Il falco, un western metafisico

A cura di Gian Mario Mollar
Håkan Söderström è un gigante, fatto della stessa sostanza delle leggende. Lo chiamano Hawk, il Falco, perché incapaci di pronunciare le aspre vocali che compongono il suo vero nome. È “grande quanto lo può diventare un essere umano pur restando tale” e avvolto in un mantello fatto di pelli cucite insieme, da cui pendono teste e zampe di diversi animali. Sul suo conto, si narrano storie incredibili: pare abbia strangolato un puma a mani nude e ucciso donne e bambini, si dice che sia stato un capo indiano e abbia trascorso lunghi anni vagando nel deserto e nascondendosi in canyon profondi e irraggiungibili.
L’equipaggio della Formidable, una nave rimasta incagliata in prossimità dell’Alaska, lo guarda emergere dai ghiacci affascinata e intimorita, e lo ascolterà raccontare la sua storia: la storia meravigliosa e al contempo desolante di un migrante, sbarcato tanti anni prima nella neonata San Francisco, un porto spettrale, fatto di relitti di imbarcazioni, per sfuggire al freddo e alla fame della propria patria, la Svezia.
Lo attendono strane avventure: dapprima lavorerà come un mulo per una famiglia di pionieri, consumata dall’avidità e dalla febbre dell’oro. In seguito, sarà fatto prigioniero da un’inquietante maliarda dal viso velato e dalle labbra vermiglie, per imbattersi poi nel Dottor John Lorimer, una romantica figura di scienziato che vaga nel deserto alla ricerca dell’origine della vita. Sotto la sua guida, Håkan apprenderà i rudimenti dell’anatomia e della medicina, imparando “come la vita sia fatta di correlazioni, come tutto sia in ogni cosa, e come ogni singola cosa si irradi nella totalità. Tutti gli esseri viventi sono legati l’uno all’altro […] Dove e come finirà questo processo nessuno lo sa, dal momento che nulla in natura è definitivo: tutte le fini sono effimere perché gravide di nuovi inizi”. Gli insegnamenti di Lorimer, un affascinante connubio di mistica e scienza a metà tra il positivismo ottocentesco e il trascendentalismo di Emerson, lo accompagneranno per tutta la vita.
Una vita non facile, che si svilupperà tra mille peripezie, tra incontri folgoranti e brucianti delusioni, tra città gremite di gente e sconfinati deserti da attraversare, tra tribù indiane massacrate e confraternite di assassini, tra poche mani tese e molti pugni chiusi e pronti a ferirlo, tra brevi dialoghi e interminabili distese di silenzio. “Domande, accuse, minacce, verdetti. Parole. Lui non voleva parlare. Senza una destinazione precisa e senza altro scopo che la solitudine, era più facile evitare tutti. Viaggiare a piedi gli permetteva di attraversare zone selvagge, altrimenti inaccessibili. Percorse deserti e guadò fiumi, scalò montagne e superò pianure. Mangiò pesci e cani della prateria, dormì su muschio e sabbia, scuoiò caribù e iguane. La sua faccia si coprì di rughe per le numerose estati e si accigliò per i numerosi inverni… Nella sua mente regnava il silenzio. Di rado pensava a qualcosa che non fosse a portata di mano. Gli anni svanirono sotto un presente senza peso”.
In the distance (tradotto in Italiano con il titolo “Il falco”) è l’esordio letterario di Hernan Diaz, un debutto così maturo e compiuto da risultare finalista al Premio Pulitzer 2018. È molto più di un romanzo western. È anche più di un’avventura picaresca. Volendo classificarlo a tutti i costi, lo si potrebbe definire un western metafisico, un’esplorazione narrativa rivolta alla solitudine e al silenzio: in ogni caso, un’esperienza intellettuale che non dimenticherete facilmente.
Hernan Diaz
La lunga frequentazione dell’opera di Jorge Louis Borges – sul quale nel 2012 ha scritto una monografia dal titolo Borges, between History and Heternity – ha conferito all’autore una prosa densa e ricca, gravida di significati trascendenti. Attraverso l’artificio letterario, Diaz riesce a immergerci nella visione smarrita e confusa del Falco, un gigante buono che, per il suo sventurato candore, fa venire in mente il romantico Frankenstein di Mary Shelley. Håkan, però, a differenza di quest’ultimo, ha più sfumature: le sue peregrinazioni lo trasformeranno in un Robinson Crusoe della desolazione, in un esploratore dell’istante e dell’annullamento del tempo.
I riferimenti letterari sono molteplici, sarebbe noioso cercare di esaurirli: la prosa di questo giovane autore ha un sapore biblico per la sua epicità ma è al contempo sperimentale e non disdegna di fare ricorso a lunghi elenchi, utilizzati come pennellate sovrapposte per dipingere il paesaggio, e alla ripetizione, uno strumento per rappresentare la ciclicità e del tempo (quando leggerete il capitolo 20, capirete meglio a che cosa mi sto riferendo, e, forse, rimarrete stupiti come lo sono rimasto io).
Insomma, la scrittura di Hernan Diaz è un piccolo miracolo: in una sua recente intervista, l’autore ha dichiarato: “Penso che il valore della scrittura sia quello di farci capire quanta bellezza può esserci nel significato”. Lungo le orme del Falco, la bellezza dello stile si sposa con la ricchezza del contenuto, regalando al lettore nuovi occhi per guardare le aride distese del West.

Titolo: Il falco
Autore: Hernan Diaz
Casa editrice: Neri Pozza
Anno: 2018
Pagine: 287
Rilegatura: brossura leggera
Prezzo (versione CARTACEA): € 14,45
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