Il lungo viaggio di Estevanico

A cura di Pietro Costantini


Estevanico
Una delle più grandi odissee della storia americana iniziò nella piccola città di Azamor, sulla costa occidentale del Marocco, all’inizio del XVI secolo. Il giovane, che aveva trascorso i suoi primi anni di vita guardando le rive dell’Atlantico, poteva non avere alcun sentore del bizzarro futuro che il fato aveva in serbo per lui: un viaggio attraverso quel grande oceano fino alle terre di genti che non avevano alcuna conoscenza dell’Islam in cui era nato. In quelle terre sarebbe morto con un nome cristiano in una città che si credeva contenesse favolose ricchezze.
In ogni caso, visto quello che seguì, il giovane doveva certo aver avuto interesse per i costumi di altre genti, un orecchio acuto per le diverse lingue parlate, una notevole robustezza e la capacità di adattarsi rapidamente alle mutevoli circostanze.
L’uomo dalla pelle nera doveva essere stato acquistato da razziatori di schiavi che lavoravano lungo la costa africana o era stato preso prigioniero in uno dei frequenti scontri tra Spagna e Marocco, che continuavano anche dopo la cacciata dei Mori dalla penisola iberica nel 1492. Col nome cristiano di Estevanico, datogli dai suoi padroni spagnoli, il giovane moro doveva avere tra i diciotto e i ventidue anni quando lasciò l’Africa per i Caraibi come schiavo.
Nel 1527 Estevanico era al servizio di Andrés Dorantes, comandante di una compagnia di fanteria nella spedizione organizzata da Pànfilo de Narvàez per esplorare e conquistare le terre che si estendevano ad ovest della Florida sul Golfo del Messico. Uomo di origini abbastanza modeste, Dorantes era giunto nel Nuovo Mondo in cerca di oro e gloria. Narvàez, dopo più di vent’anni passati come conquistador in Messico, aveva ottenuto una patente reale come governatore spagnolo della Florida ed era ansioso di prendere possesso del suo territorio, di esplorarlo e di cominciare a sfruttarne la ricchezza. Il gruppo riunito per tale impresa era una variopinta collezione di soldati di ventura di vari paesi, sotto il comando di ufficiali spagnoli.
La spedizione soffrì un ritardo dopo l’altro: un uragano distrusse una delle navi di Narvàez e danneggiò le altre, costringendo la spedizione a svernare a Cuba. Poi, quando salparono di nuovo, nel febbraio del 1528, dovettero fronteggiare le pessime condizioni del tempo prima di raggiungere la Florida. Fu solo a metà aprile che le quattro navi originarie e un brigantino, acquistato nel frattempo per rimpiazzare quello perduto, con a bordo circa 400 uomini e 42 cavalli sopravvissuti al viaggio, approdarono sulla costa occidentale della Florida, a nord dell’attuale Tampa Bay. Pur eseguendo il suo servizio per Dorantes, Estevanico (o Esteban, come è anche chiamato) sicuramente sentì l’eccitazione che afferrò il resto della spedizione come mise piede per la prima volta sul suolo della Florida. I Nativi di un piccolo villaggio diedero loro del pesce e della carne di cervo, poi fuggirono, lasciando tra le reti da pesca un sonaglio d’oro. Questa scoperta era uno splendido presagio per gli Spagnoli, affamati di tesori. Narvàez si recò sulla spiaggia e prese ufficialmente possesso del territorio in nome del re Carlo I di Spagna (Carlo V imperatore), poi divise le sue forze: 300 uomini, tra cui 40 cavalieri, con sé per esplorare quelle terre, mentre le navi si dirigevano verso quello splendido porto naturale che i suoi piloti erano certi dovesse esserci lì vicino. Dopo tre lunghi, disperati mesi, il gruppo principale giunse alla città di Aute. Essi avevano vagato per stagni e torrenti e combattuto contro Nativi ostili, ma non avevano trovato tracce di oro, perle o gioielli: nulla che rendesse appetitosa la conquista, né vi era traccia delle navi. Nel frattempo erano morti più di 40 uomini, per fame, malattie, vittime di incidenti o delle frecce degli indigeni. Lo stesso Narvàez, malato, affamato e scoraggiato, decise di rinunciare alla spedizione e tornare alla civiltà. Senza più navi, i sopravvissuti decisero di costruire cinque zattere, lavorando, fondendo speroni, briglie e balestre per farne chiodi; intrecciando foglie di palma e crini di cavallo per ottenere cordami e cucendo tra loro i propri vestiti per farne delle vele.


Panfilo de Narvàez sbarca a Tampa Bay

Il 22 settembre 1528, dopo aver mangiato tutti i cavalli meno uno, salparono per il Messico: ogni zattera portava circa cinquanta uomini e le loro misere provviste. Gli “otri”, fatti con la pelle delle zampe dei cavalli, marcirono in un paio di giorni, lasciando gli uomini senza acqua fresca, mentre il solo cibo era solo un po’ di mais secco. Estevanico e il suo padrone Dorantes condivisero la scialuppa con un altro capitano, Alonzo del Castillo Maldonado, e i restanti 48 uomini. «Talmente grande è il potere della necessità» scrisse il tesoriere della spedizione, Alvar Nuñez Cabeza de Vaca «che ci portò alla ventura sul mare tempestoso in questo modo e senza che alcuno di noi avesse la minima conoscenza dell’arte marinara». Per compensare questa mancanza si decise di tenersi a vista di costa ma, resi deboli per la fame, la sete e la vampa del sole, gli uomini non poterono che lasciare che le loro zattere seguissero il vento e le correnti. Quando, alla fine d’ottobre, giunsero alle foci del Mississippi, la fortissima corrente distrusse le imbarcazioni una dopo l’altra: alcune naufragarono contro la riva, altre, compresa quella di Narvàez, sparirono nel mare aperto. La zattera di Dorantes naufragò contro un’isoletta; gli occupanti si unirono così agli altri superstiti comandati da Cabeza de Vaca, che i Nativi avevano aiutato e nutrito. I sopravvissuti erano così patetici che gli Indiani «si sedettero con noi e cominciarono a piangere, compassionandoci per la nostra sfortuna». Malgrado la gentilezza degli indigeni, gli Spagnoli erano terrorizzati dall’idea di diventare vittime di qualche sacrificio rituale. Invece furono trattati così bene che «ci rassicurammo, perdendo in parte il timore di essere macellati». Un tentativo di recuperare la zattera di Dorantes fallì e il gruppo dei naufraghi fu costretto a passare l’inverno sull’isola, che soprannominarono Malhado (Sfortuna). Degli 80 uomini naufragati solo 15 arrivarono a primavera. Per la disperazione un gruppo di Spagnoli sconvolse i propri compagni e gli ospitali Nativi mangiando le carni di quelli che erano morti.

Nell’aprile del 1529 Dorantes riunì i sopravvissuti della sua zattera, compresi Castillo ed Estevanico, e partì per il continente, lasciando Cabeza de Vaca e i suoi uomini sull’isola. Catturati da indigeni meno ospitali degli isolani, questi fuggitivi trascorsero sei mesi lavorando pesantemente e sopportando gli insulti e i colpi dei nuovi padroni. Cinque uomini, che avevano tentato la fuga, furono uccisi, altri morirono di fame e di freddo, solo Estevanico, Castillo e Dorantes sopravvissero.
Cabeza de Vaca, intanto, aveva continuato a vivere sull’isola lavorando come servo e poi come commerciante di conchiglie, perle, tintura d’ocra, pelli e altri oggetti. Egli non tentò di fuggire dall’isola di Malhado, come disse in seguito, perché l’altro sopravvissuto del suo gruppo, Lope de Ovieda, non si lasciava convincere alla fuga. Infine riuscì a convincerlo ad andare sul continente in cerca di altri cristiani. Cabeza de Vaca lo prese e lo portò in spalle attraverso gli isolotti e quattro fiumi, perché non sapeva nuotare. Dopo sei anni di separazione, Cabeza de Vaca si riunì agli altri tre sopravvissuti della spedizione Narvàez: Dorantes, Castillo ed Estevanico. I quattro si scambiarono le informazioni che avevano raccolto da occasionali incontri e misero insieme un quadro della fine dei loro compagni. Dorantes disse a Cabeza de Vaca che egli aveva cercato di convincere Castillo ed Estevanico a fuggire per raggiungere gli insediamenti spagnoli in Messico, ma essi si erano rifiutati. La loro esperienza con le zattere li aveva provati: ci sarebbero stati fiumi da attraversare, obiettavano, e poiché nessuno dei due sapeva nuotare era meglio rimanere dov’erano. Verso la metà del settembre 1535 Cabeza de Vaca e Dorantes riuscirono a convincere gli altri due a tentare la fuga. All’inizio i quattro uomini si mossero con cautela, temendo di essere inseguiti e uccisi, ma improvvisamente accadde qualcosa che fece cambiare la situazione. I Nativi, vedendo lo strano aspetto dei viaggiatori, conclusero che erano in possesso di poteri magici. Qualcuno degli Indiani chiese loro di curare un terribile mal di testa. «Appena Castillo ebbe fatto il segno della croce su di lui,» scrisse Caveza de Vaca nel suo rapporto al re «in quel preciso istante gli Indiani dissero che il dolore era passato».


Il viaggio dei quattro Spagnoli

Poiché il “trattamento” aveva funzionato, ne giunsero degli altri che chiesero agli stranieri di essere curati. Timoroso per quello che sarebbe potuto succedere se la cura fosse fallita, Castillo cedette il ruolo di capo guaritore a Cabeza de Vaca, che presto si trovò a far fronte a un’autentica sfida: un uomo che, stando alle apparenze, era già morto. Cabeza de Vaca pregò e, come per miracolo, l’uomo si riprese. «Questo causò sorpresa e timore», raccontò l’incredulo guaritore «e per tutta la contrada non si parlava d’altro». Ovviamente questo avvenimento fece divampare la notizia dei poteri magici dei naufraghi come un incendio e una scorta ammirata li seguì di villaggio in villaggio. Essi erano omaggiati con doni – cibo, pelli di cervo, coperte di cotone e altri oggetti di valore come perle di corallo, turchese, smeraldi a forma di freccia e un grande sonaglio di rame con inciso il viso di una figura umana – che divisero con i loro seguaci. Man mano che la loro fama cresceva, i guaritori venivano trattati con onori sempre maggiori e chiamati “figli del sole”. I loro pazienti divennero così numerosi che alla fine tutti e quattro dovettero darsi da fare e la loro reputazione divenne così solida che, se per caso qualcuno moriva, la gente pensava che avesse in qualche modo offeso i guaritori e che, pertanto, se lo fosse meritato. Divenuti fluenti in almeno sei lingue indigene e aiutati dal linguaggio dei segni, i viaggiatori riuscivano a farsi capire «come se loro parlassero la nostra lingua e noi la loro», affermò Cabeza de Vaca. In realtà la maggior parte del lavoro di interprete la fece Estevanico, perché gli Spagnoli, per conservare la loro autorità, raramente parlavano direttamente ai Nativi. Il giovane moro era in costante conversazione con gli indigeni, scoprendo la direzione in cui procedere, i nomi delle città, delle tribù e tutte quelle informazioni che gli Spagnoli credevano potessero servire. Infine Dorantes e gli altri, con il loro corteo di seguaci, lasciarono la costa e vagarono nell’interno attraverso l’odierno Texas e il Messico settentrionale, giungendo in pochi giorni di viaggio all’Oceano Pacifico. Qui cominciarono a udire notizie dei propri compatrioti, finché nell’aprile del 1536 incontrarono un drappello di soldati spagnoli a caccia di schiavi.


Cabeza de Vaca nel West

L’incontro tra i naufraghi – abbigliati come il loro corteo, di pelli di cervo e con grandi sonagli di zucca decorati con piume, simbolo del loro ufficio – e i loro connazionali fu piuttosto rude poiché questi ultimi, con grande dispiacere dei quattro “guaritori”, erano interessati più a come impossessarsi dei loro seguaci indiani che ad ascoltare le loro avventure. Prima di partire Cabeza de Vaca estorse loro la promessa che i suoi Indiani sarebbero stati lasciati andare. Dorantes e gli altri sopravvissuti raggiunsero in fretta Culiacàn, sulla costa occidentale del Messico; qui le autorità spagnole diedero loro un caldo benvenuto e li interrogarono sul paese da loro attraversato. Poco prima, infatti, erano circolate per la Nuova Spagna storie sulle Sette Città di Cibola, situate a nord delle montagne del Sonora, le cui strade erano lastricate d’oro e le mura incrostate di pietre preziose. Dorantes si offrì di guidare una spedizione per esplorare i territori a nord, ma la sua proposta cadde nel vuoto. Nel 1539, tuttavia, Don Antonio de Mendoza, primo viceré della Nuova Spagna, autorizzò una spedizione di ricognizione verso Cibola, sotto la guida del francescano Marcos de Niza. Grazie alla sua popolarità tra le popolazioni del Sonora, Estevanico fu incaricato di fare da interprete e guida. Pare che il moro avesse visto in tutto ciò una grande opportunità. Il suo viaggio attraverso le montagne del Sonora fu una processione trionfale: gli indigeni, felici di vedere che uno dei quattro guaritori era tornato, si accalcavano offrendo gli usuali doni di cibo, penne, pelli pregiate, turchesi e belle fanciulle. Egli attraversava i villaggi orgogliosamente, parlando nella lingua indigena, imponendo le mani ai malati e ricevendo il loro omaggio. Frà Marcos fu alquanto seccato nello scoprire che lui, un uomo di Dio e capo ufficiale dell’impresa, veniva relegato in un ruolo secondario. Quando il gruppo raggiunse il deserto oltre le montagne, egli dispose che Estevanico lo precedesse con pochi uomini e inviasse notizie del suo procedere. Estevanico accettò con gioia. «Egli pensava di procurarsi grande reputazione e onore», scrisse Pedro de Castañeda, cronista della successiva spedizione di Francisco Vasquez de Coronado, «e che, se avesse scoperto quelle città,…sarebbe stato considerato forte e coraggioso».
Estevanico si spinse subito in avanscoperta, organizzando lungo il cammino le sistemazioni e il vitto per Frate Marcos e gli altri. Nel giro di un mese il moro raggiunse le mura di adobe della città che i suoi seguaci gli assicurarono essere la leggendaria Cibola. Hawikuh, la più meridionale delle Sette Città, era un luogo per nulla clamoroso, un semplice pueblo con mura di fango su una collinetta presso un fiume in secca.


Il viaggio di Estevanico

Ma Estevanico non si scoraggiò. Dopo aver mandato ad avvertire Frà Marcos che aveva raggiunto Cibola, inviò un uomo nella città con la sua mazza cerimoniale per informare gli Zuni che egli era il rappresentante del gran re bianco di oltreoceano, a cui ora Cibola era soggetta, il cui Dio dovevano da ora adorare e che sarebbe giunto per ricevere il loro tributo. I Cibolani non si lasciarono impressionare: non avendo mai avuto contatti con gli eserciti spagnoli non li temevano. Quando incontrarono Estevanico, poi, pensarono come «fosse irragionevole che la gente del paese da cui diceva di venire fosse bianca e che avessero inviato lui, che era nero». Sospettarono che fosse una spia di un esercito invasore, magari di Chichilticalle, la terra proprio oltre il deserto da cui provenivano molti membri della scorta del moro. Si dice anche che alcuni di essi testimoniassero contro alcune sue malefatte. Ad un certo punto del viaggio, si diceva, aveva ucciso una donna Chichilticalle e solo la sua fama di grande stregone aveva impedito ai parenti di lei di cercare vendetta direttamente, ma non avevano obiezioni se degli estranei avessero rischiato l’ira dello straniero trattandolo da comune mortale. Essi informarono gli Zuni che era un uomo malvagio e che aveva aggredito le loro donne. Gli Zuni rinchiusero Estevanico in una gabbia, mentre discutevano su cosa fare di lui. I cronisti raccolsero storie contraddittorie su ciò che avvenne poi. Forse Estevanico, preso dal panico, cercò di scappare; in ogni caso il cosiddetto conquistatore morì ignobilmente, colpito dalle frecce degli Zuni mentre fuggiva dal pueblo.
A tutta la scorta di Estevanico, tranne un fanciullo amico del cuore del moro, tenuto come ostaggio, fu permesso di andarsene. Essi corsero da Frà Marcos col tragico racconto dell’assassinio di Estevanico e del loro stesso rischio di morte: alcuni erano sanguinanti e tutti sovraeccitati. La loro storia allarmò talmente il frate da convincerlo a fare dietrofront e a ritornare in Messico, donando tutti gli oggetto per gli scambi alla sua scorta indiana che, temeva, poteva rivoltarsi contro di lui.
Frà Marcos, che aveva dato solo un fugace sguardo da lontano a Cibola, relazionò al viceré che dai resoconti ricevuti la città era proprio ricca come si immaginava. Nel 1540 Marcos accompagnò Coronado quando costui, alla testa di un’armata, conquistò la favolosa città. Gli uomini di Coronado la presero facilmente, ma rimasero interdetti nel vedere che la sua ricchezza consisteva in mais e fagioli. Coronado rispedì Marcos in Messico per sottrarlo alla rabbia dei suoi soldati che si aspettavano grandi ricchezze; poi, dopo aver riscattato l’ostaggio e ascoltato i dettagli della morte del moro, lui e la sua spedizione procedettero esplorando la regione tra il Gran Canyon e l’attuale Kansas, e giù fino alla foce del fiume Colorado.


La firma di Frà Marcos de Niza su una roccia del Gila Canyon

Benché abbiano dato un grande contributo alla cartografia europea dell’interno del Nord America, i membri della spedizione non trovarono tracce della mitica ricchezza di Cibola.
Nessuno sa dove fu sepolto Estevanico. Anche Hawikuh non esiste più; fu abbandonata nel 1670 in seguito a una serie di guerra combattute dagli Zuni contro spagnoli e Apache. Ma la storia del moro, ricordata in modo molto colorito dai suoi compagni di avventura – Cabeza de Vaca, Frà Marcos, Coronado e Pedro Castañeda – resta una delle grandi avventure del West.

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