La battaglia di Little Bighorn

140° anniversario della battaglia di Little Big Horn (25-06-1876/25-06-2016)
A cura di Sergio Mura


La battaglia del Little Bighorn — spesso identificata come “Custer’s Last Stand” o “Il massacro di Custer” o, ancora, secondo gli indiani, come la Battaglia di Greasy Grass — fu uno scontro molto duro tra una coalizione di Lakota e Cheyenne del nord e il 7° Cavalleria degli Stati Uniti. Lo scontro si svolse tra il 25 ed il 26 giugno del 1876 nei pressi del fiume Little Bighorn nella parte orientale del Territorio del Montana. Al Little Bighorn vinse la coalizione indiana e questo rese la battaglia l’episodio più noto tra tutti quelli che hanno caratterizzato le Guerre Indiane. Il distaccamento del 7° Cavalleria comandato dal Tenente Colonnello George A. Custer fu completamente annientato.
Fin dai primi mesi dell’anno 1876 migliaia e migliaia di indiani avevano abbandonato le loro riserve per trovare ospitalità nei territori del nord dove risiedevano i cosiddetti “ostili”, ossia quei gruppi di indiani che non accettavano di essere rinchiusi all’interno delle riserve.
Perciò i comandi militari americani avevano predisposto una spedizione armata composta di 3 diverse colonne di soldati che trovasse e riportasse nelle riserve tutti quegli indiani. La spedizione sarebbe stata composta di forze di fanteria, di cavalleria e sostenuta dalla presenza di un piccolo distaccamento dotato di mitragliatrici Gatling.


Il Generale Crook

La colonna affidata alla guida del famoso Generale George Crook si mosse da nord, da Fort Fetterman (nel Territorio del Wyoming) diretta verso l’ampia area del fiume Powder.
I soldati del Colonnello John Gibbon – 6 compagnie del 7° Fanteria e 4 del 2° Cavalleria – si mossero da est, da Fort Ellis (nella parte occidentale del Territorio del Montana).


Il Colonnello John Gibbon

La terza ed ultima colonna, al comando del Generale Alfred Terry (compresi il 7° Cavalleria affidato a Custer, le compagnie B, D e I del 6° Fanteria, le compagnie C e G del 17° Fanteria, il distaccamento delle Gatling del 20° Fanteria) prese le mosse da ovest, per la precisione da Fort Abraham Lincoln nel Territorio del Dakota. Al loro seguito c’erano i carri (oltre 150) ed i muli (un enorme contingente) dei rifornimenti.


Il Generale Alfred Terry

Il coordinamento delle 3 colonne si perse in occasione della battaglia del Rosebud quando, a causa dell’attacco degli indiani, il Generale Crook fu costretto a fermare la sua avanzata e persino a fare una parziale retromarcia.
Gibbon e Terry procedettero riunendosi un po’ dopo in giugno nei pressi della bocca del fiume Rosebud. Insieme, i due generali formularono un nuovo piano, stavolto abbastanza dettagliato, che gettava nella mischia il 7° Cavalleria di Custer.


Il Tenente Colonnello George A. Custer

Secondo questo piano i soldati di Custer avrebbero dovuto procedere verso nord lungo il Rosebud mentre quelli alla guida diretta di Terry e Gibbon avrebbero scelto come destinazione i fiumi Bighorn e Little Bighorn. I due ufficiali speravano di riuscire a chiudere gli indiani in una morsa che avrebbe finito per stritolarli.
Il 15 giugno era stata avvistata una lunga traccia lasciata da un consistente numero di indiani che si spostava chiaramente verso il grande accampamento di Toro Seduto e Cavallo Pazzo.


Toro Seduto


Cavallo Pazzo

La pista venne seguita da tutti i soldati insieme fino al 22, giorno in cui Custer ed i suoi cavalleggeri poterono sganciarsi e puntare velocemente verso gli indiani, facendo affidamento sulla loro maggiore mobilità. A Custer venne suggerito di portare con sè le mitragliatrici Gatling, ma l’offerta fu respinta perchè, secondo l’ufficiale, avrebbe finito per rallentare l’avanzata del 7° Cavalleria.


Una mitragliatrice Gatling

Allo stesso modo fu respinta la proposta di aumentare il numero dei propri soldati prendendo altre 2 compagnie di cavalleria perchè, disse Custer, il 7° sarebbe stato in grado di fronteggiare qualunque situazione.
Alla fine Custer trovò tracce consistenti del villaggio indiano e le seguì.
Gli scout al seguito di Custer furono in grado di arrivare fino ad un punto di osservazione distante appena 14 miglia (23 km) e orientato a est del fiume Little Bighorn nelle prime ore della notte del 24 giugno, mentre le colonne di Terry e Gibbon procedevano placidamente nella stessa direzione.


Il grande campo indiano

Il 7° Cavalleria era un corpo di veterani esperti creato appena dopo la Guerra Civile Americana e molti soldati erano proprio veterani di quella guerra e tra questi c’erano parecchi validi ufficiali di comando. Moltissimi soldati del 7° avevano servito per 4 anni e mezzo presso Fort Riley, nel Kansas, e nel corso di quegli anni avevano avuto numerose occasioni di combattere gli indiani, patendo la perdita di 36 uomini e ferite più o meno serie per altri 27.


Fort Riley

Altri 6 soldati erano morti annegati durante varie operazioni militari e 51 erano deceduti a causa del diffondersi del colera.
Metà del 7° Cavalleria si era appena riunito al resto dei soldati dopo aver trascorso 18 mesi di servizio nel profondo sud del paese. Circa il 20% dei soldati era stato irreggimentato nei 7 mesi precedenti alla campagna del Little Bighorn (139 su 718) e per questo era ancora scarsamente abituato alle operazioni in zoan di guerra e persino alla vita nell’esercito. Un buon numero di queste reclute era proveniente da paesi stranieri quali Irlanda, Inghilterra e Prussia, esattamente com’era stato per una parte dei veterani.
Di 44 ufficiali e 718 soldati ufficialmente assegnati al 7°, 13 ufficiali e 152 soldati non presero poi parte alla campagna contro i Sioux ed i Cheyenne. Tra questi vi erano anche i soldati della Banda Reggimentale.
Dopo una lunga marcia forzata nella notte tra il 24 ed il 25 giugno – al termine della quale gli scout che accompagnavano Custer dissero che vi erano tracce di un enorme accampamento di indiani ostili – il “Generale” Custer decise di dividere le proprie forze in 4 gruppi diversi: il primo, il più consistente, comprendeva le compagnie C, E, F, I e L.


Mark Kellogg

In questo gruppo c’erano 13 ufficiali e 198 soldati (di cui 7 furono allontanati un po’ prima della battaglia finale), 3 civili (compreso il giornalista Mark Kellogg) e 2 scout. Altri 2 uomini, parenti di Custer, si aggiunsero in seguito a questa colonna.


Il Capitano Tom Custer

La compagnia C fu affidata al Capitano Tom Custer (fratello del Generale) e la compagnia L al Tenente James Calhoun, cognato di Custer.


Il Tenente James Calhoun

Questo distaccamento seguì un suo percorso lungo una dorsale a est del Little Bighorn con l’incarico di penetrare nel campo indiano da nord.


Il Maggiore Marcus Reno

Un secondo distaccamento, al comando del Maggiore Marcus Reno, fu spedito direttamente nella valle del fiume Little Bighorn per attaccare da quella posizione. Affidate a Reno erano le compagnie A, G e M che contavano complessivamente 11 ufficiali, 131 soldati e circa 35 tra Sioux, Ree-Arikara e scout Crow.
Un terzo distaccamento – guidato dal Capitano Frederick Benteen – era composto dalle compagnie D, H e K, con 5 ufficiali e 110 soldati.


Il Capitano Frederick Benteen

Sull’incarico affidato a Benteen non sono mai cessate le discussioni perchè alcuni storici sostengono che gli sia stata affidata la semplice missione di esplorare e tenere d’occhio i dintorni, mentre altri dicono che il vero incarico fosse quello di trovare un accesso e penetrare in profondità la valle del fiume Little Bighorn in direzione del villaggio.
E’ certo che gli fu ordinato di attaccare qualunque indiano gli fosse capitato a tiro, nonostante ci fosse una certa distanza tra il gruppo di Benteen e le altre forze.
Lo stesso Benteen descrisse le manovre e l’incarico che gli fu affidato all’interno di una lunga lettera scritta alla moglie: “Il Generale Custer ha diviso il 7° Cavalleria in 3 battaglioni – circa 15 miglia da un villaggio indiano, la cui esatta collocazione non gli era nota con precisione.
Mi è stato ordinato di guidare le compagnie D, H e K a sinistra rispetto al resto dei distaccamenti con l’incarico di trovare la valle del fiume, il campo indiano o qualunque altra cosa fossi in grado di scoprire. Non ho trovato nulla e dopo una marcia almeno 10 migliaho deciso di seguire la pista del Generale per raggiungerlo.”


Il Capitano Thomas McDougall

L’ultimo gruppo era costituito dai carri e dai muli dei rifornimenti e lo presidiavano 7 o 8 soldati di ogni compagnia, mentre a scortarlo ci pensava la compagnia B al comando del Capitano Thomas McDougall. In tutto c’erano 2 ufficiali, 127 soldati e 7 civili addetti alle masserizie.
L’idea di fondo era di spedire avanti i primi 3 distaccamenti alla ricerca dell’accampamento degli indiani, lasciando a ciascuno di essi l’incarico di attaccare e attendere l’arrivo degli altri.
Custer non stava inventando nulla di speciale; si trattava di una classica manovra a tenaglia indicata nei manuali delle scuole di guerra e lui stesso l’aveva già utilizzata con buon successo nel 1868 durante la battaglia del Washita.
Il primo ad attaccare fu il Maggiore Reno dopo aver ricevuto ulteriori dettagliati ordini di Custer, recapitatigli dal Tenente William W. Cooke.


Il Tenente William W. Cooke

Questi ordini erano stati dati senza una corretta conoscenza della dimensione del villaggio, della sua posizione e persino dell’eventuale disponibilità degli indiani a sostenere un combattimento e, senza mezzi termini, imponevano di “inseguire gli indiani e ingaggiare battaglia”.
Ad ogni buon conto si deve anche precisare che con questi ordini Custer aveva anche garantito che avrebbe “sostenuto l’attacco con tutte le forze disponibili”. Perciò Reno attraversò il Little Bighorn nel punto che oggi viene chiamato Reno Creek e impiegò un istante per realizzare che i Lakota e i Cheyenne settentrionali erano presenti “in forze e… non stavano assolutamente fuggendo”.


Il luogo in cui si sviluppò l’attacco di Reno

Reno ebbe cura di spedire un messaggero da Custer per comunicargli che stava avviando il piano d’attacco e così fece, avanzando ababstanza rapidamente verso nord senza incontrare grandi ostacoli, al punto che presto sospettò di essere finito in una trappola. Perciò ordinò ai soldati di fermarsi quando erano distanti poche centinaia di metri dal campo. I soldati smontarono dai cavalli e si dispiegarono secondo la classica linea di schermaglia, così come disponevano i manuali militari del tempo.


Gall

In questo modo ogni cinque soldati ve n’era uno che teneva i cavalli per gli altri e questo di per sè ridusse la capacità di fuoco del 20%.
I soldati della prima linea erano collocati al massimo 7 o 8 metri più avanti di quelli che tenevano i cavalli e poco oltre gli ufficiali.
Bastarono quasi venti minuti di scambio di fucilate a distanza – durante i quali ebbe 1 solo ferito – per capire che le forze in campo si stavano squilibrando sempre più, avviandosi rapidamente verso i 5 a 1 in favore degli indiani, per non parlare della pressione che si era fatta insostenibile. E di Custer non si vedeva neppure l’ombra!


Il boschetto in cui si nascosero alcuni soldati e ufficiali

Reno, sempre più agitato, ordinò la ritirata verso il boschetto che si vedeva nei pressi di un’ansa del fiume, ma non riuscì a realizzare questa manovra, lasciando i soldati senza una vera guida. Così la ritirata fu disordinata e moltissimi tentarono l’attraversamento del fiume per raggiungere la sommità di un piccole colle. Il resto lo fecero i Cheyenne con il loro coraggioso attacco.


La ritirata delle compagnie di Reno

La ritirata si ridusse ad una fuga disastrosa e in questo frangente persero la vita 3 ufficiali e 29 soldati e un altro ufficiale e tra 13 e 18 soldati risultarono dispersi perchè si erano nascosti nel boschetto. Una parte di questi avrebbe raggiunto gli altri sul colle in momenti successivi.
Nel corso della fuga disperata perse la vita anche Coltello Insanguinato (Bloody Knife), lo scout che Custer aveva affiancato a Reno.


Coltello Insanguinato (Bloody Knife)

Sul promontorio le truppe abbattute di Reno si ricongiunsero a quelle di Benteen che, seguendo l’eco della sparatoria, si era alfine accostato alla battaglia arrivando da sud.


Il trombettiere Giovanni Martini

Le forze di Benteen avevano ormai completato la missione esplorativa affidatagli quando era arrivato un messaggero (il trombettiere Giovanni Martini che fu l’ultimo bianco a vedere vivo il Generale) con un biglietto di Custer in cui si diceva di andare lì in fretta perchè era stato trovato un grosso campo indiano. Si raccomandava anche, ben 2 volte, di portare le munizioni.


Il biglietto con la richiesta di aiuto di Custer

L’arrivo di Benteen e del suo distaccamento servì a salvare il gruppo comandato da Reno dalla completa distruzione. A loro si unì poco dopo anche McDougall e la carovana dei rifornimenti portando il numero dei presenti a 14 ufficiali e 340 soldati.
Vennero scavate alcune trincee che consentivano ai tiratori scelti di rispondere alle fucilate degli indiani che in qualche caso si nascondevano in posizioni dominanti quando non sceglievano di scagliare le frecce in alto sperando in una fortunata parabola…
Nonostante l’eco della sparatoria che proveniva dalla direzione in cui erano i soldati al seguito di Custer, Benteen preferì concentarsi sulla difesa della posizione che condivideva con Reno e McDougall, piuttosto che riprendere rapidamente il cammino verso il Generale in difficoltà.


Il Capitano Thomas Weir

Dopo un’altra ora di tormento, quando erano ormai le 5 del pomeriggio e stava per finire l’agonia del distaccamento di Custer, il Capitano Thomas Weir e la compagnia D – disobbendendo apertamente agli ordini di Benteen – uscirono dal trinceramento per andare incontro a Custer. Riuscirono ad avanzare per almeno un miglio e riuscirono persino ad intravvedere i Lakota che sparavano, ma non poterono andare oltre perchè furono subito messi sotto pressione da altri gruppi molto numerosi di indiani che presidiavano la zona di Reno.


I soldati a Weir Point

Seguendo l’esempio del coraggioso Weir, anche le altre compagnie andarono in direzione di Custer, ma la tenacia e la forza dei Lakota erano troppo per loro e fecero rientro al punto di partenza. In seguito il comportamento di Benteen fu fortemente criticato.
Gli spari che i soldati di Reno e Benteen udivano in lontananza erano quelli dell’intensa sparatoria ingaggiata dagli indiani contro le compagnie di Custer.
Lakota e Cheyenne settentrionali intercettarono il Generale e i suoi 208 soldati a circa 3,5 miglia (6 Km) più a nord del resto del 7° Cavalleria.
A quel punto gli indiani erano già riusciti nell’intento di scacciare Reno e moltissimi guerrieri si erano liberati per correre all’inseguimento degli “altri soldati”.
Il percorso seguito da Custer fino ad arrivare al suo “last stand” è ancora oggi oggetto di dibattito.


L’avanzata di Custer

Sembra ormai certo che dopo aver ordinato a Reno di attaccare, Custer abbia seguito il percorso di Reno Creek per quasi mezzo miglio (800 Mt) fino al Little Bighorn, ma che a questo punto abbia deviato verso nord arrampicandosi sui bluff (dossi del terreno) circostanti, fino a raggiungere la posizione su cui si sarebbe poi rifugiato Reno.
Da questa posizione fu certamente in grado di osservare la prima fase dell’attacco di Reno, dall’altra parte del fiume. Dopo poco tempo Custer dovrebbe aver ripreso la marcia verso nord, attraverso i bluff, fino a discendere lungo un sentiero stretto chiamato Medicine Tail Coulee, diretto verso il fiume.


Custer tenta di scendere il Medicine Tail Culee

Alcuni storici sono fermi nella convinzione che una parte delle forze di Custer abbiano disceso il Medicine Tail Culee e che abbiano persino tentato, invano, di attraversare il fiume verso ovest per invadere il villaggio indiano.
Altri studiosi credono che Custer non sia mai riuscito ad accostarsi al fiume, ma che abbia disceso il Medicine Tail Culee e che abbia proseguito verso nord dove sia stato gradualmente costretto alla battaglia.


Il guado di Medicine Tail Ford

Secondo questa teoria, quando Custer si accorse di essere stato ormai sovrastato numericamente dagli indiani – che si erano anche liberati di Reno – fosse troppo tardi per ripiegare a sud verso le postazioni del resto del 7° Cavalleria.


Il fuga dal guado


Il rientro da Medicine Tail Ford e l’avanzata verso Calhoun Hill


La compagnia C, guidata dal Tenente Henry Harrington, si dispone a ovest di Calhoun Hill


Altri movimenti del 7° Cavalleria con i soldati un po’ sparpagliati


La compagnia C viene attaccata da Lame White Man


L’attacco di Lame White Man. Il coraggioso guerriero morirà poco dopo…


Una fotografia di Lame White Man

Da questo punto in meno di 30 minuti l’intero comando di Custer fu annientato.


Crazy Horse e centinaia di guerrieri sorprendono Custer di fianco


I cavalli della “L” fuggono e Keogh viene attaccato duramente


Keogh viene battuto

Due soli uomini del 7° dissero in seguito di aver visto Custer combattere con gli indiani; uno era Curley, un giovane scout Crow, e l’altro era Peter Thompson, un soldato che era rimasto indietro rispetto agli altri soldati per qualche problema (forse con la cavalcatura). Tutti gli altri resoconti “bianchi” degli ultimi istanti di Custer sono solo congetture e, perlopiù, sono destituiti di ogni fondamento.


Gli indiani diventano dei fantasmi nascondendosi dentro canali e fossati


Custer si attesta su Last Stand Hill ove organizza l’ultima difesa


Alcuni soldati, impauriti, si nascondono dentro la Deep Ravine


La Deep Ravine è una specie di grande fossato


Gli indiani li trovano e li uccidono con facilità

In compenso ci furono numerosi racconti di parte indiana raccolti in parte subito dopo la battaglia e in parte negli anni seguenti. I Lakota hanno raccontato che Cavallo Pazzo in persona guidò la carica che condusse alla sconfitta completa del distaccamento di Custer.
Il numero dei guerrieri indiani che hanno combattuto contro il 7° Cavalleria è difficile da determinare, ma in genere gli studiosi concordano nel sostenere che nel corso della battaglia essi abbiano sovrastato i soldati con un rapporto che va da 3 a 1 fino a 5 a 1.


I guerrieri rivolgono l’attenzione al contingente che sta intorno a Custer

Gli indiani erano anche generalmente ben armati con fucili a ripetizione, mentre i soldati usavano le carabine ad un solo colpo Springfield che tendevano anche a incepparsi quando troppo rapidamente.
Naturalmente non tutti gli indiani usavano armi da fuoco e moltissimi erano dotati dei soliti archi e frecce, lance, tomahawk o mazze da guerra.
Custer aveva in dotazione un paio di pistole Webley RIC (Royal Irish Constabulary) a doppia azione.


Pochi minuti di scontri e il 7° Cavalleria viene completamente annientato

Il terreno degli scontri era generalmente un vantaggio per i combattenti indiani che vivevano da quelle parti e che erano abituati a lottare senza una particolare formazione di combattimento. La presenza di numerosi dossi nel terreno rendeva difficile sparare, mentre agevolava l’uso di arco e frecce e altre armi bianche. Questo fu tanto più vero quando la battaglia si trasformava in una serie infinita di scontri ravvicinati.
Alcune ricerche archeologiche svolte presso il campo di battaglia del Little Bighorn hanno fatto emergere che Custer schierò le truppe in linea di schermaglia com’era previsto nei manuali dell’accademia. Questa disposizione – come abbiamo già fatto notare – riduceva la capacità di fuoco, ma addirittura diventava insostenibile man mano che i soldati venivano feriti o uccisi.
Il canale televisivo History Channel nel 2003 ha ipotizzato che un “last stand” come è sempre stato descritto potrebbe non esserci mai stato. I soldati non sarebbero neppure mai stati circondati. La loro fine sarebbe semplicemente legata ad una sola, incisiva carica dei guerrieri indiani.


Red Horse

Il guerriero Sioux Red Horse, che combattè nella battaglia del Greasy Grass (di Little Bighorn), disse al Colonnello W. H. Wood che la coalizione indiana patì 136 morti e 160 feriti.
David Humphries Miller, che tra il 1935 ed il 1955 intervistò gli indiani ancora in vita che combatterono al Greasy Grass, scrisse che la battaglia di Custer durò circa mezz’ora.


La battaglia finale

Recenti ricerche hanno anche evidenziato che, aldilà della presenza di numerose reclute poco avvezze alla vita della frontiera, il 7° Cavalleria era afflitto anche da malnutrizione e numerosi vari acciacchi. Ma questa era una condizione normale nell’esercito statunitense di allora.


Ancora un quadro dedicato agli ultimi istanti di battaglia

Dopo aver sconfitto Custer i Lakota ed i Cheyenne settentrionali ripresero gli attacchi contro Reno e Benteen e gli scontri proseguirono fino almeno alle 21 di quel giorno e per una certa parte del giorno seguente, anche se con esiti poco convincenti. Non mancarono episodi importanti in cui i soldati rischiarono seriamente di essere battuti. In questi frangenti emerse con evidenza la capacità di gestire la situazione di Benteen, rispetto a Reno che era ancora in stato di confusione.
Il 26 si avvicinò da nord alla zona della battaglia la colonna guidata dal Generale Terry e gli indiani si allontanarono in direzione opposta. Nonostante le prime cure prestate, morirono altri 5 soldati a causa delle ferite riportate nel corso degli scontri. L’arrivo dei soldati di Terry consentì di dare una prima occhiata al campo di battaglia e di constatare che i corpi degli indiani morti erano stati portati via. Si procedette ad una sommaria identificazione dei resti dei soldati ed alla successiva cremazione sul posto.
Il corpo di Custer fu ritrovato in cima alla Last Stand Hill. Aveva 2 ferite di cui una era nella tempia a sinistra e l’altra nel petto, sempre a sinistra. Queste erano entrambe mortali. Un’altra ferita ancora, al braccio, non era grave.
Gli altri corpi erano stati spogliati e in molti casi mutilati ed erano in avanzato stato di decomposizione.


Resti di un cavallo al Little Bighorn


Curley, lo scout Crow

Molti giorni dopo la battaglia, lo scout Curley fornì una sua particolare versione dei fatti, sostenendo che Custer aveva attraversato il Little Bighorn sorprendendo gli indiani all’interno del loro campo, ma che era stato alfine respinto fino alla posizione in cui si combattè l’ultima parte della battaglia. La testimonianza di Curley è stata oggetto di critiche severissime da parte degli indiani Lakota e Cheyenne, ma anche di altri scout che erano schierati con Custer. Però parte del suo racconto sembrerebbe abbastanza compatibile con alcune altre testimonianze e persino con lo stile guerresco molto aggressivo che caratterizzava Custer.


Gli scout che erano con Custer nella campagna di Little Bighorn

Poco prima della fase finale della battaglia Custer lasciò andare via gli scout che lo avevano seguito fedelmente e uno di loro, White Man Runs Him, fu il primo a raccontare cos’era accaduto al Generale Terry quando questo arrivò sul posto.


Comanche, il cavallo del Capitano Keogh

A dispetto delle molte leggende, l’unico sopravvissuto trovato dal Generale Terry fu Comanche, il cavallo del Capitano Keogh.

Concludiamo questo articolo con un bel documentario di History Channel:

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Commenti

6 Risposte a “La battaglia di Little Bighorn”

  1. tassilone, il 26 giugno 2011 11:03

    Report impeccabile.
    Cordialità.
    Tassilone

  2. themadcap, il 7 luglio 2011 18:59

    Molto bello il post. Però la foto di Cavallo Pazzo non esiste. Non si fece mai fotografare.

    Ciao

  3. Sergio Mura, il 7 luglio 2011 19:31

    Grazie per i complimenti, TheMadCap!
    Su Cavallo Pazzo e la sua presunta foto, ti invito ad approfondire leggendo questo articolo:
    http://www.farwest.it/?p=86

  4. themadcap, il 11 luglio 2011 12:20

    Ciao, è molto interessante l’articolo che mi hai indicato, avevo letto qualcosa a riguardo. Ma la foto rimane ancora avvolta nel mistero…. :)
    Ancora complimenti per il sito, lo seguo da tanto … anni e anni fa avevo preso anche il cd.. ;D

  5. new orleans greys, il 18 settembre 2011 18:12

    io sono stato tre volte sul little big horn e posso dire con orgoglio che oltre martini il trombettiere italiano altri 5 soldati italiani combatterono in quella drammatica battaglia erano tutti con reno e si salvarono

  6. DOMENICO RIZZI, il 27 giugno 2015 13:14

    Caro Sergio, cari amici che avete espresso il vostro commento.
    Sulla battaglia del Little Big Horn non si finisce mai di scrivere, anche perchè rimane uno degli episodi più controversi della storia. Io stesso ci ho provato con diversi libri: “Tremila cavalieri indiani”, “Il giorno di Custer”, “Monahseetah e il generale Custer”, “I cavalieri del West” e “Frontiere del West”. Fra qualche mese tratterò l’argomento in un’altra pubblicazione. Ciò che mi sorprende sono tuttavia alcuni articoli di stampa, coem quello apparso su “Focus n°104” di questo giugno, a firma di Gian Domenico Iachini: si continua a discutere la battaglia come un gesto folle di un ufficiale spinto da smodata ambizione, “in cerca di gloria”, considerando quella guerra quasi come se fosse stata iniziativa di Custer per soddisfare le proprie ambizioni represse…! Ma la vogliamo finire di fare queste sparate? E il corpo di spedizione comandato dai generali Crook e Terry e dal colonnello Gibbon – Custer era solo il 4° nella gerarchia di comando, essendo tenente colonnello come grado effettivo – dove lo mettiamo? Questo è un discorso che si fa al bar, sostenuto da chi ha visto qualche film western: il generale Custer partì con il suo reggimento per sterminare gli Indiani, perchè li odiava ed era un crudele criminale! No, guardate, Custer non era un membro dell’Isis e neppure un folle: a Little Big Horn si comportò esattamente come doveva fare un buon militare che sapesse di essere stato scoperto. Rinunciare ad attaccare il villaggio, significava aspettare per 48 ore l’arrivo della colonna di Gibbon, che infatti giunse a mezzogiorno del 27 giugno. Bene ha fatto, quell’altro servizio televisivo trasmesso da Focus poche sere fa, a sottolineare che se Custer non avesse attaccato, sarebbe finito davanti alla corte marziale per “cattiva condotta davanti al nemico”, come c’erano finiti il colonnello Reynolds ed altri ufficiali di Crook, da lui stesso deferiti e condannati (Reynolds ebbe la carriera stroncata e si ritirò dall’esercito). Perchè si parla così poco del ruolo avuto dal capitano Benteen, che avrebbe potuto intervenire almeno per tentare di salvare Custer? Quel signore che è stato 3 volte a Little Big Horn, come ci sono stato anch’io, avrà constatato con i suoi occhi che la posizione di Reno, Benteen e Mc Dougall sulle alture era facilmente difendibile da entrambi i lati e i tre battaglioni messi insieme assommavano a più di 370 uomini, armati fino ai denti e con una scorta di 24.000 pallottole. Per conquistarla con uno o più assalti, gli Indiani avrebbero dovuto lasciare sul terreno almeno 1.000 o 1.200 morti, cosa che non si sognavano nemmeno di fare, perchè non erano affatto stupidi ed anche perchè nelle prime due battaglie, contro Reno e Custer, avevano avuto sicuramente più di 300 morti (lo riferiscee lo scout Curly, che assistette al macello da una collina) e – lo riferisce un testimone della parte avversaria – 600 feriti, la metà dei quali perirono in seguito. Altro che i 23 Sioux e i 6 Cheyenne riferiti da Toro Seduto (peraltro smentito da Cavallo Pazzo) o i 39 Sioux e 7 Cheyenne dichiarati da Due Lune, che non sapeva nemmeno contare, perchè sostenne che, al termine delle prime due battaglie, sul campo c’erano i cadaveri di 342 soldati (ho controllato la versione inglese originale della sua testimonianza: dice proprio così!). Ma il conto totale delle vittime, a combattimento ultimato, non supera i 268 caduti, compresi i 3 che morirono qualche giorno dopo a causa delle ferite. Dunque, basta articoli suggestivi, illazioni e dissacrazioni della figura di Custer, senza neppure un accenno allo scandalo Belknap, nel corso del quale egli aveva duramente attaccato l’amministrazione repubblicana del presidente Grant. Ma già, c’è ancora gente che crede che Custer fosse un Repubblicano come Nixon e Reagan…Vi sbagliate. Custer era del Partito Democratico, come Obama e prima di lui lo erano stati suo padre Emmanuel e suo nonno. Alla convention fissata per il 28 giugno 1876 (l’autunno successivo erano previste le elezioni presidenziali) il Partito Democratico si aspettava soltanto la notizia di un successo di Custer, che ormai si era messo in rotta di collisione con Grant e Belknap. Coloro invece che vogliono continuare a credere alle storielle imbastite da certi film western e da giornalisti poco documentati, rimangano pure della loro opinione, per dare continuità al western della leggenda e del mito, non certo a quello della storia.
    Domenico Rizzi

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