Si spengono le stelle

Si spengono le stelle è un thriller sulla Nuova Inghilterra di fine Seicento, che indaga uno dei periodi più cupi della storia americana a colpi di incursioni nei temi classici della letteratura fantastica.
Lo diciamo subito: è un bel libro, godibilissimo e di quelli da leggere tutto d’un fiato, anche se le oltre quattrocentocinquanta pagine ci costringono a gustare il libro suddividendolo su più giorni. È anche rispettoso del periodo storico in cui l’avventura si dipana, la qual cosa non può che far grande piacere a noi appassionati di storia del west.
Le vicende sono ambientate a York al tempo in cui gli inglesi lottavano duramente (come potete leggere in questo sito) contro gli indiani al fine di espandere i propri traffici. Un tempo durissimo in cui le profonde e ingiuste cattiverie compiute ai danni dei nativi si alternavano alle sanguinose e improvvise vendette indiane. In questo contesto si muove la protagonista, Susannah Walcott, figlia primogenita di Robert e Mary Walcott, e sorella dei piccoli William ed Elisabeth che vengono seguiti nella loro crescita dalla nutrice, Nagi, un’indiana che ama la famiglia con cui vive e che da essa è ricambiata.
Susannah è ribelle, sia contro quel mondo zeppo di regole sociali e comportamentali, sia contro il comportamento degli inglesi nei confronti degli indiani del Nuovo Mondo.
Pur ispirato a eventi storici realmente accaduti, e posizionato nel canone del thriller, “Si spengono le stelle” è un romanzo che abbraccia alcuni temi classici della letteratura fantastica, al punto da spingere Libri Mondadori a definire l’autore un esploratore dei confini di genere. Una descrizione che lo ha inorgoglito.
Il romanzo è ambientato nel 1691.
York è un’inquieta città di frontiera da poco annessa alla Colonia della Massachusetts Bay, dove la legge è esercitata secondo una rigida morale puritana.
Primogenita di Mary e Robert Walcott, capo della corporazione commerciale, Susannah è tormentata da un selvaggio bisogno d’indipendenza che la rende insofferente alle autorità e la porta a rifugiarsi negli antichi insegnamenti della sua vecchia nutrice indiana, Nagi, dalla quale ha imparato a scorgere in ogni cosa la profonda armonia del cosmo.
Ma proprio il forte legame con la cultura dei nativi costa a Suze l’avversione dei suoi coetanei, che la accusano di essere strana, pericolosa, e per questo la schivano. Tutti tranne uno, il fragile e misterioso Angus Stone, che appare determinato a sfidare qualunque pregiudizio pur di averla.
Le cose cambiano quando Robert viene inviato a Boston per presiedere il Congresso coloniale: mentre a York le stelle della ragione cominciano a spegnersi, Rob realizza di trovarsi nel mezzo di una spietata cospirazione tesa a inasprire odio e paura verso i “selvaggi”. Il conflitto tra coloni e nativi assume così il valore di uno scontro fra bene e male che coinvolgerà proprio Susannah, ignara custode di un grande segreto…

Ecco un breve estratto del libro:

Il Giorno del Ringraziamento
Svegliati.
Susannah sbarrò gli occhi e si specchiò nel sussulto aeriforme di una nebbia fitta che insisteva sul vetro umido della finestra. Percepì il tempo sospendersi per un istante al confine tra l’incubo e la realtà, finché non avvertì la fredda carezza di una goccia di sudore lambirle la pelle del collo. Fu quasi un sollievo. Suze s’incantò a guardare la nebbia: premeva contro i vetri come una folla accalcata. Solo quando la notte si contrasse in un ultimo rantolo di oscurità, lasciando spazio a una tiepida alba, i primi raggi di luce la spinsero indietro verso il bosco.
Il cielo si tinse di un blu meno opprimente, e in direzione dell’oceano, a est, l’orizzonte si macchiò di bianco, rosa e di un mite azzurro. Puntuale, la porta della stanza si aprì con uno sbuffo d’aria fredda che fece sfrigolare la cera sotto la fiamma della candela. Susannah si strinse un po’ di più sotto le coperte. «Sei sveglia?» La voce di sua madre. «Aye» rispose in un fruscio di lenzuola.
La donna sedette sul bordo del letto. Le passò, una mano sulla fronte, fra i capelli. Susannah si abbandonò al calore di quel contatto socchiudendo le palpebre, ma nell’oscurità tornarono a trovarla le grida, e i suoi occhi furono abbagliati da una luce improvvisa. Quando li riaprì, si ritrasse con uno sguardo malinconico verso la foresta.
Mary Walcott lo notò. Lei notava tutto. «Stai bene?« chiese.
Susannah annuì.
«Ancora incubi?»
«Si… Ma non riesco a ricordare.»
«Ti preoccupi troppo» Mary le accarezzò il viso. La sua mano era ruvida, dura e callosa, da lavoratrice. «Lascia correre un po’ dei tuoi tormenti, figlia mia. Non essere già così infelice: la malinconia sarà sempre lì ad aspettarti quando sarai più vecchia, non temere.»
Suze sbuffò un sorriso dalle narici.
Sua madre si alzò. «Ora muoviti, o faremo tardi alla celebrazione.»
«Sarebbe tremendo. ribatta Susannah, il tono più aspro di quanto avrebbe voluto. «Il recinto del bestiame ci aspetta…»
Quando il volto di Mary era contratto dal biasimo e dal livore, i suoi lineamenti diventavano ancor più marcati. Induriva la mascella e assumeva un’aria severa che gli occhi trasfiguravano in uno sguardo glaciale, in grado di paralizzare un uomo adulto e sommergerlo di sensi di colpa (come speaso accadeva al marito). Susannah e i suoi due fratelli più piccoli l’avevano battezzato “lo-sguardo-che-uccide”, e in segreto ne ridevano, pur sapendo che ogniqualvolta la madre aveva quello sguardo, significava che allora erano tutti nei guai. Guai seri.
Mary era arrivata sull’uscio della porta e, quando si voltò di scatto, Suze si sarebbe aspettata di essere inchiodata dallo sguardo-che-uccide. Ma si sbagliava.

Lasciamo ora spazio a Matteo Raimondi che ci racconta come è arrivato alla scrittura del suo romanzo d’esordio:

Da lettore, prima ancora che da autore, sono sempre stato affascinato dai meccanismi del processo creativo (un impulso disturbante nella sua ferocia ancestrale) che sottende alla nascita di un romanzo. E parlando di questo, una delle domande che mi sono sentito rivolgere con più frequenza è stata perché la scelta di un’ambientazione come quella di «Si spengono le stelle», per il mio primo lavoro.
Be’, per rispondere devo andare indietro nel tempo fino al 1997 quando in una sera di luglio un ragazzino undicenne – probabilmente all’insaputa dei genitori – s’imbatté per la prima volta in un film intitolato “The Last of The Mohicans”, L’ultimo dei Mohicani nella traduzione italiana, e nella sua corteccia celebrale si depositarono decine di inferenze destinate a montare negli anni successivi. Alla fine ero sconvolto, e non solo perché probabilmente non era un film adatto alla mia età, ma perché quello con il capolavoro di Michael Mann fu – anche se ancora non lo sapevo – il mio primo incontro con la poesia in prosa.
Le interpretazioni di Daniel Day-Lewis e Wes Studi, le musiche di Trevor Jones e Randy Edelman, la fotografia di Dante Spinotti (italianissimo)… Dio, quella roba è entrata dentro di me così in profondità che crescendo ho sentito il bisogno, macché, la necessità, di andare a cercare con i miei occhi quella stessa poesia nei territori nordamericani della Nuova Inghilterra.
E alla fine l’ho trovata.
Nei colori, nel respiro degli alberi, nei profili ondeggianti degli Appalachi, nella pelle e negli sguardi dei nativi: laggiù ogni cosa è ancora oggi intrisa di uno dei più emozionanti, misteriosi, romantici, crudi periodi storici dell’epoca moderna. Un humus incredibilmente fertile, per l’immaginazione di uno scrittore.
La nostra storia inizia con la nebbia. La bruma che ogni notte in novembre scivola a valle dalle Montagne Bianche.

Titolo: Si spengono le stelle
Autore: Matteo Raimondi
Editore: Mondadori
Genere: Narrativa
Collana: Omnibus
Rilegatura: Brossura
Pagine: 468
Prezzo versione cartacea: 16,57 €
Prezzo versione digitale: 9,99 €

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