L’ultima patria

A cura di Gian Mario Mollar

L’ultima patria è il secondo volume di una trilogia iniziata nel 2017 da Matteo Righetto.
Il sipario si alza due anni dopo gli eventi raccontati ne L’anima della frontiera: siamo nell’autunno del 1898 e Jole De Boer ha ormai vent’anni, è bella come non mai e le sue avventure oltre il confine con l’Austria sono un ricordo che ha lasciato segni profondi.
La vita a Nevada, il paesino incastonato tra l’altopiano di Asiago e il grande canyon della Val Brenta, scorre scandita dal ritmo e dai colori delle stagioni, un rosario di miseria e fatica che la famiglia De Boer sgrana con serenità e rassegnazione.
Sua sorella Antonia, chiamata da una vocazione forte e spontanea, ha deciso di entrare in convento e il suo fratellino Sergio si è ammalato di un inspiegabile tremore, che fa temere per la sua vita. Sperando di salvarlo, Jole scende a valle con il carro, per portarlo dalla Santa, una donna misteriosa che sembra capace di guarire ogni male.
Ma due ombre sono in agguato nei pressi della baita, due uomini decisi a rubare il piccolo tesoro che la famiglia ha accumulato con il contrabbando di tabacco. Al suo ritorno, Jole vedrà il proprio mondo crollare, rovinato da una spietata avidità. Proprio in quel momento, in preda alla disperazione più tetra, si renderà conto che “perdere tutto ha senso solo se abbiamo lasciato un segno che rimane. Un segno che leghi con coraggio e lealtà il nostro passaggio al passaggio delle persone a noi più care”.
Ascoltando questa sua voce interiore, selvaggia ma al contempo carica di umanità, Jole si lancerà sulla pista della vendetta e della giustizia. Con lei, il fedele cavallo Sansone e San Pietro, il vecchio fucile austriaco di suo padre. A guidarla, “l’istinto della figlia lacerata nell’intimità e il fiuto della donna ferita a morte”.
A far da sfondo alla sua caccia, paesaggi frementi di vita, cesellati con infinita maestria dall’autore per creare un caleidoscopio di suoni e profumi, di alberi e animali selvatici.
La natura non è semplicemente un fondale, ma un vero e proprio personaggio del libro ed è anche, al contempo, la sostanza di cui i personaggi sono fatti: “respirò a fondo e si sentì parte di quel mondo, di quella natura, della montagna e del suo spirito, poiché sapeva bene che senza quei paesaggi non sarebbe stata se stessa”.


Una foto di Matteo Righetto

Questi paesaggi di bellezza assoluta e straziante generano un sentimento quasi estatico, che percorre la narrazione da cima a fondo. Dalle mura odorose di incenso del convento di Bassano fino ai boschi di larici, il latino delle preghiere si squaderna tra valli e monti fino a risuonare nell’animo di Jole. La protagonista è una donna decisa e risoluta, poco incline al misticismo, ma vediamo nascere nel suo intimo una sorta di fede nella natura e una speranza, che “non significa avere la certezza che le cose andranno bene, ma essere convinti che abbiano un senso, comunque vadano a finire”.
È proprio questa attenzione per la natura a fare dell’opera di Matteo Righetto un “western letterario”. Il confrontarsi con la potenza e la vitalità degli elementi conferisce un tono epico alle vicende umane, trasformando la vita e la morte in poesia. L’autore gioca con gli stilemi del far west per raccontare una vicenda profondamente italiana e al contempo universale. Nel finale, lo vedremo addirittura cimentarsi con il celebre teorema di Sergio Leone, raccontandoci che cosa accade quando “una donna col fucile incontra un uomo con la pistola”. A prescindere dalla collocazione geografica, la penna di Matteo Righetto attinge al concetto universale di western, costruendo una storia dal ritmo incalzante, ma al contempo capace di fare riflettere.
Se nel precedente romanzo Matteo Righetto aveva esplorato il concetto di frontiera, “quella maledetta, sporca, eterna e diabolica frontiera tra poveri cristi e potenti, tra umili e prevaricatori”, in questo libro l’indagine si approfondisce ulteriormente per indagare ciò che le frontiere delimitano: la patria. “La Jole si chiese cosa fosse la patria, se mai avessero senso parole come quella, o se piuttosto non fossero concetti ideati per dividere gli uomini, stendere fili spinati”. La conclusione a cui giunge è che, malgrado le bandiere degli uomini, le aquile e i fiori di tarassaco sono uguali da entrambi i lati del confine e che “noi povera gente siamo tutti cittadini dell’ultima patria”.
Mentre Jole insegue la propria vendetta, la Storia, quella con la esse maiuscola, fa il suo corso. Sul finire dell’Ottocento, le montagne del Veneto si spopolano: interi villaggi diventano borghi fantasma e i loro abitanti di un tempo sono costretti a migrare, spinti dalla fame e dalla miseria ad attraversare l’Atlantico, perché “ovunque è meglio che qua”.
Mark Twain diceva che se la storia non si ripete molto spesso fa rima. Matteo Righetto, con la sua narrazione poetica e realistica al tempo stesso, ci parla proprio di questo: le migliaia di persone che abbandonarono tutte le loro certezze per raggiungere la “‘Merica” non sono troppo diverse dai migranti di oggi, spinti da dinamiche diverse ma in fondo sempre uguali. Un unico filo lega i migranti e i vinti di tutti i tempi: dai braccianti in viaggio verso la California raccontati da John Steinbeck alla povera gente di Langa, di cui scriveva Beppe Fenoglio ne La malora, la cui influenza è presente soprattutto nella prima parte del libro. Per dirlo con le parole di Jole: “Patria e frontiera sono le due facce della stessa medaglia. I miei veri compatrioti sono quelli che vivono la mia stessa disgrazia, nella mia stessa epoca”.
Il chiudersi del romanzo coincide con l’inizio di una nuova, grande avventura: non ci resta che attendere, con il fiato sospeso, il libro successivo, che concluderà la Trilogia della Frontiera.
Buona lettura!

I due uomini si stesero furtivamente a terra, infreddoliti ma silenziosi come serpenti in agguato, attenti a non farsi vedere né sentire. Rimasero immobili per qualche minuto, mentre i cimali dei pecci intorno a loro ondeggiavano lentamente. Acquattati ai margini del bosco, tra cespugli di lamponi ormai avvizziti e le grandi foglie di lavetz disseminate tutt’intorno, lo osservavano mentre in un raro momento di spensieratezza spiegava a suo figlio come si ferra un cavallo. Augusto De Boer, il piccolo Sergio e Sansone si trovavano venti o trenta metri più sotto, sopravento rispetto a loro. I due fissarono Augusto e poi si guardarono negli occhi come due predatori eccitati, scambiandosi un ghigno di complicità. In quell’istante uscì la moglie di Augusto e, un attimo dopo, la figlia maggiore. I due uomini proni non batterono ciglio. Con il suo solito modo frettoloso di camminare, Agnese raggiunse la legnaia e afferrò una decina di ceppi di faggio, poi disse qualcosa al marito e al figlio, che le risposero. I due nel bosco non colsero quel dialogo, nonostante la brezza salisse verso di loro. La Jole prese da terra un colchico autunnale, lo infilò sopra l’orecchio sinistro e si avvicinò a suo padre e al fratellino. Accarezzò Sansone e lo baciò sulla fronte. Disse qualcosa e sorrisero tutti e tre, anche se subito dopo lei si rivolse al padre con quello che sembrò una sorta di rimprovero. Era sempre più bella, la Jole, coi capelli che le scendevano lungo la schiena, chiari come il fieno raccolto sui prati, e la pelle brunita dal sole dell’ultima estate. Solo a guardarla negli occhi sembrava che il futuro fosse dalla sua parte e con lei avesse stipulato un patto eterno, come quello tra il tempo e la bellezza dei boschi e delle montagne circostanti, aspri e insieme sublimi. Uno dei due uomini acquattati, quello più smilzo e con la metà del volto deformato da una grave ustione, si sfilò lentamente dalla testa il cappello di feltro e mormorò: «Quattro.» «Ahn?» «Sono rimasti in quattro. L’altra figlia non c’è più da un po’…» «Uno de manco» sussurrò l’altro, più grosso, con una cicatrice da taglio sulla guancia destra, gli occhi iniettati di sangue e le sopracciglia che sembravano un unico cespuglio di rovi selvatici, buono come tana per le vipere. «Una de manco» si corresse poi. «Sì. Ora bisognerà capire dove nasconde la roba. Ci vorrà un po’ di pazienza.»

Titolo: L’ultima patria
Autore: Matteo Righetto
Editore: Mondadori
Genere: Narrativa
Collana: Scrittori italiani e stranieri
Rilegatura: Copertina rigida
Pagine: 225
Data di pubblicazione: 24 aprile 2018
Prezzo versione cartacea: 15,30 €
Prezzo versione Kindle: 8,99 €

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