La questione Custer

A cura di Domenico Rizzi

Il personaggio
George Armstrong Custer, maggior generale onorario e tenente colonnello effettivo dell’esercito degli Stati Uniti, morì a Little Big Horn, Montana, il 25 giugno 1876, combattendo contro una coalizione di indiani Sioux e Cheyenne.
Aveva 36 anni, una bellissima moglie ed un passato avventuroso, che lo aveva portato alla ribalta durante la guerra di secessione e nelle campagne contro le tribù delle pianure. Le sue memorie, una serie di articoli scritti per la rivista “Galaxy”, vennero pubblicate subito dopo la sua scomparsa sotto il titolo “My Life on the Plains”, “La mia vita nelle pianure”, un libro che molti storici del West non hanno sicuramente mai letto con la necessaria attenzione. Esso contiene anche un’accurata descrizione degli usi e costumi dei Pellirosse e Custer esprime apertamente il suo giudizio su queste popolazioni, andando contro la tendenza di molti politici, militari e persone comuni della Frontiera che consideravano i nativi soltanto come una razza da sterminare.
Basti ricordare che al suo superiore, maggior generale Philip Henry Sheridan, comandante della Divisione del Missouri, è attribuito il motto: “L’unico Indiano buono è quello morto”, risposta data ad un capo dei Comanche che offriva la propria sottomissione definendosi un “buon Indiano”.
Invece Custer, nella propria autobiografia, confessa che “se fossi un Indiano… preferirei certamente dividere la mia sorte con quella parte del mio popolo che è attaccata alle libere, aperte pianure, piuttosto che accettare i limiti ristretti di una riserva, ove divenire il destinatario dei beati vantaggi della civilizzazione, con l’aggiunta dei suoi vizi, distribuiti senza limiti e misura” aggiungendo polemicamente: “Dove e perché gli uomini rossi sono scomparsi? Chiedetelo alla razza sassone… La guerra ha contribuito per la sua parte, è vero, ma le sole malattie, prima sconosciute, hanno fatto molto per spopolare e indebolire numerose tribù indiane”.
Parole pesanti come macigni e giudizi molto severi, spesso celate sotto la forma di una pesante ironia, come l’allusione alla rottura del matrimonio indiano della cheyenne Monahseetah, dove Custer ironizza sulla complessità delle usanze civili contrapposta alla estrema semplicità dei costumi degli Indiani, che sono invece considerati barbari.


Custer amava la vita avventurosa

Scorrendo attentamente i suoi scritti, non occorre uno psicologo per capire che questo giovanissimo generale, impetuoso e ardito fino all’eccesso, racchiude in sé uno spirito “selvaggio” che lo accomuna alle tribù con cui si trova in conflitto. Ancora una volta, egli non risparmia critiche alla macchina colonizzatrice, che mira a fare dell’Indiano un essere civilizzato, sostenendo che “…esiste un incredibile antagonismo fra l’indole dell’Indiano e quella dell’individuo anomalo in cui il suo benpensante fratello bianco vorrebbe trasformarlo”. Custer traduce poi in realtà la sua sviscerata passione per questo mondo misterioso, innamorandosi della fanciulla Monahseetah, che metterà incinta del suo secondo figlio. Se Mary Crow Dog non mente nel suo libro “Donna Lakota”, due pronipoti del generale e della bellissima figlia di Piccola Roccia parteciperanno all’insurrezione di Pine Ridge nel 1973, insieme ad una moltitudine di Indiani di varia provenienza asserragliati nella chiesa di Wounded Knee.
Questa storia, che io ho raccontato nei dettagli nel mio libro “Monahseetah e il generale Custer”, non può che essere vera, non soltanto perché ne parlarono il capitano Frederick Benteen, l’esploratore Ben Clark ed alcuni Cheyenne e Sioux, ma anche per il modo in cui Custer descrive la ragazza in “My Life On the Plains”, che rivela inequivocabilmente quanto le parole dell’uomo fossero dettate dal cuore. E che ci fosse innamoramento anche da parte di Monahseetah è dimostrato dalla collaborazione spontanea che ella diede al “generale”, correndo anche dei rischi che lui cercò invece di evitarle nella trattativa per la liberazione di due donne bianche prigioniere dei Cheyenne.
Anche su questo particolare, però, gli storici hanno quasi sempre glissato, non potendo concedere che lo “sterminatore di Indiani” si discostasse troppo dallo stereotipo di un uomo spregiudicato, arrogante, smodatamente ambizioso. Specialmente nemico della razza pellerossa, giudizio che costituisce un’autentica falsità.
Peraltro, questa immagine era già stata adottata dalla letteratura, dal cinema e dai fumetti e doveva rimanere immutata per decenni, al punto che neppure la corrente del revisionismo di fine Anni Sessanta riuscì a penetrare la profondità del personaggio, arrendendosi ai più obsoleti luoghi comuni.


Un bel ritratto del generale

Soltanto opere obiettive quali “Custer l’ultimo eroe” di Louise Barnett e l’ottima biografia, seppure parzialmente romanzata, di Michael Blake – “La danza dell’ultimo bisonte” – hanno cercato di evidenziare gli aspetti più significativi di un carattere tormentato e ribelle, ambizioso sì, ma anche insofferente delle restrizioni ed intollerante delle speculazioni che la civiltà portava nell’Ovest insieme alle sue “benedizioni”.
Personalmente, dopo essermi lasciato trasportare dall’onda del conformismo, criticando Custer nella mia prima pubblicazione giovanile (“Hoka Hey! L’ultima guerra indiana”, 1977) ho tentato di comprendere, negli anni della maturità, la natura dell’uomo e la personalità del militare, giungendo infine a conclusioni assai diverse dalle opinioni comunemente espresse su di lui.
Soprattutto, ho acquistato la consapevolezza che lo storico, in quanto giudice degli eventi e dei suoi protagonisti, deve sempre prescindere, nella sua indagine, dalle opinioni consolidate e dalle simpatie o antipatie istintive nei confronti di una causa o di un personaggio. In questo delicato lavoro di discernimento e valutazione, lo studioso deve affidarsi obiettivamente alle conclusioni che derivano dal suo lavoro di analisi, ma anche chiedersi se le interpretazioni rispettino una certa logica.
Per quanto riguarda gli studi finora compiuti intorno alla figura di Custer ed alla battaglia che lo vide soccombere insieme ai suoi uomini, non sempre ci si è attenuti, a mio avviso, a queste regole. Inoltre, le conclusioni ed i ragionamenti svolti intorno al personaggio non sono spesso risultati convincenti.

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Commenti

2 Risposte a “La questione Custer”

  1. alberto769, il 25 maggio 2009 19:46

    caro Domenico,
    bellissimi i tuoi saggi su Custer.
    Io colleziono fumetti che narrano, anche di straforo, della battaglia del LBH.
    Sia in modo storico che in modo fantasioso.
    tu ne conosci?
    ciao
    alberto

  2. pegorin fioravante, il 26 maggio 2009 14:17

    Ho letto il suo interessante articolo su FARWEST, concordo con tutte le sue riflessioni, appare chiaro come, la ritirata di Crook su Fort Fretterman dopo lo scontro sul Rosebud, senza inviare alla colonna Terry-Gibbon (di cui faceva parte il 7°) alcun messaggio sull’accaduto interrompendo di fatto la famosa manovra a tenaglia tanto cara ai generali usciti da West Point nonchè senza informare della consistenza e dell’armamento dei cosidetti ostili, sia da considerare la prima causa della disfatta di Custer. Viene però da pensare: ” e se Terry fosse stato informato ma avesse preferito tenere per se le informazioni”? Non dimentichiamo che Custer, come lei ben riporta nel suo articolo, era in urto con la presidenza degli Stati Uniti, una sua fine ingloriosa in battaglia sarebbe stata conveniente ai repubblicani, su questo un’indagine storica sarebbe utile.
    Sugli errori di Custer si è scritto e detto di tutto, ma finora non ho mai riscontrato niente su quello che, per un ufficiale dell’800, è da considerarsi il più grave e cioè l’aver fatto abbandonare nei carri con le salmerie, con il pretesto del rumore metallico che facevano, le sciabole da cavalleria che sarebbero state molto utili nei corpo a corpo con i nativi una volta scaricate e, nella concitazione dello scontro, nell’impossibilità di ricaricarle, le Colt 1873 cal. 45, efficaci ma laboriose da scaricare e ricaricare. i nativi come riportato in tante inerviste avevano ragione dei cavalleggeri con le asce e le mazze “gli ammazzavamo come bisonti”.
    A riprova, come lei riporta, all’arrivo della colonna Gibbon con la fanteria i nativi si ritirarono, temendo, secondo me, più le baionette che i ficili monocolpo Springfield.
    Con ammirazione per i suoi scritti
    Fioravante Pegorin

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