Gli oscar del cinema western – 39

A cura di Domenico Rizzi
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 32, 33, 34, 35, 36, 37, 38, 39.


L’ETICA PERDUTA

“L’unica cosa che chiedo ad una donna è a che ora rientra suo marito.” E’ una battuta sarcastica di Paul Newman nel film “Hud”, distribuito in Italia nel 1963 con il titolo “Hud il selvaggio”, uno splendido lungometraggio in bianco e nero di 112 minuti diretto da Martin Ritt, sceneggiato da Irving Ravetch e Harriet Frank junior, con la fotografia di James Wong Howe e la colonna sonora del celebre Elmer Bernstein.
Il soggetto è tratto dal romanzo “Horseman Pass By” di Larry Mc Murtry, del quale si riparlerà in seguito, e rappresenta la crisi generazionale conseguente alla trasformazione del West, da terra di sconfinati allevamenti di bestiame a enorme serbatoio di risorse minerarie e petrolifere. Dalla recinzione dei pascoli si è passati, in pochi anni, alla ricerca di giacimenti del sottosuolo e gli speculatori premono alle porte degli ultimi rancheros refrattari ad accogliere le innovazioni del progresso.
Hud Bannon (Newman) figlio dell’anziano allevatore Homer (Melwyn Douglas) è un giovane indisciplinato, opportunista, donnaiolo, che non chiede al futuro nulla di più di una vita agiata, nella quale permettersi ogni sorta di evasione incluse le avventure con le mogli altrui. Per questo intende entrare in possesso del ranch e lo fa nella maniera più subdola, informando le autorità di un’epidemia di afta epizootica che ha colpito il bestiame.


Una scena di Hud

Quindi insiste con il padre, affettivamente legato al proprio costume di vita e alle mandrie che alleva da anni, per l’abbattimento di tutte le vacche, risultato che riesce ad ottenere, mettendosi in contrasto oltre che con il genitore, con il cugino diciassettenne Lonnie Bannon (Brandon de Wilde) e con Alma Brown (Patricia Neal) la donna non più giovanissima che accudisce la famiglia. In un momento di raptus, arriva a violentare la domestica, costringendola ad andarsene da casa con il primo pullman in partenza. Dopo che Homer Bannon muore mentre sta rientrando al proprio ranch di notte, anche Lonnie decide di andarsene via e Hud rimane finalmente da solo. L’ultima inquadratura lo coglie sulla soglia dell’abitazione, con un’espressione che rivela soltanto la sua insensibilità e indifferenza di fronte agli ultimi avvenimenti. L’amara conclusione è che forse gli eredi della Frontiera sono come Hud, privi di princìpi e di amore per la propria terra, destinati a trascorrere un’esistenza indegna di essere vissuta, concetto che lo scrittore Larry Mc Murtry svilupperà ancora meglio nel libro “Thalia”, eccezionale spunto per il film di Bogdanovich “The Last Picture Show”.
Girato a Claude, nel Texas, “Hud il selvaggio” non tarda a segnalarsi alla critica come un capolavoro, raccogliendo 7 nomination all’Oscar e conquistando 3 statuette: miglior attrice protagonista a Patricia Neal, miglior attore protagonista a Melwyn Douglas e miglior fotografia a Howe. Anche per il Golden Globe le candidature sono 5, fra le quali quella per Newman e Martin Ritt, ma soltanto il BAFTA (3 nomination) premia ancora Patricia Neal. Il National Board of Review Award classifica “Hud” fra i 10 migliori film dell’anno, premiando nuovamente la Neal e Douglas. Positivo anche l’incasso, per una pellicola costata 2 milioni e mezzo che ne guadagna 10 ai botteghini.
Anche Days of Heaven” (“I giorni del cielo”, 1978) di Terrence Malick, autore sia del soggetto che della sceneggiatura, è un western contemporaneo dai risvolti molto amari. Il West in esso descritto è il Texas del 1916, dove Bill (Richard Gere) si rifugia dopo essere fuggito da Chicago insieme alla sorella Linda (Linda Manz) e alla fidanzata Abby (Brooke Adams). Il fuggitivo, che ha dovuto lasciare la città per avere ucciso casualmente un uomo, presenta Abby al padrone della fattoria come sua sorella e viene assunto, insieme alle due donne, per lavorare in qualità di bracciante nei campi di grano. Quando viene a sapere che il padrone Chuck (Sam Shepard) è gravemente malato, spinge Abby a sposarlo, con lo scopo di entrare presto in possesso della fattoria, ma le cose non vanno come Bill sperava, il proprietario si riprende e scopre che Abby non è sorella dell’uomo, ma la sua amante. Dopo che le piantagioni vengono distrutte da un’invasione di locuste seguita da un colossale incendio, Bill affronta e uccide Chuck, ma morirà poco tempo in una palude dopo sotto i colpi della polizia. Abby cercherà di ricominciare una nuova esistenza, Linda, che è minorenne, finisce in un collegio, da dove scapperà insieme ad un’amica, seguendo i binari della ferrovia senza una mèta.
“I giorni del cielo” è un film di diseredati senza speranza, che cercano di sbarcare il lunario come possono e sfruttano l’unica apparente opportunità che si presenta loro di diventare ricchi. Il sogno americano mostra le sue crepe e il West non è più una mèta agognata, bensì un rifugio per chi non crede alla giustizia. L’uomo – anzi, gli uomini, considerando anche Chuck – ne escono sconfitti; le donne invece se la cavano e continueranno il loro percorso in cerca di miglior fortuna. Il finale ricorda un po’ mestamente la conclusione di “Questa ragazza è di tutti” di Sydney Pollack (1966) anch’esso ambientato nel Sud al tempo della Grande Crisi, nel quale una ragazza adolescente cammina mantenendosi in equilibrio su un binario morto, sognando un avvenire improbabile dopo avere raccontato ad un coetaneo la triste sorte toccata a sua sorella.


Days of Heaven

Girato nell’Alberta canadese, il film di Malick costa soltanto 3 milioni e ne ricava pochi di più, ma concorre a diversi premi (4 nomination all’Oscar e 2 al Golden Globe) vincendo l’Academy Award per la miglior fotografia di Nèstor Almendros. Gli viene conferito anche il BAFTA per la miglior colonna sonora di Ennio Morricone e il National Board of Review Award lo giudica il miglior film del 1978. In Italia “I giorni del cielo” conquista anche il David di Donatello, assegnato a Richard Gere per il miglior attore straniero e a Terrence Malick per la miglior sceneggiatura straniera.

CORSA NEL DESERTO

Come avviene in “Carabina Quigley”, “Vento di passioni” e nei numerosi film che hanno come scenario il Messico, vi sono uomini che cercano l’avventura lontano dalla loro patria d’origine.
Alcuni di essi lo fanno quando i tempi del West classico sono ormai agli sgoccioli. Uno di questi è il cowboy Frank T. Hopkins (Viggo Mortensen) – personaggio realmente esistito, nato nel 1865 e scomparso nel 1951, vincitore di oltre 400 competizioni, fra le quali la memorabile impresa narrata nel film – che nel 1897 viene invitato dallo sceicco Riyadh (Omar Sharif) ad una gara di 3000 miglia nel deserto dell’Arabia in sella al proprio mustang di nome Hidalgo, sfidando stalloni di pura razza araba. Il protagonista è un uomo poco più che trentenne ormai alcolizzato, che, dopo avere vissuto un passato avventuroso – anche come improbabile cavaliere del Pony Express, un servizio soppresso prima che Hopkins nascesse – per sopravvivere si è adattato a figurare nel Wild West Show di Buffalo Bill Cody (J. K. Simmons).


Hidalgo

Quando gli giunge l’invito dello sceicco, portatogli personalmente dal suo emissario Aziz (Adam Alexi-Malle) l’ex mandriano comprende che gli viene offerta una straordinaria occasione di riscatto e accetta, imbarcandosi per il Medio Oriente con il proprio cavallo.
L’impresa che lo attende è assolutamente proibitiva, dovendo cavalcare su un suolo arido e rovente, non per niente chiamato “Oceano di Fuoco”, sotto l’implacabile sole del deserto, oltre alle tempeste di sabbia che sommergono intere città. Per nulla spaventato da tale prospettiva, né dalla manifesta ostilità di nobili arabi che male accolgono un occidentale nella competizione, Hopkins trova anche il tempo e il modo di intrecciare una relazione con una figlia di Riyadh, Jazira (Zuleikha Robinson) che per poco non gli costa la perdita degli attributi virili. Il percorso viene condotto a termine fra mille difficoltà e intoppi e Hopkins incassa la lauta ricompensa promessa dallo sceicco, tornandosene negli Stati Uniti con il proprio mustang. Qui scopre che il governo sta requisendo i cavalli bradi delle riserve indiane per sopprimerli e decide di usare la somma guadagnata per acquistarli e donare loro la libertà in un luogo sicuro, aggiungendo al branco il suo Hidalgo, quale premio per la straordinaria vittoria ottenuta contro gli Arabi.
Diretto nel 2004 da Joe Johnston su soggetto e sceneggiatura di John Fusco – lo stesso di “Cuore di Tuono” – il film è valorizzato dall’ottima fotografia di Shelly Johnson e dalla colonna sonora di James Newton Howard. Girato in alcuni Stati americani (South Dakota, Montana, Oklahoma e California) oltre che in Marocco, “Hidalgo, oceano di fuoco” incassa moltissimo, sfiorando i 110 milioni di dollari (spese di produzione: 40 milioni) ma ottiene soltanto il premio della Western Writers of America (WWA) con l’assegnazione a John Fusco dello Sperone d’Oro per il miglior racconto western drammatico.

SEGRETI INCONFESSABILI

Nel contemporary western non vi sono soltanto uomini che si cimentano in imprese impossibili e qualcuno ritiene sia giunto il momento di squarciare il velo dietro al quale si celano tendenze impensabili per i rudi uomini del West a cui il pubblico è abituato da un secolo.
Sebbene certe situazioni “proibite” e in contrasto con la linea morale dettata dal Codice Hays siano già state trattate, con molta prudenza, in pellicole precedenti, nessuno fino all’inizio del Terzo Millennio aveva mai osato spingersi tanto avanti in una tematica così scottante. “Ultima notte a Warlock” lasciava affiorare, in maniera più o meno evidente, l’omosessualità fra un marshal mercenario (Henry Fonda) e il suo braccio destro (Anthony Quinn) così come nel remake di “Quel treno per Yuma” figurava un bandito manifestamente gay e ne “L’occhio caldo del cielo” un pistolero (Kirk Douglas) amoreggiava con la propria figlia naturale (Carol Lynley) ignaro del rapporto di sangue che li legava. In “Brokeback Mountain”, il regista taiwanese Ang Lee – già autore del western “Cavalcando con il diavolo” nel 1999 – rompe ogni indugio, mostrando una relazione omosex senza sottintesi, a costo di scandalizzare l’intero mondo del cinema.
L’idea gli viene suggerita dal romanzo breve “Brokeback Mountain” (tradotto in Italia con il titolo “Gente del Wyoming”) scritto da E. Annie Proulx, una signora ultrasessantenne originaria del Connecticut ma trapiantata nel Wyoming, dove si svolge la maggior parte della vicenda. Il film ripercorre fedelmente le 50 pagine dell’opera, che inizia: “Provenivano da due piccole, misere fattorie agli angoli opposti dello Stato (…) entrambi ragazzi di campagna che avevano lasciato le scuole alle superiori, senza prospettive, rotti al lavoro duro e alle privazioni, entrambi, zotici di modi e di linguaggio…” (E. Annie Proulx, “Gente del Wyoming”, Baldini, Castoldi Dalai Editori, Milano, 2005, p. 5).


Brokeback Mountain

Il regista Lee si serve per la trasposizione cinematografica della sceneggiatura di Larry Mc Murtry, con la scenografia di Judy Baker, la fotografia del messicano Rodrigo Prieto (“Alexander”, di Oliver Stone) e la delicata colonna sonora dell’argentino Gustavo Santaolalla. I protagonisti principali della scabrosa vicenda – ambientata negli Anni Sessanta, quando certi argomenti erano tabù, particolarmente nel West conservatore – sono Heath Ledger (Ennis Del Mar) Jake Gyllenhaal (Jack Twist) Michelle Williams (Alma Beers) Anne Hathaway (Laureen Newsome) Kate Mara (Alma jr, Del Mar, figlia di Ennis). Il film, di 134 minuti, viene iniziato nel 2004 con tutte le riprese esterne nell’Alberta canadese, sebbene l’ambientazione nella finzione filmica sia nei Monti Big Horn del Wyoming.
Ennis e Jack, sorveglianti di pecore rimasti soli su una montagna, intrecciano improvvisamente una relazione sessuale che sembra destinata a concludersi quando termina il loro incarico estivo nei pascoli, permettendo a ciascuno di tornare a casa sua. Il primo, che è rimasto a vivere nel Wyoming, sposa la fidanzata Alma; il secondo se ne va nel Texas, dove si dedica ai rodei e si fidanza con Laureen, una ragazza di buona famiglia. Dalle rispettive unioni nascono dei figli e l’avventura fra i due pare dimenticata, fino al giorno in cui, trascorsi 4 anni, Jack non manda una cartolina a Ennis, chiedendo di incontrarlo. Poiché il desiderio di rivedersi e riallacciare la loro relazione è reciproco, dopo avere mentito alle proprie famiglie i cowboy si danno appuntamento a casa di Ennis, da dove partono per la montagna, inventandosi una partita di pesca a cui Alma, che li ha visti baciarsi come due amanti, non crede. La conclusione sarà la richiesta di divorzio della donna, dopo la quale il marito si trasferisce a vivere in una roulotte nella prateria. Un giorno Ennis, che ha cercato ancora l’amico spedendogli una cartolina nel Texas, se la vede tornare indietro con la precisazione che Jack è deceduto. Dalle indagini che svolge, telefonando alla vedova Laureen, si forma la convinzione che l’amico sia stato ucciso, sebbene i famigliari attribuiscano la sua morte ad un incidente. Quando va a far visita ai genitori di Jack, questi lo invitano a prendere un oggetto come ricordo del figlio e Ennis ritrova una propria camicia che indossava durante uno degli incontri con l’amante. Qualche anno dopo, Ennis Del Mar, invecchiato e ormai solo, riceve la visita della figlia diciannovenne Alma jr. prossima alle nozze, che gli porta l’invito. L’uomo dapprima accampa la scusa di essere impegnato per quella data nel raduno del bestiame, ma poi acconsente. Nella bellissima inquadratura conclusiva, mentre fuori il vento spazza la prateria, non appena la ragazza se n’è andata, l’uomo stringe al cuore la camicia ritrovata in casa dei Gyllenhaal sperando di ritrovarvi l’atmosfera di intimità di Brokeback Mountain, “di cui restava solo ciò che reggeva fra le mani.” (Proulx, op. cit., p. 50).
Quella fra i due mandriani è un’autentica storia d’amore, sebbene non convenzionale, che non può ovviamente essere accettata nel contesto e nell’epoca in cui è maturata, per cui la sua tragica conclusione deve ritenersi scontata.


Ancora una scena tratta da Brokeback Mountain

Non hanno molto senso le numerose critiche rivolte ad Annie Proulx dai lettori che chiedevano una storia a lieto fine: per la gente del West del 1960 (ma anche in molte altre zone degli Stati Uniti e dell’Europa, Italia compresa) il rapporto erotico fra due persone dello stesso sesso era una cosa assolutamente imperdonabile, che esigeva come minimo la messa al bando delle persone implicate. La scrittrice lo ha capito benissimo, mentre chi ha formulato delle obiezioni giudica erroneamente uno stato di cose con la mentalità moderna, che è senz’altro più aperta rispetto a quella di mezzo secolo fa.
Non vi è dubbio che Ang Lee sia riuscito, sfidando gli strali dei super conservatori e di coloro che sono rimasti legati all’immagine virile del cowboy, emblema stesso del West, a creare un capolavoro. Gli incassi sono formidabili, sfiorando i 180 milioni di dollari (con una spesa di soli 14 milioni) mentre piovono le candidature ai più prestigiosi premi: 8 nomination all’Academy Award, 8 al Golden Globe, 9 al Premio BAFTA e tante altre di seguito. Il film ottiene 3 Oscar (miglior regia a Ang Lee; miglior sceneggiatura a Mc Murtry e Diana Ossana; miglior colonna sonora a Gustavo Santaolalla) 4 Golden Globe (miglior film drammatico a Diana Ossana e James Schamus; miglior regia a Lee; miglior sceneggiatura a Ossana-Mc Murtry; miglior canzone, A Love That Will Never Grow Old, a Bernie Taupin e Gustavo Santaolalla) 4 Premi BAFTA (miglior film; miglior regia; miglior attore non protagonista a Jake Gyllenhaal; miglior sceneggiatura a Mc Murtry-Ossana). Anche la Los Angeles Film Critics Association Award lo premia come miglior film, mentre la New York Film Critics Circle Award lo gratifica per la miglior regia e per il miglior attore protagonista Heath Ledger. Quest’ultimo, australiano di Perth, muore improvvisamente a New York il 22 gennaio 2008 a causa di un’intossicazione acuta provocata da ansiolitici e analgesici.
“Brokeback Mountain” miete successi di critica anche in Italia, conquistando una candidatura al David di Donatello per il miglior film straniero e vincendo il Leone d’Oro, assegnato a Ang Lee, al Festival di Venezia del 2005.

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