Le guerre indiane

A cura di Sergio Mura

Le numerosissime occasioni di conflitto ed i conflitti veri e propri che opposero indiani e coloni da un lato ed indiani e soldati dall’altro caratterizzano l’intera storia del west. Gli indiani, ad onor del vero, non persero mai l’occasione per combattersi anche tra loro, com’è ben noto a tutti gli studiosi e gli appassionati.
Le principali guerre indiane, quelle che maggiormente modificarono lo stile di vita delle tribù e persino i luoghi in cui esse vivevano, furono quelle tra indiani e le “giacche blu”.
Alcuni episodi particolarmente significativi, ed altri meno rilevanti, si registrarono fin dal periodo 1840-1865, ma la stragrande maggioranza dei conflitti nella zona oltre il Mississippi si verificò dopo la conclusione della guerra civile americana.
In quel momento, sistemate le beghe tra stati e la spinosa faccenda della schiavitù, immediatamente gli americani si ricordarono che restava in sospeso la “questione indiana” e che era necessario portarla ad una qualche conclusione.
Fu il presidente Abraham Lincoln a predisporre gli americani ad una lunghissima stagione di guerre con gli indiani (1865-1890) quando, durante la guerra civile, si fece scappare che “Se concluderemo questa guerra, ed io ci sarò, l’intero sistema delle relazioni con gli indiani sarà riformato”.


La lunga marcia dei Cherokee

Come sappiamo, Lincoln non riuscì a campare abbastanza per realizzare quella che lui sentiva essere una necessità per gli americani, ma altri presero fin troppo sul serio le sue parole.
I primi ad agire furono i componenti del governo che decisero che il modo più rapido per chiudere la “questione indiana” sarebbe certamente stato chiudere tutti i nativi all’interno di riserve ben delimitate. Questo avrebbe certamente posto la parola fine a qualunque disputa tra le tribù e i bianchi; in più, dentro le riserve sarebbe stato possibile attivare piani per trasformare gli indiani da guerrieri e cacciatori in agricoltori e allevatori. Insieme all’apprendimento di altre particolari abilità del mondo dei bianchi, questa strategia avrebbe garantito di assimilare i “selvaggi” in un contesto che mirava ad essere prevalentemente “bianco”.


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Quel che seguì a questa decisione è noto: decenni di guerre indiane e moltissimi morti, da una parte e dall’altra.
Nel primo periodo di guerra, tra il 1864 ed il 1868, il governo federale contava di schiacciare facilmente le tribù in virtù dell’indubbia superiorità tecnologica e anche grazie all’uso dell’esercito professionale. Le cose non andarono secondo le previsioni, anche se quei pochi anni furono sufficienti per trasformare completamente le relazioni tra bianchi e indiani e per comprendere che più nulla sarebbe stato come prima.
Nel secondo periodo, dal 1870 al 1890, tutte le tribù, sconfitte, finirono dentro le riserve governative, prive ormai di forza e di autonomia. Perchè accadesse questo, però, non bastò il solo sforzo bellico di una nazione forte, ma si dovette ricorrere a ben altro. In primis dobbiamo citare la quasi completa estinzione del bisonte; un amaro destino per una bestia che da sola sorreggeva parte dell’economia domestica delle tribù delle grandi pianure americane. Si trattò di un piano ben strutturato che, profittando della richiesta di pellicce, scatenò i cacciatori, lasciandoli liberi di cacciare ovunque volessero, facendoli arrivare fin quasi ad estinguere il bisonte che pure aveva popolato le pianure del west con decine e decine di milioni di capi. Gli indiani ricavavano dal bisonte quasi tutto ciò che poteva occorrergli nella loro vita nomade e quando questa opportunità venne meno, si avvicinò pericolosamente la resa.


Un episodio di lotta tra soldati e indiani

La decimazione delle mandrie di bisonti si accompagnò ad una politica sempre più aggressiva contro le tribù che non accettavano di essere rinchiuse dietro i confini di una riserva in un avvitamento di eventi bellici in cui prestissimo si finì per perdere il conto di chi avesse colpa caso per caso.
I soldati attaccarono senza sosta i villaggi indiani e distrussero le scorte, le capanne e ogni tipo di suppellettile.
In questo scenario si evidenziarono diverse aree di conflitto che restarono attive talvolta contestualmente e che riguardarono le cosiddette “aree culturali” dei nativi americani: il nord-ovest e l’area del Pacifico, il sud-ovest, le tribù delle pianure e le cinque tribù civilizzate.
Il caso delle cinque tribù civilizzate (Choctaw, Chickasaw, Creek, Cherokee e Seminole) si discosta un po’ dagli altri perchè contro di loro non si organizzarono solo campagne militari, ma anche atti giuridici, dal momento che il governo americano riuscì ad ottenere, tra il 1820 ed il 1840, lo scopo di spostarle dalle loro terre (Florida, Georgia, Tennessee) con i famigerati spostamenti forzati verso terre lontane, specialmente l’Oklahoma.
Le guerre indiane non furono particolarmente dure neppure nell’area del “Pacifico e dell’area costiera della California”.
L’apice dei conflitti fu raggiunto, piuttosto, a sud-ovest e nelle grandi pianure.


La cavalleria attacca un campo di Sioux (1863)

Non sempre le battaglie seguirono il classico schema dell’esercito contro le tribù, perchè a volte si sinserivano variazioni importanti laddove erano gli stessi indiani a confliggere contro altri gruppi, magari arruolandosi nell’esercito come scout o come vere e proprie truppe d’attacco. In situazioni simili vi era alla base una forte conflittualità tra diverse tribù e talvolta la parte perdente sceglieva di allearsi agli americani per vendicarsi del nemico.

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