Le Guerre Tuscarora (1711-1715)

A cura di Pietro Costantini


Negli anni fra il 1711 e il 1717, nel Nord Est dell’America del Nord imperversavano le Guerre Coloniali: i coloni inglesi del New England si scannavano con quelli francesi di Acadia e Quebec, mentre nel Sud le milizie anglo-sassoni ed i loro alleati indiani combattevano contro Spagnoli e altri Nativi in Florida e Georgia.
In quegli stessi anni, nel Sud Est i coloni inglesi delle Caroline (del Nord e del Sud) erano alle prese con le tribù indiane locali.
Questi conflitti seguirono il solito copione, quello che nel 1646 aveva portato alla fine dei Powathan della Virginia e nel 1676 alla distruzione dei Wampanoag di Re Filippo (e tribù alleate) nel Massachusetts… Dopo qualche anno di convivenza pacifica, dove i neo-arrivati approfittavano ampiamente della generosità dei Nativi, senza la quale la sopravvivenza sarebbe stata problematica, l’espansione demografica dei coloni portava alla ricerca di espansione territoriale, fatta in modo indiscriminato e senza tenere minimamente conto che quelle terre erano abitate da secoli dalle popolazioni indigene. Da qui la tardiva presa di coscienza, da parte degli Indiani, che dovevano fare qualcosa, altrimenti sarebbero stati sopraffatti, e la loro conseguente disfatta, dovuta soprattutto all’inferiorità negli armamenti, nella capacità di approvvigionamento e in molti casi anche numerica. E così successe anche nelle Caroline, dove i Tuscarora furono in parte distrutti e parte costretti ad emigrare presso i loro consanguinei Irochesi del Nord, mentre gli Yamasee vennero quasi completamente sterminati.

I Tuscarora

Al momento del primo contatto con gli Inglesi, i Tuscarora abitavano in quella che oggi è la North Carolina, tra i fiumi Roanoke e Chowan, e sulla costa attorno a New Bern. Era una tribù del ceppo linguistico irochese, orgogliosa e potente, che occupava la pianura costiera della North Carolina, da Cape Fear River, a sud, fino alla catena montuosa degli Allegheny, ad occidente. All’apice della potenza, la tribù poteva contare si circa 6.000 guerrieri in 24 grandi villaggi. Il cuore degli insediamenti Tuscarora si trovava tra i fiumi Neuse e Pamlico, lungo il Contentnea Creek. Delle molte tribù presenti in Carolina, solo i Cherokee potevano considerarsi all’altezza della forza dei Tuscarora.
Ci si è posti la domanda di quanto viaggiassero i Tuscarora, viste le notizie di loro incontri con membri di varie altre tribù. Per certo arrivarono a nord fino al Canada, a sud fino al Golfo del Messico e ad est fino all’Oceano Atlantico. Si fa l’ipotesi che, ad ovest, fossero arrivati fino al fiume Mississippi. Fortunatamente esiste una documentazione storica che può rispondere a questa domanda. Joliet e Marquette erano due esploratori francesi del tardo ‘600. Nel 1673 scoprirono il fiume Mississippi e lo seguirono fin quasi al Golfo del Messico. Essi partirono dall’attuale Green Bay, nel Wisconsin, seguirono il fiume Wisconsin fino a Prairie de Chien e lì entrarono nel Mississippi e si diressero a sud. Giunti al fiume Ohio trovarono sulla riva una banda di Indiani e si fermarono presso di loro. Padre Marquette parlava l’Urone, un linguaggio irochese e riuscì a comunicare con gli Indiani in quella lingua. Marquette notò anche che questi Indiani vestivano pantaloni aderenti di stile irochese e avevano moschetti, coltelli, asce e crocefissi di provenienza europea. Ne dedusse che essi commerciassero con gli Europei, probabilmente Spagnoli del Sud Est vicino alla Florida. Marquette e Joliet procedettero verso sud sul Mississippi e parecchio tempo dopo tornarono a nord, incontrando nuovamente gli stessi Indiani. Marquette scrisse una lettera in latino, che consegnò agli Indiani perché la trasmettessero ai loro amici Europei. Due anni dopo la lettera venne consegnata a William Byrd, che viveva lungo il confine tra Carolina del Nord e Virginia, nel paese dei Tuscarora.


La mappa degli eventi

Noi non sapremo mai con certezza se questi fossero veramente Tuscarora, tuttavia vestivano alla maniera irochese, parlavano lingua irochese e vivevano al confine tra Virginia e North Carolina, che era il territorio dei Tuscarora.

Prima Guerra Tuscarora

Il primo sentore dei problemi con gli Indiani era sorto nella Contea di Bath, in Virginia. Mentre le malattie avevano abbattuto la potenza della tribù dei Pampticough, che popolavano le vicinanze di Bath, erano rimaste diverse altre tribù, sparse in tutta quella Contea. Il movimento di coloni nella Bath County e attorno ai fiumi Pamlico e Neuse era stato guardato con paura e risentimento dai Tuscarora e dalle tribù minori di tutta l’area. I territori di caccia preferiti venivano occupati e i siti scelti per i villaggi stavano diventando i luoghi dove i coloni edificavano le loro città. Mentre il pericolo maggiore di attacchi indiani ai coloni proveniva dai numerosi Tuscarora, la resistenza iniziale che i colonizzatori affamati di terra della Contea di Bath dovettero fronteggiare veniva dalle tribù più piccole, nei cui territori essi dapprima di muovevano. Questi gruppi nativi comprendevano i Coree e i Nynee, che vivevano a sud del fiume Neuse. Nel 1703 essi vennero dichiarati nemici pubblici dal governo della Carolina, che era determinato a scendere in guerra contro di loro.
Registrazioni e documentazioni di questo conflitto non ve ne sono, ma evidentemente gli Indiani furono sconfitti, perché la prima volta in cui furono successivamente nominati nella storia, riguarda il loro spostamento verso l’interno, dove i Tuscarora avevano loro garantito un territorio a sole sei miglia dalla una delle loro città principali. Nel corso della prima decade del XVIII secolo, voci di trame e complotti da parte degli Indiani si sparsero costantemente per tutta la Bath County. Nel 1703 Lionel Reading aveva scritto che un Indiano aveva detto a un colono che molti villaggi “avevano determinato di fare una prova per vedere chi fosse il più forte.” L’anno dopo si sparse la notizia che alcuni villaggi Tuscarora vicini all’insediamento di Pamlico avevano stabilito una inusuale amicizia con gli Indiani del Bear River, con l’apparente intenzione di incitarli ad attaccare i bianchi. Nello stesso periodo gli Indiani Machapunga cominciarono a infastidire i coloni, minacciandoli, rubando maiali e perfino assalendo un colono.


Rituale dei Secotan della North Carolina

In questo periodo gli Indiani del fiume Bear e i Machapunga continuarono a molestare i coloni, e i coloni continuarono a chiedere al governo di fare qualcosa per mettere rimedio alla situazione. Nel 1707 Robert Kingham riferiva che i coloni del Pamlico gli avevano detto che “si aspettavano ogni giorno che arrivassero gli Indiani per tagliare loro la gola e che non avevano ancora nessuno che potesse guidarli per metterli al sicuro dagli Indiani Pamticough.”
Ovviamente, le relazioni tra i primi coloni bianchi e gli Indiani non erano così armoniose come molti storici le hanno dipinte. Per prima cosa, gli Indiani erano comprensibilmente infastiditi dall’addensarsi dei coloni sulla loro terra e usavano ogni mezzo a loro disposizione per dimostrare questo risentimento, ricorrendo a volte alla guerra totale. I Tuscarora, a detta di tutti gli Indiani più potenti della North Carolina, avevano osservato i coloni con diffidenza, inquietandosi ad ogni intrusione in una nuova area. Quando la marea della civilizzazione europea si riversò nella regione del Pamlico – Neuse, essi capirono che il messaggio era chiaro e decisero che dovevano opporre una resistenza o sarebbero stati soverchiati. Nell’estate del 1711 sembrava che i Tuscarora avessero deciso di tentare di distruggere i Bianchi.
Ci furono altre azioni da parte dei Bianchi che costrinsero gli Indiani ad agire. Forse non c’era nulla che facesse loro odiare i coloni della Bath County più della cattura e riduzione in schiavitù del loro popolo. Nel 1710 questa pratica era diventata così usuale che i Tuscarora avevano richiesto al governo della Pennsylvania di potersi stabilire in quella colonia, in modo che i loro bambini piccoli e quelli che dovevano ancora nascere avrebbero avuto spazi per correre e giocare senza correre il pericolo di essere ridotti in schiavitù. Nel loro pittoresco linguaggio essi invocavano “una cessazione del loro assassinio e cattura, che per la concessione di questo può darsi che non avrebbero più avuto paura di un alce, né di qualunque altra cosa che agita le foglie.”


La vendita di schiavi indiani

I bianchi capivano che i commercianti indiani erano uomini duri che conducevano le trattative con lealtà. Al contrario, gli indiani si avvidero subito che i bianchi li imbrogliavano nelle transazioni, perché i mercanti, ci dice John Lawson, lo stimavano “un Dono di Cristianità da non vendersi loro in maniera così economica come invece essi facevano con i Cristiani.” I mercanti, conoscendo la debolezza degli Indiani per l’alcool, spesso li facevano ubriacare in modo da defraudarli lella loro proprietà. Un osservatore riferisce che gli Indiani “non si accontentavano mai di poco ma, una volta cominciato, volevano diventare completamente ubriachi; altrimenti non avrebbero mai avuto pace e avrebbero venduto tutto ciò che avevano al mondo pur di entrare in possesso della loro completa razione.”
Di sicuro un’altra ragione della decisione degli Indiani di prendere il tomahawk erano gli oltraggi inflitti loro dai coloni bianchi. Gli Indiani erano un popolo orgoglioso e dignitoso, non abituato ai modi altezzosi e insultanti con cui spesso i Bianchi li trattavano. Proprio pochi giorni prima di mettersi a cercare vendetta, gli Indiani si lamentarono con un colono che aveva avuto la sfortuna di cadere nelle loro mani “di essere stati detenuti e trattati molto malamente dagli abitanti di Pamtego, Neuse e Trent Rivers, una cosa che non si poteva sopportare più a lungo.” Che i Bianchi, che guardavano agli Indiani con “disprezzo e sdegno” e li consideravano “poco migliori di bestie in forma umana”, dovessero poi subire la loro rabbia, non deve sorprendere troppo.
Durante l’estate del 1711 gli abitanti della North Carolina erano davvero troppo presi da rivolte, siccità e malattie per osservare da vicino i movimenti degli Indiani. C’era stato un allarme durante l’estate quando si era sparsa la voce che i seguaci di Thomas Cary stessero cercando di incitare i Tuscarora ad attaccare i fedeli del governatore Hyde. Sia Cary, sia gli Indiani negarono la cosa con veemenza e l’incidente venne presto dimenticato. Mentre è dubbio se Cary o qualcuno dei suoi seguaci avesse invitato gli Indiani a scendere sul sentiero di guerra, è certo che gli Indiani si accorsero della confusione creata dalla rivolta. Quello era un buon momento per colpire.


Cessione di liquore agli Indiani

Gli Indiani cominciarono le loro manovre in completa segretezza e, fino al momento in cui entrarono in azione, nessun indizio dei loro piani raggiunse i coloni. Sembra che a capo della ribellione vi fosse “King Hancock”, capotribù del villaggio di Catechna. Agendo con i capi delle altre tribù dell’area Pamlico – Neuse, Hancock riuscì a convincere le tribù Bay River, Machapunga, Neusiok, Coree, Woccon e Pampticough ad unirsi al suo piano. Insieme, queste tribù potevano contare su una forza combattente di circa 250 uomini. Hancock stesso riuscì a mettere insieme circa 250 guerrieri Tuscarora, mentre la maggior parte dei Tuscarora del capo Tom Blunt rifiutarono di unirsi a lui. Il progetto prevedeva il massacro di tutti i coloni e la completa distruzione di ogni piantagione nelle Contea di Bath. Fu stabilito da tutti i partecipanti che l’attacco sarebbe avvenuto senza preavviso all’alba del 22 settembre 1711.

La morte di John Lawson

Mentre questi piani stavano maturando, il sempre avventuroso John Lawson, famoso esploratore delle Caroline e della Georgia, persuase Christopher Von Graffenried, capo dei coloni svizzeri e del Palatinato a New Bern, e Chistopher Gale, tesoriere generale della colonia, suo amico e vicino a Bath, ad accompagnarlo in un giro esplorativo sul fiume Neuse. All’ultimo momento Christopher Gale fu costretto a ritornare a Bath, dove sua moglie e suo fratello erano stati colpiti dalla febbre gialla. In un momento compreso tra il 10 e il 12 di settembre, nonostante la defezione di Gale, Lawson e Von Graffenried si misero sul Neuse in canoa, accompagnati da due schiavi neri e due Indiani delle vicinanze di New Bern. Al tramonto del secondo o terzo giorno di viaggio, la piccola spedizione fu circondata improvvisamente da un gruppo armato di 60 Indiani. Questi catturarono gli esploratori e li portarono nella vicina Catechna, la città di Hancock e centro della ribellione. Qui vennero portati alla presenza di Hancock, che ordinò fossero tenuti prigionieri finché un consiglio avesse deciso del loro destino. La notte seguente venne tenuto un grande consiglio di guerra, con la partecipazione di molti capi provenienti dai villaggi vicini. Ai due Bianchi venne dato un posto nel cerchio del consiglio e venne chiesto il motivo del loro viaggio. Infine, dopo molte discussioni da parte del consiglio, vennero informati che avrebbero potuto ripartire, liberi, il mattino dopo.


La cattura di Lawson e Von Graffenried

Il mattino dopo, mentre Lawson e Von Graffenried si stavano preparando a partire, arrivarono alcuni capi che non erano stati presenti al consiglio della notte prima, e chiesero di poter interrogare di nuovo la coppia. A questo punto Lawson rimase coinvolto in una violenta discussione con Cor Tom, un capo dei Coree molto ben conosciuto per i suoi sentimenti di inimicizia verso i Bianchi. A causa di questa discussione, Lawson e Von Graffenried furono presi, legati e riportati al cerchio del consiglio della notte precedente. Qui un secondo consiglio condannò velocemente a morte i due uomini bianchi. Quella notte si tenne una grande danza della morte. I prigionieri vennero posti accanto a un grande fuoco e un uomo della medicina, cominciò a saltellare davanti a loro mormorando incantesimi e minacce. Dietro di loro stavano due file di guerrieri armati. Tutt’attorno danzavano gli Indiani dipinti che, in seguito, Graffenried descrisse come somiglianti “a una masnada di diavoli più che ogni altra creatura; la rappresentazione del diavolo nella forma più terribile che può essere immaginata.”
Nel frattempo, le minacce di Graffenried di rappresaglie da parte della Regina d’Inghilterra se gli fosse stato fatto del male avevano allarmato gli Indiani, i quali chiesero al capo Tom Blunt ragguagli in merito a che cosa si doveva fare. Blunt raccomandò di risparmiare Von Graffenried, ma di fare quel che volevano con Lawson. Agendo secondo questo avviso, il consiglio di Catechna decise di risparmiare la vita a Von Graffenried, ma che Lawson doveva morire. Graffenried venne portato via dalla scena e imprigionato in una capanna, non essendo in grado di fare nemmeno un segnale al condannato Lawson, che per tutto il tempo aveva mantenuto uno stoico silenzio.
Mentre Graffenried veniva imprigionato, John Lawson – padre della “famosa città di Bath” – fu ucciso. Il modo in cui avvenne l’esecuzione di Lawson non venne riferito da Von Graffenried, anche se pare che egli pensasse che a Lawson venne tagliata la gola con un rasoio che egli stesso si era portato dietro per il viaggio. Uno degli schiavi neri, la cui vita fu risparmiata, riferì che Lawson fu impiccato. Un altro racconto riferisce che al corpo di Lawson vennero legate strettamente delle piccole schegge di legno alle quali si diede gradualmente fuoco, un metodo di esecuzione che Lawson aveva descritto con abbondanza di dettagli nella sua storia della Carolina.


Un raffigurazione dell’uccisione di John Lawson

A Von Graffenried venne detto dei piani di attacco contro l’insediamento della Bath County. Tuttavia, poiché gli Indiani lo tennero prigioniero parecchie settimane, egli non riuscì ad avvertire i coloni del massacro programmato.

Comincia il massacro

Tre o quattro giorni dopo la morte di Lawson, quasi 500 guerrieri si radunarono a Catechna. Da questo villaggio si sparpagliarono per attaccare gli insediamenti sui fiumi Pamlico, Neuse e Trent, e nella regione del Core Sound. Questi piccoli gruppi si infiltravano in quegli insediamenti dove erano ben conosciuti e dove la loro presenza non avrebbe suscitato alcun sospetto. Qui, tra i coloni che per molti di loro erano come una famiglia, gli Indiani attesero l’ora fatale con quelli che Christopher Gale descrisse come “sorrisi nel loro atteggiamento, mentre il loro intento era distruggere.”
L’alba del sabato 22 settembre fu l’inizio dell’attacco. Simultaneamente i guerrieri dipinti e piumati colpirono lungo i bacini dei fiumi Neuse e Pamlico. Gli Indiani, abbigliati per la guerra, erano descritti con un cerchio dipinto col nero attorno ad un occhio e dipinto col bianco attorno all’altro, allo scopo di terrorizzare il nemico e nascondere la propria identità. Ben armati con fucili e munizioni, sbrigarono in fretta il lavoro su quelli colti di sorpresa al primo attacco. Uomini, donne e bambini – senza riguardo all’età e alla condizione – furono uccisi. Le case vennero saccheggiate e bruciate, i campi furono calpestati e distrutti, il bestiame portato via o ucciso. Saccheggiando e uccidendo, gli Indiani devastarono la Contea di Bath, particolarmente verso la sorgente del Neuse e lungo la riva sud del Pamlico. La tradizione riporta che l’abitazione di John Porter Jr., al vertice della Chocowinity Bay, sul Pamlico, fu tra le prime costruzioni attaccate, ma che Porter e il dottor Patrick Maule (che al momento era in visita da lui) riuscirono a respingere gli Indiani e a fuggire con donne e bambini su un battello.
Gli Indiani mutilavano molte delle loro vittime.


Una fase dei primi attacchi

La famiglia di un certo Nevil, che probabilmente risiedeva vicino allo sbocco del Blounts Creek sul Pamlico, fu trattata in modo barbaro dagli Indiani. Nevil, “dopo che gli ebbero sparato ed era morto, venne disteso sul pavimento, con un cuscino pulito sotto la testa, le calze rovesciate sopra le scarpe e il corpo coperto da un lenzuolo pulito. La moglie venne posizionata in ginocchio e le sue mani vennero sollevate come se stesse pregando, piegata contro una sedia accanto al camino, i vestito sollevati a coprire la testa. Uno dei figli venne steso nel prato con un cuscino sotto la testa e un mazzo di rosmarino sotto il naso.” Neanche gli schiavi neri vennero risparmiati, perché uno schiavo appartenente a Nevil fu ucciso e la sua mano destra tagliata. L’abitante della casa più prossima a quella di Nevil venne abbattuto a fucilate e il suo corpo posto sopra la tomba della moglie. Christopher Gale ricordò che “le donne vennero stese sul pavimento della casa e i loro corpi vennero trafitti da pali di legno. A donne gravide furono strappati i feti dal corpo e questi vennero appesi agli alberi.”
In mezzo a tali scene di violenza, i bianchi che erano sopravvissuti al primo violento attacco abbandonarono le case e si radunarono in un punto ragionevolmente difendibile. Bath Town, New Bern e la piantagione Brice sul fiume Trent si riempirono ben presto di rifugiati. Per circa tre giorni gli Indiani incendiarono, saccheggiarono e uccisero senza ostacoli da parte dei sopravvissuti, che non osavano avventurarsi fuori per seppellire i morti, lasciati in preda ai cani, ai lupi e agli avvoltoi. Alla fine, carichi di bottino, gli Indiani si ritirarono ai loro villaggi. Avevano causato dai 130 ai 140 morti e molti altri feriti gravemente. Avevano anche nelle loro mani 20 o 30 prigionieri. Le perdite degli Svizzeri e dei Palatini furono le più pesanti. Tra loro, nel massacro, si contò un numero di vittime compreso fra 60 e 70.
La città di New Bern fu risparmiata dagli Indiani (effettivamente Von Graffenried aveva ottenuto la promessa che il villaggio non avrebbe subito alcun danno). I prigionieri erano donne e bambini che avevano visto i loro familiari massacrati sotto i loro occhi, e furono portati ai villaggi indiani per essere sfruttati come schiavi.
Dalla devastata Contea di Bath partirono messaggeri per la Contea di Albemarle per richiedere immediati soccorsi. Albemarle era uscita indenne dal massacro, in quanto una parte dei Tuscarora erano rimasti neutrali. Il governatore del Re, Edward Hide, inviò subito messaggeri alla Virginia e alla South Carolina per chiedere aiuti, e cominciò a radunare degli armati da mandare ai tormentati e attoniti abitanti dei fiumi Pamlico e Neuse. I Quaccheri, che rappresentavano una grande parte della popolazione della Contea di Albemarle, rifiutarono di imbracciare le armi e le ostilità generate dalla Rivolta di Cary ostacolarono non poco lo sforzo bellico della North Carolina per tutta la durata della guerra indiana.
Attacco a casa colonica
Nella zona di Pamlico e Neuse le piantagioni furono in genere abbandonate perché vennero scelti punti più facilmente difendibili. Probabilmente il più grande centro di rifugiati fu la città di Bath, dove si riferì che vi fossero più di 300 vedove e orfani in pietose condizioni. Mentre le testimonianze sono vaghe, sembra che Bath non fosse stata invasa al momento del massacro, così è improbabile che vi fossero molti uccisi entro i limiti della città. Sembra che un forte, situato su un terreno sopraelevato al centro della penisola di Bath, fosse stato costruito in tutta fretta per fornire riparo ai cittadini e ai rifugiati. La prima guarnigione più a ovest sul Pamlico era situata alla piantagione Lionel Reading, sulla riva sud del fiume. Alcuni coloni, sopravvissuti al massacro, tentarono di fortificare le loro case e restarono, ma queste piantagioni isolate furono rastrellate una a una dagli Indiani, che senza fretta le distrussero. In altre parti, sul Neuse e nell’area del Core Sund, vennero edificati dei forti e a ottobre a Bath County erano state predisposte un totale di undici guarnigioni.

La Resistenza

Alla metà del mese di ottobre, i piani per un contrattacco contro gli Indiani erano completati. Thomas Pollock, di Chowan Precinct, in qualità di maggiore generale delle forze della North Carolina, era riuscito a raccogliere 150 uomini per condurre l’assalto. Quest’armata fu mandata a Bath Town, con l’ordine di unire le forze con un gruppo che era stato raccolto sul Neuse ed era al comando del capitano William Brice. Brice, agli ordini di Pollock, risalì il Neuse con la sua compagnia di 50 o 60 effettivi per raggiungere un villaggio indiano abbandonato, dove i combattenti provenienti da Bath dovevano congiungersi con lui. Ma le truppe stanziate a Bath si erano rifiutate di muoversi e Brice si ritrovò in territorio indiano senza alcun supporto. Nonostante la defezione degli aiuti che dovevano arrivare da Bath, Brice continuò ad avanzare in terra indiana, finché venne sopraffatto da almeno 300 guerrieri e costretto a rifugiarsi nella sua piantagione fortificata sul fiume Trent. Qui tutto rimase fermo mentre si aspettavano aiuti dalle colonie confinanti. La Virginia, nonostante le promesse e tanto parlare, non mandò mai nemmeno un soldato in North Carolina. Alla fine il governatore della Virginia, Alexander Spotswood, mandò alla North Carolina un piccolo quantitativo di polvere e di vestiario. Il governo della Virginia fece anche tentativi di mantenere fuori dalla guerra i neutrali Tuscarora di Tom Blunt e, anzi, di farli rivoltare contro la loro stessa tribù.

Arrivano soccorsi – La spedizione di Barnwell

Fu dalla South Carolina che infine venne il tanto sospirato aiuto. Da quella colonia, infatti, venne rapidamente allestita una spedizione, condotta dal capitano John Barnwell e composta da 33 bianchi a cavallo e 495 Indiani alleati. Queste truppe marciarono attraverso l’interno del North Carolina e, il 29 gennaio 1712, raggiunsero il fiume Neuse sopra New Bern. Tentando di sorprendere il villaggio Tuscarora di Narhantes, Barnwell scoprì che gli Indiani erano stati messi in guardia sul suo arrivo ed erano barricati in nove piccoli fortilizi. Barnwell attaccò subito il più grande di questi, uccidendo 52 Nativi e prendendo 30 prigionieri.
Capo Pelers, dei Tuscarora
Barnwell proseguì, avanzando nel cuore del territorio Tuscarora, bruciando villaggi e distruggendo coltivazioni. Infine, abbandonato da molti dei suoi alleati indiani, Barnwell decise di contattare gli insediamenti della North Carolina, prima di tentare l’attacco alla città di “Re Hancock”, Catecna. Cominciò allora a muoversi verso il Pamlico e la città di Bath.
Il 6 febbraio Barnwell raggiunse il fiume Pamlico, circa cinque miglia al di sotto di Uncouh-He-runt, una delle città Tuscarora su quel fiume. Durante la marcia, la retroguardia di Barnwell venne attaccata da 50 o 60 guerrieri Tuscarora, che ben presto vennero messi in fuga. L’armata di Barnwell, ora ridotta a 25 uomini bianchi e 178 Indiani, discese allora il Pamlico seguendo la riva nord, tra le piantagioni inglesi devastate e attraversando i molti torrenti impetuosi di quella zona. Il 10 febbraio venne inviata una pattuglia che raggiunse Bath e il giorno dopo l’intera truppa raggiunse la località. La festosa accoglienza riservata agli uomini di Barnwell pare suscitasse parecchia commozione ai rudi uomini della South Carolina. La truppa di Barnwell rimase sul Pamlico dall’ 11 al 27 febbraio, in attesa di rifornimenti e rinforzi. Il 26 febbraio Barnwell fu raggiunto da 67 volontari della Noth Carolina, la maggior parte dei quali non aveva munizioni. Di conseguenza, Barnwell privò le guarnigioni sul Pamlico della polvere da sparo e delle munizioni. Il 27 febbraio il comandante della South Carolina lasciò Fort Reading, sul Pamlico, e cominciò ad avanzare verso il forte di Hancock, a breve distanza da Catechna, sulla riva occidentale del Contentnea Creek. Quando alla fine attaccò il forte, scoprì che all’interno c’erano molti prigionieri bianchi, che gli Indiani cominciarono subito a torturare, e le cui grida e lamenti potevano essere uditi dagli assedianti. Molti partecipanti all’attacco avevano parenti prigionieri nel forte, e quindi pregarono Barnwell di negoziare con gli Indiani per il loro rilascio. Barnwell andò a parlamentare con gli Indiani, che acconsentirono a rilasciare i dodici prigionieri tenuti nel forte se Barnwell si fosse ritirato. Barnwell acconsentì e gli Indiani promisero di incontrarlo il 19 marzo a Batchelours Creek, vicino a New Bern, per discutere le condizioni.
Barnwell si ritirò, ma gli Indiani non mantennero la promessa di presentarsi all’incontro del 19 marzo. Allora stabilì una guarnigione a Qurhous, sulla riva sud del Pamlico, di fronte a Bath, per ottenere una strada di comunicazione libera tra il Pamlico e il Neuse. Barnwell pianificò anche un secondo attacco al forte di Hancock. Dopo aver costruito un proprio forte (Fort Barnwell) sul Neuse, circa 30 miglia al di sopra di New Bern, il 7 aprile 1712, Barnwell assediò il forte di Hancock con 153 Inglesi e 128 Indiani. Ne seguì un assedio di dieci giorni, che terminò con la resa del forte a condizioni piuttosto generose, perché richiedevano che fossero consegnati solo “King Hancock” e altri tre guerrieri, oltre a diverse altre condizioni di resa di minor importanza. La mancata distruzione degli Indiani da parte di Barnwell gli causò una censura da parte del governo della North Carolina. Disperando di essere ricompensato generosamente per i suoi tentativi di aiutare la North Carolina, Barnwell trattenne come schiavi alcuni degli Indiani catturati e ritornò nella South Carolina.


Stemma apposto sul sigillo di John Barnwell (in latino: “Preferisco morire che essere disonorato”)

Questa violazione dei termini di resa fece infuriare gli Indiani, che ripresero gli attacchi lungo il Neuse e il Pamlico. La guerra divampò di nuovo in tutta la sua furia.

Seconda Guerra Tuscarora

Il governatore Hyde, allora, determinò di radunare la milizia di Abemarle County per marciare nella contea di Bath. Dichiarò che era sua intenzione stabilire i suoi quartier generali a Bath e sul Neuse e qui “terminare la guerra con onore o stipulare una pace tale da non avere riflessi negativi sulla gloria britannica.” Tuttavia questo non doveva avverarsi, perché la febbre gialla – che aggiunse i suoi orrori alla siccità estiva del 1712 in North Carolina – si portò via il governatore Hyde il 9 settembre 1712. Dopo la sua morte, Thomas Pollock assunse la direzione della North Carolina come presidente del consiglio e comandante in capo del governo.

La “Moore Expedition” e la caduta di Fort Neoheroka

Pollock fece ogni sforzo per ricostituire la guarnigione della Contea di Bath e mantenere le poche forze armate che là operavano. Nel frattempo, la South Carolina aveva radunato una nuova armata per aiutare ulteriormente la North Carolina. Queste truppe comprendevano 33 uomini bianchi e circa 900 Indiani (per lo più Yamasee, Apalachee, Catawba e Cherokee), al comando del colonnello James Moore. Ai primi di dicembre del 1712 Moore giunse a Fort Barnwell, sul Neuse, che era a corto di rifornimenti. Poi discese lungo il fiume fino a New Bern e poi fino alla città fortificata di Bath. Non trovando rifornimenti in città, Moore marciò nella Contea di Albemarle, dove l’esausto governo della North Carolina cercò di sfamare i più di 900 uomini. Tutto fu tentato da Pollock per preparare la spossata colonia ad un attacco finale contro gli Indiani. Poi, preparata ogni cosa, Moore uscì dalla Contea di Albemarle il 17 gennaio 1713. Il tempo estremamente avverso, con una neve insolitamente alta, obbligò Moore a fermarsi a Fort Reading, sul Pamlico, fino al 4 febbraio, quando riprese la marcia verso le città Tuscarora.
Il caposaldo principale dei Tuscarora era adesso Fort Neoheroka, situato poche miglia al di sopra del vecchio Fort Hancock, sul Contentnea Creek. Il primo marzo 1713 Moore, con una forza di oltre 1.000 fra Bianchi e Indiani, pose l’assedio a questo ben protetto forte fatto di tronchi e terra battuta Il 20 marzo venne lanciato l’attacco finale, ma fu solo il 23 marzo che l’ultima resistenza venne infranta. La vittoria fu completa e distrusse per sempre la potenza della nazione Tuscarora. Nella battaglia i Tuscarora ebbero almeno 390 uccisi e bruciati dentro il forte e 166 uccisi o catturati al di fuori del forte. In aggiunta, gli attaccanti catturarono 392 difensori, portando le perdite totali dei Tuscarora a 950 uomini, donne e bambini fra uccisi e catturati.


La presa di Fort Neoheroka

I rimanenti Tuscarora ostili abbandonarono le altre loro fortificazioni e si rifugiarono molto all’interno, verso l confine con la Virginia, la maggior parte dirigendosi poi verso il territorio di New York, dove si unirono alle Cinque Nazioni. Tuttavia la guerra non era finita, perché nello stesso momento in cui Moore attaccava Fort Neoheroka, i Machapunga e i Coree avevano provocato problemi agli insediamenti lungo il fiume Pungo, a poca distanza da Bath e nelle vicinanze di Mackays. Dopo la caduta di Neoheroka, Pollock decise di stroncare immediatamente questa resistenza e richiese a Moore di mandare un gruppo dei suoi Indiani nell’area del Pamlico per scacciare gli ostili. Moore radunò 120 o 130 Indiani che non erano tornati in South Carolina e marciò verso il Pamlico dove, nel giugno 1713, tentò di annientare questi ostili rimasti. Egli riportò solo un successo parziale perché, come riporta un racconto dell’epoca, le zone selvagge e impenetrabili da cui operavano questi Indiani stavano “tra il fiume Matchapungo e l’isola di Roanoke, che misura circa 100 miglia in lunghezza ed è di una larghezza considerevole, tutta piena di laghi, pantani e canneti ed è…uno dei più grandi deserti del mondo, dove è quasi impossibile per l’uomo bianco seguirli.” Dopo la campagna di Moore nelle paludi, la questione Tuscarora rimase sotto traccia per parecchi mesi e, il 1 settembre 1713, il colonnello Moore tornò nella South Carolina.
Nella primavera del 1714 una o due piccole bande di Indiani stavano ancora terrorizzando le piantagioni della Bath County. Un rapporto che parla delle loro attività spiega che “essi girovagavano di luogo in luogo uccidendo due o tre famiglie e nel giro di due o tre giorni facevano lo stesso a un centinaio di miglia dal primo posto. Sono come cervi – non c’è modo di trovarli.” Per tutto il 1714 la Contea di Bath venne tenuta in un costante subbuglio e Fort Reading, insieme ad altri punti strategici, rimase controllato da una forza di Bianchi e Indiani.

Fine della Guerra

Questi gruppi ostili non firmarono un trattato di pace con il governo della North Carolina fino all’11 febbraio 1715, acconsentendo ad accettare di risiedere in una riserva nella Contea di Hyde, vicino al lago Mattamuskeet. Con questo trattato terminò la guerra e i cittadini della contea e della città di Bath poterono finalmente vivere in pace.
Guerriero Tuscarora
I costi della guerra in vite e beni di proprietà furono incalcolabili. Gli Indiani avevano pienamente avuto la loro vendetta per i torti subiti, veri o presunti. L’accresciuta popolazione di Bath si espanse gradualmente man mano che i coloni ritornavano alle loro sedi, nelle piantagioni disastrate e gli orfani e le vedove trovavano ospitalità presso parenti e amici. Tuttavia, nonostante i tentativi dei suoi cittadini, la città stentò a risollevarsi. Anche perché, nel giro di pochi anni, Bath avrebbe sperimentato gli effetti della pirateria. Dei Tuscarora catturati, 415 vennero venduti come schiavi. Una banda restò nella North Carolina con King Blount, mentre altri prigionieri non furono venduti.
La maggior parte dei Tuscarora partì per il nord, per ricongiungersi con i loro consanguinei che da tempo erano già fuggiti per andare a vivere con gli Irochesi. La banda Tuscarora di Blount si rifugiò in Virginia dietro invito del governatore Spotswood; là divennero buoni vicini dei Saponi della zona di Fort Christanna.


La marcia dei Tuscarora verso il paese delle Cinque Nazioni

Dal momento della battaglia di Fort Neoheroka, le Sei Nazioni irochesi entrarono in guerra con i Catawba (che nella guerra Tuscarora avevano appoggiato gli Inglesi) e non si fermarono finché la potenza dei Catawba e dei loro alleati non fu completamente annientata.

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