Le guerre indiane dal 1680 al 1840

A cura di Domenico Rizzi


Fin dal loro primo sbarco sul suolo americano, i “bianchi” si sono distinti per la scarsa riconoscenza mostrata verso i gruppi tribali di Nativi che di volta in volta si erano persino premurati di ospitarli ed assisterli. Ricordare come la vita dei colonizzatori sia dipesa a più riprese dalla generosità dei popoli “rossi” è persino ridondante.
Il fatto è, però, che i bianchi si insediarono, rafforzarono le proprie difese, si armarono al meglio, fecero arrivare dall’Europa fiumi di persone alla ricerca di nuovi spazi.
Questo movimento finì per cozzare brutalmente con i Nativi che, alla fine, non ebbero altra scelta che combattere, combattere per la difesa del proprio stile di vita e persino degli spazi minimi che quello comportava. Sul presunto diritto ad espandersi vantato dai nuovi arrivati e sul diritto a colonizzare una terra meravigliosa e che a loro pareva ingiustamente spopolata è inutile soffermarsi perché di fatto questo tipo di approccio fu alla base delle guerre indiane e del genocidio che ne seguì.
In questa sezione il nostro inviato nel passato, Domenico Rizzi, ripercorre il lungo e tormentato cammino delle guerre indiane e di frontiera prima del periodo conosciuto come “old west” o “far west”.

LE VITTIME

Se gli Americani sono diventati, nell’immaginario collettivo, gli sterminatori per eccellenza della razza pellerossa, lo si deve quasi esclusivamente alla enorme popolarità raggiunta dal cinema western: i dati reali sulla conquista del Nuovo Mondo sconfessano infatti questa tesi assolutamente infondata.
Anche molti libri dedicati alla storia della Frontiera, cadono sovente nella trappola di accettare come veritiere conclusioni scontate e luoghi comuni scaturiti da giudizi superficiali.
In base alle stime più prudenti e comprovate dai documenti, gli Americani sostennero contro gli indigeni una quarantina di guerre più o meno lunghe, causando loro, dal 1775 al 1890, non più di 45.000 morti, ai quali vanno aggiunti circa 8.000 caduti in episodi “individuali”, cioè al di fuori dei conflitti. Dunque, il totale è di 53.000 Pellirosse uccisi in 115 anni, con una media di poco superiore ai 450 morti all’anno: per questa ragione gli scontri sostenuti dall’esercito con le tribù selvagge non furono mai considerati come vere e proprie guerre dal governo degli Stati Uniti.
A destra: Hernan Cortes
Soltanto nel decennio che precedette lo sbarco di Hernàn Cortès, gli Aztechi immolarono alle loro divinità un numero di vittime – tutti Indiani presi prigionieri ad altre tribù o appartenenti alla loro stessa gente – almeno quattro volte superiore, dal momento che la media di persone immolate annualmente si aggirava di norma fra le 18.000 e le 20.000, raggiungendo, in qualche occasione “speciale”, il doppio o il triplo di queste cifre. Lo stesso Cortès scoprì, dopo la conquista di Tenochtitlàn, alcuni fabbricati stipati di crani e scheletri umani: in uno solo di questi, dalle notevoli dimensioni, i suoi uomini contarono oltre 130.000 crani ed altri reperti umani.
Che i regni indigeni preesistenti alla conquista europea fossero contrassegnati da una comune matrice sanguinaria è ormai ampiamente dimostrato, sebbene, quando si parla di Aztechi, Maya o Inca, si preferiscano sottolineare gli aspetti più edificanti di queste culture, come le conoscenze di astronomia, le grandi realizzazioni urbanistiche e la sensibilità verso l’arte e la poesia.
Ma se vogliamo fare dei paragoni fra i colonizzatori delle Americhe, gli Spagnoli detengono senz’altro il primato di sterminatori della razza rossa rispetto a Francesi, Olandesi ed Inglesi, mentre gli Americani si possono considerare addirittura dei dilettanti in comfronto ai popoli colonialisti. Le azioni di guerra compiute dall’esercito statunitense, da corpi paramilitari o civili provocarono infatti, in oltre un secolo, un numero poco significativo di vittime, la maggior parte delle quali concentrate nel periodo dal 1779 al 1840, quando vennero attuate le severe repressioni contro Irochesi, Cherokee, Creek, Shawnee, Pottawatomie, Sauk e Fox.
Il biglietto da visita dei “conquistadores”, appena dopo la scoperta di Cristoforo Colombo, fu un segnale di morte per i nativi.


Scambio di merci

I primi ad essere sterminati furono gli Arawak e gli altri Indios dell’America centrale, poi toccò a quelli del Nord e del Sud America. Secondo i demografi della scuola californiana di Berkeley, la popolazione india dell’America Latina subì un vero e proprio collasso fin dagli inizi della colonizzazione ispanica. Nella sola isola di Santo Domingo, su circa 1.000.000 di indigeni stimati all’epoca della scoperta colombiana, ne rimanevano appena 16.000 nel 1520; in Messico, intorno al 1548, gli abitanti originari non superavano i 6.000.000.
Nonostante tali cifre non siano condivise da tutti gli studiosi, che ritengono eccessivamente esagerate le stime riguardanti il periodo antecedente la conquista europea, è un fatto incontestabile che gli Indios ebbero un vero e proprio tracollo demografico in pochi decenni. Responsabile della tragedia fu la repressione militare attuata dai conquistadores, ma, in misura assai maggiore, la diffusione delle epidemie. Per citare un solo esempio, la febbre tifoidea che si propagò in Messico nel 1545 uccise 400.000 persone della popolazione originaria.

LA FINE DEI REGNI INDIGENI

Una questione, più volte dibattuta, con conclusioni diverse, riguarda la reale potenza della macchina militare spagnola rispetto alla capacità di resistenza degli indigeni.
Quando Hernàn Cortes sbarcò sulle coste dello Yucatàn il 4 marzo 1519, aveva con sé 11 navi, 110 marinai, 553 soldati e 18 cavalli. Le truppe del conquistador disponevano inoltre di 10 pezzi di artiglieria e 4 falconetti (artiglieria leggera) oltre agli archibugi, alle spade e ai coltelli.
In una guerra europea, nessun condottiero – neppure il folle Lope de Aguirre del celebre film di Werner Herzog “Aguirre furore di Dio”, prodotto nel 1972 – avrebbe azzardato la conquista di un solo isolotto con 650 uomini: il trentaquattrenne capitano dell’Estremadura, che era partito da Cuba, tentò invece l’impresa di impadronirsi di un regno popolato da non meno di 7.000.000 di abitanti. La capitale degli Aztechi, la superba Tenochtitlàn, pare ne contenesse da 150.000 a 300.000. Calcolando il numero di combattenti in ragione di un guerriero ogni cinque persone, ne risulterebbe un esercito potenziale di 1.400.000 uomini, stabilendo un rapporto di uno Spagnolo ogni 2.150 guerrieri aztechi. Se considerassimo l’esito finale – la schiacciante vittoria degli invasori – basandoci su queste semplici relazioni numeriche, Hernàn Cortès dovrebbe essere ritenuto incontestabilmente il più grande condottiero della storia umana, superiore perfino ad Alessandro Magno e a Napoleone.
In realtà, le cifre sono alquanto menzognere e il capitano spagnolo mise in campo, dopo i primi scontri, una forza di gran lunga superiore al proprio sparuto manipolo iniziale.
Il vantaggio costituito dalle armi da fuoco e l’utilizzo dei cavalli – che gli Aztechi non avevano mai visto – diede al conquistador un indiscusso vantaggio, almeno in un primo momento. In seguito, l’abilità del condottiero consistette nello sfruttare il malcontento delle popolazioni tributarie degli Aztechi e da questi dominate per crearsi delle preziose alleanze. Egli stesso scrisse nelle sue memorie che la grande città-stato di Tlaxcala gli fornì 129.000 armati da opporre all’esercito di Montezuma II.
Con una valutazione non troppo esagerata, possiamo aggiungere che Cortès, senza nulla voler togliere alle sue capacità, ebbe anche la fortuna dalla sua parte. Subito dopo lo sbarco, incontrò due Spagnoli, dispersi in una precedente spedizione nello Yucatàn, che gli furono preziosi intermediari e interpreti presso le varie tribù del luogo, delle quali avevano appreso il linguaggio. Poi incontrò Malintzin o Malinche, una giovane Azteca venduta come schiava ai Maya dalla propria famiglia per questioni di successione ereditaria, la quale odiava il popolo d’origine per il comportamento tenuto nei suoi riguardi. La ragazza, ribattezzata da Cortès Dona Marina, apprese rapidamente lo spagnolo e divenne la più fidata interprete del conquistador, che ne fece presto la propria amante. Malinche fruttò al capitano l’alleanza dei Tlascaltechi, premessa della feroce conquista di Tenochtitlàn, l’odierna Città del Messico. Le epidemie, che decimarono la popolazione della capitale e l’inaspettato aiuto offertogli dal suo rivale Velazquez, governatore di Cuba, fecero il resto, mettendo in ginocchio il più superbo degli imperi delle Americhe.


La battaglia di Bushy Run

La conquista del regno degli Incas seguì, pochi anni dopo, una dinamica molto simile. I 180 Spagnoli che ubbidivano agli ordini di Francisco Pizarro scoprirono un regno dilaniato dalla discordia e di fatto già frazionato in due parti in lotta fra loro.
Il regno dei Maya era invece avviato ad una inesorabile decadenza da molti decenni e sostanzialmente privo di una leadership che potesse tentare una valida resistenza all’invasore. Le dinastie regnanti erano avvezze a contrarre matrimoni fra consanguinei – soprattutto tra fratelli e sorelle carnali, nell’assurda convinzione di conservare la purezza della stirpe – generando individui tarati e incapaci di governare con la necessaria avvedutezza. Alle stesse usanze sottostavano gli Inca, con conseguenze immaginabili, perché il supremo regnante, che pur poteva disporre di centinaia di concubine, concepiva l’erede al trono soltanto con la propria sorella, presa come legittima moglie.
Nel 1574 esistevano già nella Nueva Espana circa 200 città e villaggi, popolati da 180.000 abitanti di razza bianca. Aztechi e Maya ammontavano a meno di 2.000.000 di persone e gli schiavi negri importati dall’Africa erano già 70.000.
Dopo la conquista di Cortès in Messico e quella di Pizarro nel Sud America, gli Spagnoli si sparsero in tutto il continente.
Juan Ponce de Leòn, Hernando de Soto, Alvar Nunez detto “Cabeza de Vaca” e Francisco Vasquez de Coronado si avventurarono nella Florida, nel Tennessee, in Alabama e nei territori centro-occidentali degli attuali Stati Uniti, visitando il Gran Lago Salato e costruendo missioni in California. Quasi tutti erano alla ricerca del mitico ”eldorado” – Coronado si spinse in Arizona convinto di trovare le favolose Sette Città D’oro di Cibola, imbattendosi soltanto in alcuni miserabili villaggi di Pueblo – ma nessuno di essi riuscì nell’intento. De Leòn, uno dei più tenaci conquistadores dell’epoca, inseguiva un miraggio diverso: voleva scoprire la fonte dell’eterna giovinezza, ma la freccia di un indigeno pose fine alle sue infantili illusioni.
Ben presto lo strapotere della Spagna sarebbe stato bilanciato dall’arrivo di altri colonialisti europei, provenienti dall’Olanda, dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Dal momento in cui gli Inglesi misero piede nel Nuovo Mondo, gli Spagnoli smisero di dormire sonni tranquilli, perché in quasi tutti gli scontri sostenuti con gli atavici nemici – valga per tutti la distruzione della “Invincible Armada” navale nel 1588, per opera di sir Francis Drake – questi ultimi erano sempre riusciti a prevalere.
Gli Indiani, invece, non si resero conto della tremenda minaccia che incombeva sulla loro sorte. Più incuriositi che preoccupati dall’arrivo degli Europei, continuarono per decenni ad alimentare le loro guerre intestine, massacrandosi, a volte fino all’annientamento, fra di loro. Così facendo, spalancarono le porte dell’America alla conquista dei Bianchi.

GENTE VENUTA DAL MARE

C’erano 1.500.000 o 2.000.000 di indiani nell’area compresa fra il Rio Grande del Norte e la Baia di Hudson, quando Giovanni da Verrazzano, incaricato dal re di Francia di trovare la via del Catai, approdò con la caravella “Dauphine” in un punto della North Carolina, nel marzo del 1524. Gli uomini del navigatore fiorentino si spinsero poi in Virginia, nel Maryland e nei pressi dell’attuale New York, per puntare in seguito verso Terranova.
Un’immagine della Guerra di Powhatan
I primi contatti con gli indigeni non erano stati affatto pacifici, ma non lasciavano ancora intravedere i cruenti conflitti che si sarebbero innescati più tardi lungo la Costa Atlantica. Dopo Verrazzano, che una leggenda abbastanza inattendibile vuole sia stato ucciso e divorato dagli indigeni, la conquista francese proseguì con Jacques Cartier, Samuel de Champlain, Jean Ribaut e Renè de La Salle, che visitarono una vastissima area, dal Labrador fino alla Florida, spingendosi al fiume Mississippi e nelle praterie semidesertiche del Texas. A poco a poco i nuovi “voyageur” stabilirono avamposti commerciali per gli scambi delle pellicce, destinati fatalmente ad essere militarizzati dopo la comparsa degli Inglesi sul continente.
Nel 1565 Francia e Spagna, che si contendevano la Florida, erano già ai ferri corti e Pedro Mendez de Avila sbarcava dalle sue 11 navi ben 3.000 soldati per espugnare Fort Augustine, impresa conclusasi con l’impiccagione di 112 difensori, incluso Ribaut. Ma al nord i Francesi stavano ponendo le basi di una conquista territorialmente molto vasta, creando, dov’era il villaggio urone di Hochelaga, le fondamenta della città di Mont Royal (Montreal). Quindi Champlain allargò la sua influenza fino ai laghi Huron e Ontario, fondò il centro di Quèbec e stipulò varie alleanze con le tribù algonchine della regione, entrando in conflitto con la Lega delle Cinque Nazioni Irochesi – Onondaga, Oneida, Seneca, Cayuga e Mohawk, alle quali si unirono i Tuscarora dopo il 1710 – che avrebbero costituito sempre un ostacolo invalicabile all’espansione francese.
A destra: Powhatan
Sul finire del XVI secolo anche gli Inglesi si affacciarono al Nuovo Mondo. Dopo le esperienze di John Davis fra le popolazioni eschimesi e il tentativo di sir Humphey Gilbert, inghjottito dalle acque nel 1583, sir Walter Raleigh, fratellastro di quest’ultimo, inviò Richard Grenville in Virginia con una piccola flotta di 7 navi e questi si spinse all’interno della regione fino al fiume Roanoke, accolto benevolmente dagli indigeni. Ma l’iniziale clima di pace si ruppe quando un furto commesso da un Indiano a danno dei marinai britannici, scatenò una dura rappresaglia ordinata dallo stesso Grenville.
La vera conquista prese il via nell’aprile 1607, quando la Compagnia Londinese delle Indie fondò, lungo il fiume James, la colonia di Jamestown, presidiandola con 143 avventurieri, fra cui il nomade capitano John Smith, uomo non comune “di fegato e di cervello”. Il territorio su cui sorse il villaggio apparteneva ad un insieme di tribù – Potomac, Appomatox, Mausemond e Panunkey – tutte sottoposte all’autorità del “gran cacicco” Wahunsonacock, un sessantenne condottiero noto come Powhatan, dal nome della confederazione che presiedeva.
Ciò che accadde nella vita del nuovo insediamento nei primi anni è tuttora conteso fra storia e leggenda. Smith, catturato dai Powhatan nel 1609 per avere sottratto un idolo agli Indiani, fu salvato da una giovane figlia di Wahunsonacock chiamata Pocahontas, che ne impedì l’esecuzione capitale. Non è peraltro certo che le cose fossero andate in questo modo, ma è abbastanza probabile che la giovane e focosa ragazza, allora tredicenne, si fosse presa il capitano inglese – all’epoca trentenne – come amante.
Durante quell’inverno, la fame e le malattie ridussero gli abitanti di Jamestown a sole 60 persone, ma i Powhatan non approfittarono dell’occasione – suggerita Opechancanough, un fratello di Powhatan – per cancellare la presenza inglese dal loro suolo. Allorchè giunsero i rinforzi guidati da John Ratcliffe, un ex scorridore dei mari, la conflittualità si riaccese. Sparito dalla scena Smith in seguito ad un incidente, dopo la distruzione dell’intera colonna di Ratcliffe – 80 uomini, compreso il comandante – gli Inglesi reagirono catturando Pocahontas, che durante la prigionia si innamorò di sir John Rolfe e lo sposò, seguendolo in Gran Bretagna dopo essersi convertita al Cristianesimo. L’unione assicurò per alcuni anni un clima di pace fra i due popoli, ma alla morte di Wahunsonacock nel 1618, Opechancanough che gli succedette incominciò a prepararsi ad una guerra totale.
Benchè fosse già anziano – aveva probabilmente 73 anni – impiegò un tempo eccessivamente lungo per i preparativi bellici, decidendosi solo nel 1622 a sferrare l’attacco a Jamestown. I suoi guerrieri sorpresero i coloni nei campi di tabacco, incendiarono le fattorie e misero a ferro e fuoco la cittadina, trucidando 347 persone, comprese le donne e i bambini, in poco più di un’ora. Quindi allargarono la loro azione a tutta la vallata del fiume James, distruggendo 74 fattorie su 80 e uccidendo diverse decine di Inglesi.
Ma Opechancanough aveva innescato una mina pericolosa, perché in quindici anni la Virginia si era arricchita di sempre nuovi insediamenti e gli Inglesi costituivano ormai una forza ragguardevole. Anche al nord, il 21 dicembre 1620 erano sbarcati dalla nave “Mayflower” 102 Puritani, chiamati Padri Pellegrini, destinati a prendere possesso del Massachussets. Questa gente si era data subito da fare, fondando New Plymouth e impiantando una solida colonia sotto la guida di William Bradford.


Il Mayflower in rada

Anche gli Olandesi si gettarono nell’avventura americana, fondando Port Orange nel 1624, ribattezzata due anni dopo Nuova Amsterdam da Peter Stuyvesent e divenuta più tardi la metropoli di New York. L’isola di Manhattan era stata acquistata dai mercanti provenienti dai Paesi Bassi pagando 60 fiorini agli indiani Matinnecock, trasformandosi in poco tempo in un importante emporio commerciale.
Mezzo milione di Indiani dell’Est, insediati fra i Grandi Laghi e la Florida, si trovavano già a dover fronteggiare oltre 100.000 Bianchi, i cui possedimenti si estendevano di continuo lungo la costa atlantica.
Mentre i Powhatan proseguivano la loro guerra contro i coloni della Virginia e un villaggio di Narragansett veniva distrutto a Block Island dai 90 miliziani del capitano John Endecott, nell’autunno 1636 i Pequod del capo Sassacus scatenarono le ostilità contro i Padri Pellegrini, cingendo d’assedio Fort Saybrook, alla foce del fiume Connecticut. Per rappresaglia, il 25 maggio 1637, 80 soldati inglesi guidati da John Mason, a cui si unirono una ventina di avventurieri capitanati da John Underhill, più di 100 Mohicani del capo Uncas e numerosi Narragansett, colsero di sorpresa e rasero al suolo un villaggio sul Mystic River.
Il capo dei Pequod, Sassacus
Nella battaglia vennero trucidati circa 650 Pequod. I Bianchi se la cavarono con soli 2 morti e 20 feriti. Gli Indiani catturati finirono in catene per essere venduti come schiavi alle Bermude. Il reverendo Cotton Mather, un’autorità di spicco della Nuova Inghilterra, commentò favorevolmente lo sterminio di “creature perniciose” come i Pequod e un altro pastore protestante, John Winthrop, lodò il fatto che gli uomini di Mason non si fossero lasciati corrompere dal “fascino diabolico delle donne indiane.”
Il capo Sassacus non sopravvisse a lungo alla rovina della sua tribù.
Alla fine di quell’anno i Mohawk, nemici dei Pequod e alleati degli Inglesi, spedirono il suo scalpo e quelli di altri 6 capi al governatore del Massachussets.
Nel 1644 terminò anche l’insurrezione dei Powhatan con la cattura di Opechancanough, che venne assassinato in carcere. Intanto, nel febbraio precedente, nell’isola di Manhattan gli Olandesi avevano massacrato più di 100 Wecquaesgeek, sottrattisi alla caccia delle tribù nemiche Mohawk e Mohicani. Dopo la guerra, durata alcuni anni, scatenata dal governatore Willem Kieft, nel 1655 circa 500 Indiani coalizzati assalirono Nuova Amsterdam, riaprendo un conflitto che non si spense facilmente. Tuttavia, anziché ottenere il risultato di debellare gli Indiani, gli Olandesi indebolirono notevolmente le proprie difese e per gli Inglesi fu abbastanza facile conquistare la colonia rivale nel 1664, ponendo fine all’esperienza colonizzatrice dei Paesi Bassi in America settentrionale.

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