Storia dei popoli del Nord-America – 5

A cura di Claudio Ursella
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5.


PALEOINDIANI

Il Nord America alla fine del Pleistocene.
Il percorso che portò alla colonizzazione del Nord America, pur iniziato decine di millenni fa, ebbe il suo passaggio più significativo alla fine del Pleistocene, circa 12.000 anni prima dell’era cristiana, in una fase che in tutto il globo diede il via a grandi trasformazioni che riguardarono non solo le vicende della storia umana, ma la storia stessa della vita sul nostro pianeta.
In tal senso la colonizzazione umana del Nord America, fu solo un’aspetto, seppur il più importante e probabilmente drammatico, di un più vasto processo che alla fine dell’Era Glaciale, determinò grandi cambiamenti ambientali, e conseguenti trasmigrazioni da un continente all’altro di gran parte della megafauna del Pleistocene; l’uomo, come predatore apicale, fu solo l’ultimo anello di una serie di relazioni interdipendenti, che riguardarono tutte le specie viventi, e in particolare la megafauna tipica del Pleistocene. Il termine megafauna è usato perchè il Pleistocene rappresentò certamente il periodo in cui le varie specie di mammiferi, raggiunsero le dimensioni maggiori, al punto che l’elefante africano, il più grande tra i mammiferi terrestri attuali, non può nemmeno competere con le specie più grandi di mammuth che ne furono l’antico parente.
Questa megafauna era rappresentata in America da molte specie oggi estinte e da altre che ancora sopravvivono ma di dimensioni minori: mastodonti dalle grandi zanne, il cervalce, con corna simili a quelle del cervo e struttura e dimensioni di un alce, cammellidi simili ai dromedari, orsi giganteschi, megateri, antenati dei bradipi, grandi come gli attuali orsi, cavalli, felini simili ai ghepardi, grandi tigri dai denti a sciabola, leoni americani più grandi di quelli africani, canidi come il terribile canis dirus, castori di grandi dimensioni e altrettanto grandi armadilli; buoi muschiati, pecore e capre selvatiche, antilopi, pecari, tapiri, opossum e altri mammiferi di piccola taglia completavano il quadro di un ambiente che certo fu il paradiso dei cacciatori.


Un gruppo tribale di paleoindiani

Alcune di queste specie, migrarono verso l’Asia, come i cammelli, che lasciarono dietro di se i lama e gli altri cammellidi andini, o i cavalli che invece scomparirono totalmente dall’America. Altre specie, come il mammut lanoso, la renna e altri cervidi, il lupo grigio, il bisonte, fecero il percorso inverso, guidando le bande di cacciatori umani oltre le terre della Beringia; il bisonte, la cui specie più antica era di taglia maggiore di quella attuale, nel nuovo continente trovò un ambiente talmente favorevole da evolvere in una specie ancora più imponente, il bisonte dalle grandi corna, che popolò il Nord America fin quando i predatori umani non lo portarono all’estinzione.
Tutta questa varia e ricca fauna era distribuita in un ambiente non molto diverso da quello attuale, ma estremamente più lussureggiante. A sud delle due calotte glaciali, in una vasta fascia che andava dall’Atlantico al Pacifico, ad una latitudine poco a sud dell’attuale confine tra Canada e Stati Uniti, l’ambiente era quello della tundra artica, ma una tundra con caratteristiche diverse da quella attuale, a causa della diversa latuitudine; attualmente la tundra artica si estende a latitudini elevate, dove il ciclo solare, è condizionato oltre cha da estati brevi, dalla stessa brevità delle giornate, e quindi risulta insufficiente per lunghi periodi a garantire lo sviluppo di vegetali, e quindi il sostentamento di grandi mandrie di erbivori; diversamente a quell’epoca l’ambiente della tundra, con il sole tutto l’anno e grande abbondanza di acqua, permetteva la crescita di rigogliose praterie, che alimentavano un gran numero di erbivori e conseguentemente dei loro predatori.
Furono queste praterie, fredde ma con estati calde, l’ambiente in cui giunsero le bande di cacciatori umani, alla fine loro lungo peregrinare, e in questo ambiente, in cui l’uomo era stato fino a quel momento una presenza assolutamente marginale, essi trovarono il loro paradiso. A sud della tundra, un’altra fascia si estendeva dall’Atlantico al Pacifico, ricoperta di foreste di conifere, con un ambiente simile, seppur più rigoglioso, a quello della taiga canadese. Ancora a sud di questa zona, lungo quelli che sono gli Stati Uniti meridionali e il nord-ovest del Messico, l’ambiente era diviso in tre aree simili a quelle attuali: in quelli che sono gli attuali stati del sud-est degli Stati Uniti, dalla Louisiana alla Georgia, prevalevano le foreste decidue tipiche dei climi temperati, più a ovest in quello che è oggi il Texas e l’Oklahoma, si estendevano grandi praterie e savane di erba alta, e infine l’attuale sud-ovest, oggi come allora era l’area più povera, data la scarsità di precipitazioni causata dalle catene montuose che le circondano, ma complessivamente più ricche di acqua a causa degli estesi ghiacciai che ricoprivano le alte quote delle Rocky Mountains, della Sierra Nevada e della Sierra Madre, e quindi con una più ricca vegetazione di arbusti e di boschetti di pini; in quest’area quella che oggi è la regione semidesertica del Great Basin era punteggiata da un gran numero di laghi, residuo dei grandi bacini lacustri dell’era glaciale. Questo era l’ambiente naturale che accoglieva le orde di cacciatori nomadi che si spingevano a sud.

Clovis: la prima tecnologia americana

È in questi ambienti, a partire da 13.500 anni fa, che possiamo ricostruire la storia dei popoli nativi del Nord America; questi antenati degli indiani, abitualmente definiti “paleo-indiani”, non costituivano ovviamente una popolazione omogenea, avevano compiuto la migrazione in gruppi separati, parlavano lingue diverse, ma presumibilmente dovevano condurre uno stile di vita relativamente simile, tenendo conto che vivevano delle medesime risorse, la caccia ai mammiferi, grandi e piccoli, di cui il territorio abbondava, e con le stesse modalità, un nomadismo casuale i cui spostamenti erano determinati dallo spostamento delle mandrie, o più semplicemente dalla necessità di inseguire una preda ferita, fino a quando spossata, non poteva essere finita dai cacciatori.


I Clovis

Proprio l’attività venatoria è quella che ci da una prima chiara testimonianza non solo della presenza di questi paleo-indiani, ma soprattutto delle loro abilità tecniche e delle loro capacità di produrre relazioni tra diversi gruppi umani; tale testimonianza è data dalle punte Clovis, dal nome della località del New Mexico dove furono per la prima volta trovate, punte di lancia dalla fattura originale che richiedevano una notevole capacità tecnica. Le punte Clovis sono abilmente scheggiate lungo le lame e su entrambe le facce, hanno la base concava e presentano una scanalatura lungo l’asse centrale, che favoriva l’inserimento su un supporto di legno. Non sappiamo dove per la prima volta vennero fabbricate queste punte, ma è certo che in un lasso di tempo relativamente breve, tra i 13.500 e i 12.000 anni fa, questa tecnica si diffuse in quasi tutto l’attuale territorio degli Stati Uniti, con una maggiore presenza nelle zone ad est delle Rocky Mountains, e nelle pianure dell’Alberta in Canada, a indicarci sia una presenza umana numericamente significativa, sia una rete di relazioni vasta e certamente facilitata dal nomadismo. Le punte Clovis non sono state trovate nel Canada settentrionale e in Alaska, lungo quella che avrebbe dovuto essere la via attraverso cui i paleo-indiani migrarono, ed è quindi possibile che tali oggetti siano stati il primo manufatto integralmente prodotto con tecnologie e conoscenze americane.
Ogni scoperta tecnologica presuppone l’utilizzo di una quota di tempo ed energie, oltre ad un minimo di specializzazione, che sono abitualmente il frutto di un miglioramento delle condizioni di vita; una condizione quindi, in cui la ricerca del cibo non sia un assillo tale da impedire all’individuo di dedicarsi ad attività che prevedono la sperimentazione, gli eventuali fallimenti, ma che alla fine producono un miglioramento complessivo delle condizioni di vita. In tal senso le punte Clovis rappresentano il primo successo dell’uomo nell’adattamento al Nuovo Continente.
Oltre alla sua capacità di lavorare la pietra per produrre lame e punteruoli, il cacciatore paleo-indiano poteva certamente contare sull’aiuto del cane, che addomesticato in Eurasia, accompagnò l’uomo nel corso della sua migrazione, unico animale addomesticato del Nuovo Continente.
Prima dei Clovis
A parte queste semplici elementi, poco sappiamo di questi paleo-indiani di cultura Clovis: erano certamente cacciatori efficienti di grande selvaggina, in particolare mammut e mastodonti, ma certamente essi rivolgevano la loro attività venatoria ad ogni altra possibile preda, dai grandi bisonti fino ai mammiferi di piccolsa taglia; più difficile è trovare testimonianza certa di attività di raccolta di vegetali selvatici. Sicuramente i vegetali selvatici erano una risorsa utilizzata quando se ne presentava l’occasione, ma non sono state trovate tracce di macine di pietra o altri oggetti tipici delle culture di raccoglitori; d’altra parte il nomadismo basato sulla raccolta, ha carattere ciclico, prevede la conoscenza profonda di un territorio definito, in modo di permettere la presenza in un luogo, nel preciso momento in cui in quel luogo il ciclo dei vegetali mette a disposizione frutti, semi o radici, e tale nomadismo non necessariamente coincide con quello legato allo spostamento e alle migrazioni dei mammiferi. Anche della possibilità di conservare la carne delle prede seccandola non c’è alcuna traccia, mentre questa tecnica sembra essere nota ai paleoindiani di epoca successiva; ciò ovviamente implicava che anche l’abbattimento di una grande preda, non poteva garantire il sostentamento che per un tempo limitato, obbligando i cacciatori e le loro famiglie alla ricerca di altra selvaggina.
I cacciatori Clovis usavano certamente le pelli degli animali predati per ripararsi dai rigori del clima, ma nulla sappiamo delle tecniche eventualmente in uso per l’utilizzo di tali pelli. Eguale assenza di indizi riguarda l’uso di capanne e ripari, e quasi certamente il ricovero migliore era rappresentato da caverne durante i mesi più rigidi e da semplici ripari di frasche e pelli durante i periodi più caldi.
L’organizzazione sociale doveva probabilmente essere simile a quella ancora presente fra alcuni popoli nativi in tempi storici, bande di non più di poche decine di individui, una famiglia estesa incentrata su due o più fratelli, i loro figli, le loro donne e gli anziani in grado di seguire il gruppo negli spostamenti. All’interno di simili gruppi, in cui quasi certamente si praticava una limitata poligamia, doveva essere difficile se non impossibile per un giovane uomo trovare una donna con cui accoppiarsi, e probabilmente la necessità di scambi matrimoniali era la principale occasione di relazione tra le diverse bande famigliari che vagavano su uno stesso territorio, anche se il ratto delle femmine poteva rappresentare una opportunità. La collaborazione nella caccia in presenza di un gran numero di prede, probabilmente si accompagnava ad una violenta concorrenza nei periodi di penuria, e ovviamente la comunanza o l’affinità linguistica, favoriva la possibilità di relazioni amichevoli, piuttosto che lo scontro violento.
Possiamo ipotizzare che questi gruppi umani avessero un loro embrionale complesso di credenze diverso da un gruppo all’altro, primi elementi di shamanesimo, ma ovviamente di ciò non resta traccia; il culto legato ai defunti, che è quello che attraverso tombe e sepolture lascia più evidenti testimonianze, manca di riscontri. La scarsità di ritrovamenti di ossa umane, potrebbe far pensare che i morti fossero semplicemente abbandonati e divenissero cibo per i predatori, anche se va notato che ancora in epoca storica, molti gruppi nativi lasciavano esposti i loro morti su alberi o in fenditure della roccia, usanza che determina la dispersione e la perdita dei resti ossei.
La cultura Clovis (conosciuta anche come Llano) durò per poco più di un migliaio di anni da 13.500 a 12.000 anni fa e la sua fine coincise con un nuovo, veloce e relativamente breve cambiamento climatico. Poco meno di 12.000 anni fa , dopo un lungo periodo di aumento climatico e di ritiro dei ghiacci, le condizioni peggiorarono notevolmente in tempi molto brevi, forse nel gioro di pochi anni, in tutto l’emisfero settentrionale. Definito “Younger Dryas”, dal nome di una pianta la cui presenza è stata considerata un’indicatore delle mutate condizioni, questo periodo vide un generale abbassamento delle temperature, dovuto a un ridotto influsso della Corrente del Golfo nel Nord Atlantico; secondo alcuni studiosi tali cambiamenti ebbero la loro origine proprio in Nord America, nella regione attualmente corrispondente al Minnesota e alle zone mitrofe, lungo il margine meridionale della calotta glaciale Laurenziana.


Younger Dryas

In quet’area lo scioglimento dei ghiacci aveva formato un immenso lago (lago Agassiz), limitato a est dalla stessa calotta glaciale, il cui scioglimento rompendo l’argine di ghiaccio, portò al riversarsi di un immensa quantità di acqua dolce e fredda, prima nella zona degli attuali Grandi Laghi, quindi attraverso la valle del San Lorenzo, nell’Atlantico settentrionale, determinando quindi il modificarsi della temperatura della Corrente del Golfo, il conseguente ridursi del suo influsso mitigante nelle aree atlantiche del Nord America e dell’Europa, e quindi il modificarsi delle relazioni tra le grandi correnti oceaniche.
Lo stress determinato dai cambiamenti climatici, a cui certamente si aggiunse la accentuata pressione venatoria dell’ultimo millennio, furono certamente causa dell’inizio del processo di estinzione della megafauna a partire da alcune specie più importanti, quali mammut e mastodonti, cammelli, cavalli, leoni americani, tigri dai denti a sciabola ecc…; altre specie scomparirono o lentamente declinarono evolvendo nelle più piccole specie attuali, in conseguenza della competizione con specie simili, ma più adattabili, giunte come l’uomo dall’Eurasia in tempi recenti: fu questo il caso del gigantesco orso dalla faccia corta, che subì la concorrenza dell’orso bruno europeo, e del canis dirus, a cui toccò competere con il lupo. Cambiamenti climatici, pressione venatoria umana, competizione fra specie diverse, molti furono i fattori che modificarono drasticamente l’ambiente del Nord America, determinando la crisi delle prime culture paleoindiane riconducibili al modello Clovis. La fase Younger Dryas si esaurì circa 10.500 anni fa, quando il clima ritornò a scaldarsi e il processo di deglaciazione riprese definitivamente.

Folsom: adattamenti e differenziazioni

La fine della cultura Clovis, durante il periodo Younger Dryas, non aveva comunque determinato un significativo calo demografico della specie umana in Nord America, quanto un suo diverso modello di adattamento, probabilmente più aderente ai diversi contesti ambientali. Anche in questa fase a guidarci nel tentare di comprendere la vita dei Paleoindiani sono in primo luogo le punte di lancia, di cui ci sono abbondanti testimonianze negli Stati Uniti e nelle pianure centrali del Canada.
Ancora una volta il primo ritrovamento di questo nuovo tipo di punte di lancia fu fatto nel New Mexico orientale, nella località di Folsom, da cui in generale prese nome questa nuova fase della cultura paleo-indiana, ma dopo ulteriori ricerche è ormai chiaro il modello Folsom fu solo una delle diverse espressioni in cui evolvette e si articolò la cultura Clovis. Le punte di lancia Folsom e quelle coeve di altre località, mantengono le caratteristiche base delle Clovis, in particolare la scanalatura centrale, ma cominciano a differenziarsi da una località all’altra, evolvendo nella tecnica, in alcuni casi fin quasi ad assumere le caratteristiche di un prodotto artistico.
Il progressivo differenziarsi delle tecniche fu certamente la conseguenza di un modificarsi delle forme di nomadismo, a loro volta conseguenti al modificarsi della quantità e della distribuzione delle risorse alimentari dovuto ai cambiamenti avvenuti.
Le punte Folsom sono state ritrovate in tutta la regione delle praterie centrali, oltre che nella parte meridionale del territorio a ovest delle Rocky Mountains, dove sono però meno diffuse, mentre nelle zone boscose orientali, sono state ritrovate varianti del modello Clovis diverse dalle Folsom, e ognuna tipica di una più ristretta area: Cumberland, nella regione del fiume Tennessee, Dalton a sud del basso corso dell’Arkansas, Gaineys a nord del fiume Ohio, Simpson-Suwanee in Georgia e Florida ecc… Ma le differenze nella produzione delle punte non sono le uniche riscontrate dagli archeologi; ben più significativa è la caratteristica dei siti in cui tali punte sono ritrovate, che mostrano come inizino a prodursi modelli di sussistenza diversi. In molti siti delle pianure le punte sono ritrovate insieme a importanti resti di ossa di bisonti, ad indicare che tali luoghi erano stati utilizzati per la macellazione di animali, mentre nelle zone forestali dell’est, le punte sono state trovate insieme ad altri reperti litici non direttamente legati alla caccia, che segnalano la presenza di piccoli accampamenti provvisori. E’ possibile che la fine della megafauna e il ridursi della selvaggina abbia avuto impatti diversi nei diversi ambienti: così nelle foreste orientali, la riduzione delle grandi prede, potrebbe esser stato compensato dalla maggior varietà di risorse, vegetali, ittiche e prede di piccola taglia, e che ciò abbia determinato un modello di nomadismo più ciclico, con il periodico ritorno in alcuni luoghi di accampamento, un maggior legame con un territorio definito ed una conseguente caratterizzazione delle tecniche in uso in uno specifico ambito locale. Al contrario l’ambiente delle pianure, offrendo una minor varietà di risorse, obbligò le bande nomadi ad una maggiore specializzazione nella caccia ai grandi mammiferi, in particolare il bisonte, che proprio in questo periodo diviene la preda principale.


Cacciatori Folsom

E’ probabilmente in questo periodo che la caccia al bisonte assume caratteristiche che permarranno fino in epoca storica: quasi certamente i cacciatori Folsom sono i primi che praticano la tecnica di spingere una mandria di bisonti in uno stretto canion o in un precipizio, ma tale tecnica prevede la collaborazione di gruppi di cacciatori più numerosi, oltre all’utilizzo ripetuto di luoghi con le caratteristiche adatte. Le bande di cacciatori si ampliano, le loro tecniche acquistano un carattere più distruttivo, al punto che nell’arco di pochi millenni le due specie di bisonti preistorici, entrambe più grandi di quello attuale, giungono all’estinzione.
Mentre nelle regioni orientali il modello culturale Clovis si esauriva, evolvendosi contestualmente in una serie di modelli locali, più a ovest oltre le Rocky Mountains, nel bacino del fiume Columbia e nelle regioni a nord, la situazione si definiva in modo diverso. In questa regione le di punte Clovis sono state trovate nella sola località di Wenatchee, nello stato di Washington, e ciò fa ritenere che in quest’area la presenza di cacciatori di questa cultura sia stata episodica e limitata. Comunque ancor prima che tale modello scomparisse nelle regioni orientali, in quest’area esso era soppiantato da un modello culturale diverso e non collegato a quello precedente. Quest’area, immediatamente a ridosso della calotta glaciale della Cordigliera, interessata dagli sconvolgimenti connessi alla glaciazione, con il formarsi e il disastroso svuotarsi di grandi laghi glaciali, attraversata da nord a sud da un gran numero di rilievi, non sembra aver offerto le stesse grandi risorse venatorie delle regioni centrali e orientali, risultando quindi meno adatte ad un modello di sopravvivenza come quello dei cacciatori Clovis, basata quasi esclusivamente sulla caccia di grandi prede. D’altra parte questa regione fu la porta d’accesso al continente sia per quei gruppi che in tempi remoti giunsero attraverso la via costiera, sia per quelle bande che alla fine del Pleistocene approfittarono dello scioglimente dei ghiacci a ovest delle Rocky Mountains, viaggiando lungo le valli montane. Fu forse già dai tempi delle più antiche migrazioni lungo la costa, che in quest’area l’uomo imparò a sopravvivere grazie al pesce e ai molluschi, ma è certo che a partire da 11.000 anni fa, qui si sviluppò una cultura, detta Windust, in cui iniziano a manifestarsi alcune caratteristiche di uno stile di vita ancora in uso in tempi storici. La pratica del nomadismo è limitata, per l’uso di stabilirsi durante tutto il periodo invernale in caverne nei pressi del corso dei fiumi, la minor presenza di grandi mammiferi orienta la caccia verso prede di piccola taglia e apre all’utilizzo di radici e frutti selvatici, mentre aumenta l’uso di risorse marine e fluviali, molluschi principalmente, ma anche pesce, e inizia a manifestarsi una tendenza allo scambio, manifestata dal ritrovamento di conchiglie anche in zone dell’interno. Anche la produzione di punte di lancia si differenzia dal modello scanalato Clovis e Folsom, verso un modello più semplice a forma di foglia; punte di questo tipo sono ampiamente diffuse in tutta la zona occidentale, dalle sorgenti dello Yukon a nord, nelle vallate dei fiumi Fraser e Columbia, fino al nord del Grande Bacino e della California, anche se il centro d’espansione di questa tecnica e del modello culturale ad esso connesso, doveva certamente trovarsi nella valle del Columbia. Il modello di sussistenza che si attua alla fine del Pleistocene in quest’area, presenta caratteristiche che si ritrovano quasi immutate ancora in tempi storici, anche se dall’inizio dell’era Arcaica, importanti mutamenti ambientali, produrranno significative differenziazioni interne.

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