Lo “scout-poeta” del far-west

A cura di Luca Barbieri

Il capitano Jack Crawford
Della sua famiglia si diceva che, in linea materna, discendesse da Sir William Wallace, il patriota scozzese reso celebre dal film “Braveheart” che nel XIV secolo sacrificò la propria vita nella lotta contro l’occupazione inglese; di certo c’è che questo ragazzotto irlandese (nacque nella contea di Donegal, anno 1847) trapiantato dai casi della vita oltreoceano, qualcosa di strano nel sangue doveva avercelo, e non si trattava solo dell’ottimo whisky delle sue lontane terre. Anche perché pare che fosse astemio.
Stiamo parlando del capitano Jack Crawford, meglio noto come lo “scout poeta”. E’ difficile trovare nelle cronache del Far West un altro personaggio che abbia saputo mescolare con tanta disinvoltura il fango della prateria ad aulici versi poetici intrisi di pathos e di epica.
E se, giustamente, qualcuno potrebbe non fare a meno di notare che la maggior parte delle poesie scritte dal capitano Crawford sono, piu’ o meno, nient’altro che elegante spazzatura, lasciate che io replichi a costoro: “bè, almeno ci ha provato!”
Mi rendo conto, però, di essere partito in quarta, omettendo troppi dati sull’identità di questo signore.


Un’immagine con Capita Jack (a sinistra) e un amico

Iniziamo, dunque, dal suo nome: il capitano Jack Crawford, in realtà non si chiamava Jack e a voler essere del tutto onesti non era nemmeno capitano, non dell’esercito statunitense quanto meno. Si chiamava Wallace John Crawford (palesemente in onore dell’illustre antenato), ed era, come detto, irlandese di nascita ma scozzese di sangue. I suoi genitori avevano abbandonato l’isola, come moltissimi altri loro compatrioti, per cercare miglior fortuna nelle americhe, e avevano puntato tutto su una zona carbonifera della Pennsylvania dal banalissimo nome di Minersville.
Un ritratto giovanile
Il futuro “capitano Jack” aveva 14 anni, era un uomo fatto per l’epoca, e dunque cominciò a sudar sangue nelle miniere di carbone per aiutare il padre a mantenere la famiglia: erano ancora molto lontani i pruriti letterari, tutt’al più il piccolo Wallace John poteva avere pruriti da polvere di carbone.
Nel 1861 il padre si arruolò nell’esercito: c’era la guerra e l’Unione aveva bisogno di soldati da far ammazzare sul fronte; qualche tempo dopo Jack lo imitò, andando a segnare il suo nome nel ruolino dei Regolari della Pennsylvania e ricevendo in cambio del piombo sudista nel corpo. Paradossalmente questa fu una grande fortuna per lui, non solo perché non rimase invalido o mutilato, ma soprattutto perché, durante la convalescenza in ospedale una delle Suore delle Carità che accudivano i feriti gli insegnò a leggere e scrivere. Da qui iniziò una fortunata carriera che lo portò a diventare reporter per diversi quotidiani della frontiera e, soprattutto, poeta: un vantaggio per la giovane nazione americana? Giudicate voi da questi versi, scritti nel 1876 per omaggiare la morte del “generale” Custer (altro bel tipo che amava sfoggiare gradi che non gli appartenevano):

Did I hear the news from Custer?
Well, I reckon I did, old pard.
It came like a streak o’ lightning,
And you bet, it hit me hard.
I ain’t no hand to blubber,
And the briny ain’t run for years,
But chalk me down for a lubber
If I didn’t shed regular tears.

Nel 1875, in sella a un cavallo prestatogli da mister Joe Gossage, editore del giornale di Sidney (Nebraska), Jack fece il suo primo viaggio nelle Black Hills. Dietro di sé lasciava Maria Stokes (la moglie, sposata nel 1869), quattro figli, e la tomba del padre, morto per abuso di alcool, vizio terribile che aveva preso durante la guerra.
Un altro bel ritratto
Quel che stava accadendo sulle Paha Sapa, le colline sacre dei Lakota, non poteva essere trascurato da chi aveva ambizione di narrare epicamente la nascita della nazione USA. Crawford non si accontentava di scrivere per sentito dire: voleva vedere con i suoi occhi, assistere in prima persona, e per questo aveva deciso di trasferirsi tra le Colline Nere, almeno per un po’.
Lassù Crawford diventò il primo capitano della milizia delle Black Hills, pomposo nome per indicare un’accozzaglia di eccentrici volontari più interessati a farsi ammirare dalla gente che a sparare agli indiani ostili (da questo incarico ha origine il nome di “capitano Jack” col quale si farà chiamare). Il suo modo di vestire bizzarro e fantasioso al limite del kitsch, la sua loquacità, la sua esuberanza e la sua (dubbia) capacità di poeta e scrittore lo resero ben presto un’autentica celebrità, una sorta di Buffalo Bill in minore; e infatti del più celebre scout divenne amico, meritandosi anche i suoi elogi per un’impresa “al limite dell’impossibile”. Quale? Pare che Jack Crawford sia riuscito ad attraversare trecento miglia di territorio ostile, pullulante di indiani, portando intero un regalo a Cody da parte del generale Sheridan: una bottiglia di ottimo whisky. E in questo sta il miracolo, secondo Cody, nel non essersela scolata tutta durante il viaggio! In effetti pare che Crawford avesse giurato alla madre di tenersi lontano dall’alcool dopo la morte del padre, e non c’è motivo per dubitare che abbia mantenuto questa promessa.
Jack Crawford
Non è dello stesso parere l’amico scrittore Gianfranco Manfredi che nei due episodi di Magico Vento “L’ora dei vigliacchi” e “Il segreto e la colpa” lo presenta come un personaggio ambiguo, contraddittorio, un guitto teatrale schiacciato tra l’ambizione di primeggiare e il proprio evidente scarso talento (sufficiente solo tra le aspre Black Hills, fra coloni ignoranti e rozzi), e, soprattutto, con la tendenza ad annegare la propria autocommiserazione in fiumi di stordente liquore. La caratterizzazione di Manfredi mi piace molto, la trovo superbamente adatta al personaggio, e quindi importa davvero poco se, nella realtà dei fatti, Crawford fu un devoto astemio o un beone come il padre. In ogni caso, a testimonianza quanto meno delle sue buone intenzioni, il Capitano Jack ci lascia questa poesia, intitolata Mother’s Prayers, nella quale racconta come la madre lo implori di pensare al giuramento a lei fatto prima di toccare anche solo un goccio di alcool:
Oh, my brother, do not drink it,
Think of all your mother said;
While upon her death-bed laying,
Or perhaps she is not dead;
Don’t you kill her, then, I pray you,
She has got enough of cares,
Sign the pledge, and God will help you,
If you think of mother’s prayers
A proposito della sua permanenza sulle Black Hills, anche nella storia narrata da Manfredi emerge quanto lo “scout poeta” sia stato colpito dal vigliacco omicidio di Hickok. Di fronte alla sedia sulla quale Wild Bill stava giocando a poker prima di essere colpito da McCall, legata su un’asse di legno appesa sopra l’ingresso del “Saloon Number Ten” di Deadwood, Crawford, anziché inorridire per il barbaro cinismo tipico degli yankee nel sfruttare commercialmente la morte e le disgrazie altrui, si lascia commuovere e si abbandona al ricordo. E’ probabilmente in questo modo che deve aver partorito questo struggente epitaffio:

Sleep on brave heart, in peaceful slumber,
Bravest scout in all the West;
Lightning eyes and voice of thunder,
Closed and hushed in quiet rest.
Peace and rest at last is given,
May we meet again in heaven.
Rest in peace

Non male; migliore senz’altro di quello più pomposo e retorico dedicato a Custer.
Dopo la morte di Hickok, Crawford abbandonò le Black Hills per unirsi al Wild West Show; ci rimase però solo per circa un anno dato che Cody, completamente ubriaco, lo ferì accidentalmente all’inguine durante un’esibizione. Conoscendo l’amore di Buffalo Bill per i liquori, questo tipo di incidente non stupisce affatto.


Un piccolo sonetto con firma autografa di Crawford

Con la famiglia appresso Jack si trasferì quindi a Sud, nel New Mexico per la precisione, dove riprese il lavoro di scout per l’esercito. Dieci anni dopo ottenne la nomina ad agente speciale del Dipartimento di Giustizia col compito di indagare sul traffico illegale di liquori nelle riserve indiane, un incarico che pare confermare la sua idiosincrasia per gli alcolici. La sua vecchiaia fu quella di una stella amata dal pubblico: fece numerose tournee in giro per gli Stati Uniti, tenne conferenze, ricoprì occasionalmente incarichi di docente, apparve nei primi film di Hollywood sul Far West e, naturalmente, continuò a scrivere: le sue più famose poesie, ballate e storie di frontiera vennero raccolte in due antologie, “The poet scout: A book of Song an Story” e “Camp Fire Sparks”.
Morì nel 1917 a New York.


Jack Crawford in un saloon di Dawson (Territorio dello Yukon)

Un suo vecchio compagno d’armi, l’ex ranger John Pierce, gli dedicò la seguente poesia; un bel gesto e un omaggio dovuto, visto i versi che lo stesso Crawford aveva dedicato alla morte di altri grandi personaggi del West:

Goodbye to Captain Jack.
The only foe that ever gained
Your conquest, has attained
The victor’s place in fight.

I read you died last night.
I stand alone, Wild Bill
And Texas Jack, Buffalo Bill
And California Joe, none that I
Was wont to know
To hold the trait, when I am called to go
I stand alone, The Ranger of the Plains.

Jack Crawford, poet-scout.
So you are mustered out.
Goodbye, old Captain Jack,
I loved you, but I would not bring you back.

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