La prima guerra dei Seminole

A cura di Renato Ruggeri

Quando la guerra del 1812 finì, gli Inglesi lasciarono un forte lungo la riva del fiume Apalachiola, in Florida. Era a circa 60 miglia sotto il confine degli Stati Uniti. Il forte era ben fornito di armi e munizioni, compresi alcuni cannoni. I neri liberi, discendenti da schiavi fuggiaschi, erano vissuti in questa regione per generazioni. Subito fecero del forte il loro quartier generale. Le loro fattorie e le terre coltivate si allungavano per 50 miglia lungo il fiume. Più di 300 neri, inclusi le donne e i bambini, lo popolavano, mentre un altro migliaio viveva nella regione circostante. Fort Negro, come fu chiamato, offriva il riparo delle sue mura agli schiavi che fuggivano dalle piantagioni della Georgia e dell’Alabama.
I proprietari di schiavi si lamentavano continuamente quando vedevano la loro proprietà umana scomparire. Trovarono un orecchio amico negli ufficiali dell’esercito che prestavano servizio lungo la frontiera meridionale, molti dei quali erano propietari di schiavi. Il Generale Gaines, comandante a Fort Scott scrisse spesso al Segretario di Guerra a Washington, riferendosi ai neri come fuorilegge, pirati e assassini.
I neri intorno al forte, ignoravano tutto ciò. I loro pensieri erano sulle famiglie, le fattorie e la pace e la tranquillità che si stavano godendo. Ma fra gli schiavisti e i militari loro amici venivano fatti piani per distruggere questa pace. Il problema era che Fort Negro si trovava in profondità all’interno del territorio spagnolo.
Un prigioniero a Fort Negro
Ci voleva una scusa per violarne il confine e distruggere la roccaforte. Non per Andrew Jackson, naturalmente. Diventato il Capo dell’Esercito Americano nel distretto meridionale, scrisse a Gaines nel maggio 1816 “Non ho dubbi che questo forte sia stato costruito da alcuni banditi con lo scopo di rapinare, saccheggiare e uccidere e che deve essere bruciato alle fondamenta e, se sei arrivato alle mie stesse conclusioni, distruggilo e riporta i negri ai legittimi proprietari”.
La verità era che i neri erano rifugiati felici di starsene lontani dagli Americani, a 60 miglia dal confine. E per neri “rubati”, essi avevano rubato solo sè stessi in una fuga verso la libertà. Non erano più assassini o fuorilegge dei patrioti del 1776.
Quale legge internazionale permise a Jackson di ordinare che un forte in territorio straniero fosse distrutto e che la sua gente, ora cittadini liberi della Spagna, ritornasse in catene? Nessuna legge, se non il desiderio dei propietari di piantagione di schiavizzare e distruggere i neri che vivevano liberi in pace e prosperità. E Jackson sapeva che la Spagna era troppo debole per opporsi.
Su ordine del Gen. Gaines, nel Luglio 1816, un convoglio di 2 cannoniere e 2 golette si avvicinò a Fort Negro. L’idea era di provocare il fuoco del forte. Ciò avrebbe fornito una scusa per la sua distruzione. Dall’interno delle mura era trapelata la voce che i neri avrebbero sparato su ogni nave che avesse tentato di passare. Quando gli Americani chiesero la resa, i neri aprirono il fuoco. I cannoni sulle navi risposero.
Andrew Jackson
Un colpo fortunato finì sulla polveriera, facendo esplodere centinaia di barili di polvere da sparo. Quando gli Americani sbarcarono, trovarono 270 corpi bruciati e mutilati e presero 64 prigionieri, di cui solo pochi illesi. Circa 30 Seminoles morirono. I superstiti che erano in grado di viaggiare furono portati in Georgia e dati agli uomini che reclamavano di essere di essere i discendenti dei proprietari che, generazioni prima, avevano posseduto gli antenati di questi prigionieri. Non furono richieste prove d’identità, i prigionieri furono semplicemente consegnati su richiesta. La Spagna protestò per l’invasione e richiese il ritorno delle propietà rubate (armi, provviste e animali razziati), ma gli Americani risposero che appartenevano ai negri e non alla Corona Spagnola.
Il comandante del forte, il nero Garcon e un capo Choctaw, catturati miracolosamente illesi, furono fucilati sul posto e scalpati. Nel forte vi erano anche una ventina di Choctaws.
La maggior parte delle armi era tenuta fuori dalle mura. Il bottino fu di 2500 moschetti, 500 spade e 400 pistole.
Dopo la distruzione di Fort Negro, il Presidente Monroe e i suoi collaboratori erano ancora indecisi riguardo la situazone della Florida. Tutta l’amministrazione la voleva, ma nessuno aveva intenzione di infastidire le potenze Europee. Il Segretario di Stato John Quincy Adams era coinvlto in delicate trattative con la Spagna e non voleva che la barca affondasse.
Nella mente dei Generali Gaines e Jackson la soluzione era chiara, bisognava entrare in Florida e distruggere i Seminoles. Se gli Indiani stavano causando problemi alla frontiera e la Spagna non riusciva a controllarli, toccava agli USA prendere il controllo della situazione. Non dovevano fronteggiare ambasciatori infuriati e uomini del Congresso indignati.
Un guerriero Choctaw
Mentre i politici di Washington rimuginavano sul da farsi, Gaines pensò che vi erano alcune cose che potevano essere realizzate senza varcare il confine. Alcuni villaggi Mikasuki nel Sudovest della Georgia erano su un territorio che era stato ceduto agli Stati Uniti alla fine della Guerra Creek, dal trattato di Fort Jackson. Forzando i Seminoles fuori dalla Georgia, avrebbe mandato un forte messaggio ai loro cugini che vivevano più a Sud. Il principale tra i villaggi Seminoles in Georgia era Fowltown, che si trovava a circa 15 miglia da Fort Scott, sul lato opposto del Flint River. Quando l’attività della guarnigione aumentò, Neamathla, il capo di Fowltown, disse al Maggiore David Twiggs del 7 Fanteria, comandante del Forte: “Ti avverto di non oltrepassare il fiume Flint e di non rompere neanche un fuscello sulla riva Est. Questa terra è mia. Il potere di chi sta in alto e quello che sta in basso mi impongono di proteggerla e difenderla e così farò.”
Gaines probabilmente esultò per questa risposta che disprezzava la sovranità americana. Vi era sempre la stessa questione, di chi era la terra? Per Gaines la risposta era scontata. Fowltown si trovava in Georgia, su suolo americano, in un’area che era stata ceduta dalla Confederazione Creek alla fine della guerra. Neamathla e i Mikasuki erano di parere diverso. Vivevano su quella terra da prima che esistessero gli Stati Uniti, non si consideravano Creeks e non avevano preso parte alla loro guerra.
Rispondendo alle taglienti parole di Neamathla, il Generale Gaines diede l’autorizzazione a Twiggs di attaccare il villaggio. Dopo una marcia di una notte, Twiggs e 250 uomini assalirono Fowltown all’alba del 21 Marzo 1817 e uccisero 4 uomini e una donna. Gli altri Seminoles trovarono rifugio in una palude. La Prima Guerra Seminole era cominciata.
Per il Gen. Gaines e gli uomini a Fort Scott esisteva però un problema, l’arrivo di viveri e vestiti. I rifornimenti giungevano lentamente e i soldati stavano aspettando ansiosamente un convoglio di barche che doveva risalire il fiume Apalachicola dal Golfo del Messico. Il tenente W. Scott, con 40 soldati, fu inviato giù per il fiume a scortare le imbarcazioni.

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