Duelli nel West: non solo pistole

A cura di Gian Mario Mollar


Coltello e pistola – clicca per INGRANDIREL
Le ombre di due uomini si stagliano contro il sole morente. A separarli, dieci passi e un silenzio tale che anche l’erba, schiaffeggiata dal vento, sembra creare un rombo assordante. Davanti al saloon, o dietro le imposte delle case, gli onesti cittadini attendono, con un misto di meraviglia e orrore, il momento in cui le pistole parleranno e il sangue bagnerà la polvere.
Il tempo si è fermato e i duellanti sembrano statue immote, le mani destre congelate all’altezza del cinturone, gli sguardi taglienti come lame di coltello.
Poi, all’improvviso, gli istanti riprendono a rincorrersi frenetici. Le mani compiono la breve traiettoria che le separa dal calcio delle pistole, i percussori incendiano la polvere da sparo e il piombo morde la carne…
Con mille varianti, questa è l’immagine di duello western che si è sedimentata nell’immaginario collettivo, codificata da innumerevoli pellicole cinematografiche: una sorta di topos letterario, un nodo narrativo in cui i destini si incrociano con esito fatale e trovano il loro giusto contrappasso: la morte per il cattivo, l’agognata vendetta per il buono.
Il duello alla pistola americano, chiamato quick draw o fast draw, prevede due contendenti che si fronteggiano: in un momento convenuto si estrarranno le pistole dalle fondine e il più veloce a sparare – o il più preciso a mirare, a seconda dei casi – ucciderà, o ferirà gravemente, l’altro.


Un duello alla pistola

Questo tipo di confronto violento nasce dalla confluenza di due fenomeni: da un lato, il duello di matrice europea, dall’altro la diffusione dei revolver a ripetizione. Prima del XIX secolo, infatti, le regole del duello alla pistola volevano che i due contendenti, scortati dai rispettivi padrini, si sparassero a turno: in questo caso, non era tanto la velocità ad essere decisiva, quanto piuttosto l’accuratezza della mira.
Senza revolver non ci sarebbe stato alcun quick draw, perché le ingombranti pistole ad avancarica mal si prestavano all’estrazione veloce, che avrebbe potuto comportare anche la fuoriuscita della palla di piombo dalla canna dell’arma.
La cinematografia e la letteratura western ci hanno portato a immaginare che questo tipo di duelli facesse parte della drammatica quotidianità della frontiera, ma in realtà era molto meno diffuso di quel che si potrebbe pensare. In moltissimi casi, le liti trovavano una soluzione violenta e repentina: con buona pace di Sergio Leone e colleghi, i colpi di pistola venivano più frequentemente esplosi nel corso di baruffe e colluttazioni improvvise, in cui c’era ben poco di solenne e rituale.
Tra il 1700 e la prima metà dell’800, quando le armi da fuoco non erano ancora così diffuse, gli uomini della frontiera ricorrevano ad altri tipi di confronto violento. Ed è proprio di questi duelli, cruenti e poco conosciuti, che tratteremo in questo articolo.

Strapparsi gli occhi

Uno dei metodi più diffusi per “mettere fine alle discussioni”, soprattutto nel profondo Sud degli Stati Uniti, era il cosiddetto “Rough-and-thumble” o più semplicemente “gouging”, uno stile di lotta a mani nude estremamente brutale.
I due contendenti si fronteggiavano a torso nudo, circondati da una folla urlante e desiderosa di scommettere. Le ragioni dello scontro potevano essere più o meno futili, magari qualche parola detta a sproposito sotto i fumi dell’alcol, ma quando si arrivava al momento dello scontro la situazione si faceva terribilmente seria, perché entravano in ballo l’onore e la difesa del proprio status all’interno della comunità.


Lotta a mani nude e a torso nudo

I primi momenti della lotta potevano ricordare un match di pugilato a mani nude: i lottatori iniziavano a scambiarsi pugni e spintoni fino a quando uno dei due, o entrambi, cadevano a terra. Mentre le regole inglesi della “nobile arte” della boxe impongono di arrestare il match a questo punto, per i gentiluomini del Sud questo non era che l’inizio dello spettacolo vero e proprio.
La lotta, infatti, continuava senza esclusione di colpi e senza limitazione alcuna, fino a quando uno dei due chiedesse di smettere o non fosse più in grado di continuare.
Era consentito afferrarsi per i capelli, effettuare manovre di strangolamento e infierire sull’avversario in modo da sfigurarlo. È proprio l’enfasi sugli aspetti più cruenti a contraddistinguere questo stile: ai duellanti, infatti, era tutto concesso, compreso mordere per recidere nasi e orecchie e persino staccare i testicoli dell’avversario.
Un modo sicuro per vincere l’incontro era quello di cavare un occhio, inserendo il pollice nella cavità oculare e facendo leva per estrarre il bulbo – in inglese questa azione si definisce eye-gouging, da cui deriva il nome del combattimento.
I migliori lottatori talvolta arrivavano al punto di limarsi i denti per renderli più affilati, o di farsi crescere le unghie e indurirle con il fuoco per risultare più efficaci.
Questo tipo di duello era diffuso soprattutto negli strati sociali più bassi, ma in alcuni casi anche persone abbienti si trovavano a combattere in simili condizioni per difendere il proprio status e mantenere il prestigio.
Tale pratica non mancò di suscitare una forte impressione, e addirittura di scandalizzare, i primi visitatori europei che ne furono testimoni. I loro racconti sono piuttosto coloriti, come quello offertoci da Charles William Janson:

“Trovammo i combattenti … che si tenevano saldamente per i capelli, con i pollici che cercavano di forzare un passaggio verso l’occhio dell’altro; mentre diversi degli spettatori erano intenti a scommettere su quale sarebbe stato il primo occhio a uscire dall’orbita. Per qualche tempo i combattenti riuscirono ad evitare con destrezza il colpo di pollice. Alla lunga finirono a terra, e in un istante quello che stava sopra balzò in piedi, con in mano l’occhio del suo antagonista!!! La folla selvaggia applaudì mentre noi, nauseati dall’orrore, galoppammo via dalla scena infernale. Il nome dello sconfitto era John Butler, uno della Carolina, che, pare, fu sfidato a combattere da uno della Georgia: e il primo occhio fu per l’onore dello stato al quale rispettivamente appartenevano”.


A morsi e pugni

La conclusione a cui giunse l’inglese fu che sia i “selvaggi” indiani che la peggiore marmaglia di Londra sarebbero stati surclassati dai “bestiali americani”.
Un altro racconto, estremamente vivido, è presente nelle memorie di Thomas Ashe, un viaggiatore inglese che nell’aprile del 1806 si trovò a visitare il villaggio di Wheeling, in Virginia. Il piccolo centro era un avamposto sepolto nei boschi, i cui abitanti erano specializzati in “bere, saccheggiare le proprietà indiane, correre a cavallo e assistere ai combattimenti dei galli”. Per descrivere l’atmosfera, al viandante bastano poche, lapidarie parole:

“A Wheeling soltanto l’aumentare della violenza e della perversione distinguevano la domenica dal resto della settimana”.

In questo paese decisamente poco turistico, Thomas Ashe si trova ad assistere a una corsa di cavalli, nel corso della quale le scommesse surriscaldano gli animi: iniziano a volare parole, poi pugni, fino a creare una rissa. La mischia si dirada quasi subito, ma rimangono due contendenti: uno della Virginia, l’altro del Kentucky.
Dal momento che le contese erano piuttosto frequenti, i due non ci mettono molto ad accordarsi sullo stile di lotta da adottare: decidono di ricorrere allo “strappa e lacera” (tear and rend, un altro modo di chiamare il rough and tumble) piuttosto che combattere lealmente. La sola terminologia, “strappa e lacera”, non manca di turbare Ashe, per il quale attività simili dovrebbero essere di competenza del regno animale anziché delle relazioni umane.
Malgrado i tentennamenti morali del cronista, lo scontro ha inizio: i due avversari iniziano a studiarsi, con colpi prudenti e spintoni. L’uomo del Kentucky è più grosso e forte, ma quello della Virginia sembra essere più smaliziato. È proprio quest’ultimo a sferrare il primo attacco, avvinghiandosi all’avversario e scatenando un boato tra la folla:

“Lo shock ricevuto dall’uomo del Kentucky e il suo bisogno di respirare lo portarono istantaneamente a terra. Il Virginiano non mollò la presa; come quei pipistrelli del sud che non lasciano la preda alla quale si sono attaccati fino a quando non ne assaporano il sangue, mantenne le ginocchia piantate nel corpo del nemico; piantati gli artigli tra i suoi capelli, e i pollici nei suoi occhi, fece un primo tentativo di farli uscire dalle orbite. Quello che stava subendo ruggì a gran voce, ma non proferì lamento. I cittadini urlarono a loro volta di gioia. Non ci fu più spazio per i dubbi e si aprirono le scommesse, 3 a 1 sull’uomo della Virginia.
In un attimo, però, le sorti si ribaltarono: l’uomo del Kentucky riuscì a stritolare il suo avversario in un abbraccio d’orso, costringendolo a mollare la presa facciale. I due presero a rotolarsi a terra, fino a quando il più grosso riuscì a mettere sotto l’altro, frantumandogli il naso. Il Virginiano, però, non ci mise molto a riprendersi: strinse il labbro inferiore dell’avversario tra i denti e lo strappò, lacerandolo fino al mento.
Questa mossa mise fine allo scontro: il lottatore del Kentucky ne ebbe abbastanza e si arrese. La folla portò in trionfo il suo avversario.”

Scontri violenti come quelli descritti passavano direttamente dalla realtà al mito, divenendo parte di un corpus di storie orali che veniva trasmesso di generazione in generazione ai tavoli delle taverne o intorno ai fuochi dei bivacchi.
Da Omero in poi, la tradizione orale ha sempre avuto una predilezione per i duelli, e l’eye gouging esercitava un’attrattiva ambigua: da un lato affascinava, per il coraggio e il valore dei duellanti, dall’altro suscitava repulsione e orrore, per la sua violenza cruda e brutale. Proprio come nella letteratura omerica, poi, i racconti venivano arricchiti con frasi fatte ed esagerazioni, che contribuivano a rendere ancora più avvincente e meraviglioso il racconto. Le mirabili imprese dei lottatori venivano arricchite e condite con il “boasting” e il “tall talking”, la millanteria e l’esagerazione.
Come spiega Elliot J. Gorn in un interessante saggio sull’argomento, “sarebbe difficile enfatizzare eccessivamente l’importanza della parola parlata nella vita del Sud”. Il “rough and tumble”entrò a far parte del folklore locale, di quella cultura orale che costituiva il tessuto stesso della società e stabiliva il valore degli uomini e delle cose.


La rissa poteva anche finire male

La “parola”, paradossalmente, era molto più importante e condivisa della scrittura, utilizzata molto poco e soltanto in contesti formali o religiosi. Essa costituiva un “cemento sociale” utile a stabilire relazioni tra gli uomini.
Di conseguenza, sarebbe riduttivo e sbagliato limitarsi a classificare il “gouging” come semplice brutalità, come facevano i viaggiatori inglesi dell’epoca. In realtà, infatti, esso ci dice molto sulla cultura e la società americana del tempo: una società spietata e individualistica, in cui occorreva essere pronti a tutto per prevalere sul prossimo e “salvare la faccia”, non soltanto in senso figurato. Costretti a confrontarsi con una natura selvaggia e spietata, gli uomini stessi dovevano trasformarsi in “bestie” al fine di sopravvivere: è questo il senso profondo che traspare dalle leggende di combattimento.
Vi è però una profonda contraddizione alla base di questo assunto: la stessa “barbarie” per la quale i nativi venivano deprivati delle loro terre e sterminati diventa per l’uomo bianco motivo di vanto e di riscatto sociale. Come stigmatizza Gorn: “le narrative di lotta articolavano la fondamentale contraddizione della vita di frontiera – l’abbandono dei modi “civili” che portò all’espansione finale della società civilizzata”. Che i coloni bianchi fossero più “civilizzati” dei nativi era un assunto che all’epoca veniva dato per assodato, ma che oggi, da un punto di vista relativistico, suscita forti dubbi.
In conclusione, lo stile di lotta a mani nude del sud sintetizza, in modo simbolicamente estremo ma efficace, la società dell’epoca e i suoi problemi. Con la diffusione delle armi da fuoco, l’abitudine di affrontarsi in questo modo andrà estinguendosi: le pistole, infatti, offriranno uno scontro altrettanto letale, ma decisamente più asettico e meno impegnativo a livello fisico, quella che in termini psicologici viene definita “derealizzazione tecnologica”. Premere un grilletto era sicuramente più facile che avventarsi come belve sul proprio antagonista, anche se l’esito finale era comunque il medesimo.
Rimane traccia di questo modo di combattere “sporco e cattivo” nel cosiddetto “jailhouse rock”, che in questo caso non è la celebre canzone cantata dal “Re” Elvis Presley, ma uno stile di lotta diffuso negli istituti penali degli Stati Uniti.

Ultimo tango a Helena

Fondata nel 1852 nel Texas sud-orientale, Helena era una cittadina posizionata lungo la Chihuahua Trail, una rotta commerciale per carri e diligenze che collegava il Messico agli Stati Uniti. Il nome Helena deriva dalla moglie di uno dei suoi fondatori, Lewis Owings, ma i suoi abitanti erano soliti deformare il nome in Hellena, che alludeva all’inferno. Infatti, il clima torrido e il temperamento ancor più bollente dei suoi abitanti la rendevano un luogo decisamente poco ospitale.
Non è un caso che la città dia il nome a un tipo di duello estremamente sanguinario, il cosiddetto Helena Duel. Proprio come per l’eye gouging, di cui abbiamo appena parlato, lo scenario di questo tipo di confronto era la strada e un anello di folla urlante.
A ciascuno dei due contendenti veniva affidato un coltellino, dotato di una lama di tre pollici (circa sette centimetri e mezzo), in modo tale da non ledere in modo diretto gli organi vitali. Le mani sinistre, invece, venivano legate con un laccio di cuoio per mantenere i duellanti a una distanza costante e ridotta.
A questo punto, ai contendenti veniva fatto compiere qualche giro in tondo e poi veniva dato il via. Iniziava così una danza mortale, in cui venivano sferrate in modo continuo coltellate a corto raggio. Se la lama fosse stata più lunga, il duello sarebbe finito immediatamente, mentre invece l’utilizzo di una lama corta permetteva di prolungare il ballo di morte.


Lame corte e mani legate

La scena iniziale del film The duel (2016), con il grande Woody Harrelson, costituisce una ricostruzione verosimile di questo tipo di duello.
Vinceva, ovviamente, chi rimaneva in piedi, lasciando l’avversario a terra, morto in una pozza di sangue.
Lo scontro, brutale e spietato, obbediva alle stesse logiche di cui abbiamo parlato in precedenza. La lotta al coltello, inoltre, godeva di una lunga tradizione, portata in Texas dagli spagnoli: famose erano le scuole andaluse in cui si insegnava la esgrima de navaja, una tecnica di scherma che implicava l’uso di lunghi coltelli tradizionali a serramanico, denominati, appunto, navajas.
Le strade di questa piccola città sono ormai deserte e la violenza che le percorreva non è altro che un pallido ricordo: Helena è una ghost town, una città fantasma, spopolata come un cimitero. Questo perché la ferrovia decise di passare altrove, tagliandola fuori dalle rotte commerciali.
La leggenda vuole che l’artefice di questa decadenza fosse un ricco possidente locale, il Colonnello William Butler, il cui unico figlio venne ucciso da una pallottola vagante nel corso di una delle risse da saloon per le quali la città era famosa. Affranto per la morte del figlio, il ricco Colonnello Butler giurò vendetta nei confronti della spietata città e, in effetti, riuscì nel suo intento, facendo deviare la rotta della ferrovia. Garantendo libero accesso alla strada ferrata nei suoi possedimenti, il padre ferito riuscì a farla passare lontano dalla città che aveva rubato la vita di suo figlio, inducendo così la sua lenta ma inarrestabile decadenza.

Non sfidate Jim Bowie!

Parlando di duelli al coltello, è impossibile non menzionare Jim Bowie. E ciò non soltanto per via del coltello che porta il suo nome, ma anche e soprattutto perché, prima di cadere valorosamente nella battaglia di Alamo del 1836, questo eroe americano fu una vera e propria star del duello alla lama corta, tanto da venir definito “il più grande lottatore del Sud-ovest”.
Nato in Kentucky nel 1796, il giovane Bowie crebbe nelle paludi della Louisiana, dove, si dice, fosse solito “cavalcare gli alligatori e prendere i cervi al lazo”. Non è possibile verificare la veridicità di quest’ultima affermazione, ma un fatto è certo: James Bowie era una “testa calda”, che viveva una vita avventurosa fatta di traffico illegale di schiavi con pirati del calibro di Jean Lafitte e di speculazioni terriere. Il tempo libero, manco a dirlo, era dedicato alle donne, al whisky, al gioco d’azzardo e… ai duelli.
La fama di Bowie come duellante è dovuta soprattutto a un episodio: il cosiddetto Sandbar Duel, avvenuto nel 1827 lungo le sponde del fiume Mississippi, nei pressi di Natchez.
Questo duello ha una storia davvero insolita. All’origine, una lunga faida tra famiglie rivali: i Wells e i Cuny, in lotta da anni per il dominio economico e politico della Louisiana centrale. In precedenza c’erano già stati scontri violenti tra gli esponenti delle due famiglie, ma il duello a Natchez doveva risolvere definitivamente la questione.
I duellanti erano Samuel L. Wells III and Thomas H. Maddox e si erano dati convegno a mezzogiorno su un isolotto sabbioso nel mezzo del grande fiume, perché l’ambito fluviale era considerato esente dalla giurisdizione locale, che vietava i duelli. Una sorta di terra di nessuno, in cui tutto era concesso.
Jim Bowie era il secondo di Wells, mentre Maddox era accompagnato da Norris Wright, anch’esso uomo di fama pericolosa e violenta. I secondi, o “padrini”, svolgevano il ruolo di arbitri del duello e dovevano assicurarsi che tutto si svolgesse secondo le regole stabilite.


Sfida con il coltello

Oltre ai duellanti e ai secondi, la striscia sabbiosa era piuttosto affollata: entrambi si erano portati un medico di fiducia, per curare eventuali ferite; gli amici e i sostenitori ammontavano a una ventina di persone in totale.
Il duello si svolse all’ “europea”: i duellanti si spararono a turno, per due volte, mancandosi a vicenda e decidendo di chiudere la questione con una stretta di mano. Fino a questo punto, non ci sarebbe nulla di memorabile da ricordare e tutto, probabilmente, si sarebbe potuto concludere con una colossale bevuta.
Senonché un certo Crain, facente parte della fazione dei Wells, scelse proprio quell’istante per aprire il fuoco sul Generale Cuny, che era tra gli spettatori del duello.
Il primo sparo mancò Cuny e ferì Bowie all’anca. Bowie, anziché tirarsi indietro, snudò un coltellaccio da macellaio – a quei tempi non aveva ancora brevettato l’arma che lo renderà famoso – e si buttò nella mischia. Il futuro eroe di Alamo subì diverse ferite: oltre alla pallottola al fianco, ne ricevette un’altra alla spalla, fu colpito alla testa e accoltellato al petto diverse volte, una delle quali con un bastone animato, la cui lama fu arrestata in modo fortuito dallo sterno e si spezzò. I suoi avversari, tuttavia, dovettero pagare un conto ben più salato: l’altro secondo, Wright, morì sotto il suo coltello, e un altro sostenitore di Maddox fu gravemente ferito. Tra le vittime, anche il Generale Cuny, colpito al petto da una seconda pallottola di Crain.
La baruffa durò in tutto non più di dieci minuti, ma venne raccontata e ripetuta così tante volte da fare di Bowie un personaggio erculeo e leggendario.
Un altro scontro celebre, che ingigantì ulteriormente la sua fama, si svolse in Texas intorno al 1830: in quest’occasione Bowie era armato del suo celebre pugnale. L’arma, realizzata da un armaiolo dell’Arkansas di nome James Black, aveva una caratteristica che la rendeva riconoscibile: la lama, spessa, robusta e lunga una trentina di centimetri, finiva con un controtaglio ricurvo e affilato.
In quest’occasione Bowie venne assalito da tre tagliagole prezzolati, pagati probabilmente da un gestore di saloon che si era scontrato con lui in passato, uscendone con le ossa rotte.
Pur essendo solo, l’avventuriero seppe farsi valere: quasi decapitò il primo assalitore con un colpo secco della sua lama, sventrò il secondo, che riuscì a ferirlo una gamba, e il terzo malcapitato finì “col cranio spaccato fino alle spalle”.
Grazie a queste e innumerevoli altre baruffe, fino alla sua tragica fine, Jim Bowie entrò nella leggenda. Lo storico britannico Thomas Carlyle, disse di lui: “Per Ercole, quest’uomo era più grande di Cesare – no, quasi pari a Odino o a Thor! I Texani dovrebbero costruirgli un altare!”

Grazie a questa rapida carrellata, si è potuto constatare come l’antica tradizione del duello, che risale alla notte dei tempi, abbia avuto molteplici interpretazioni nella storia dell’Ottocento nordamericano, e che lo scontro alla pistola, mitizzato dalla tradizione letteraria, non fosse né il più usato né il più cruento.

Riferimenti bibliografici

David Nevin, The Texans, in The Old West, Time-Life Books, 1975
Elliott J. Gorn, Gouge and bite, pull hair and scratch: the social significance of fighting in Southern Backcountry in The American Historical Review, 1985

Condividi l'articolo!

Commenti

Vuoi scrivere qualcosa? Usa i commenti!

Devi eseguire il log-in per inserire un messaggio.