Il mondo degli Uroni

A cura di Pietro Costantini

Questi sono alcuni appunti tratti dalla relazione “Grande viaggio nel Paese degli Uroni 1623-1624”, opera di Gabriel Sagard, inviato in Nuova Francia come missionario, che in quegli anni compì appunto un viaggio nei territori abitati dagli Uroni. E’ considerato uno dei padri dell’etnografia ed è autore di un “Dizionario della lingua urone”, che è considerata l’opera più considerevole riguardante una lingua indigena nativa americana e, malgrado le sue imperfezioni, è considerato ancora oggi l’opera più completa che sia disponibile sull’antica lingua urone.
Riporterò gli appunti in prima persona, come scritti dall’Autore.
Per provare la pazienza fino in fondo e patire aldilà delle forze umane, non occorre che affrontare viaggi con i selvaggi, specialmente per un lungo tratto, come facemmo noi. Bisogna infatti essere pronti a resistere alla sofferenza, senza contare i pericoli di morire lunga la via più spesso di quanto si possa pensare.
Aggiungi la fame, le puzze che questi sporchi zoticoni fanno quasi senza interruzione nei loro canotti (cosa che potrebbe far disgustare chiunque di così spiacevole compagnia), il dormire per i campi sempre sulla nuda terra, il camminare con grande fatica per acque e luoghi fangosi e, in alcuni punti, attraverso zone rocciose o boschi oscuri e folti, il soffrire le piogge sul groppone, il sopportare tutte le ingiurie delle stagioni e del tempo e le punzecchiature di una moltitudine infinita di zanzare e pappataci.
C’è infine da considerare la difficoltà della lingua per potersi esprimere sufficientemente e manifestare le proprie necessità, e il non avere nessun cristiano vicino con cui poter comunicare e consolarsi in mezzo alle fatiche.
Il giorno dopo l’incontro con questi selvaggi, ci fermammo un po’ presso un villaggio di Algonchini. Sentendovi un gran rumore, fui curioso di guardare attraverso la fessura di una capanna, per sapere cos’era. Là dentro vidi, così come ho visto poi parecchie volte tra gli Uroni, una quantità di uomini divisi in due gruppi, seduti a terra e disposti lungo i fianchi della capanna. Ogni gruppo aveva davanti una lunga pertica piatta, larga tre o quattro dita, e tutti gli uomini, con un bastone in mano, battevano continuamente su queste pertiche piatte, alla cadenza del suono dei gusci di tartaruga e di molte canzoni che cantavano con tutta la forza della voce.


Un guerriero Urone

Il loki, o medico, che era in piedi con la sua grande tartaruga in mano, cominciava il canto e gli altri proseguivano a squarciagola; sembrava una tregenda e una vera confusione e armonia di demoni. Due donne intanto tenevano un fanciullo tutto nudo, con la pancia all’aria, vicino agli uomini proprio di fronte al loki. Di tanto in tanto il loki si avvicinava a quattro zampe al fanciullo, con grida e urla come di toro furioso, poi gli soffiava sulla pancia. Dopo ricominciava il baccano; la cerimonia terminò con un festino, che fu preparato all’ingresso della capanna. In seguito non ho saputo più niente di che cosa sia successo al fanciullo e se sia guarito o abbiano dovuto fare qualche altra cerimonia, perché si dovette partire immediatamente dopo aver mangiato e riposato un po’.
Partiti da questa tribù, ci andammo ad accampare in un villaggio di Andatahouat (sono gli Ottawa), che noi chiamiamo Capelli Rialzati. Questi si erano fermati vicino al Mare Dolce, con l’intenzione di fare scambi commerciali con gli Uroni e con gli altri che tornavano dal mercato di Quebec. Rimanemmo due giorni a trattare e negoziare con loro. Questi selvaggi sono una tribù che porta i capelli rialzati sulla fronte, più dritti delle parrucche delle signore e li fanno reggere così dritti per mezzo di un ferro o di un’ascia calda, ottenendo un effetto che non è privo di grazia. Molti uomini non coprono affatto le parti vergognose, mentre le donne invece hanno una piccola pelle, pressappoco grande come una salvietta, cinta attorno alle reni, che scende fino alla metà della coscia, alla maniera delle donne Uroni. Questa tribù costituisce un grande popolo: la maggior parte degli uomini sono grandi guerrieri, cacciatori e pescatori. Vidi là molte donne e ragazze, che lavoravano stuoie di giunco, tessendole molto bene e abbellendole di diversi colori. Esse poi le vendevano in seguito, in cambio di altre mercanzie, ai selvaggi di diverse regioni che arrivavano nel loro villaggio.
Un guerriero Ottawa
Il festino che ci fu fatto all’arrivo consistette in mais pestato, che essi chiamano ottet e in un pezzettino di pesce affumicato per ciascuno, cotto in acqua, perché questa è l’unica salsa del pesce. I miei fagioli mi servirono per l’indomani. Da allora trovai buona la sagamité che veniva fatta nella nostra capanna, perché era preparata in maniera abbastanza pulita. Non ne potevo mangiare soltanto quando c’era del pesce puzzolente sminuzzato o altri pezzettini che chiamano auhaitsique , o anche del leindohy, che è un grano che fanno imputridire nel fango e nelle acque stagnanti e paludose per tre o quattro mesi, e che nondimeno apprezzano molto.
Talvolta mangiavamo zucche locali, cotte in acqua o anche sotto la cenere calda, che trovavo assai buone. Mangiavamo anche spighe di mais, che facevamo arrostire davanti al fuoco, o mais sgranato e abbrustolito come piselli nella cenere. Quanto alle more di campo, la nostra selvaggia me ne portava spesso al mattino per colazione, insieme con gambi d’honneha da succhiare e altre cose, come poteva. E aveva cura di versare a me la sagamité prima che agli altri nella scodella di legno o di corteccia più pulita, larga come una catinella. Il cucchiaio con cui mangiavo era grande come un piattello o una salsiera.
Riguardo al mio appartamento, riservarono per me solo tanto posto quanto ne poteva occupare una famigliola, che essi per l’occasione fecero sloggiare, all’indomani del mio arrivo. In ciò particolarmente notai la loro buona inclinazione e quanto desiderassero accontentarmi, assistermi e servirmi con tutto il decoro e il rispetto dovuti a un grande capitano e capo di guerra, quale mi ritenevano. E poiché essi non sono abituati a servirsi del guanciale, la notte io mi servivo di un ceppo di legno o d’una pietra, che mettevo sotto la testa. Per il resto dormivo semplicemente sulla stuoia, come loro, senza copertura né forma di letto e in luogo così duro, che al mattino, alzandomi, mi trovavo tutto rotto e spezzato dalla testa ai piedi.
Questi buoni selvaggi hanno il lodevole costume che, quando alcuni loro concittadini non dispongono di una capanna per alloggiare, tutti d’accordo danno loro una mano e gliene fanno una e non li abbandonano fin quando la casa non sia portata a compimento, o almeno al punto che colui o coloro ai quali quella è destinata non la possano facilmente terminare. E per obbligare ciascuno a un ufficio così pio e caritatevole quando si presenta la necessità, la cosa si decide sempre in pieno consiglio, poi si manda il bando tutti i giorni per il borgo, affinché ognuno si trovi pronto all’ora stabilita. E’ una disciplina bellissima e tanto ammirevole, in quanto si tratta di persone che noi crediamo selvagge e che sono soltanto meno raffinate di noi.


Un villaggio degli Uroni

Una grande invenzione del diavolo, che tende inganni dappertutto, consiste nel fatto che come tra di noi si saluta con un affettuoso augurio colui o colei che starnutisce, presso di loro, invece, spinti da Satana o da uno spirito di vendetta, sentendo starnutire qualcuno il saluto abituale non è fatto che di imprecazioni, di ingiurie e dell’augurio della morte che essi auspicano e desiderano per gli Irochesi e per tutti i nemici. Noi li riprendevamo per questo, ma non era ancora entrato nel loro cervello che ciò fosse male. Infatti la vendetta gli è talmente ordinaria e consueta, che la considerano una virtù nei riguardi del nemico straniero e non tuttavia verso quelli della propria tribù. Verso questi sanno molto bene dissimulare e sopportare un torto o un’offesa, se occorre.
Ci faceva anche disgusto e nausea vedere le selvagge mangiare i pidocchi loro e dei loro figli, perché esse li mangiano, come fosse cosa assai eccellente e di buon gusto. Poi, come dalle parti nostre l’uno beve in onore dell’altro, presentando il bicchiere a quello in onore del quale si è bevuto, così i selvaggi, che per bere non hanno che acqua come unica bevanda, quando vogliono far festa a qualcuno e mostrargli un segno di amicizia, dopo aver fumato gli presentano la pipa accesa. Dacché ci ritenevano in qualità di amici e parenti, ce l’offrivano e presentavano con assai buona grazia. Ma siccome non mi sono mai voluto abituare al tabacco, li ringraziavo e non ne prendevo affatto. All’inizio se ne meravigliavano tutti, perché in quei paesi non c’è persona che non ne prenda e usi, per scaldarsi lo stomaco in mancanza di vino e di spezie, e in parte per vincere tanti mali provenienti dal cattivo nutrimento.
Le capanne, che chiamano ganonchia, sono fatte, come ho detto, alla maniera di pergolati o pagliai a volta, ricoperti di cortecce d’albero da venticinque a trenta tese di lunghezza, più o meno, in quanto non sono tutte eguali in lunghezza. La larghezza è di sei tese. Lasciano nel mezzo un corridoio che da dieci a dodici piedi di larghezza, che va da un capo all’altro. Ai due lati c’è una specie di impalcatura, alta quattro o cinque piedi. Essa va da un capo all’altro della capanna e vi dormono in estate, per evitare il fastidio delle pulci, che essi hanno in grande quantità, tanto a causa dei cani, che gliene forniscono a iosa, quanto per la pipì dei bambini.
D’inverno, per stare più caldi, dormono a terra, su stuoie vicino al fuoco. Si dispongono gli uni vicino agli altri; i bambini di solito stanno nel luogo più caldo e alto, con il padre e la madre vicino, senza lasciare alcuno spazio intermedio o di separazione, né ai piedi, né al capo, sia in alto sia in basso.


L’interno di longhouse urone

Per dormire non fanno altro che coricarsi nello stesso posto dove stanno seduti e avvolgendosi la testa con la veste, senza copertura né letto. In ogni capanna ci sono parecchi fuochi e per ciascun fuoco ci sono due famiglie, l’una da un lato e l’altra dall’altro. Qualche capanna può avere fino a otto, dieci o dodici fuochi, che rappresentano ventiquattro famiglie. Le altre ne hanno di meno, a seconda della lunghezza e grandezza. Ma c’è fumo in abbondanza e questo fa sì che parecchi abbiano gravissimi fastidi agli occhi, non essendoci finestre o aperture, tranne quella lasciata nella volta della capanna, per dove esce il fumo.
L’attività del gioco è talmente frequente e abituale tra di loro, che vi impiegano molto tempo. Talvolta, tanto gli uomini quanto le donne si giocano tutto quello che hanno e perdono così gaiamente e pazientemente, quando l’occasione favorevole non viene, come se non avessero perduto niente. Io ne ho visti alcuni tornarsene al loro villaggio tutti nudi e cantando, dopo aver lasciato ogni loro avere ai nostri. Una volta, tra le altre, è accaduto che un canadese perdesse al gioco con un francese la moglie con i figli. Questi comunque gli furono in seguito restituiti volontariamente.
Un giorno si fece una danza di tutti i giovani, le donne e le ragazze nudi alla presenza di una malata. A questa, non saprei come scusare o passare sotto silenzio tale particolare, un giovane dovette orinare in bocca ed essa dovette bere e inghiottire, cosa che fece con grande coraggio, sperando di ricavarne guarigione. Essa stessa, infatti, aveva desiderato che tutto si svolgesse così, per adempiere un sogno che aveva avuto e non omettere nulla.
Nel paese dei nostri Uroni si tengono anche riunioni di tutte le ragazze di un borgo presso una malata, sia dietro sua preghiera, secondo la fantasticheria o il sogno che avrà avuto, sia per ordine di un loki, per la salute e guarigione di quella. Riunite le ragazze, si domanda a tutte, una per una, con quale giovane del borgo vogliano dormire la notte seguente. Ciascuna ne nomina uno, e questi sono subito avvertiti dai capi della cerimonia. La sera vengono tutti a dormire alla presenza della malata, ognuno con quella che l’ha scelto. Si dispongono da un capo all’altro della capanna e passano così tutta la notte, mentre i due capi ai due estremi dell’alloggio cantano e suonano con la tartaruga dalla sera all’indomani mattina, quando termina la cerimonia. Dio voglia abolire una così condannabile e sventurata cerimonia, insieme con quelle che sono dello stesso tipo.
La prima cerimonia del matrimonio è la seguente: quando un giovane vuole avere in moglie una ragazza, bisogna che la chieda a suo padre e a sua madre, senza il consenso dei quali la ragazza non può essere sua, benché spessissimo la ragazza non accetti il loro consenso e parere, tranne le più sagge e prudenti.


Un gesuita fra gli Uroni

Quest’innamorato, volendo fare la corte alla sua bella e conquistarsi le sue buone grazie, si dipingerà il viso e si ornerà dei più begli aggeggi che potrà avere, per sembrare più bello. Poi offrirà in dono alla ragazza qualche collana, braccialetto o degli orecchini di conchiglia, La ragazza, se trova di suo gradimento il corteggiatore, accetta il dono. Fatto questo, l’innamorato verrà a coricarsi con lei per tre o quattro notti. Fino a questo punto il matrimonio non è ancora concluso, né fatta promessa, perché dopo tale contatto accade abbastanza spesso che l’amicizia non continui affatto e che la ragazza, che per obbedire al padre ha subito questo sopruso, non s’affezioni per questo al corteggiatore. Occorre quindi che egli si ritiri dignitosamente e tranquillamente, come accadde, mentre noi stavamo lì, a un selvaggio nei riguardi della seconda figlia del grande capo di Quieunonascaran. Il padre stesso della ragazza se ne lamentò con noi, vedendo l’ostinazione della figlia a non voler procedere alla cerimonia ultima del matrimonio, perché non trovava di suo gradimento il corteggiatore.
In genere sono tutti fisicamente ben formati e proporzionati, senza alcuna deformità e posso dire in verità d’avere visto fanciulli così belli come quelli che uno potrebbe vedere in Francia. E poi non ci sono lì quei grossi pancioni pieni di umori e di grasso che abbiamo dalle parti nostre. Essi, infatti, non sono né troppo grassi, né troppo magri, e per questo si mantengono in buona salute ed esenti da molte malattie a cui siamo soggetti noi altri. Secondo Aristotele, infatti, non c’è niente che conservi la salute meglio della sobrietà. Tra le tribù e le popolazioni da me visitate non ho visto che un solo guercio di un occhio presso gli Honqueronon e un buon vecchio presso gli Uroni che era diventato zoppo a causa di una caduta dall’alto di una capanna.
Le loro guerre non consistono che in attacchi di sorpresa e tranelli: ogni anno, infatti, in primavera e durante tutta l’estate, cinque o seicento e più giovani Uroni si sparpagliano nei territori degli Irochesi. Cinque o sei si dirigono in un posto, cinque o sei in un altro e altrettanti in un altro. Si distendono pancia a terra per campi e foreste vicino alle grandi vie e sentieri e, quando sopraggiunge la notte, si aggirano dappertutto. Entrano persino nei borghi e nei villaggi, per cercare di catturare qualcuno, uomo o donna o fanciullo che sia. Se prendono qualcuno vivo, se lo portano nel loro paese per farlo morire a fuoco lento. Certe volte, dopo avergli dato un colpo di clava o dopo averlo ucciso a colpi di frecce, gli staccano la testa. Se invece ne sono troppo carichi, si accontentano di strappargli la pelle con la capigliatura, che chiamano onontsira. La conciano, poi, e la conservano per farne trofei da erigere in tempo di guerra sulle palizzate o muraglie della loro città, legati alla punta di una lunga pertica.


Uroni

Secondo la credenza generale dei nostri Uroni, benché molto male intesa da loro stessi e benché ne parlino in maniere diverse, il Creatore, che ha fatto tutto questo mondo, si chiama Yoscaha e, in canadese, Ataouacan, e ha ancora la nonna, chiamata Ataensiq. Se gli si dice che non è verosimile che un Dio abbia una nonna e che è una contraddizione, restano senza risposta, come di fronte a tutto il resto.
I selvaggi, come tutta la gente semplice, non s’erano mai immaginati che la terra fosse rotonda e sospesa e che si viaggiasse intorno al mondo, né che il sole vi girasse attorno. Ma pensavano che la terra fosse bucata e che il sole entrasse in questo buco per dormirvi, restandovi nascosto fino all’indomani mattina, quando ne usciva per l’altra parte.
In ciascuna capanna di pescatori c’è di solito un predicatore di pesci, che ha l’abitudine di fare un discorso ai pesci. Se si tratta di gente in gamba, sono assai ricercati, perché i selvaggi credono che le esortazioni di un uomo in gamba abbiano il grande potere di attirare i pesci nelle reti. Quello che avevamo noi si credeva uno dei migliori, perciò quando predicava si dimenava tutto con la lingua e con le mani, come faceva tutti i giorni dopo cena: imponeva il silenzio e faceva disporre gli altri in ordine uno per uno, ognuno al suo posto, disteso sul dorso a pancia in aria, come lui. Il suo argomento fondamentale era che gli Uroni non bruciano gli ossi dei pesci. Proseguiva poi con espressioni di affetto impareggiabili: esortava i pesci, li scongiurava, li invitava e li supplicava di venire, di lasciarsi catturare, di stare contenti e non temere nulla, poiché non si trattava che di servire degli amici, che li onoravano e non bruciavano i loro ossi.

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