Navajo Frank, l’assassino indiano

A cura di Mario Raciti

Tra i pochi fuorilegge indiani relativamente conosciuti ce n’è uno la cui storia, dal classico finale tragico “alla moda della Frontiera”, merita di essere raccontata, anche se ci sono poche informazioni e di lui si conoscono solo due o tre episodi, tra i quali quello tragico della sua fine.
Frank Tafoya era un Navajo, nato tra il 1855 e il 1860 nella riserva di Fort Sumner, New Mexico. Quel che sappiamo di lui ci viene principalmente dalla testimonianza di Miguel Antonio Otero, governatore del New Mexico, e da quella presunta di Kumen Jones, un missionario e pioniere originario dello Utah. A sette anni Frank venne venduto dalla sua gente a un pastore di Taos chiamato Julian Mares, che insegnò al ragazzo il mestiere del pecoraio.
Il ragazzo rimase così in debito con quell’uomo che due anni dopo gli razziò la mandria di pecore e scappò.
Venne acciuffato, le pecore recuperate ma lui evidentemente venne lasciato libero perché qualche anno dopo trovò lavoro prima come mandriano nel ranch di Pete Maxwell, a Fort Sumner, e poi come carrettiere in Colorado fino al 1877. In quella data si ha il primo episodio che descrive molto bene l’indole del personaggio, che venne conosciuto anche come Navajo Frank.
Nel 1872 El Moro, in Colorado, godeva di buona fama in fatto di affari, tanto che molte prostitute vi si trasferirono da Trinidad e da Pueblo. La sala da ballo e saloon di George Close era particolarmente apprezzata e fu quello il luogo della tragedia. Quella sera del 1877 (non si conosce il giorno esatto), Otero e alcuni amici si trovavano al saloon di Close quando Navajo Frank entrò e chiese di barattare il proprio fucile con una bottiglia di whisky. Quando il barista si rifiutò, chiarendo che gli era proibito dalla legge vendere liquore agli indiani, Frank se ne andò furibondo, “bestemmiando come un soldato”, scrisse Otero nella sua autobiografia My Life on the Frontier, 1882-1897. Attraversò i binari della ferrovia che correvano proprio di fronte la sala da ballo e si sedette su un ammasso di traversine. Da quella posizione alzò il fucile, mirò alle finestre del saloon, e aprì il fuoco. La pallottola, che non aveva un obiettivo preciso, colpì al torace una delle ballerine, Jennie Lawrence, spaccandole il cuore e uccidendola all’istante. Nel suo percorso, il proiettile fatale perforò la giacca di Jimmie Russell, che ballava con Jennie, trapassò il braccio di uno dei componenti dell’orchestra e infine si piantò in un muro. “Il corpo della povera ragazza venne coperto con un lenzuolo lì dov’era caduto” scrisse Otero. Navajo Frank scappò e non subì alcuna punizione per l’infame assassinio, nonostante una posse – di cui fece parte anche Otero – lo inseguì, senza successo.


Kumenjones

Vagabondò per il Panhandle come ladro di bestiame, ebbe scontri e screzi con alcuni texani e giurò che si sarebbe vendicato su tutti quelli del Texas che avesse incontrato. Secondo Otero, in questa specie di spedizione punitiva Frank uccise tra i quindici e i venti uomini prima di fuggire sulle montagne.
Successivamente, nei pressi di Las Vegas dove commerciava muli e lavorava come cacciatore e sotto falso nome (si faceva chiamare Garcia), sparò e ferì due donne: una a Las Vegas, che portò fino alla morte la pallottola di Frank ed ebbe la soddisfazione di vederlo morire, e una a Sapello.
Una testimonianza di Kumen Jones, che si riferisce ad alcuni fatti avvenuti nel 1881, sembra descrivere Navajo Frank. Jones era un pioniere che viveva a Bluff, nell’Utah, quando incontrò per la prima volta Frank. Lo scoprì a catturare alcuni cavalli, che poi però liberò per poter fuggire, e successivamente lo trovò con uno dei propri cavalli. I Mormoni, avvertiti, minacciarono Navajo Frank, avvisandolo che se avesse ancora rubato i loro animali, “si sarebbe potuto ammalare e morire”. Frank restituì il cavallo e fuggì, ma continuò a razziare. Ritornò alcuni mesi dopo, in pessime condizioni fisiche: “Si stentava a credere che fosse l’indiano forte e robusto incontrato qualche mese prima.
Adesso era magro e macilento, col petto incavato”. Frank implorò i Mormoni di “scrivere una lettera al Signore” chiedendogli di risparmiargli la vita se avesse smesso di rubare cavalli. Kumen gli disse che non sapeva cosa il Signore avrebbe fatto, ma che “se [Frank] smetteva di rubare, e convinceva gli altri Navajos a fare altrettanto, allora avrebbe potuto salvarsi”.
Tuttavia rimane il dubbio se Kuman si riferisse davvero al Navajo Frank di cui si parla in quest’articolo, perché secondo il missionario Frank sarebbe stato ancora vivo nel 1919 (anno quando scrisse queste memorie), quando invece era già morto da quasi quarant’anni, come vedremo. Inoltre, lo descrive come “giovane, robusto e amichevole” e “allegro e di buona indole”. Un confuso ricordo di date (eppure Kuman aveva solo 63 anni quando scrisse la testimonianza) o uno scambio di persona? Del Navajo Frank di cui Kuman racconta col Navajo Frank di cui stiamo raccontando coinciderebbero il vizio di rubare bestiame, il fisico robusto (descritto anche da Otero) e il luogo in cui si muoveva, vicino al New Mexico e al Colorado che sembra fossero i suoi ambienti principali.
Navajo Frank, alias Frank Garcia, alias Frank Mares, alias Frank Tafoya, incontrò la sua fine un giorno di giugno del 1882. La sera di lunedì 26, verso le nove e mezza, R. H. Hunter e sua moglie stavano tranquillamente passeggiando lungo Main Street, quando Navajo Frank si fiondò al galoppo verso di loro.


Miguel Antonio Otero II (1859-1944)

Senza motivo, tirò un lazo e catturò Hunter per il collo, trascinandolo poi via al galoppo lungo la strada rocciosa e polverosa, per un centinaio di metri prima che un taglialegna, richiamato dalle grida di Hunter, sparasse a Frank per mettere fine a quella barbarie. Frank fermò il cavallo, tagliò il lazo e scappò via. L’intervento del taglialegna salvò sicuramente la vita a Hunter, che altrimenti sarebbe stato trascinato a folle velocità fino a fracassarsi la testa in qualche pietra o marciapiede. Il pover’uomo, un anziano e rispettabile cittadino, venne portato a casa sua e il medico che lo visitò riscontrò, come scrisse Otero, “numerosi tagli al cuoio capelluto, la faccia gravemente escoriata, la cartilagine del naso rotta, una ferita alla lingua e il collo lacerato dalla corda”. Niente di incurabile e infatti l’uomo, fortunatamente, guarì.
Nel giro di un’ora due posse si misero subito all’inseguimento di Navajo Frank: una di queste lo catturò in un ranch lungo il Sapello River, a quattro o cinque miglia da Las Vegas, e lo riportò in città, dove entrarono a giorno fatto. Imprigionato in una cella sul lato est del paese, il prigioniero venne trasferito nella prigione di Contea, nella parte ovest, per scrupolo dopo aver sentito incitazioni di linciaggio dalla folla che si era riunita per vederlo. Ma a mezzanotte dello stesso giorno, sicurezza o non sicurezza, un gruppo di 200 cittadini prese d’assalto la prigione, sfondò la porta e, dopo aver tenuto alla larga i vice sceriffi con una sventagliata di piombo, aprirono la cella dove Navajo Frank era stato rinchiuso. L’indiano, fiutando il pericolo, lottò con tutte le sue forze, prima cercando di tenere chiusa la porta della cella, poi mulinando pugni contro i suoi aggressori. “Navajo Frank era forte e robusto, con braccia simili a magli” scrisse Otero, ma alla fine la folla ebbe la meglio dopo averlo ripetutamente colpito col calcio delle pistole e quasi strozzato. Gli venne messo il cappio al collo, la stessa corda che Frank aveva usato sul povero Hunter, e portato a forza, con ancora la catena ai piedi, al palo del telegrafo che si trovava nel cortile del cantiere ferroviario. Protestando e dichiarandosi innocente, Frank non riuscì ovviamente ad ottenere nulla dalla folla se non la propria esecuzione: gli sistemarono il nodo dietro l’orecchio sinistro e senza altri preamboli lo tirarono su, lasciandolo in agonia a penzolare dal palo. Navajo Frank morì soffocato, in silenzio, e non ebbe nemmeno la pietà di un collo spezzato e, quindi, di una morte veloce. Così si usava alla Frontiera. Gli uomini commentarono il lavoro ben fatto e se ne andarono.


La fine del bandito

Il giorno successivo una giuria del coroner, composta da sei uomini, esaminò i resti di Navajo Frank e così concluse: “Francisco Tafoya […] è deceduto mediante impiccagione con una corda legata al collo […] appesa a un palo del telegrafo, e ciò detto l’impiccagione è stata eseguita da persona o persone che rimangono sconosciute alla presente giuria”.
Frank Navajo pagò così una vita di uccisioni e di altri soprusi.


L’impiccagione di Navajo Frank (immagine stereoscopica) – clicca per ingrandire

La sua aggressione a Hunter, che non lo conosceva né l’aveva mai visto, venne considerata da Otero “attuata per pura cattiveria e per nessun’altra causa” ma sufficiente per meritarsi il linciaggio da una folla inferocita. “La sua dipartita per mano dei nobili abitanti di Las Vegas fu un vero dono di Dio per il New Mexico” commentò Otero.

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Commenti

Una risposta a “Navajo Frank, l’assassino indiano”

  1. Gian Carlo Benedetti, il 4 marzo 2018 11:00

    Sicuramente il Pete Maxwell di Ft. Sumner presso il cui ranch trovò lavoro il nostro outlaw nativo è lo stesso (Pete “Pedro” Menard Maxwell) che dette ospitalità a Billy the Kid nella fatale notte del 14 luglio 1881.

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