I Miti dell’Emersione nelle culture native

A cura di Pietro Costantini

Secondo molte tradizioni mitiche, in principio i primi membri della razza umana furono generati nelle viscere della Terra, all’interno di mondi sotterranei simili a uteri cavernosi. I miti di emersione, particolarmente diffusi tra le popolazioni native americane, ci forniscono i migliori esempi di tali regni sotterranei. I racconti mitici narrano di come i primi esseri umani vennero portati in superficie per vivere alla luce del sole solo dopo essere rimasti a lungo sotto la superficie terrestre, allo stato-per così dire-“larvale”, e dopo aver sviluppato una forma fisica rudimentale e una coscienza umana. Secondo le popolazioni native, questa emersione dal mondo sotterraneo segna la nascita dell’uomo dell’era attuale-o, per usare una locuzione tipica delle popolazioni americane, del “Quinto Sole”-e rappresenta anche la transizione dall’infanzia e dalla dipendenza dal grembo della Madre Terra alla maturità e all’indipendenza.
Nella maggioranza dei casi, si narra che i primi esseri umani che vissero nell’utero della Madre Terra avessero una forma semi-animale o semi-umana.
Ciò ci porta alla mente le credenze mitiche degli aborigeni australiani, secondo i quali in illo tempore, nel “Tempo del Sogno”, il mondo esisteva già, ma le sue forme erano indifferenziate, ragion per cui non vi era una distinzione precisa tra dei, esseri umani ed animali; gli esseri si differenziarono solo in seguito, con la fine del “Tempo del Sogno”. Anche per i Nativi americani, gli esseri umani si svilupparono pienamente come tali solo dopo essere saliti alla superficie terrestre.

Nativi americani del Sud-Ovest

I cicli di emersione più conosciuti e meglio documentati sono quelli delle popolazioni native del Sud-Ovest americano, in particolare dei Navajo e quelli degli Indiani generalmente indicati con la denominazione di Pueblos, vale a dire Hopi, Zuni e altri gruppi.

Zuni

Gli Indiani Zuni ritengono che nel grembo della Madre Terra vi siano quattro mondi-uteri sotterranei: lo stesso numero-ci pare curioso notare-dei “soli” o ere precedenti a quella attuale, in cui viviamo noi stessi. Oltre a presentare sempre un simbolismo rigorosamente “ginecologico”, i miti di emersione delle popolazioni native del Sud-Ovest americano condividono l’immagine di esseri umani che germogliano allo stato larvale sottoterra, per poi aprirsi faticosamente la via verso la superficie e la luce del sole, guidati dalle imprese di eroi leggendari. Nel mito Zuni, leggiamo che “come molte madri umane si preoccupano per il loro primogenito non ancora nato, lo stesso faceva Madre Terra”, la quale chiese al Padre Cielo: “Una volta nati, come potranno i nostri figli distinguere un posto dall’altro, anche alla piena luce del Padre Sole?”. Così, per il timore che i propri figli non fossero ancora pronti all’indipendenza, li tenne nelle profondità del suo utero più nascosto (Walter Kafton-Minkel, Mondi Sotterranei, pp.29-30).
Anche gli Indiani Zuni, come gli aborigeni australiani e molte altre popolazioni native, tramandano che prima dell’emersione non vi fosse una differenziazione precisa tra esseri umani e animali. Tuttavia, a differenza delle popolazioni native dell’Australia, per gli Zuni questo tempo primordiale non era affatto tutto rose e fiori, al punto che gli esseri umani primordiali si sentivano come prigionieri del grembo della propria madre. “Gli esseri che sarebbero diventati umani e altre creature dimoravano nell’oscurità come animali non finiti, bruchi o girini. Vivevano in uno spazio ristretto ed erano infelici, strisciavano e ruzzolavano uno sull’altro, brontolando, imprecando, sputando e lamentandosi. Dopo qualche tempo, alcuni di essi esseri cercarono di fuggire. Uno di loro, un eroe di nome Poshaiyank’ya, si arrampicò su per i quattro uteri della Madre Terra e raggiunse la superficie, che in quei tempi era un’enorme e soffice isola. Poshaiyank’ya pregò il Padre Sole di liberare la sua gente, e il Sole, commosso dalla preghiera, venne in suo aiuto. Di nuovo egli fecondò le grandi acque e nacquero altri gemelli, i cui nomi erano Uanam Ehkona e Uanam Yaluna, i Fratelli di Luce e Signori del Genere Umano. I Gemelli presero dei grandi coltelli fatti con la folgore, spaccarono le montagne e con i loro grandi scudi di nuvole irruppero nelle tenebre” (Walter Kafton-Minkel, Mondi Sotterranei, p.30).


Il Mito della Creazione degli Zuni – dipinto di Lloyd R. Moylan

Notiamo dunque come, secondo gli Indiani Zuni, l’emersione del genere umano è favorita da una categoria di esseri sovrannaturali, i Fratelli divini dell’umanità attuale, figli del Sole, che si adoperarono per permettere alla nostra razza di conquistare la maturità uscendo dall’utero abissale della Madre Terra.
Il mito Zuni continua così: quando raggiunsero l’Utero dell’Oscura Profondità, i Gemelli vi trovarono molte erbe e tralci di vite. Soffiarono su questi ultimi e ben presto le piante cominciarono a farsi strada verso l’apertura scavata dai Gemelli nella terra. Essi intrecciarono una grande scala di tralci di vite e radunarono gli infelici abitanti dell’utero. Su per la scala li condussero fino al secondo mondo-utero, l’Utero ombelicale o Luogo della Gestazione, che era scuro come una notte di tempesta. Non tutte le creature, però, riuscirono ad arrampicarsi su per la scala. Molte persero la presa e ricaddero nelle tenebre dell’utero inferiore. […] Dopo un breve soggiorno nel secondo mondo, i Gemelli guidarono le altre creature fino al terzo, l’Utero vaginale o Luogo della Generazione Sessuale, simile a una valle illuminata dalla luce delle stelle. Qui le varie tribù di esseri umani e animali cominciarono a moltiplicarsi e diversificarsi, e ben presto il terzo mondo risultò troppo affollato. Di nuovo i Gemelli li guidarono su per la scala di tralci di vite fino al quarto mondo, la Suprema Rivelazione o Utero della Nascita, in cui riluceva una tenue alba. Quando anche questo mondo si riempì oltre il limite, i Gemelli condussero uomini e animali nell’arrampicata finale fino alla superficie della Terra, fino al Mondo Fecondato dalla Luce, della Conoscenza e della Vista, vale a dire quello in cui viviamo attualmente, nell’era del “Quinto Sole”.
Tuttavia, quando raggiunsero la superficie terrestre, i primi umani avevano l’aspetto di creature delle caverne, con la pelle scura, fredda e coperta di scaglie, orecchie lunghe e larghe come quelle dei pipistrelli e dita dei piedi palmate. Perfino la tenue luce delle stelle feriva i loro occhi di civetta, ed essi strisciavano simili a rane sul terreno, come avevano fatto nelle caverne dei mondi inferiori. Ma presto si abituarono alla luce abbagliante del sole, adottarono l’usanza di coprirsi con vesti e di intrecciare sandali per camminare sulla terra. I primi giorni in superficie, si capisce, furono un trauma per l’umanità nascente. “La Madre Terra, in preda alla collera perché i figli erano sfuggiti alla sua protezione, ribolliva, si scuoteva, si spaccava continuamente, e dalle fenditure fuoriuscivano i mostri che erano rimasti indietro, imprigionati nei suoi uteri. Essi assalivano e divoravano i nuovi esseri umani, ma i Gemelli, che erano tornati a vivere in cielo, scagliarono le loro folgori sulla terra e suscitarono grandi incendi che bruciarono i mostri” (Walter Kafton-Minkel, Mondi Sotterranei, pp.30-31) Solo dopo l’intervento provvidenziale dei Fratelli celesti, la superficie della terra divenne un luogo idoneo alla vita degli uomini.


Le quattro rane e le quattro sacre piante del mondo sotterraneo

Per gli Zuni gli oceani delimitano la terra nelle quattro direzioni cardinali. Nelle acque del mare si trovano quattro montagne con i colori delle rispettive quattro direzioni. Ma nel profondo le acque sono tutte interconnesse, come lo sono le radici e i sistemi linfatici delle piante, a formare un unico grande sistema acqueo. Ancora una volta l’oscurità, in questo caso delle profondità marine, è generatrice di vita. Quanto emerge al di sopra diventa invece un elemento di sopravvivenza per chi vive alla luce del sole, ovvero per gli esseri umani.
La distinzione tra sotto e sopra è sottolineata dalla mitologia zuni che separa anche le persone in “gente cruda” e “gente cotta”, riportando di nuovo ad un’opposizione/fusione di tipo dualistico caratteristica di molte società. Alla “gente cotta” appartengono gli esseri umani che vivono alla luce del sole e grazie al cibo cucinato, mentre della “gente cruda” fanno parte gli esseri che si cibano di cose crude e che possono prendere aspetti diversi tra cui quello umano. Gli esseri crudi, abitanti dell’oscurità e quindi connessi al basso, sono moltissimi e si presentano sotto numerose forme, lasciando i loro luoghi di appartenenza per rivelarsi agli esseri “cotti”.
L’opposizione tra crudo e cotto, rilevata anche da Bronislaw Malinowsky nel suo studio sugli abitanti delle isole Trobriand, serve a Lévi-Strauss per mettere in evidenza come quella che viene usualmente concepita come una struttura diametrale, appunto tra alto e basso, si riveli in realtà come una struttura concentrica, tra dentro e fuori. Da un punto di vista sociale il cibo crudo è preservato nel cerchio interno del villaggio, mentre esso può essere cotto e consumato solo all’esterno, dove risiedono le famiglie e dove il cibo cotto serve alla sopravvivenza. Questa struttura, che per gli Zuni sembra rimanere piuttosto diametrale, non si limita al crudo e al cotto, ma si estende all’opposizione tra centrale e periferico e soprattutto a quella fra sacro e profano.


Pueblo terrazzato degli Zuni

Chi è allora la “gente cruda”? Gli appartenenti alla “gente cruda” nella cosmologia Zuni corrispondono a quegli esseri sovrannaturali che influenzano la vita degli esseri umani direttamente o indirettamente. Così la Terra, il Sole e la Luna, che detengono i destini degli uomini, appartengono al crudo. Non tutti appartengono al basso, però, anche se molti di essi sono collegati alle profondità marine e terrestri. Prendiamo ad esempio le kachina. Queste divinità che sono parte della “gente cruda”, si manifestano al popolo della luce del sole in alcune occasioni cerimoniali spesso legate ai riti della fecondità e della produzione agricola. Chi muore, e soprattutto coloro che possedevano in vita una maschera kachina, si unisce alle kachina dell’ovest che vivono in un loro villaggio in fondo a un lago, in una danza perpetua che caratterizza la vita di questi esseri. Ad est vivono altre kachina, con una casa in prossimità delle montagne, che detengono il segreto delle erbe mediche e che rinnovano ogni anno il fuoco. La cerimonia di inizio anno quindi vede protagoniste le kachina dell’Est che ogni anno ritornano per ripetere la cerimonia della creazione e della fertilità. Prima di questa cerimonia ne avviene un’altra che riconferma l’appartenenza alle associazioni segrete dei vari componenti della tribù. Senza una chiara distinzione dei ruoli cerimoniali, d’altronde, sarebbe impossibile ricreare ogni anno i passaggi fondamentali del popolo nei cicli di vita. Durante le celebrazioni le kachina sono impersonate dai membri di queste associazioni cerimoniali che indossano maschere kachina assumendo quindi su di sé tutti i poteri delle kachina. Il mistero delle kachina dei vari tipi viene svelato solo a quei giovani ammessi nell’associazione cerimoniale. Altrimenti quelli che impersonano le kachina sono kachina essi stessi, tanto che alla loro morte si uniscono alle divinità kachina cui appartengono.


Danzatori Kachina

I gruppi di kachina sono divisi in sei kiva, le stanze cerimoniali costruite sottoterra da tutte le culture pueblo, dove si svolgono le parti segrete delle loro cerimonie. Sei gruppi di kachina per sei kiva, cioè il numero delle direzioni dell’universo. In ogni kiva si celebrano quattro festività per anno, corrispondenti in linea generale alle quattro stagioni.

Il Pueblo di Acoma

In principio nacquero due esseri umani femmine. La terra c’era già ma nessuno sa per quanto tempo fosse esistita. Le due fanciulle erano nate sotto terra in un luogo chiamato Cipapu. Non vi era luce, ma via via che crescevano esse si accorsero della reciproca presenza attraverso il tatto. Crescevano lentamente poiché stavano al buio. Quando raggiunsero l’età adulta, uno spirito, Tsitchinako, parlò loro e diede loro nutrimento. Pian piano furono in grado di pensare da sole. Un giorno chiesero allo spirito di presentarsi a loro e di spiegare se fosse maschio o femmina. L’unica risposta di Tsitchinako fu che non gli era permesso di incontrarle.
Le due donne chiesero allo spirito perché dovessero vivere al buio senza conoscere i rispettivi nomi. Egli disse loro che si trovavano sottoterra (nuk’timi), e che dovevano essere pazienti fino al momento in cui tutto fosse pronto perché loro potessero salire su verso la luce. Durante il lungo periodo di attesa Tsitchinako insegnò loro la loro lingua.
Questo passo, tratto da una leggenda Acoma basata sul mito di creazione, sintetizza alcuni punti fondamentali della concezione dell’universo tra i Pueblo del Sudovest degli attuali Stati Uniti. Secondo il mito le due sorelle vengono aiutate da Tsitchinako ad emergere alla luce del sole per diventare gli esseri umani originari del popolo Acoma.
L’emersione è un aspetto fondante di molti miti pueblo; nel caso di Acoma questa avviene attraverso gli arbusti di alcune piante, seminate dalle due sorelle nel sottosuolo, che crescendo perforano la terra creando lo spazio necessario all’emersione della coppia. Questo mito di creazione riassume così due aspetti importanti della concezione Acoma del mondo: il primo la discendenza matrilineare della parentela nella società, e il secondo il posto centrale occupato dall’agricoltura nella vita del popolo.
È interessante ricordare che in altri miti di creazione dei popoli indiani del Nord America, alle due sorelle si sostituiscono i ben più diffusi gemelli delle origini. Da costoro si sviluppano sia i caratteri fisici della terra che quelli umani di chi la abita. Questo mito è molto diffuso nelle pianure centro-settentrionali.
L’idea di emersione caratterizza anche il mito Acoma citato in apertura. Le due sorelle, infatti, devono emergere dal mondo sotterraneo per dare vita al genere umano. L’opposizione tra esseri della luce del sole e esseri del sottosuolo, tipico delle culture pueblo, viene riassunto nel mito delle origini. Nel mito, l’emersione è legata all’agricoltura. Per “venire alla luce” le due sorelle devono piantare sottoterra, dove sono nate, i quattro semi che ha dato loro Tsitchinako, arrampicandosi sugli arbusti generati da questi semi usciranno nel mondo della luce del sole dove vivranno gli esseri umani.
Le due sorelle delle origini, nel momento in cui vengono alla luce, sono informate delle quattro direzioni, sud, nord, est ed ovest, poiché esse già conoscono quella del basso; nell’alto (“quattro cieli sopra”) sta il padre generatore delle due sorelle. Oltre a rappresentare i due aspetti delle origini, la creazione e il mantenimento, le due sorelle scelgono, poco dopo essere emerse dal sottosuolo, la loro appartenenza di clan, che in questo caso sono associazioni cerimoniali. Esse rappresentano una delle tante divisioni che caratterizzano l’organizzazione sociale del popolo.


Acoma: la Danza delle Frecce

Il cosmo è caratterizzato da una dualità alla quale vanno ad aggiungersi altri aspetti che contribuiscono ad individuare la posizione dell’essere umano nel mondo. Nella leggenda Acoma la dicotomia è rappresentata da due elementi: uno dalle due sorelle che, una volta emerse, alla luce del sole, si divideranno le influenze sui caratteri del genere umano; l’altro dalla separazione tra sottoterra/superficie o oscurità/luce del sole. L’universo è così già definito sia nei suoi due elementi essenziali che nell’aspetto dell’umanità. Ma ciò non è sufficiente. Nelle culture indiane d’America, infatti, esistono altri elementi che si dipartono dal centro dell’universo e che al tempo stesso contribuiscono ad individuarlo. Solitamente dal centro, dove è collocato il villaggio, si diramano sei direzioni principali, che possono essere divise in tre coppie di due. In questo caso ci stiamo occupando della direzione di sopra e di sotto, le altre quattro corrispondono in linea generale ai quattro punti cardinali. La dualità che informa molte culture indiane d’America viene ripresa spesso nella struttura sociale divisa in due metà, la metà di sopra e la metà di sotto, essenziali alla identità dei singoli e al generale buon andamento dei rapporti sociali. Le divisioni dualistiche del cosmo e della società non sono, tuttavia, necessariamente in relazione. Una può esistere senza l’altra.
La distinzione tra sottoterra e luce del sole pervade tutte le culture Pueblo ed è un riferimento fondamentale dell’uomo nel cosmo. La nascita e la morte sono due passaggi che segnano l’uscita e l’entrata da una casa all’altra. Così come il sole deve svolgere una parte del suo percorso sottoterra, cioè nell’altra metà dell’universo.


Kiva

La visione dualista tipica degli Hopi, ad esempio, fa sì che lo spazio e il tempo portino questa separazione al punto che:
…il sole ha due entrate [entrate, si badi bene e non un’entrata e un’uscita], alle quali si fa riferimento a seconda dei casi come case, residenze o kiva, situate a ciascuna estremità del suo percorso. Al mattino ci si aspetta che il sole emerga dalla sua casa orientale, mentre si dice che alla sera discende nella sua casa occidentale. Durante la notte il sole deve viaggiare sottoterra da ovest ad est in modo da essere pronto a sorgere al suo solito posto il giorno successivo.

Hopi

Come abbiamo visto, l’idea dell’origine della razza umana dalle regioni sotterranee è comune a tutti i popoli del Sud-Ovest americano. Anche la tradizione Hopi non si discosta: nel loro mito la storia dell’umanità si presenta come una lenta ascesa attraverso diversi mondi sovrapposti, fino ad arrivare alla superficie della terra attuale. Anche per gli Hopi, precedentemente all’emersione, non esiste una differenziazione precisa tra esseri: “Quando il mondo era nuovo, gli uomini e le altre creature non vivevano e le cose non esistevano sopra la terra, ma sotto. Tutto era immerso nella più oscura tenebra, sia sopra che sotto. C’erano quattro mondi, questo mondo (la sommità della terra) e tre mondi cavernosi, l’uno al di sotto dell’altro”. Anche nel mito degli Hopi, la necessità di una progressiva emersione nasce dalle condizioni di vita dei mondi sotterranei, che diventano puntualmente inadatti alla vita per il sovraffollamento e la diffusione dei disordini.
Il racconto Hopi ricorda quello degli Indiani Zuni non solo per il numero di mondi che attesta (quattro in entrambi i casi), ma anche per il ruolo ricoperto da due figure mitiche, “i Due, due ragazzi, il fratello maggiore e il minore”, ovviamente molto simili ai Gemelli della tradizione Zuni, così pure come ad un’infinità di mitici Gemelli o Fratelli divini (Romolo e Remo, i Dioscuri ellenici e via dicendo) che ricorrono nelle tradizioni di tutto il pianeta come eroi culturali o iniziatori della stirpe. Nel mito Hopi, “i Due forarono soffitto delle caverne e discesero nel tenebroso soggiorno degli uomini e degli esseri. Poi essi piantarono l’una dopo l’altra tutte le piante che crescono, sperando che una di queste crescesse fino a raggiungere l’apertura attraverso la quale essi erano discesi e avesse ancora la forza di reggere il peso degli uomini e degli esseri, in modo che arrampicandosi su di essa potessero raggiungere il secondo mondo delle caverne”. La pianta che fece al caso dei Due fu la canna, poiché era fatta a segmenti, così che poteva essere facilmente scalata, e fino a oggi la canna è cresciuta in segmenti come si può vedere oggi lungo il Colorado. […]
Lungo questa canna molti uomini e altre creature si arrampicarono fino al secondo livello delle caverne. Quando una parte di loro era salita, temendo che il secondo mondo delle caverne […] risultasse troppo piccolo, essi scossero la scala di canna in modo che coloro che stavano salendo ricadessero giù.


Danza cerimoniale Hopi – dipinto di Feed Kabotie (artista Hopi) – 1921

Poi tirarono via la scala, per impedire che gli altri potessero salire. Si dice che quelli che rimasero, alla fine, riuscirono a venir via. “Sono i nostri fratelli che abitano a occidente”. Come nella tradizione Zuni, Navajo, Iroquois e altre, dunque, in ogni fase dell’emersione ci sono esseri che rimangono indietro, bloccati nell’utero oscuro sotterraneo: talvolta sono descritti come esseri immaturi, non ancora indipendenti (la marmotta del mito irochese), altre volte come mostri (Zuni), altre ancora (Hopi) come vittime dell’egoismo degli esseri che ascesero prima di loro (Enrico Comba, Miti e misteri degli Indiani d’America, pp. 674-676).
L’emersione Hopi continua attraverso i vari mondi sotterranei: nel terzo utero “tutte le donne divennero pazze: trascuravano ogni cosa per danzare, si dimenticarono persino dei loro bambini. […] Allora non c’erano giorni, ma solo un’unica notte”. Gli uomini, determinati a cercare una via di salvezza dall’oscurità che li opprimeva, riuscirono ad ascendere al quarto mondo, ma lo trovarono buio come i precedenti, “perché la terra era chiusa dal cielo, così come i mondi delle caverne erano chiusi dal proprio soffitto”. Si tratta dunque del nostro mondo, con la sola differenza che al tempo non vi erano lumi in cielo che potessero illuminarne la superficie e permettere alla razza umana una vita consona. Tuttavia, “insieme con gli uomini che vennero fuori […] c’erano cinque esseri: Ragno, Avvoltoio, Rondine, Coyote e Locusta. La gente e questi esseri si consultarono sul modo di produrre la luce”. Dopo varie vicissitudini, gli esseri divini riuscirono a porre in cielo le stelle e gli altri luminari ed il mondo fu illuminato.
Ma il mito Hopi nomina altri ostacoli sul cammino della propria gente: “Altre difficoltà furono incontrate dalle genti sul loro cammino, poiché scoprirono uomini e creature che erano uscite prima di loro. Queste persone facevano guerra poiché erano spinte dai maghi. […] Ora, tra queste persone che erano uscite prima dei nostri antenati, c’era il grande guerriero, il Navaho. Era stato creato e inviato in modo da proteggere tutti gli uomini, perciò era fin dagli inizi un grande guerriero. Ma quando vide quanto fosse potente, egli divenne cattivo e si volse contro coloro che era stato inviato per proteggere. Allora tutti gli uomini si volsero contro di lui” (Enrico Comba, Miti e misteri degli Indiani d’America, pp. 676-681). Come al solito, la figura divina che anticipa la razza umana nell’emersione al piano più alto e che inizialmente la protegge e ne favorisce l’ascesa (Coyote e le Persone Anziane del mito Navaho), con il passare del tempo tradisce il suo compito e comincia ad opprimerla. Gli Indiani Hopi diedero a questi esseri il nome dei loro avversari più prossimi per sottolineare l’odio provato nei loro confronti a causa le lotte intestine che dovevano affrontare quotidianamente.


Cerimonia Sacra Hopi

La kiva rappresenta un elemento essenziale della vita religiosa dei Pueblo. Il fatto di essere costruita sottoterra garantisce la segretezza di quelle celebrazioni riservate ai membri dell’associazione cerimoniale custodi di una certa kiva. Il senso della funzione della kiva e della sua collocazione nel mondo religioso degli Hopi sono stati riportati in modo esauriente e sintetico da Arlette Frigout nel volume dello Handbook of North American Indians dedicato al Sudovest:
“Le kiva o stanze cerimoniali (hopi kìva) sono costruite separatamente dalle abitazioni. Esse sono sotterranee o semi-sotterranee e tra gli Hopi si presentano in forma rettangolare (tra altri popoli la forma è circolare e rispetta la circolarità dell’ordine cerimoniale in cui si svolgono le celebrazioni stagionali. Durante ognuna di queste festività le associazioni cominciano le loro danze partendo da una data kiva e proseguendo di kiva in kiva in senso circolare anti-orario). L’accesso alla cerimonia avviene attraverso una scala che passa per una botola costruita nel tetto e poggia sul pavimento della kiva vicino al fuoco. Il pavimento è diviso in due parti, una piattaforma sopraelevata per il pubblico, quando questo viene ammesso, e un livello superiore, dove i partecipanti si esibiscono, provvisto solitamente di panche scavate nel muro. Nella parte inferiore si trova il Sipapu (sìpapì, terza Mesa, sipa-pi) un buco scavato nel terreno che simboleggia il luogo di emersione e che si suppone comunichi direttamente con il mondo sotterraneo”.
Attraverso il luogo cerimoniale, quindi, gli esseri umani sono in grado di entrare in contatto diretto con il mondo dell’oscurità dal quale sono stati generati. Il collegamento è diretto e le kachina fanno da mediatori tra i due mondi in cui è diviso l’universo dei Pueblo.
Una volta compiuta la parte introduttiva della festività, danze, canti e celebrazioni si spostano all’aperto. Di solito proprio nella plaza che si apre al centro del villaggio. Qui tutti gli abitanti e altri spettatori possono partecipare attivamente alle celebrazioni e compiere quei gesti e seguire quei movimenti che permettono loro di continuare a tenersi in sintonia con il cosmo. Tutto il villaggio è parte di un evento, di solito della durata di otto giorni, che permette al mondo di mantenersi com’è nel suo continuo annuale riverificarsi e agli indiani Pueblo di esistere come esseri umani capaci di favorire la pioggia, la fertilità e tutti gli altri cicli naturali necessari alla perpetuazione della tribù.
Sacra maschera “Honan kachina” – Hopi
La forza del rito collettivo è ancora lì, nei tanti pueblo che ancora costellano le vallate e i canyon del Sudovest degli Stati Uniti. N. Scott Momaday è riuscito a riportarne l’intensità nella descrizione di una cerimonia nel pueblo di Jemez:
Tutto il pomeriggio la danza continuò per l’universo intero. La plaza era affollata di gente di ogni tipo; ce n’era abbarbicata ai muri di adobe, a guardare; in piedi sui tetti a terrazza, alti contro il cielo invernale; e tutti si abbandonavano ai movimenti e alla musica di quel mondo sacro che aveva il suo centro proprio lì. I danzatori, intensamente partecipi – provenienti dai grandi clan di Jemez, Turchese e Zucca – avanzavano, alternandosi, in lunghe file di uomini e donne, i corpi blu e gialli, tesi e ammaliati dal ritmo dei tamburi, i piedi che facevano tremare il suolo duro. C’era in loro una indicibile calma e intensità, le due cose erano – pensai e penso – inesplicabili e inesplicabilmente la stessa cosa.Descrivevano ogni impulso, l’intero ritmo della rotazione della terra, e il moto del tempo che ad essa ritornava per sempre.
L’alternarsi del mondo di sopra e del mondo di sotto nella vita degli esseri umani si sintetizza poi nella partecipazione ampia e collettiva al rito comune. La segretezza delle cerimonie legate al sottoterra è dovuta al fatto che esse consentono di mettersi in contatto diretto con gli “esseri crudi” che lo abitano. Sono necessari quindi degli intermediari per mantenere il contatto tra esseri umani e abitanti del sotto.

Navajo

Ancora più complessa è la costruzione del cosmo Navajo, altra popolazione del Sudovest, dove avviene una sintesi tra le quattro direzioni principali del mondo di superficie e le due di alto e basso. I miti di emersione di questo popolo, certamente influenzato nel corso dei secoli dalla sua prossimità ai Pueblo, che spesso invase e conquistò, rendono il percorso degli esseri umani verso la luce del sole molto più difficile di quanto visto finora. Per i Navajo esistono, infatti, quattro mondi sottoterra. Da ognuno di essi gli esseri umani devono riuscire ad emergere per ritrovarsi nel successivo, caratterizzato dai suoi colori specifici, che con la progressione verso l’alto divengono sempre più i colori del giorno e della notte, il bianco e il nero. “La superficie del quarto mondo era diversa da quella di qualunque altro mondo inferiore poiché era una combinazione di bianco e nero. Il cielo al di sopra era alternativamente bianco, blu, giallo e nero, esattamente come era stato per i mondi precedenti. La differenza era che qui i colori avevano una durata differente”. Il mito di creazione della cultura Navajo si richiama a quelli Pueblo con la differenza che i passaggi sono molteplici. La divisione per quattro delle direzioni dell’universo in superficie viene rispettata anche per quanto riguarda il sottoterra, dove il passaggio attraverso quattro stadi diversi consente agli uomini, cioè ai Navajo, di emergere non solo nel mondo per sé, ma nel mondo in cui si trovano a vivere nel momento in cui si comincia a tramandare questo mito di creazione. Al momento dell’emersione nel quarto livello, cioè sulla terra dove vivranno gli esseri umani, gli esseri appena emersi inviano dei gruppi di esploratori a studiare la situazione. A nord una coppia di scout (anche qui gli esploratori in avanscoperta vanno sempre in due nelle quattro direzioni della superficie) racconta di aver trovato una strana razza che non assomigliava a nessun’altra: “Questi erano esseri umani che tagliavano i loro capelli sulla fronte in forma squadrata. Erano esseri umani che vivevano in case piantate nel terreno. Si trattava di esseri umani che coltivavano la terra in modo che delle cose vi potessero crescere dentro. Ora essi stavano raccogliendo quanto avevano piantato, e avevano dato agli esploratori cibo da mangiare.”
Raffigurazione della Creazione Navajo
Il riferimento all’incontro dei Navajo con gli abitanti dei pueblo è evidente. I Navajo, infatti, sono di origine Athabascan, un ceppo originario dell’Alaska. Dalle estreme propaggini nordoccidentali del continente americano questi gruppi si trasferirono nel Sudovest per migrazioni successive, e sembra che abbiano raggiunto i territori dei Pueblo solo intorno al 1200. Alcune teorie vogliono che i ceppi Navajo siano due: uno Athabascan, l’altro originario del Sudovest. Rimane il fatto, comunque, dell’evidente influenza delle culture stanziali del Sudovest sui seminomadi Navajo.
La centralità del sottosuolo soprattutto nelle culture del Sudovest crea un immediato collegamento con il valore che la terra ricopre in queste culture anche se, come si è visto, il rapporto tra sottoterra e luce del sole è abbastanza diffuso tra gli indiani del Nord America. Il sottosuolo è il luogo dove la cultura ha la sua origine e dove si conservano i caratteri specifici di un popolo. La terra avvolge ciò che genererà, esseri umani compresi, così come l’utero materno contiene la futura vita. È interessante rilevare che in tutti i miti di creazione qui esaminati la forza vitale rimane allo stato potenziale finché si sviluppa sottoterra, mentre viene consumata e finita a contatto con la luce del sole. Nel sottosuolo si svolgono quindi tutte quelle cerimonie che servono a rigenerare il mondo e gli esseri umani che lo abitano. È alla luce del sole però che le celebrazioni si concludono. L’opposizione creata nelle festività conferma una concezione dualistica dell’universo che fa del sottosuolo un punto di riferimento centrale per tutta la cultura Pueblo.
Il mitologema Navajo sulle origini dell’umanità è stato raccolto (1908) dal padre Berard Haile, e pubblicato molto più tardi (1981) nel volume Upward Moving and Emergence.
Guaritore Navajo
L’emersione avviene attraverso quattro livelli del Mondo Oscuro, cui seguiranno i tre livelli del Mondo Rosso, il livello del Mondo Giallo, quello successivo del Mondo Giallognolo, il livello dell’Undicesimo Discorso e infine l’emersione vera e propria sulla superficie della terra. Questo racconto fa parte della cerimonia tradizionale del Movimento verso l’Alto e dell’Emersione (haneelnéehee), nella quale si narra di come il popolo Navajo riuscì a sconfiggere le malattie del mondo inferiore grazie all’impiego di un potere magico-terapeutico che procede verso l’alto e che contrasta la spinta verso il basso, il disordine, l’oscurità, la malattia, l’indifferenziazione (Enrico Comba, Miti e misteri degli Indiani d’America, pp. 641-642). Anche il mito delle origini degli Indiani Navajo narra di come i primi esseri umani giunsero alla superficie terrestre attraverso una lunga serie di vicende, che li portarono a risalire passo dopo passo una serie di mondi sotterranei. Questi ultimi venivano descritti come semisfere o come edifici, posti l’uno sopra l’altro, per un totale di un massimo di quattordici mondi sotterranei. Ognuno di questi mondi sotterranei viene identificato da un numero, da un colore e dalle varie vicende che vi si svolsero. Il processo di emersione ha inizio dunque nel centro del mondo inferiore e progressivamente si sviluppa, risalendo per mezzo di una lunga ascesa verso il cielo, passando da un mondo sotterraneo al successivo. Si noti, peraltro, che il termine navajo per indicare la terra è naestan, che indica una donna in posizione orizzontale o reclinata.
Anche per i Navajo, in illo tempore, i mondi sotterranei erano abitati da creature indifferenziate, che essi denominano “insetti” o con qualche altro nome di animale, i quali tuttavia non erano come gli insetti o come gli animali che noi tutti oggi conosciamo. Sebbene, infatti, essi avessero caratteristiche comuni con gli animali attuali, avevano altresì il dono della parola e vivevano e si comportavano secondo lo norme e i costumi degli esseri umani: in pratica, erano esseri indifferenziati posti a metà tra lo stato animale e quello umano.
“Nel Mondo Sotterraneo Oscuro” dicono “non vi erano uccelli, né alberi, né rocce, neppure uomini come qui. Soltanto il Popolo delle Formiche (e quello degli Scarabei) viveva là”. In tutto, le razze di questi “insetti” erano in numero di nove, e si differenziavano per il colore (giallo, rosso o nero) e per la grandezza. Nel secondo mondo sotterraneo, in seguito alla prima emersione, viene rilevato anche un cosiddetto Popolo delle Locuste, che si va dunque ad aggiungere al novero dei popoli-insetto precedenti che emersero dal primo utero sotterraneo. Questi esseri primordiali cercano invano di trovare un luogo dove vivere in pace e armonia, ma ogni volta qualcosa rende la loro residenza inadatta o sgradevole, per il sopraggiungere improvviso delle forze del disordine e dell’oscurità. Con il passare del tempo, nel mondo del Quarto Discorso, accanto agli esseri indifferenziati compaiono altri esseri (Primo Uomo, Prima Donna, Primo Ragazzo e Prima Ragazza), che tuttavia non sono i primi membri della razza umana come la conosciamo oggi: il mito parla di essi definendoli “Persone Anziane” che, tra le altre cose, “praticavano la stregoneria” e che provocavano la morte e le malattie. In questo quarto mondo sotterraneo viveva anche Coyote, chiamato anche Figlio dell’Alba, Figlio dell’Azzurro del Cielo, Figlio del Tramonto della Sera e Figlio dell’Oscurità, una divinità con caratteristiche duplici e luciferine, trickster per eccellenza della tradizione nativa. Comunque, fu proprio il mondo del Quarto Discorso a conoscere l’inizio del Rito di Movimento verso l’Alto, dal che si deduce che tale cerimonia venne inventata proprio dalle Persone Anziane e dal demiurgico Coyote. Furono infatti essi, e non i popoli-insetto dei precedenti mondi sotterranei, ad emergere progressivamente nei vari mondi successivi, grazie appunto alla cerimonia che inventarono.


Il Primo Mondo Navajo: Ni’hodilhil

Essi, tuttavia, sapevano che risalendo attraverso il pilastro centrale del Quarto Mondo avrebbero portato con sé un “cesto che contiene malattie e mali di ogni genere” (identico al vaso di Pandora del mito ellenico) ubicato, appunto, all’interno del pilastro centrale su cui essi dovevano risalire per emergere in un nuovo mondo (Enrico Comba, Miti e misteri degli Indiani d’America, pp. 642-648).

Nativi americani del Nord Est

Lenape

Uno dei primi missionari che vissero presso gli Indiani Lenape (denominazione europea: Delaware) della Pennsylvania-citato da Kafton-Minkel nella sua opera Mondi sotterranei-scrisse che “gli Indiani considerano la Terra la loro madre universale. Sono convinti di essere stati creati nel suo seno, in cui ebbero la loro dimora per lungo tempo, prima di vivere in superficie. Essi affermano che quando il grande, buono e onnipotente Spirito li creò, sicuramente lo fece perché riteneva che fosse giunto il tempo propizio per permettere il godimento di tutte le buone cose che aveva preparato sulla Terra, ma saggiamente decretò che la prima fase dell’esistenza umana si svolgesse nelle sue viscere, come il neonato si forma e inizia il suo sviluppo nel grembo della madre naturale”. Lo stesso missionario aggiunge anche che i miti indiani “non concordano sulla forma degli uomini durante l’esistenza nel grembo della Terra. Alcuni affermano che avessero forma umana mentre altri, con maggiore coerenza, sono convinti che la forma fosse la stessa di certi animali terrestri, come la marmotta, il coniglio o la tartaruga” (Walter Kafton-Minkel, Mondi Sotterranei, p.28).

Irochesi

Il Piccolo Popolo irochese – di Mabel Powers, 1917
In una versione irochese del mito di emersione, i primi uomini sotterranei avevano già forma umana, ma vivevano come bambini, come neonati in una fase di gestazione nel grembo della propria madre. Un mito collezionato da un missionario presso questo popolo tramanda che “essi dimoravano nella terra, dove era buio e nessun sole risplendeva. […] Ganawagahha, avendo scoperto per caso un buco che portava in superficie, ne uscì e, vagando sulla terra, trovò un cervo che riportò con sé; sia per il buon sapore della carne che per la favorevole descrizione da lui fatta del paesaggio, la loro madre decise che la cosa migliore per tutti era uscire. Così fecero, e immediatamente si diedero a piantare frumento ecc. Tuttavia, il Nocharauosul, vale a dire la marmotta, non uscì, preferendo rimanere sottoterra come prima”. Il mito irochese veicola l’idea che ci sia un prezzo da pagare per non aver lasciato il grembo materno al momento propizio, decidendo altresì di rimanere nell’oscura sicurezza dell’utero materno: l’uomo primordiale che non volle uscire, Nocharauosul, rifiutando l’indipendenza e la maturità, non conobbe l’evoluzione in forma umana ma, anzi, regredì allo stato animale.

Nativi americani delle Pianure

Apache Jicarilla

Secondo il mito delle origini degli Apache Jicarilla del Nuovo Messico settentrionale, “All’inizio la terra era coperta d’acqua, e tutte le cose viventi erano in un mondo sotterraneo. Allora la gente parlava, gli animali parlavano, gli alberi parlavano e le rocce parlavano. […] La gente e gli animali divini volevano più luce, ma gli animali notturni-l’orso, la pantera ed il gufo-volevano l’oscurità”. Vi fu quindi un gioco a quattro riprese tra la gente e gli animali divini da una parte e gli animali notturni dall’altra. Finalmente, l’umanità riuscì ad emergere dal mondo sotterraneo, ma “Anche se adesso c’era luce, la gente continuava a vedere poco perché viveva [ancora, ndr] nel mondo sommerso. Ma il sole era abbastanza alto da poter guardare attraverso un buco e scoprire che c’era un altro mondo, questa terra”. Essi, quindi, “costruirono quattro tumuli per aiutarsi a raggiungere il mondo che stava sopra” e, dopo svariati tentativi, finalmente ci riuscirono” (Erdoes e Ortiz, Miti e leggende degli Indiani d’America, pp. 139-140).
Tuttavia, per gli Apache Jicarilla l’emersione non si è ancora conclusa. In qualche periodo futuro, sostengono, questo mondo non sarà più in grado di sostenere la vita e le persone saranno costrette a risalire nuovamente, fino a un’altra Terra, posizionata al di sopra del cielo. Lo studioso di folklore Morris Opler riferì questo racconto che un Jicarilla gli aveva narrato: “Il sole e la luna sorgeranno come prima. Questo luogo sarà buio, e i popoli seguiranno il sole e la luna. Essi dicono sia rimasto un po’ del materiale con cui venne fatta la Terra… materiale per altre terre e cieli, attualmente conservato da qualche parte, ricoperto da una montagna… Dicono che la Terra dovrà essere distrutta per due volte, una volta dall’acqua, e questo è già accaduto… In futuro essa verrà distrutta per la seconda volta dal fuoco. Prima o poi avverrà, quando l’Uccisore dei Nemici (l’eroe Jicarilla dell’emersione, equivalente ai Gemelli del mitologema Zuni) tornerà.


Simbolo Jicarilla dell’emersione

Egli si prenderà cura di questi Indiani prima che accada e li condurrà in un altro luogo, sopra l’attuale cielo” (Walter Kafton-Minkel, Mondi Sotterranei, p.31). Da questi miti dei Nativi americani comprendiamo come, nella loro visione del mondo, la razza umana debba procedere costantemente nel corso delle epoche, per non rimanere indietro nell’evoluzione, bloccata nelle tenebre e nell’oblio dei mondi precedenti, oscuri e sotterranei.

Pawnee

Se il sottosuolo rappresenta per le culture del Sudovest l’altra metà dell’universo, il luogo chiuso, scuro, che si contrappone alla volta celeste, è più in generale per molte culture indigene d’America un punto di riferimento dell’essere umano al quale si ritorna, se non periodicamente, almeno alla fine del proprio percorso alla luce del sole per “nascere” in un altro mondo. Così tra i Pawnee delle pianure centrali la casa fatta di terra e corteccia, e semi-interrata rappresentava l’utero materno. Dalla sua oscurità si poteva contemplare la volta celeste attraverso il foro al centro della costruzione caratteristico di quasi tutte le abitazioni indiane. Ancora una volta l’opposizione tra notte e giorno era rappresentata da due delle direzioni che erano punti di riferimento essenziali nella concezione del cosmo.
“La casa era un microcosmo dell’universo [scrive Gene Weltfish in “The Lost Universe”] e si era a casa al suo interno così come lo si era nel mondo di fuori. Come cupola del cielo stava l’alto soffitto arcuato dell’universo e l’orizzonte tutto intorno era il muro circolare della casa cosmica. Attraverso il tetto della casa le divinità stellari riversavano verso il basso la loro energia dalle loro direzioni in un flusso continuo. Ad ovest stava Stella della Notte, una donna bellissima, dea della notte e della germinazione, e nel suo giardino il mais e il bisonte venivano continuamente rinnovati così che il popolo potesse mangiare … Nel cielo d’oriente stava Stella del Mattino – dio della luce, del fuoco e della guerra.”
L’opposizione tra notte e giorno, tra oscurità e luce viene sottolineata anche nel mito Pawnee. Qui come in altri miti di creazione, l’incontro di queste due forze, la loro sintesi, genera vita. Non a caso Stella della Notte è femmina, mentre Stella del Mattino è maschio. L’opposizione/fusione maschile-femminile è piuttosto comune nella cosmologia dei popoli indiani d’America. L’aspetto più interessante che emerge da questa concezione dell’universo è l’associazione della notte con la germinazione e quindi con la fertilità. Nell’oscurità del sottosuolo, tra i Pueblo, e ad Acoma in particolare, la terra è parte del sotto dove si concepisce la vita che si consuma poi alla luce del sole. Di sotto, a differenza di sopra, tutto si rinnova e rigenera. L’oscurità permette di creare quella forza potenziale che diventa vitale e attiva a contatto con la luce. La divisione dualista tra alto e basso fin qui analizzata non deve però trarre in inganno rispetto alla struttura dualista della società. Alto e basso sono spesso le due direzioni fondamentali del complesso di sei direzioni in cui si dipana l’universo sia dei popoli pueblo citati che dei Pawnee, che di altre culture indiane. Ciò non significa automaticamente che questa concezione si riversi poi nell’organizzazione sociale per metà di tutte queste popolazioni. Per quanto, come scrive Claude Lévi-Strauss quando mette in discussione la nettezza della separazione per metà che dividerebbe tra alto e basso, dentro e fuori, l’insieme di un’organizzazione sociale, esistono diverse possibilità di leggere le strutture sociali di tipo dualista sia nella distinzione all’interno di un villaggio che nella classificazione del cosmo.
Per dimostrare tale aspetto, Lévi-Strauss prende come esempio, tra gli altri, i Winnebago studiati da Paul Radin, che ne aveva individuato l’organizzazione dualista, a suo dire ricca di eccezioni.


Pawnee: sacrificio di ragazza Sioux alla Stella del Mattino

Secondo l’antropologo francese il dualismo diametrale dei Winnebago è soltanto apparente, in quanto non riesce a nascondere “… un sistema a tre poli dal momento che il sopra può essere rappresentato da un polo, il cielo, mentre il sotto ne esige due, la terra e l’acqua”.

Come intendere i miti di emersione?

Una lettura comparata dei miti che abbiamo analizzato in questa inchiesta ci porta a una conclusione che, a ben vedere, risulta piuttosto scontata: sarebbe errato prendere alla lettera i cosiddetti “miti di emersione” e pensare realmente che l’umanità sia passata da un mondo sotterraneo (in senso prettamente fisico) al superiore, e così via per una serie di fasi. Come tutti i miti cosmici aventi a tema il mondo delle origini, la creazione del mondo e la venuta ad esistenza della razza umana alla quale apparteniamo, essi veicolano invero concetti più profondi, di cui quello centrale, in questo caso, è indubbiamente l’ascesa del genere umano, attraverso le ere, da uno stato di indifferenziazione con il resto degli esseri (animali, piante e rocce) ad un livello sempre più perfezionato di coscienza, che gli permetta di distinguersi e di elevarsi rispetto agli esseri che, non riuscendo ad emergere, per così dire “rimangono indietro”, bloccati ad un livello inferiore, sotterraneo, oscuro, uterino. In altre parole, nelle tradizioni dei Nativi americani, il compito principale dell’uomo (e della razza umana in generale) consiste nell’evolvere ciclicamente da uno stato di esistenza inferiore (gli esseri indifferenziati, i “mostri”) ad uno superiore, seguendo la via che gli esseri divini hanno creato e progettato (o forse sarebbe meglio dire “battuto”) per noi.
Di narrazione in narrazione, puntualmente, viene attestato come l’umanità sia stata sempre aiutata nella sua “emersione” da esseri soprannaturali, talvolta chiamati “Fratelli di Luce”, “Persone Sacre”, Katchinas dagli Hopi, Gemelli divini e via dicendo. Essi (le “Persone Anziane”) si trovano su un livello della scala evolutiva più elevato del nostro, in quanto esistono prima di noi e prima di noi sono “emersi”. Molti miti sottolineano il carattere ambiguo di questi esseri, che proprio per la duplicità dei loro comportamenti nei confronti dell’umanità bisognosa di aiuto assurgono non di rado al ruolo di trickster che, se da una parte favoriscono gli esseri umani ad emergere dai mondi sotterranei, dall’altra in seguito si macchiano di colpe imperdonabili nei confronti della razza umana, portandole malattie e sventure.
Un trickster: Coyote
In tali narrazioni, riconosciamo l’eco di una verità ancestrale che si perde nella notte dei tempi: l’esistenza di esseri divini che in Occidente sono stati denominati “Titani” o, nella tradizione giudaico-cristiana, “Angeli caduti”. In altre parole, si tratta di quegli esseri variamente denominati (gli spiriti della tradizione sciamanica, i “Vigilanti” enochiani, etc) che hanno da sempre esercitato un’influenza indelebile sulla storia della razza umana, talvolta in modo benevolo-conferendole costumi, cerimonie sacre e conoscenze, come appunto quella del “Movimento verso l’Alto”, vale a dire “dell’ascesa spirituale”-talvolta, invece, opprimendone l’esistenza con la loro tracotanza, la colpa di cui si macchiarono i Titani scaraventati da Zeus nel Tartaro e gli “Angeli ribelli” scagliati nell’Abisso dal Dio dell’Antico Testamento.
Si noti, comunque, che seguendo questa ipotesi bisogna riconoscere l’inesistenza di una distinzione rigida tra animali, uomini e dei: per meglio dire, gli esseri spirituali che i Nativi americani denominano “Persone Sacre” sono stati, in un Sole precedente, esseri del nostro stesso livello che sono poi ascesi ad un livello superiore, emergendo prima di noi. Per questo sono detti anche “Persone Anziane”, poiché ci hanno anticipato sul cammino evolutivo ed ascensionale. A giusta ragione, dunque, il filosofo presocratico Eraclito intuì che “L’uomo è un dio mortale, il dio è un uomo immortale”. Inoltre, non vi è una distinzione effettiva tra uomini e animali: questi ultimi, nei prossimi Soli, potranno anch’essi perfezionare il loro livello di coscienza ed emergere; allo stesso modo l’uomo adamico, in tempi ancestrali, esisteva in una forma primordiale, non ancora matura per l’emersione. Tutto il discorso si applica, dunque, all’intera gamma degli esseri, dalla roccia all’angelo.
La “canna” o il pilastro centrale tramite cui, nel rituale del “Movimento verso l’Alto”, lo sciamano e con lui l’umanità tutta ascende ad un livello superiore, è chiaramente il simbolo dell’Axis Mundi, l’Albero Cosmico presente in tutte le tradizioni antiche. Si pensi solo alla liana su cui lo sciamano dell’Amazzonia sale al mondo degli spiriti o discende al mondo infero; si pensi anche alla biblica “scala” di cui Giacobbe sperimentò la visione durante uno stato di coscienza che potremmo definire, indubbiamente, “sciamanico”.


La “canna” ascensionale secondo il Mito Navajo

La forma del tepee, la tenda degli Indiani, che è adottata anche per le cerimonie sacre di invocazione degli spiriti, inoltre, ricalca anch’essa i miti di emersione: la sua forma a imbuto verso l’alto, con un foro sulla parte superiore per permettere la discesa degli spiriti in essa e la salita dello sciamano al mondo superno, svela uno schema che si ritrova pressoché in tutte le parti del mondo, dagli eschimesi Inuit ai popoli indoeuropei (nei templi indù, ad esempio, è obbligatorio che sul soffitto vi sia un’apertura per permettere il dialogo con le potenze superne). In verità, ogniqualvolta troviamo un’apertura sul soffitto o sul punto più elevato di un edificio, dobbiamo interpretarla come una porta d’accesso a un regno superiore dell’essere: chi avrà la maturità sufficiente, durante un rituale sacro, per emergere dal mondo sotterraneo in cui si trova, potrà accedere al livello superiore passando metaforicamente da questa apertura, così come fecero nel mito i suoi antenati quando, emergendo, passarono da un mondo inferiore ad uno superiore.
Dal momento in cui, come si dice in molteplici narrazioni mitiche, “l’accesso al cielo fu bloccato”, “il palo cosmico fu distrutto” (in alcuni miti, come quello degli Hopi, da “coloro che erano già saliti”) e altre locuzioni simili, la conoscenza del mondo superiore e dei mezzi per accedervi venne irrimediabilmente persa, rimanendo unicamente prerogativa dello sciamano, vale a dire di quella ristretta categoria di individui che nelle ere di disordine ed oscurità riesce, nonostante tutto, a riconnettersi con il “pilastro centrale” di questo mondo, per conversare con gli spiriti nel mondo superno o incontrare le anime dei defunti nel mondo infero (vale a dire i vari mondi “sotterranei” rispetto a quello in cui viviamo, ovvero i “mondi-uteri” delle narrazioni mitiche native). D’altra parte, se fin qui l’analisi è corretta, anche il nostro mondo, se confrontato a quello superno in cui abitano gli spiriti più elevati, è un vero e proprio “utero”, un “mondo sotterraneo” in cui, in questo ciclo attuale, l’umanità si trova imprigionata e da cui, quando il disordine e l’oscurità diverranno insopportabili, avrà la possibilità di fuggire e di liberarsi, seguendo la via delle “Persone Sacre”: emergendo, con un “Movimento verso l’Alto”. In questo fatidico momento futuro avrà luogo il ritorno della divinità denominata dagli Apache “Uccisore di Nemici”, il cui compito è uguale a quello di Kalki per gli Induisti e di Maitreya per i Buddhisti (nonché a quello di Cristo nella sua futura “Seconda Venuta”): permettere ai membri meritevoli della razza umana l’ascensione, per non rimanere bloccati nell’oscurità e nel disordine, nel “mondo sotterraneo” del prossimo Sole.

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