Storia dei popoli del Nord-America – 7

A cura di Claudio Ursella
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7.


LE CIVILTÀ PRECOLOMBIANE – STORIA E PREISTORIA IN NORD AMERICA

Iniziando a ragionare sulle civiltà precolombiane del Nord America, è doveroso partire da una riflessione sul modo in cui si è approcciato al tema, e sulla curiosa difficoltà che per lungo tempo hanno avuto gli studiosi, a ricercare il passato dei popoli storici nelle ormai documentate civiltà precolombiane, e contestualmente di trovare nei popoli storici gli eredi di tali civiltà. Da ciò ne è derivata una netta separazione dello studio dei due soggetti, i popoli storici e le civiltà precolombiane, con conseguente e arbitraria assegnazione dei primi alla “storia” e dei secondi alla “preistoria”.
Al di là delle obbiettive difficoltà della ricerca, c’è da chiedersi se in questo approccio non abbiano anche agito i pregiudizi, che per secoli hanno caratterizzato l’uomo bianco nei confronti dei nativi.
Per secoli l’immagine dell’indiano del Nord America è stata concepita dal conquistatore europeo in termini funzionali al suo apparato ideologico: così per quanti erano impegnati a espropriarlo della propria terra e a distruggerne la cultura, l’indiano era, nell’ipotesi migliore, un povero selvaggio fermo all’età della pietra, che l’uomo bianco doveva, con le buone o le cattive, educare alla cultura e alla civiltà moderna. Fondamentale era, per la coerenza di questo approccio, negare ogni complessità alla cultura dell’indiano, quando pur si ammetteva che una cultura c’era, se necessario anche idealizzandolo come un semplice e puro prodotto della natura. Questo semplice quadro, con il figlio della natura, selvaggio e fermo all’età della pietra da un lato, e il civilizzatore bianco dall’altra, iniziò a complicarsi quando, i primi studi archeologici, dimostrarono che ancor prima dell’arrivo dell’uomo bianco, il Nord America aveva visto nascere fiorenti civiltà, di cui dopo il contatto erano rimaste scarse o nulle vestigia nello stile di vita degli indiani.
Il primo ad aprire alla ricerca delle civiltà “scomparse” del Nord America, fu certamente il futuro presidente Thomas Jefferson, che alla fine del ‘700 nella sua tenuta di Monticello, per primo fece uno scavo a sezione verticale di un “mound”, un tumulo funerario tipico della zona delle Foreste Orientali, ritrovandovi ossa e reperti.


Gli scavi nella tenuta di Thomas Jefferson

Per molti decenni la curiosità intellettuale di Jefferson non fece proseliti, e solo quando la resistenza indiana alla conquista fu definitivamente debellata,  i primi studiosi e archeologi ripresero scavare e a raccogliere reperti, mostrando così un quadro estremamente complesso del Nord America nei secoli precedenti al contatto. Grandi tumuli funerari, piramidi di terra più grandi di quella di Cheope, villaggi di pietra con torri e edifici a più piani, ricche produzioni artigianali in ceramica, rame e altri materiali, queste sono le testimonianze del passato, che mal si accordano con l’idea del selvaggio fermo all’età della pietra, e aprono a più di una domanda. La prima fra queste domande, “chi erano i popoli di queste culture”, era ovviamente tutta interna al presupposto ideologico del tempo, quello  basato sull’immagine dell’indiano “selvaggio”, e che quindi escludeva a priori che i “selvaggi” potessero essere gli artefici di queste opere del passato; così  per lungo tempo gli studiosi si appassionarono a diverse teorie alla ricerca dei misteriosi e ormai scomparsi popoli del passato, più civili ed evoluti degli indiani storici, a cui certamente appartenevano i reperti e le vestigia dell’epoca precolombiana. In realtà già Thomas Jefferson aveva inequivocabilmente indicato gli indiani storici come artefici dei mounds delle terre orientali, così come era evidente la continuità tra gli indiani Pueblos del sud-ovest e gli antichi edificatori dei “cliff dwellings” (abitazioni sui dirupi); comunque si dovette giungere solo a tempi relativamente recenti per sfatare l’affascinante mito dei popoli scomparsi; ciò fu possibile quando l’opportunità di una più precisa datazione dei reperti, indicò una chiara ed evidente successione di culture, che dalla fine dell’era Arcaica (circa 1.000 a.C.) giungeva fin quasi al tempo del contatto con gli Europei (XVI –XVII sec.), senza vere soluzioni di continuità. In questo scansione temporale ben definita era impossibile inserire i “popoli misteriosi”, e finalmente si prese atto che gli indiani storici erano stati gli unici protagonisti delle culture precolombiane del Nord America, e ciò ovviamente chiudeva definitivamente con l’immagine del selvaggio, il cui livello culturale di poco si eleva oltre lo stato di natura.


Un classico esempio di “cliff dwellings”

Ma come è noto, ogni risposta pone nuove domande, e la principale era quella riguardante l’apparente mancanza di memoria culturale tra gli indiani storici e i loro predecessori: quando alla fine del ‘600 gli esploratori francesi videro per la prima volta il gigantesco Monks Mound, nei pressi di Cahokia, Illinois, chiesero agli indiani del posto informazione su quell’opera umana, la cui edificazione  necessitava del lavoro organizzato di migliaia di uomini, ottenendo però solo risposte  vaghe e generiche; i Navaho che occupavano la regione dove sono edificate le più spettacolari “cliff dwellings”, attribuivano la loro costruzione agli Anasazi, gli “Antichi”, senza altro spiegare.   
In generale gli indiani storici, salvo rari casi, sembrano essere i primi a non considerare se stessi gli artefici delle antiche culture precolombiane, e questo non può essere spiegato solo per le difficoltà derivanti dalla mancanza di una documentazione scritta e dalla limitata possibilità della tradizione orale di tornare indietro nel tempo. C’è di fatto un trauma alla fine delle culture precolombiane, forse più traumi, di natura ambientale, climatica, politica, epidemica, migratoria, traumi che hanno prodotto una rottura, una lacerazione nella memoria degli indiani storici, operando una frattura netta fra ciò che accadde prima di un determinato periodo e ciò che accadde dopo. Che questa frattura coincida in buona misura con il contatto con i colonizzatori europei è certo, ma questo evento fu solo uno, anche se forse il più importante, tra i vari fattori coincidenti.
Ricostruire la storia della crisi e a volte del collasso delle culture precolombiane, significa ricucire quella lacerazione che ha impedito una visione omogenea e coerente della storia dei popoli nativi, consegnandoci piuttosto le due storie separate, che l’uomo bianco ha fino ad oggi raccontato: quella delle antiche civiltà, appannaggio degli archeologi, e quella dell’indiano storico, terreno esclusivo dell’etnologo. Così a partire da questa divisione, risulta semplice e naturale usare le categorie europee di storia e preistoria, senza tener conto delle specifiche caratteristiche dello sviluppo delle culture umane in Nord America: tutto ciò che accadde prima del contatto è “preistoria”, tutto ciò che accadde dopo il contatto, e di cui l’europeo fu il principale fattore condizionante, è “storia”. A supporto di questo semplice schema, il principio convenzionale per cui la storia inizia con la documentazione scritta, e tutto ciò che accade senza essere documentato dalla scrittura, rientra nel mondo misterioso e primitivo della preistoria. Questo principio convenzionale ha un senso nella storia del Vecchio Mondo, laddove la scrittura nasce alla fine della rivoluzione del neolitico e in coincidenza con la nascita delle prime grandi culture agricole della Mesopotamia, ma è inadatto a render conto della esperienza del Nord America, dove società complesse come e forse più di quelle dell’antica Mesopotamia, si affermarono in assenza della conoscenza della scrittura.


Culture native lungo il Mississippi

Se anche gli antichi costruttori di zigurrat non avessero lasciato testimonianze scritte, non per questo potrebbero essere definiti “preistorici”; e invece questo criterio viene utilizzato per i popoli del Mississipi che edificarono i loro templi su piramidi di terra. Storia e preistoria in Nord America non possono essere definiti in base ai criteri in uso nel Vecchio Continente, perché manca un punto convenzionalmente definibile in cui l’una comincia e l’altra finisce, a meno che non si voglia usare la logica dell’uomo bianco, che ponendo se stesso al centro della storia, la fa iniziare solo al momento della sua comparsa.  
Ricostruire la storia dei tanti popoli nativi come un continuum autonomo, in cui l’incontro e lo scontro con l’uomo bianco rappresenta un evento fra i tanti, certo il più importante, di una storia plurimillenaria, ma non l’unica prospettiva attraverso cui ogni vicenda viene vista e analizzata. In tal senso, nell’analisi delle vicende delle culture precolombiane dell’epoca classica, e soprattutto delle ragioni del loro collasso, vanno ricercati gli elementi di continuità e relazione con le storie tribali successive, per ricostruire una narrazione organica e coerente di cui i popoli nativi siano i veri protagonisti.  

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