: la settentrionale, la centrale e la meridionale. La divisione settentrionale occupava le terre che andavano dal Montgomery Creek al Pit River e al Cedar Creek, quest’ultimo un affluente del Little Crow Creek; la divisione centrale occupava l’intero territorio del Crow Creek e del Bear Creek, mentre quella meridionale era localizzata sul Battle Creek, sul Payne Creek e nelle terre dell’Antelope Creek.
Il Kroeber, nel 1932, stimava gli Yana in circa 1.500 anime intorno all’inizio del XVIII secolo, ma in questa stima erano anche inclusi gli Yahi; nel primo quarto del XX secolo la tribù era però stimata in circa 40 unità, di cui molte di sangue misto e tutti appartenenti alle divisioni settentrionali e centrali del gruppo, ma soltanto 9 individui vennero censiti come “Yanan” nel 1930. Prima del contatto con i bianchi sembra che l’intera popolazione Yana contasse almeno 3 mila anime, ma il Thornton li stimava in solo 2 mila unità. Per quanto riguarda gli Yahi, essi erano estinti da lungo tempo, il loro nome significava semplicemente “persone”, e la tribù era anticamente stanziata lungo il corso del Mill Creek e del Deer Creek, due affluenti del Sacramento, nelle terre poste a est del Mount Lassen. Questi indiani rimangono comunque piuttosto misteriosi, una popolazione parlante una lingua particolare e, soprattutto, ben diversa da quella delle popolazioni vicine. La loro spiccata indole guerriera li differenziava notevolmente dalle tribù limitrofe, per questo alcuni studiosi avrebbero ipotizzato una loro provenienza dall’est ma, onestamente, non esistono prove credibili e accertate.


Il Sacramento River

La loro reputazione guerriera potrebbe però essere dovuta, almeno in parte, alla grande resistenza opposta all’avanzata coloniale bianca. I vicini Maidu li consideravano comunque dei “montanari affamati” piuttosto che pericolosi nemici, il che comunque può far presumere ad una loro attitudine alle razzie, ma anche il fatto che non rappresentassero comunque un serio pericolo per le genti vicine. La dura vita delle montagne li portava a scendere a valle per razziare e poi fuggire velocemente nelle loro terre inesplorate. Come tutte le genti delle alte vallate anche gli Yana e gli Yahi erano sicuramente poco numerosi. Oggi gli studiosi sono propensi a credere che questi indiani fossero originari di terre poste più a sud, da cui si sarebbero spostati in epoche recenti, ma nessuno sembra essere propenso a ricollegarli ai loro vicini di lingua Hokan come gli Achomawi, gli Atsugewi, i Karok, i Pomo e gli Shasta; comunque sia, sembra che il dialetto degli Yana sia affine a quello dei Pomo. La loro collocazione geografica sembra rappresentare il punto finale degli spostamenti dei gruppi Hokan dell’interno – Shasta, Achomawi e Yana -; è probabile che questi spostamenti siano avvenuti sotto la spinta di altri gruppi ben più numerosi, e la causa principale sembra essere stata l’intrusione nella vallata del Sacramento di gruppi di etnia e lingua Penutian, anche se le tradizioni degli Yana parlano di una loro origine autoctona nel territorio. La terra degli Yana iniziava sulle colline, dove ruscelli e piccoli fiumi fluivano in stretti canyons e dove i letti di questi corsi erano profondi e molto accidentati; gli studiosi parlavano di un territorio tribale avente circa 40 miglia di larghezza e circa 60 di lunghezza. Come abbiamo visto gli Yana si dividevano in quattro gruppi, o divisioni dialettali.
La cartina della Valle del Sacramento
Il dialetto settentrionale era chiamato “Gari’i”, quello centrale “Gata’i”, mentre quello meridionale risulta estinto e quasi sicuramente doveva essere incluso in quello centrale. Il dialetto meridionale era quello degli Yahi, ma anche questo risulta estinto da tempo. Gli studiosi, come il Kroeber e il Sapir, ritengono che il dialetto degli Yahi era ben diverso da quello degli altri gruppi, ma rimane inopportuno definire “meridionale” la terza divisione degli Yana, visto che quello degli Yahi è stato riconosciuto soltanto negli anni successivi. Gli Yana vennero conosciuti dalle altre popolazioni e dai primi bianchi con il nome “Noze” o “Nozhi”, un termine di origine ignota, ma probabilmente affibbiato loro dai Wintun; invece i Maidu chiamavano “Kombo” i gruppi meridionali degli Yana ed anche gli Yahi. Gli Yana avrebbero sofferto notevolmente i primi contatti con i bianchi, avrebbero opposto grande resistenza ma non avrebbero avuto alcun appoggio dalle popolazioni vicine. Quando i primi bianchi giunsero sul fiume Sacramento i Wintun dissero loro di essere “le vittime preferite degli indiani selvaggi delle montagne, che catturavano prigionieri e distruggevano i loro villaggi”. Anche se probabilmente i Wintun non porgevano l’altra guancia, e quindi contrattaccavano spesso e volentieri, il quadro da loro dipinto rappresentava la tribù Yana. Il vero declino degli Yana e degli Yahi sarebbe iniziato verso la fine del decennio 1840-50, declino messo in moto da avvenimenti scoppiati in terre lontane. Nel 1848 si concludeva l’epoca spagnola-messicana in California, ciò avrebbe dato l’inizio alla forte espansione coloniale americana. L’arrivo dei coloni e dei minatori che risalivano i corsi dei fiumi fino alle pendici della Sierra Nevada dette vita alla tragica scomparsa degli Yana e poi degli Yahi. La loro popolazione cominciò a declinare e, nell’arco di un decennio, venne ridotta ai minimi termini con gli Yana meridionali estintisi nell’anno 1861. Quando giunsero gli americani, in maggioranza uomini duri e spietati, minatori, trappers, cacciatori, avventurieri e criminali nel vero senso della parola, per questi indiani fu la fine. Dovevano essere sterminati e dimenticati dalla storia, fu allora che gli Yahi iniziarono a compiere scorrerie contro le fattorie a caccia di bovini ed ovini, così si intensificò la caccia agli indiani e vennero poste taglie sulle loro capigliature. Nelle decadi successive vi sarebbero state una lunga serie di massacri nelle quali dozzine di indiani Yana avrebbero perso la vita.


Armi degli indiani Yahi

Nel 1850 sei Yana vennero giustiziati dai coloni dopo essere stati accusati di furto di bestiame, ma l’arrivo di rinforzi obbligò i bianchi a barricarsi e a resistere ai loro attacchi per ben tre giorni, alla fine 18-19 indiani e due coloni avrebbero perso la vita. Nel dicembre 1850 veniva distrutta una “rancheria” degli Yahi, dove tutti i nativi perirono sotto i colpi degli assalitori; quattro anni dopo, 181 Yana vennero deportati nelle riserve e, tre anni dopo, si ebbe una nuova ondata di violenza contro gli Yana che compirono scorrerie fin nelle zone di Tehama. Le successive spedizioni si sarebbero risolte in autentici fallimenti, specialmente quando una Compagnia di Cavalleria venne assalita e costretta a ripiegare in preda al panico. Questa situazione sarebbe culminata, nel 1867, nel “Dig Creek Massacre”, dove almeno 45 indiani vennero barbaramente assassinati. Questi ripetuti massacri furono operati dai minatori e dai coloni infuriati per l’uccisione di qualche bianco che si inoltrava nel territorio indiano; ma noi sappiamo che vi parteciparono anche i Lassen Rangers e gli Antelope Rangers, affiancati da altre unità fra le quali vi era il gruppo di Jack Spaulding ed Hiram Good. Comunque, a partire dal 1865 restava soltanto la piccola tribù Yahi ad opporre resistenza. Gli Yahi erano attivi nell’area di Tusan Springs e Mr. Alexander dichiarava di aver perso almeno 100 mila dollari in beni per le loro razzie. Nel 1859 gli indiani bruciavano la casa del colonnello J. Stevenson, ma la verità era un’altra, la casa era stata data alle fiamme da un giovane ragazzo indiano, chiamato Tom, che lavorava per gli Stevenson, venne poi catturato ed impiccato. J. D. Doll decise di farla finita con questi indiani e la conseguenza fu tragica, si parlava ormai di circa 40 indiani “macellati e assassinati a sangue freddo”.


Ancora un’immagine di armi

Ma gli Yahi continuarono la lotta. Così, entro la fine dell’anno gli Yana meridionali erano ormai estinti e, nell’arco di soli 5 mesi, il 75% degli Yana era stato massacrato. Personaggi come il Workman e il Dersch salirono alla ribalta con il “Workman Massacre”, subito seguiti dalle spedizioni del Robert A. Anderson nel “Three Knolls Massacre”, dove moriva anche il capo Grosso Piede. L’Anderson sarebbe poi ritornato in auge con il “Camp Seco Massacre” dove perirono 45 indiani Yahi, infine il “Kingsley Cave Massacre”. Fu solo allora che gli Yahi cercarono di scendere a patti con i bianchi, ma fu tutto inutile, anche per l’avvenuto assassinio dell’Hiram Good, famoso per tenere scalpi indiani appesi agli alberi vicini alla sua casa. La storia finale degli Yahi fu un susseguirsi di continui massacri, li elenchiamo: “Workman Massacre” (1865), 40 indiani uccisi; “Silva Massacre” (1865), 30 indiani uccisi; “Three Knolls Massacre” (16 agosto 1865), 30-40 indiani uccisi; “Camp Seco Massacre” (1867), 45 indiani uccisi; e “Kingsley Cave Massacre” (1867), 30 indiani uccisi. Il “Three Knolls Massacre” avvenne sul Mill Creek e fu una operazione di ritorsione per l’assassinio di tre coloni da parte degli Yahi. L’attacco fu portato dal Good e dall’Anderson: “Attesero le prime luci dell’alba per permettere di vedere dove stavano sparando. Anderson diresse un fuoco continuo da sopra il villaggio. Come lui aveva previsto gli Yahi cercarono di fuggire verso il guado del fiume, proprio dove erano appostati a valle gli uomini del Good. I terrorizzati indiani si buttarono nel Mill Creek, ma anche la rapida corrente non poteva proteggerli e divennero obiettivi delle pistole degli uomini del Good, così il torrente divenne rosso di sangue”. L’Anderson ricordava che “molti corpi galleggiavano nella rapida corrente”. L’attività di questi due personaggi – il Good e l’Anderson – era ben nota, fin dal 1862 si erano dedicati alla caccia agli indiani; l’Anderson si era scatenato nel 1864 quando gli indiani uccisero due donne bianche – Mrs. Dirsch e Mrs. Allen -.


A pesca sul fiume

Da allora le loro gesta si intensificarono grazie all’appoggio di autentiche canaglie, avevano la seria intenzione di sterminare tutti gli indiani dell’alta valle del Sacramento e a farne le spese non furono soltanto gli Yana e gli Yahi, ma anche i Maidu, che perdettero una quarantina di anime durante l’attacco ad un loro insediamento. Anche il Kingsley sarebbe diventato famoso con il “Kingsley Cave Massacre”, dove una trentina di Yahi vennero massacrati in una caverna; il Kingsley avrebbe poi raccontato le sue gesta dichiarando di aver cambiato il suo Spencer calibro 56 con una 38 Smith & Wesson perché “il fucile dilaniava i corpi, particolarmente quelli dei bambini”. Dopo questo massacro ben pochi Yahi erano ancora liberi, ma fu soltanto Ishi a riportarli nella storia. Suo padre venne ucciso nel suo villaggio, mentre lui e la madre fuggirono gettandosi nel fiume e facendosi trascinare dalla corrente; al triste scempio erano sopravvissuti soltanto 40 indiani Yahi, i resti di una eroica popolazione. Incredibilmente, questi indiani “selvaggi” riuscirono a nascondersi dalla storia per quasi mezzo secolo. Gli “indiani del Mill Creek” erano ormai soltanto un ricordo e gli ultimi resti si erano dispersi ai piedi del Mount Lassen. Il 9 novembre 1908 un geometra della “Oro Light and Power Company”, accompagnato da una guida – Merle Apperson -, raggiungeva il corso del Deer Creek, nell’antica terra degli Yahi e, qualche tempo dopo, due uomini del gruppo avvistarono un “indiano selvaggio” che si dette alla fuga. Quando riferirono la grande notizia vennero accusati di stoltezza e di sciocchezze impensabili. Soltanto la Apperson credette loro e la mattina dopo si mise alla ricerca del selvaggio e subito sospettò di essere vicina ad un piccolo insediamento. Aveva ragione e così “poterono camminare nel piccolo villaggio” ed accertare la presenza di almeno “un vecchio, una vecchia donna malata e una giovane donna”, ma dell’indiano selvaggio non vi era alcuna traccia. Erano indiani Yahi.


Ishi, l’ultimo degli Yana meridionali, gli Yahi

La madre di Ishi, la sorella e un anziano, erano i resti dei 40 indiani sfuggiti ai massacri. La giovane donna e il vecchio riuscirono a fuggire nelle foreste, ma la vecchia non poteva correre e sperando di non farsi scoprire “si era nascosta sotto alcune coperte”. La vecchia “aveva i capelli tagliati, le gambe avvolte in una pelle di cervo, e le sue gambe erano gonfie da non poter camminare; era debole, malata, dolorante e impaurita dalla nostra presenza”. I bianchi tentarono di comunicare, ma non ebbero successo poi, nonostante le rimostranze della Apperson, portarono via tutto dal piccolo accampamento, “tutto, anche il cibo”, e abbandonarono la vecchia alla sua triste fine. Fu così che Ishi, “l’ultimo degli Yahi”, rimase solo, al suo ritorno si trovò l’accampamento spogliato di tutto, la madre malata e morente e la scomparsa della sorella e del vecchio. < < Che triste lamento sarebbe risuonato lungo le scogliere del Deer Creek >>. Miracolosamente Ishi sopravvisse, “soltanto il dolore e la solitudine gli facevano compagnia”, Ishi voleva vivere e la sua sopravvivenza era “un omaggio bellissimo alla resistenza dello spirito umano”, “finché Ishi sarebbe vissuto anche gli Yahi avrebbero continuato a vivere”. Dalla morte della sua famiglia passarono tre anni, quasi morto di fame e, probabilmente, “disperato”, prese una decisione, “doveva entrare nel mondo dei bianchi” e lasciare per sempre la terra dei suoi avi. La mattina del 29 agosto 1911 si avvicinò ad una abitazione coloniale, era il vecchio macello Ward, nelle vicinanze di Oroville; era “spaventato ed affamato, e con i capelli bruciacchiati in segno di lutto”. Sotto una grande quercia lo sceriffo della Butte County lo prese in consegna e, non sapendo cosa fare, lo mise in cella.


Il letto del Mill Creek

Allora “l’ultimo selvaggio d’America catturò l’attenzione di migliaia di curiosi”. La notizia raggiunse San Francisco e l’Università della California (Berkeley) dove due famosi studiosi di antropologia, Alfred L. Kroeber e Thomas T. Waterman, si interessarono all’ultimo selvaggio. Per quasi cinque anni Ishi avrebbe vissuto nel Museo dell’Università (Phoebe Hearst Museum of Antropology), cercò di comunicare con altri indiani del territorio, anche con alcuni vecchi Yana, ma nessuno di loro capiva la sua lingua. Il Kroeber e Ishi divennero molto amici e fu proprio lo studioso a dargli quel nome (“Ishi”), un termine che nel dialetto Yahi significava “uomo”; Ishi non avrebbe mai pronunciato il suo nome perché nella cultura della sua gente non si poteva pronunciare il proprio nome e neppure quello dei defunti. Nel 1914 Ishi avrebbe accompagnato il Kroeber nella sua antica terra, dove lo studioso poté disegnare una mappa con parecchi siti indiani e “ritornare indietro nel tempo” vedendo l’indiano costruire archi e frecce. Poi, anche “l’ultimo degli Yahi” sarebbe morto, la tubercolosi lo avrebbe portato via, era il 25 marzo 1916.

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