Sul campo insanguinato del Little Big Horn

A cura di Franco Recanatesi

Libbie e George A. Custer
Ecco come un noto giornalista, appassionato di storia del west, vede e descrive alcuni tra i più noti protagonisti della battaglia di Little Big Horn.
George Armstrong Custer, 37 anni, soprannominato “Boy general” per avere raggiunto il più alto grado della cavalleria a soli 23 anni durante la guerra di Secessione. Nato a New Rumley (Ohio) nel 1839. Un coraggio da leone, ferocissimo con gli indiani, durissimo con i suoi soldati, innamorato pazzo della moglie Elizabeth Bacon, morta a 91 anni nel 1933: le spediva dalla frontiera anche due lettere al giorno, per lei – l’amata “Libbie” – finì sotto la Corte marziale per averla raggiunta a 300 miglia di distanza abbandonando il proprio distaccamento.
I disertori li faceva fucilare sul posto, nel massacro dei Cheyenne a Washita non risparmiò nè donne nè bambini.
Era magro e muscoloso, molto forte (lo scout Bloody Knife raccontò di averlo visto uccidere un orso a pugnalate sulle Black Hills), alto 1,80, pesava 75 chili.
In battaglia non indossava mai l’ uniforme, preferiva abiti più stravaganti e – sosteneva – comodi: quasi sempre pantaloni di pelle chiara, giacca di camoscio sfrangiata e cappello bianco a tesa larga.
Quel 25 giugno a Little Big Horn, però, faceva molto caldo, per cui combattè con il busto fasciato da una semplice camicia azzurra.
Cavallo Pazzo, 33 anni, capo militare dei Siuox, una furia sul campo di battaglia. Quando scendeva in guerra si dipingeva il volto con delle chiazze bianche, vestiva con casacca, pantaloni corti e gambali di daino. Non portava penne, i capelli li lasciava lunghi e sciolti sulle spalle.


Cavallo Pazzo

Fu lui a condurre l’assalto finale al drappello di Custer. Si arrese nel 1877, ma appena consegnatosi all’esercito venne ucciso nel corso di un episodio dai contorni piuttosto dubbi. I soldati non dettero alcuna spiegazione. Il generale Jesse Lee scrisse nel rapporto cinque parole: “morto dopo la mezzanotte”.
Sulle Black Hills, lo scultore polacco Ziolkowski gli ha dedicato un monumento e la sua famiglia sta intagliando nella roccia una statua di Cavallo Pazzo grande quanto la fiancata di una montagna.
Toro Seduto, 45 anni capo dei Sioux (famiglia Uncpapa) e acerrimo nemico di Custer. Figlio unico di una famiglia di guerrieri, nato nel South Dakota nel marzo del 1831 in riva al fiume Ree (ora si chiama Grand).
Una bella foto di Toro Seduto
Il padre, Toro-che-salta, e la madre, Giorno-misto, gli danno il nome di “Lento”. Toro Seduto, Tatan’ Ka Iyota’ Ke in lingua Uncpapa, diventa a 14 anni dopo avere colpito il suo pirmo nemico. Riflessivo, grande stratega, saggio: un uomo nato per comandare. E infatti a 34 anni era già capo delle sette nazioni Sioux.
Prode guerriero (in combattimento usava portare un copricapo con due corna e una lunga criniere di penne) ma anche ecellente oratore e sensibile poeta. Ecco una breve composizione tradotta dalla lingua dei Sioux: “O tribù, guardatemi / i vecchi capi se ne sono andati / io prenderò coraggio”. Zoppicava per un’antica ferita. Era basso e tracagnotto. Ha avuto 10 mogli e decine di figli, per ultimi due gemelli. Due settimane prima della sfida di Little Big Horn, il 12 giugno 1876, officiò una “Sunrise dance” sacrificando a Wakan’ Tanka, il suo dio, 50 piccoli pezzi della propria carne che si fece incidere dalle due braccia.
Udì una voce: “Vedo tanti visi pallidi cadere sul campo”.
Giovanni Martini, 28 anni, nato a Roma il 21 luglio 1848 dietro Campo Vaccino.
Il trombettiere Martini
Ex camicia rossa, espulso da Garibaldi per un furto di cavalli. Emigrò in America nel 1870, arruolandosi volontario tre anni dopo con il nome di John Martin. Fu l’ unico superstite del “7” di cui era trombettiere (suonava benissimo “Garry Owen”, una marcetta irlandese che Custer adottò come inno del battaglione). Custer gli consegnò il drammatico messaggio che egli inutilmente portò al capitano Benteen attraversando le file indiane: “Come on. Big Village. Be Quick. Bring Packs”, corri, il villaggio è grande, fai presto, porta munizioni. Martini morì il 6 marzo 1916 in una pizzeria italo-americana di Brodway mormorando “Garibaldi”. Ha avuto due figli che chiamò George e Armstrong: i nomi di Custer.

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Commenti

Una risposta a “Sul campo insanguinato del Little Big Horn”

  1. nicodemo, il 4 giugno 2013 15:57

    chiedo scusa ma, Giovanni MARTINI, non era nato a Sala Consilina (SA) .. grazie

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