La nascita del mito Western nell’Ottocento: l’esportazione del mito del west – 18

A cura di Noemi Sammarco
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18.


IL WILD WEST SHOW DI BUFFALO BILL
Uno degli eroi più famosi della frontiera fu sicuramente Buffalo Bill. Fu capace di creare un’immagine mitica di se stesso e della frontiera, imponendola prima in America e poi in Europa. Il suo vero nome era William Frederick Cody. Nacque a Le Claire, Colorado il 26 febbraio 1846 e morì a Denver, Colorado il 10 gennaio 1917. Passò i primi anni della sua vita in una fattoria dell’Iowa e in seguito alla morte del fratello maggiore, nel 1853 la sua famiglia si trasferì nel Kansas, dove però fu vittima di un pesante clima persecutorio a causa delle posizioni anti-schiaviste del padre. Questi morì nel 1857 per le conseguenze di un colpo di pugnale subito dopo aver tenuto un discorso contro lo schiavismo.
Così William divenne il capofamiglia e per poter mantenere la madre e i fratelli iniziò a lavorare, per quaranta dollari mensili, come messaggero-staffetta presso l’appaltatore Alexander Majors, che gestiva il vettovagliamento dell’esercito di difesa dei cantieri ferroviari (1). Chi lavorava per Majors doveva sottostare ad alcune regole ferree: divieto di ubriacarsi, maltrattare animali, usare un linguaggio lesivo della morale e della religione. In compenso avevano la libertà di sparare agli indiani. Sembra proprio che durante la prima spedizione William Cody uccise il suo primo indiano a sangue freddo. Nel 1858 si recò a Fort Laramie, Wyoming dove i due scout Kit Carson e Jim Bridger insegnarono al giovane William ad amare la natura. William divenne un Pony Express. Nel 1863, dopo la morte della madre, si arruolò nel 7º Cavalleggeri del Kansas, sotto il comando del generale Custer, e prese parte alla Guerra di secessione americana con gli Stati dell’Unione. Durante una sosta al campo militare di St. Louis, Missouri conobbe l’italo-americana Louisa Frederici, che diventò sua moglie nel 1866 e dalla quale ebbe quattro figli. Dopo la fine della guerra e fino al 1872, William Cody venne impiegato come guida civile dall’esercito statunitense e dalla Pacific Railways. Dopo la guerra trovò occupazione come cacciatore di bisonti, organizzando le “cacce per divertimento” organizzate dalle compagnie ferroviarie. In una di queste cacce accompagnò l’arciduca Alessio, figlio dello zar Alessandro II (2). Fu in questo periodo che diventò Buffalo Bill, dopo aver vinto una gara di caccia al bisonte con William Comstock, a cui apparteneva in precedenza il famoso soprannome. Sembra, inoltre, che fra il 1868 ed il 1872, per rifornire di carne gli operai addetti alla costruzione della ferrovia, abbia ucciso circa 4.000 bisonti. Si sottolinea il fatto che lo sterminio dei bisonti fosse dovuto anche a questioni logistiche per velocizzare le attività di sgombero dei binari in costruzione. I bisonti intralciavano i lavori rallentandoli, e per questo dovevano essere abbattuti prima che i binari venissero posati.
Nel 1869 incontrò il popolare scrittore di dime novel Edward Zane Carrol Judson, meglio noto come Ned Buntline, che già gli aveva dedicato un romanzo intitolato Buffalo Bill, King of the Border Men.


Uno dei racconti di Ned Buntline su Buffalo Bill

La storia, che ispirò anche un melodramma, ebbe un grandissimo successo. Tuttavia Buffalo Bill, non si mostrò interessato a investire nella nuova fama che aveva ottenuto, almeno finchè non fu invitato a New York dall’editore James Bennet. Decise di accettare la proposta di Buntline e recitò in Scouts of the Prarie. Si dedicò allo spettacolo fino al 1876, quando l’improvvisa morte del figlio, Kit Carson Cody, lo spinse a tornare nell’esercito per combattere una spietata guerra contro i Sioux. Cody uccise il capo Cheyenne Hay-o-wei sparandogli in testa, e con lo scalpo tra le mani urlò “il primo scalpo per Custer!” (3).
Le potenzialità drammaturgiche della guerra e delle sue azioni durante questa non gli sfuggirono. Così Cody si mise alla ricerca di uno sceneggiatore e, poco dopo, decise di scrivere di suo pugno alcune dime novel, e The life of Hon. William F. Cody, Know sas Buffalo Bill, the Famous Hunter, Scout, and guide la sua autobiografia. Nel 1882 partecipò all’organizzazione di The Old Glory Blowount uno spettacolo che univa esibizioni a cavallo e caccia al bisonte. Lo spettacolo ebbe un grande successo, e probabilmente da questo Buffalo Bill prese ispirazione per il suo show (4).
Per creare il suo Buffalo Bill’s Wild West, America’s National Entertainment si avvalse dell’aiuto di due esperti del settore: Nate Salisbury e John Burke. Salisbury era un attore e commediografo, nonché giovane manager teatrale. Burke era un attore che si era specializzato nella promozione degli spettacoli teatrali. I tre soci realizzarono uno spettacolo incredibilmente innovativo per il loro tempo. Lo show disponeva di una fornitura costante di nativi americani, che volevano lavorare per Buffalo Bill perché percepivano stipendi più alti di quelli percepiti nelle riserve. I soci di Cody, grazie ai loro trascorsi nel teatro, conoscevano i più abili atleti di rodeo e avevano accesso alle tecnologie più all’avanguardia nell’ambito dei trasporti e delle realizzazioni sceniche. Come afferma la studiosa Sarah J. Blackstone lo show trasportava il più grande impianto elettrico privato del tempo, e chiedeva un’enorme fornitura di viveri per dare da mangiare a settecento persone (5).
Inoltre i tre soci furono in grado di ideare sofisticati messaggi pubblicitari che sponsorizzavano lo show come autentica rappresentazione dell’Ovest. Lo spettacolo riproduceva i racconti dell’eroica conquista del West, riproducendo gli stessi messaggi ideologici delle dime novel, rendendoli però visibili e quindi più potenti. Fra i protagonisti dello spettacolo, a cui partecipavano veri cowboy e pellerossa, ci furono il leggendario capo Sioux Toro Seduto, Calamity Jane e Wild Bill Hickock. Uno degli spettacoli, messo in scena nel 1886, a Madison Square Garden intitolato The Drama of Civilization, fu un tale successo che fu replicato per alcuni mesi. Lo spettacolo era diviso in cinque atti, o epoche, la prima epoca, The Primeval Forest, indiani e animali erano rappresentati in scene di convivenza prima dell’arrivo dei bianchi. La seconda epoca, The Prairie, mostrava un treno di immigrati costretti ad affrontare una serie di disastri naturali. Nella terza epoca Cattle Ranch, entrava in scena Buffalo Bill che accorreva in aiuto di una famiglia di pionieri attaccata dagli indiani. L’ultima epoca, Minning Camp annunciava l’avvento della civilizzazione attraverso il Pony Express. Infine vi era un’epoca conclusiva che aveva il compito di evidenziare l’importanza della civiltà, Custer’s last Stand, che si concludeva con l’arrivo di Buffa Bill sul luogo del massacro, con le parole “Troppo tardi” proiettate su uno schermo dietro il ciclorama con la scena della battaglia (6).


Lo staff del Wild West Show

Questa drammatizzazione del trionfo della civiltà sulla barbarie si ampliò e negli spettacoli successivi vennero ingaggiate truppe a cavallo provenienti da tutto il mondo e lo spettacolo prese il nome di Buffalo Bill’s Wild west and Congress of Rough Riders of the word. E’ da questo spettacolo che Roosevelt prese in prestito il nome per il suo reggimento di volontari per la guerra di Cuba.
Il successo continuò a sorridere al cowboy, nel 1899, venne fondato un settimanale dedicato interamente a lui, il Cody . Il Cody ebbe un periodo di pubblicazione da record visto che ha resistito fino ai giorni nostri ed è ancora presente nelle edicole americane. Inoltre, con la Belle Epoque alle porte e i fratelli Lumiere già da un bel pezzo al lavoro, Cody non seppe resistere al fascino magnetico del cinema ed avviò una casa di produzione tutta sua. Accecato dagli enormi incassi tentò di guadagnare sempre di più investendo in affari che si dimostrarono dei veri e propri fiaschi, e sperperando denaro ad una velocità record. Fondò addirittura una città per immortalare il proprio nome, Cody, nella quale fece costruire un albergo estremamente lussuoso, dotato addirittura di una piscina, nel quale ospitava gratuitamente tutti coloro che potessero dimostrare con le loro esibizioni di essere degli autentici cowboy, oggi Cody è semiabbandonata.
Con il passare del tempo l’età cominciò a pesare e il pubblicò iniziò a disinteressarsi di uno spettacolo sempre uguale a se stesso. Il tracollo fu vertiginoso: in pochi anni Cody perse tutto quello che aveva guadagnato e non fu più in grado di risalire la china. I reumatismi gli resero impossibile compiere le consuete evoluzioni in sella, la crescente miopia gli impedì di centrare bersagli posti troppo in lontananza. Una nuova tournè in Europa, voluta per far fronte ai debiti, fu un colossale disastro. Quando tornò a Roma, venne ripetutamente fischiato da appena un migliaio di spettatori che lo prendevano in giro ricordandogli la sconfitta contro i Butteri (7).
Riuscì a fare ancora dei “tutto esaurito”, ma solo in piccole città, come ad esempio La Spezia, che visitò il 17 Marzo del 1906. L’11 Novembre 1916 (8) c’era la guerra in Europa, uno sterminio di uomini come mai il mondo aveva avuto la sfortuna di vedere prima, e la Frontiera era ormai semplicemente un ricordo: William Frederick Cody chiuse definitivamente il suo spettacolo. Quello che si presentò per l’ultima volta di fronte al suo pubblico era un uomo terribilmente anziano e stanco, incapace di salire da solo in sella; una parodia di ciò che era stato, esattamente come il parrucchino che portava era una ridicola parodia dei suoi lunghi capelli. Beveva una bottiglia di whisky al giorno quel Buffalo Bill, e decise di scomparire come essere vivente per trasformarsi, per sempre, nel simbolo di un’epoca.


Un ritratto di Buffalo Bill

William Cody-Buffalo Bill è l’esempio di come l’Ovest immaginario ha sopraffatto la realtà storica. A differenza di molti altri personaggi che divennero eroi del western, William Cody non denunciò le mistificazioni riguardanti la sua vita. Al contrario egli ebbe una parte importante nel creare la sua immagine mitizzata. Adattò i suoi abiti, e adeguò il suo comportamento e il suo passato per farli combaciare con l’immagine di se stesso, che lui stesso aveva costruito. Non modificò solamente la sua immagine e il suo passato, ma in linea con l’ideologia dominante cambiò anche la storia. Nei suoi spettacoli venivano rappresentate scene ricorrenti di aggressioni indiane, e di bianchi costretti a difendersi. Gli americani dovevano essere trasformati da conquistatori violenti in vittime che attaccano gli indiani solamente per difendersi. Gli indiani che facevano parte dello spettacolo, interpretavano la visione che i bianchi avevano di loro, e a volte si trovarono a recitare la revisione di alcuni eventi a cui loro avevano realmente partecipato (9). Per i milioni di persone che andarono a vedere il Wild West Show, quello che vedevano era la vera storia del West, e non la sua versione mitizzata.

Buffalo Bill in Italia

Il successo del Buffalo Bill Show fu tale che nel 1886 William Cody fu invitato ad esibirsi a Londra presso il padiglione dell’American Exhibition. La compagnia teatrale si sposto a bordo del piroscafo State of Nebraska e la compagnia comprendeva:

“83 passeggeri di prima classe, 38 passeggeri di terza classe, 97 indiani, 180 cavalli, 18 bufali, 10 alci, 5 manzi texani, 4 asini e 2 cervi (10).”

All’arrivo dei Buffallo Bill, il suo accampamento divenne un vero e proprio luogo di pellegrinaggio dell’elitè inglese. Il re Edoardo VII accettò l’invito del cowboy e si recò a vedere lo spettacolo accompagnato dalla moglie e dalle figlie. Alla fine della rappresentazione incontrò tutti gli attori, compresa Annie Oakley, la quale, ignorando le regole dell’etichetta strinse la mano alla principessa del Galles. I reali non si offesero, al contrario convinsero la regina Vittoria ad andare a vedere lo spettacolo. Per la prima volta dopo la morte del marito, la regina Vittoria assistette di persona a una rappresentazione pubblica (11).
La regina fu talmente entusiasta dello spettacolo che chiese di assistere ad un’altra rappresentazione e in quell’occasione i regnanti del Belgio, Grecia, Sassonia e Danimarca erano tra il pubblico. Lo spettacolo ebbe un successo enorme, il botteghino era sempre tutto esaurito e lo spettacolo girò per tutta l’Inghilterra. Lo show venne proposto in Francia e in Spagna e poi all’inizio del 1890 lo spettacolo di Cody si spostò in Italia. Contemporaneamente all’arrivo di Buffalo Bill in Italia vennero anche pubblicate le sue gesta eroiche in una serie di dime novel intitolate Buffalo Bill, Terribili avventure fra i selvaggi indiani (12).


Buffalo Bill a Vicenza

La tourneè prevedeva inizialmente cinque tappe, e poi dato il grande successo vi si aggiunse Verona. Buffalo Bill sbarcò a Napoli nel febbraio del 1890 dove il Wild West Show fece le sue prime rappresentazioni. Alla prima del suo spettacolo si trovò davanti un grave inconveniente, oltre ai 2000 biglietti venduti, ve ne erano altri 2000 falsi. Questo causò un enorme litigata tra 4000 persone per poter entrare a vedere lo spettacolo, che comunque ebbe un enorme successo. Da qui la sua fama lo precedette nella capitale, dove in occasione del Carnevale impazzavano le maschere a lui dedicate. Il 22 febbraio Buffalo Bill giunse a Roma, la storia vuole che per il suo spettacolo avesse pensato al Colosseo, che poi reputò inadatto.
Il 3 marzo il pontefice Leone XIII invitò la troupe di Cody in Vaticano per ricevere la benedizione papale. Sul ‘New York Herald’ dell’epoca si leggeva:

“Uno degli spettacoli più strani che siano mai stati contemplati tra le mura austere del Vaticano è stato l’ingresso sensazionale compiuto questa mattina da Buffalo Bill alla testa dei suoi indiani e cowboy […] Tra affreschi immortali di Michelangelo e di Raffaello e in mezzo alla più antica aristocrazia romana, apparve improvvisamente una banda di selvaggi con le facce dipinte, coperti di piume e di armi, armati di accette e coltelli […]. Improvvisamente, una bella e cavalleresca figura apparve. Tutti gli sguardi si volsero verso di lei. Era il colonnello William F. Cody, detto Buffalo Bill. Salutò i camerlenghi con un largo gesto e avanzò tra i ranghi delle guardie. (13)”

Durante la visita vi furono scambi di regali tra le parti, e dalle cronache si evince come più di una volta il Papa sembra aver trattenuto una risata. Lo spettacolo ebbe un enorme successo di pubblico nella capitale, Buffalo Bill divenne popolarissimo, per le strade la gente lo riconosceva e lo additava chiedendogli autografi (14).
Un’altra vicenda che merita di essere raccontata del soggiorno romano di Buffalo Bill è la gara che fecce con i butteri. Durante i suoi spettacoli Buffalo Bill era solito sfidare i componenti del pubblico a provare a rimanere in sella per tre minuti sui cavalli non domati presenti nello show.


Buffalo Bill a Verona

Solitamente nessuno aveva il coraggio di accettare questa sfida, almeno fino all’ 8 marzo 1890 quando il duca Onorato Caetani scommise 500 mila lire che i butteri della sua tenuta di Cisterna sarebbero riusciti nell’impresa. La sfida si tenne davanti ad un foltissimo pubblico. Subito vennero lasciati liberi alcuni indomiti puledri americani che i butteri dovevano sellare e cavalcare senza farsi disarcionare.
Questa la cronaca del rodeo come si legge ne Il Messaggero:

“il morello, tenuto con le corde, si dibatte frenetico; s’alza sulle zampe di dietro, tira rampate. I butteri le schivano sempre con la sveltezza di uomini esperti. Riescono finalmente a mettergli la sella con il sottocoda, e d’un salto uno dei butteri gli è sopra. E’ Augusto Imperiali. Nuova tempesta di applausi. I butteri, entusiasti del successo ottenuto, saltano, ballano, buttano all’aria i cappelli, tanto per imitare in tutto quello che si è visto fare dagli americani. Augusto Imperiali fa una stupenda galoppata intorno al campo, tenendo con la destra le redini e agitando con la sinistra il cappello. Tutte le sfuriate del cavallo non riescono a muoverlo dal posto un solo momento. Sceso a terra, e chiamato ad avvicinarsi ai primi posti dove riceve le più vive congratulazioni da tutti, compresa la Duchessa di Sermoneta ed i suoi figli (15)”.

Buffalo Bill non accettò di pagare la scommessa ed il giorno seguente tolse le tende del suo circo e lasciò Roma. Le spoglie dell’eroico buttero oggi riposano nel cimitero di Cisterna di Latina. Dopo Roma il Wild West Show toccò le città di Firenze e Bologna, per approdare, infine, a Milano. Nel capoluogo lombardo ci fu una nuova, stravagante sfida. Cody affrontò al motovelodromo Trotter l’asso del pedale Romolo Buni (16), in una lunghissima corsa della durata di tre giorni. Lo scontro sembrava una sfida tra due epoche: l’epoca del cavallo, ormai al tramonto e l’epoca del “cavallo d’acciaio”, o meglio la bicicletta, ormai in piena ascesa. Il confronto tra Cody e Buni suscitò non poco clamore sulle pagine dei quotidiani, e migliaia di tifosi assistettero alla sfida. Questa volta Buffalo Bill ne uscì vincitore. il nuovo mezzo di locomozione subì una bruciante sconfitta, non estraneo il fatto che Cody cambiasse al volo la propria cavalcatura ad ogni nuovo giro di pista, alla maniera dei corrieri del Pony Express (17). Il successo del primo tour del Wild West Show in Italia fu incredibile. Ovunque vi fu un enorme successo di pubblico, che dopo aver incontrato l’eroe del west Buffalo Bill continuarono a leggere di lui nelle dime novel che venivano pubblicate in Italia. Buffalo Bill fece conoscere al grande pubblico italiano il west, o meglio ciò che lui raccontava del west. Grazie a lui in Italia, come in Europa, si diffuse la visione mitizzata del west e dei suoi abitanti.

Annie Oakley

Phoebe Ann Mosey, meglio conosciuta come Annie Oakley, nacque a Willodell, in precedenza Woodland, una contea rurale in Ohio il 13 agosto 1860. Nel luogo che si presume le abbia dato i natali vi è una targa, che fu posta dal Comitato Annie Oakley (Annie Oakley Committee) nel 1981, 121 anni dopo la sua nascita (18). Il comitato però scrisse male il suo cognome di nascita sulla targa di bronzo fusa, che finiva erroneamente per “s” invece che per “y”. I genitori di Annie erano quaccheri di Hollidaysburg, Contea di Blair, Pennsylvania: Susan Wise, 18 anni, e Jacob Mosey, di 49 anni, sposatisi nel 1848. Annie era la sesta degli otto figli della coppia, e quando dopo la morte del padre la madre si risposò, venne allontanata da casa. Venne affidata alle cure del sovrintendente della fattoria per i poveri della contea, dove imparò a cucire e a decorare. Trascorse qualche tempo in semi-schiavitù per una famiglia locale dove subì maltrattamenti mentali e fisici, per il resto della sua vita Annie si riferì a loro come “i lupi” (19).


Annie Oakley

Quando si riunì con la sua famiglia all’età di 13 o 14 anni, sua madre si era sposata una terza volta, con Joseph Shaw. A causa della sua infanzia difficoltosa Annie non frequentò la scuola regolarmente, e non imparò mai a scrivere correttamente, tantochè in molti documenti scrisse il suo cognome in maniera errata. Dopo la morte del padre, quando Annie aveva solamente 9 anni, iniziò a cacciare per poter mantenere i suoi numerosi fratelli e sua madre rimasta vedova. Vendeva la selvaggina cacciata in cambio di denaro agli abitanti del luogo a Greenville, nonché ai ristoranti e agli alberghi nell’Ohio meridionale. La sua abilità alla fine fornì il denaro per estinguere l’ipoteca sulla fattoria della madre quando Annie aveva 15 anni. In quelle fortunate battute di caccia nei boschi dell’Ohio, si era resa conto di avere una mira fuori dal comune, tanto che a soli diciotto anni decise di andare fino a Cincinnati per partecipare ad una gara di tiro. Alla gara partecipava anche Il tiratore di spettacoli itineranti ed ex addestratore di cani Francis E. Butler (1850–1926), un immigrante irlandese, che scommise 100, con il proprietario di un albergo di Cincinnati, Jack Frost, che lui, Butler, 31 anni di età, poteva battere qualsiasi tiratore dilettante locale. Annie, che aveva raggiunto l’età di 21 anni, sfidò Butler e lo battè. Dopo la sconfitta Butler cominciò a corteggiare la Oakley, ed infine i due si sposarono il 20 giugno 1882. La Oakley e Butler vissero a Cincinnati (Ohio), ed è probabile che Annie abbia preso il suo nome di scena dal quartiere di Oakley nella città, dove risiedevano. Nel 1885 la coppia si unì al Wild West Show. In Europa, ella si esibì per la Regina Vittoria e altre teste coronate di stato una leggenda racconta che con un colpo solo del proprio fucile, Annie sia riuscita a mozzare una sigaretta che il Kaiser Guglielmo II stava placidamente fumando; in realtà pare che il fatto sia stato ingigantito ad arte dalla stampa e che la Oakley, per evitare pericolosi incidenti ed imbarazzi diplomatici, abbia invece suggerito all’imperatore di tenere la sigaretta fra le dita, ben lontana dunque da punti vitali (20). Annie promosse l’integrazione delle donne durante le operazioni di combattimento americane e il 5 aprile 1898 scrisse una lettera al presidente William McKinley

“offrendo al governo i servizi di una compagnia di 50 ‘signore tiratrici’ che avrebbero fornito le loro armi e le loro munizioni se gli Stati Uniti fossero entrati in guerra con la Spagna. (21)”

La Guerra ispano-americana avvenne effettivamente, ma l’offerta della Oakley non fu accettata. Nonostante il rifiuto In tutta la sua carriera, si ritiene che la Oakley abbia insegnato ad oltre 15.000 donne ad usare un’arma da fuoco, non solo come forma di esercizio fisico e mentale, ma anche per difendere sé stesse (22). Nel 1901 la Oakley era a bordo del treno che stava trasportando la troupe del Wild West Show e rimase gravemente ferita, ma si riprese completamente dopo una paralisi temporanea e cinque operazioni spinali (23). Lasciò lo spettacolo di Buffalo Bill e nel 1902 iniziò una più tranquilla carriera di attrice in un dramma teatrale scritto appositamente per lei, The Western Girl. La Oakley interpretava il ruolo di Nancy Berry e usava pistola, fucile e laccio per superare in astuzia un gruppo di fuorilegge (24). Annie continuò a stabilire primati fino a dopo i suoi 60 anni, e si impegnò anche in opere filantropiche per i diritti delle donne, alla sua morte si scoprì che la gran parte dei suoi beni erano stati spesi in beneficenza per assicurare un’istruzione alle giovani donne e ai bambini (25). Alla fine del 1922, la Oakley e Butler subirono un incidente d’auto debilitante, che la costrinse ad indossare un tutore d’acciaio sulla gamba destra. Tuttavia dopo un anno e mezzo di recupero, si esibì di nuovo e realizzò nuovi primati nel 1924. La sua salute declinò nel 1925 e morì di anemia perniciosa a Greenville (Ohio) all’età di sessantasei anni nel 1926.Fu sepolta nel Cimitero di Brock a Greenville (Ohio). Il maritò la seguì dopo poche settimane.


Annie Oakley in azione

Annie rappresentava perfettamente la donna della frontiera, bella e coraggiosa, sapeva maneggiare un fucile meglio di molti uomini. Se negli Stati Uniti ci si stava abituando a questi tipi di donne, lo stesso non era in Europa. Nella società vittoriana la donna era la custode della moralità sociale e dunque doveva necessariamente essere angelica e sottomessa, appagata dal crescere i figli e di occuparsi della casa e del procurare felicità del proprio marito.
Le donne che fecero parte del Wild West Show non si avvicinavano neanche lontanamente al prototipo dell’angelo del focolare richiesto dalla società vittoriana, nonostante i pubblicitari dello show cercavano di adeguare le protagoniste agli standard europei. Annie Oakley era in grado di battere qualunque uomo con la sua pistola, Calamity Jane vestiva, beveva e parlava come un uomo, Lilian Smith e May Lillie stupivano le platee con sorprendenti numeri da pistolero e Anne Schafer era specializzata in esibizioni equestri, tra cui il lancio del lazo e la doma dei cavalli selvaggi (26).
Queste donne, pistolere ed amazzoni, erano una provocazione continua per gli stereotipi dominanti e questo obbligava gli impresari, preoccupati per la potenziale minaccia sociale che queste donne rappresentavano, a interventi che ne enfatizzassero gli aspetti più femminili (27). Il programma di uno spettacolo, ad esempio, sottolineava che le artiste in scena non erano “donne della nuova classe: i tipi che rifiutavano la femminilità e tentano di scimmiottare gli uomini” (28). Nonostante l’assicurazione degli impresari, queste donne, grazie alle loro esibizioni, che le vedevano rivaleggiare con gli uomini, cavalcare da uomo, sparare come gli uomini e vestire da cow-boy, mettevano duramente alla prova i limiti della cultura vittoriana. Annie e le alte cow-girl rivelarono una realtà fondamentale della cultura di massa, ovvero chi la produce non sempre è in grado di mantenere il controllo assoluto sul prodotto (29).

Conclusioni

Il Far West, quello mitico e immaginario, ha dunque le sue radici nell’Ottocento e gli scrittori e le scrittrici delle dime novel furono, senza saperlo, fondamentali per la sua creazione e diffusione. Ho cercato di capire quando la figura del cowboy si è allontanata definitivamente dal suo corrispettivo storico per divenire una figura mitica e mi sono resa conto che, quando i cowboy svolgevano ancora il loro lavoro con le mandrie nei ranch alla frontiera, nelle città americane già si leggevano storie sui loro eroici comportamenti, sul loro bell’aspetto, e sulla loro nobiltà d’animo. Durante la guerra civile, i soldati al fronte, leggevano dei coraggiosi uomini che avevano speso la loro vita a combattere gli indiani per conquistare palmo a palmo la frontiera americana e renderla un posto civilizzato. Dalla solitudine e dall’asprezza della vita alla frontiera nasceva un uomo nuovo, non più europeo, ma il nuovo americano.
In realtà i cowboy non erano nulla di tutto questo, la maggior parte di loro erano messicani o indiani e il loro lavoro era quello di mandriani e non quello di eroi. Nello stesso modo in cui il cowboy dei romanzi si allontanava dal vero mandriano, ogni aspetto della frontiera si trasformava in qualcosa di mitico e diverso dalla realtà. I romanzi che avevano raccontato la frontiera non erano accessibili a tutti, e solamente le classi più alte avevano la possibilità di leggerli e conoscere, tramite questi, la frontiera. Quando questi romanzi iniziarono ad essere pubblicati a puntate sui giornali, ebbero un enorme successo, che spinse Irwin Beadle e Robert Adams a pubblicare queste storie in economici libretti da un dime. Il prezzo così economico riversò le storie western sul nascente mercato di massa facendo conoscere la frontiera e i cowboy a tutte le classi sociali. Gli scrittori e gli editori sapevano che il pubblico per il quale scrivevano era un pubblico che aveva bisogno di essere nazionalizzato e di ritrovare un passato mitico per la nascita della propria nazione, nonché una giustificazione per i soprusi che venivano compiuti nei confronti degli indiani. Le dime novel offrivano tutto questo.
La nascente società industrializzata, fatta di uomini e donne costretti ad alienanti lavori in fabbrica, avevano bisogno di sognare un’America più pura, più vicina alle sue origini rurali, e nel loro immaginario la frontiera era tutto questo. Un luogo in cui si poteva sopravvivere con le proprie forze, lavorando la propria terra senza avere un padrone, e dimostrare il proprio coraggio difendendo le proprie mogli e figli dagli indiani. Ovviamente questa visione della frontiera era molto diversa dalla realtà, ma chi leggeva le dime novel, e sulla frontiera non c’era mai stato, non poteva saperlo. Quando poi Buffalo Bill iniziò a girare l’America con il suo Wild West Show, non fece che confermare quelle idee che ormai già si stavano radicando nei lettori delle dime novel.
Gli scrittori delle dime novel non avevano grande libertà nè nelle trame, nè nella lunghezza e a volte neanche riguardo ai personaggi da inserire all’interno delle loro storie. Gli editori volevano vendere il più possibile, e per fare questo volevano in ogni modo rispondere alle richieste dei lettori. Con l’enorme successo della prima dime novel Malaeska, era chiaro che i lettori volevano leggere della frontiera, e se i racconti erano anche scabrosi vendevano ancora di più. Se i lettori erano attratti da argomenti e sensazionalistici, le unioni miste attiravano moltissimo pubblico. Quello delle unioni miste è stato un problema che ha accompagnato la frontiera fin dall’inizio della sua formazione. L’iniziale penuria di donne nei primi insediamenti fece si che i coloni rivolgessero le loro attenzioni alle donne indiane, ma gli indiani erano ritenuti un popolo inferiore e queste unioni non erano viste di buon occhio, alcuni stati arrivarono addirittura a proibirle. Se per gli uomini era semplice abbandonare le proprie mogli indiane e rientrare nella società bianca senza subire gravi discriminazioni, come racconta Ellis nella dime novel Joe the sarpint, non altrettanto succedeva alle donne. Queste infatti se vivevano con un indiano erano discriminate a vita. Questo accadeva anche quando la scelta di sposare un indiano era frutto di un rapimento. Infatti quando le bambine venivano rapite, gli indiani le facevano crescere come membri effettivi della tribù, per poi farle sposare ad un indiano. Gli scrittori e le scrittici dell’Ottocento cercarono, all’interno dei loro romanzi, di proporre delle soluzioni a questo annoso problema. Nei romanzi che ho preso in esame: Atala, Pocahontas, Hobomok, Hope Leslie, L’ultimo dei Mohicani, Wept of Wish-to-Wish, Joe the sarpint, The white squaw e The Half-Breed: A Tale of the western Frontier propongono tutti finali diversi sia per gli appartenenti alla coppia che per gli eventuali figli nati da questa.
Per autori come Cooper e Chateaubriand, non vi è possibilità per le coppie miste ne per i loro figli. In Atala Chateaubriand fa suicidare la protagonista piuttosto che farla cadere tra le braccia del suo innamorato. In Cooper il discorso è ancora più forte, poiché l’autore vuole creare una coppia dal quale nascerà l’intera discendenza americana, ricevendo una sorta di eredità dagli indiani. Questa coppia non può quindi essere una coppia che ha sangue indiano. Cora e Uncas sono costretti a morire a causa del loro sangue. Chi è degno di sopravvivere sono l’inglese Alice e il virginiano Maggiore Duncan Heyward, dal quale nascerà una nuova discendenza americana. Nell’altro romanzo in cui Cooper affronta l’argomento, Wept of Wish-to-Wish lo scrittore non permette di sopravvivere neanche al bambino che nasce dall’unione di un indiano e una donna americana che fu rapita da bambina per poi crescere e sposare un indiano.
Ann Sophia Stephens nella sua dime novel Malaeska, impedirà alla protagonista indiana e al suo innamorato di avere un lieto fine, e farà suicidare anche il figlio della coppia quando questo verrà a conoscenza delle sue origini. A differenza di Chateaubriand e Cooper la Stephens fa ricadere la colpa della morte dei protagonisti del romanzo sulla società maschilista e razzista che li circonda.
Edward S. Ellis e Lydia Maria Child nei rispettivi romanzi Joe the seprint e Hobomok propongono delle soluzioni meno drastiche rispetto agli autori sopracitati. Nel romanzo di Ellis, Tom ha un figlio con l’indiana Drew-Drop, ma sceglie di tornare a vivere con la sua moglie americana Sally e portare con se il bambino nato dall’unione mista e l’indiana dal dolore si suiciderà. Anche in Hobomok la società bianca avrà la meglio su quella indiana. L’americana Mary si sposa con l’indiano Hobomok, ma al ritorno del suo innamorato Charles Brown lascerà l’indiano per tornare tra i bianchi e anche lei porterà con se il bambino dal sangue misto. Per questi due autori il mondo indiano è destinato ad essere irrimediabilmente inghiottito dalla società bianca, anche se dalle unioni miste possono nascere individui migliori che racchiudono il lato migliore di ognuna delle due società.
Gli autori che diedero un lieto fino alle coppie miste furono Thomas Mayne Reid in The white Squaw e Catharine Maria Sedgwick in Hope Leslie. In entrambi i romanzi le coppie hanno un lieto fine, che, però, si può avere solo nel mondo indiano. Questi romanzi raccontano come queste coppie potevano essere accettate nel mondo indiano, che era di mentalità più aperta e non come il mondo americano che era profondamente razzista nei confronti degli indiani. L’argomento creava enorme scalpore, al punto che Anthony Comstock cercò di censurare le dime novel che trattavano questi argomenti, ma l’enorme successo che ebbero ne resero impossibile la censura.
Le dime novel non parlarono solo dei matrimoni interraziali, ma raccontarono anche le gesta di Calamity Jane, Wild Edna, Shian Sall e le altre eroine del West. Le eroine delle storie western si trasformarono da donne indifese, a donne totalmente emancipate, in grado di difendersi da sole, che lavoravano e disponevano dei propri soldi senza dover sottostare alle scelte del marito o di qualche parente uomo. Queste donne si allontanavano sempre più dalla visione della donna angelo che aveva il compito di badare alla casa e ai figli, o alle eroine delle domestic novel. Calamity Jane è un altro esempio di come la finzione raccontata dalle dime novel, avesse sostituito la realtà. Lei stessa fomentò storie false sulla sua vita, proprio come Buffalo Bill, per rendere il suo personaggio più interessante e facile da vendere. Quando ho trovato l’articolo del New York Times (30) che raccontava la storia di Mary Abbot e il suo desiderio di diventare una cowgirl, mi sono chiesta che effetto avevano questi personaggi nelle mente dei lettori. Quale erano le reazioni delle lettrici, e anche dei lettori, quando leggevano di donne non sposate che accettavano di giacere tra le braccia di uomini appena conosciuti. O quando leggevano di donne che grazie alla loro forza e al loro coraggio non solo salvavano la loro vita, ma anche quella di altri uomini. O la storia di Shian Sall che scommetteva, beveva e gestiva un Saloon. Quando queste donne arrivavano in Europa creavano grande scalpore. Dai diari di Annie Oakley sappiamo che al suo arrivo il Europa il pubblico era esterrefatto di vedere una donna che con la pistola superava in bravura gli uomini, e lei stessa racconta che il suo arrivo era sempre accolto freddamente. I responsabili dello show tentavano di rendere più femminili queste donne, e spiegavano al pubblico come non fossero modelli da seguire, ma nei suoi diari Annie auspicava che le donne “imparassero a tenere un fucile, allo stesso modo in cui cullavano un bambino” (31). Se all’inizio di questa lavoro mi sono chiesta dove nascevano le radici dell’immagine mitica del West, le dime novel sono la risposta. Ma vi sono domande al quale gli studi non hanno ancora risposto. Cosa rappresentavano e che sentimenti smuovevano nei lettori le storie di donne indipendenti ed emancipate?
Il grande pubblico ebbe accesso alle storie di questi eroi e attraverso loro conobbero il West, o almeno quello narrato dagli scrittori. Le storie di Buffalo Bill erano lette non solo in America, ma anche nel resto d’Europa. Quando il Buffalo Bill Show arrivò in Europa con i suoi indiani cattivi, e i cowboy e le cowgirl a salvare la situazione, il pubblico vide in quelle immagine la frontiera, che prese definitivamente il posto della frontiera reale. Nel Buffalo Bill Show, come nelle esposizioni universali di fine secolo, ormai il West storico era quasi completamene sparito, inghiottito dal West mitico. Se è vero che gli americani, per usare le parole di Sarrasani (32), hanno portato in giro per l’Europa un bluff, e pur vero che hanno appagato il desiderio di autenticità degli europei. Buffalo Bill provocò in Europa la “febbre del selvaggio West” e questa febbre si basava sull’idea che lo show rappresentasse “l’originale”. Il Buffalo Bill Show era, per il pubblico, un’esperienza di vita vissuta trascorsa da poco. Ed è questa la forza della cultura di massa americana, la pretesa della sua autenticità. L’autenticità era proprio quello che Buffalo Bill e le dime novel promettevano. Raccontavano o mostravano indiani veri, bufali veri, cowboy veri e il West come era stato. Sia gli americani che gli europei ci credettero, divertendosi agli spettacoli, e non considerando mai Buffalo Bill come un bluff. Le dime novel prendevano in prestito eroi e fatti dalla realtà, e, pur modificandoli, li presentavano come storicamente veri. L’importanza delle dime novel fu quella far conoscere al mondo un West che spacciava per vero.

Noemi Sammarco

FINE!

NOTE

  1. A. Giuntani, Buffalo Bill, dalla frontiera al circo, Margini, Roma, p. 16
  2. P. L. Gaspa, Buffalo Bill: L’uomo, la leggenda, il West, Imprimatur, p.107
  3. . W. Rydell, R. Kroes, Il west selvaggio, L’Europa e l’americanizzazione del mondo: Buffalo Bill Show, p. 42.
  4. L. S. Warren, Buffalo Bill’s America, Knopf Doubleday, Publishing Group, New York, 2015, p.210.
  5. S. J. Blackstone, Buckskins, Bullets, and Business: A history of Buffalo Bill’s Wild West, Greenwood Press, New York, 1986, p.47
  6. S. J. Blackstone, Buckskins, Bullets, and Business: A history of Buffalo Bill’s Wild West, p. 18-21.
  7. Le prese in giro facevano riferimento alla sfida persa da Buffalo Bill l’8 marzo 1890 contro i butteri, i pastori a cavallo tipici della Maremma.
  8. D. Russell, The Lives and Legends of Buffalo Bill, University of Oklahoa press, Norman, 1960, p. 463.
  9. B. Cartosio, Da New York a Santa Fe, pp. 168-169
  10. R. W. Rydell, R. Kroes, Il west selvaggio, L’Europa e l’americanizzazione del mondo: Buffalo Bill Show, p. 141
  11. R. W. Rydell, R. Kroes, Il west selvaggio, L’Europa e l’americanizzazione del mondo: Buffalo Bill Show, p. 143
  12. I. Pezzini,P. Fabbri, Le avventure di Pinocchio: tra un linguaggio e l’altro, Maltemi, Roma, 2002, p. 168.
  13. M. Roncalli, https://www.avvenire.it/agora/pagine/buffalo-bill
  14. Gustavo Brigante Colonna Angelini, Roma papale: storie e leggende, . Le Monnier, 1925, p.139
  15. “Il Messaggero” del 10 marzo 1890, cit. in: M. Nasi, I butteri di Cisterna e dell’Agro Pontino. Augusto Imperiali, l’eroe di tutti i butteri, Palombi Editori, 2006, p.83.
  16. M, Franzinelli, Il Giro d’Italia: Dai pionieri agli anni d’oro, Feltrinelli, Milano, 2013, p.34.
  17. L. Barbieri, Lo spettacolo dell’ovest selvaggio, in http://www.farwest.it/?p=1255
  18. Tall Tales and the Truth, Annie Oakley Foundation in web.archive.org.
  19. Whiting, Jim, What’s so great about Annie Oakley, Mitchell Lane Publishers, Delaware, 2007.
  20. Tall Tales and the Truth: Did she shoot the Kaiser’s cigarette?, Annie Oakley Foundation at web.archive.org
  21. The National Archives and Records Administration (NARA). Lettera del Presidente William McKinley da Annie Oakley del 5 Aprile, 1898. Conservata in: Adjutant General’s Office, 1780’s–1917, Record Group 94.
  22. C. Wills, Annie Oakley, DK Publishing, London, 2007.
  23. K. E. Krohn, Wild West Women, Lerner publications Company, Minneapilis,2006, p.59.
  24. J. Wukovits, Legends of the West: Annie Oakley, Chelsea House Publishers, Philadelphia, 1991.
  25. K. E. Krohn, Wild West Women, p. 59.
  26. S. Wood Clark, Beautiful Daring Western Girl: Women of the Wild West Show, Buffalo Bill Historical Center, Cody, 1985.
  27. R. W. Rydell, R. Kroes, Il west selvaggio, L’Europa e l’americanizzazione del mondo: Buffalo Bill Show, p. 47.
  28. S. Wood Clark, Beautiful Daring Western Girl: Women of the Wild West Show, p.8.
  29. R. W. Rydell, R. Kroes, Il west selvaggio, L’Europa e l’americanizzazione del mondo: Buffalo Bill Show , p.48.
  30. Articolo in: D. Worden, Masculinity for the Million: Gender in Dime Novel Westerns, Arizona Quarterly: A Journal of American Literature, Culture, and Theory , Volume 63, Number 3, 2007, p.35.
  31. S. Wood Clark, Beautiful Daring Western Girl: Women of the Wild West Show, p.8.
  32. Cit in: R. W. Rydell,R. Kroes, Buffalo Bill in Bologna: The Americanization of the World 1869-1922, The University of Chicago Press, Chicago, 2005, p. 115.

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