Butcher’s Crossing

A cura di Gian Mario Mollar

Siamo intorno al 1870. Will Andrews viene dalla città, è un ragazzo di Boston. Suo padre è un pastore unitariano e lui non sa niente di bisonti o di west ma, avendo ereditato una discreta somma da uno zio, decide di andare in Kansas, verso quattro baracche malconce di nome Butcher’s Crossing.
Le ragioni che lo muovono non sono ben chiare neanche a lui stesso, ma di sicuro non sono i soldi o un lavoro sicuro a interessarlo. Infatti, quando l’indaffarato mercante di pellicce McDonald gli offre un lavoro dietro a una scrivania, fa presto a rifiutarlo. Uno dei passi più belli del libro descrive proprio questa sua sete indefinita eppure potente: “Era un sentimento, un’urgenza che doveva esprimere. Ma sapeva che qualsiasi cosa avesse detto, non sarebbe stato che un altro nome, inadatto a descrivere quella natura selvaggia che andava cercando. Era una forma di libertà e bellezza, di speranza e vigore che gli sembrava alla base di tutte le cose più intime della sua vita, che pure non erano né libere, né belle, né piene di speranza e vigore.
Ciò che cercava era l’origine e la salvezza del suo mondo, un mondo che sembrava sempre ritrarsi spaventato dalle sue stesse origini, piuttosto che ricercarle come la prateria lì intorno, che affondava le sue radici fibrose nella nera e fertile umidità della terra, nella natura selvaggia, rinnovandosi proprio in questo modo, anno dopo anno.”
L’inesperto ragazzo non è adatto a quel mondo: il solo tragitto in diligenza per raggiungere quei luoghi remoti lo ha prostrato e passa gran parte del tempo rinchiuso in una stanza d’albergo, fantasticando a occhi aperti e sperimentando la propria inadeguatezza, senza tuttavia rassegnarvisi.
Per trovare una risposta alle sue domande, Will deciderà di finanziare una spedizione di caccia al bisonte. A capitanarla sarà il rude Miller, un cacciatore che sogna da tempo di ritrovare una valle nascosta, perduta tra i monti del Colorado, ancora brulicante di quei ruminanti, che una caccia dissennata ha ormai decimato in tutto il paese. Completano il piccolo drappello il monco Charley Hogue, egualmente interessato a whisky e Bibbia, che guiderà il carro delle provviste trainato da buoi, e un abile ma non troppo equilibrato scuoiatore di nome Schneider.
Il viaggio che affronteranno, pur svolgendosi tra paesaggi mozzafiato e magistralmente descritti, non ha proprio nulla di idilliaco. I quattro uomini, nel complesso, sono ben lontani dagli eroi hollywoodiani: sono brutti, sporchi e violenti, privi di qualsiasi forma di empatia. Non c’è allegria nei loro rari dialoghi e quello che li tiene uniti non è certo l’amicizia, ma piuttosto la brutale determinazione di Miller, risoluto a compiere la sua caccia migliore.
Nel suo percorso, Will dovrà fare i conti con i mille disagi di un mondo incompatibile con il suo: a partire dal costante contatto con la sella, che gli causa piaghe e dolori, fino alla sete e alla furia degli elementi e alla fatica dello scuoiamento e della macellazione dei bisonti. Queste avversità, però, invece di spezzarlo, faranno di lui una persona diversa: una sorta di percorso iniziatico che lo porterà ad affrontare le sue paure e a maturare, passando attraverso il disincanto e la rassegnazione.
Le pagine più possenti del libro sono quelle che descrivono il massacro dei bisonti: una carneficina fine a se stessa e meccanica. Il cacciatore Miller spara con il suo Sharps fino ad arroventarne la canna, dominato da una cupa ossessione di sterminio che farebbe venire in mente quella del Capitano Ahab di Moby Dick, se non fosse totalmente priva di tensione metafisica. L’autore indugia spietatamente nella descrizione di questo protratto sterminio: i bisonti non sono prede ma semplicemente pezzi di una catena di montaggio, che ricopre la pianura di carcasse putrefatte. Nel leggere, si prova un senso di desolazione e disgusto: sembra di essere lì, ad annusare la polvere da sparo e l’odore del sangue, assistendo impotenti alla sofferenza di quegli animali inermi davanti alla fredda brutalità dell’uomo. La natura, però, in Butcher’s Crossing non è soltanto vittima impotente, ma anche spietato e imprevedibile boia, che si vendica infrangendo le speranze degli uomini con la vastità degli spazi e la violenza degli elementi.
Addentrarsi ulteriormente nel racconto della trama significherebbe guastare il piacere della lettura a chi volesse cimentarvisi.
In ogni caso, Butcher’s Crossing non è un libro facile: la macchina narrativa fatica a prendere slancio per quasi cento pagine, proprio come i buoi che tirano il carro dei cacciatori nel fango. Tuttavia, se si ha la pazienza di attendere, si prenderà parte a un’avventura incredibilmente realistica, descritta dettagliatamente ma senza pedanteria dalla penna di John Williams. Con le sue frasi cesellate, lo scrittore rinuncia a qualsiasi forma di epica ed eroismo per raggiungere un fine superiore: inseguire il mistero della vita umana, una verità amara che viene enunciata dalla bocca del capitalista McDonald: “nasci e ti allattano con le bugie, poi ti svezzano dalle bugie finché non ne impari altre a scuola, più raffinate. Vivi di bugie per tutta la vita, e poi forse, quando sei pronto per morire, ti viene in mente che non c’è nient’altro, nient’altro che te stesso e quello che avresti potuto fare. Solo che non l’hai fatto, perché tutte quelle bugie ti hanno fatto credere che c’era qualcos’altro. Allora pensi che avresti potuto conquistare il mondo, perché sei l’unico che conosce il segreto. Solo che ormai è troppo tardi. Perché ormai sei troppo vecchio.”
Malgrado la durezza di queste parole, il libro non ha il sapore della disperazione perché, attraverso il percorso formativo di Will, tratteggia l’ineffabile mistero del divenire e del trasformarsi.
Scritto nel 1960, Butcher’s Crossing è il secondo romanzo di John Williams, un autore che morì praticamente sconosciuto nel 1994. Stoner, il suo capolavoro, verrà scoperto dalla critica soltanto vent’anni dopo la sua morte, nel 2013, e diventerà un caso letterario. In effetti, più che un bel libro, Stoner è quasi un miracolo: attraverso la scrittura, Williams riesce a tramutare in oro il piombo di una storia di per sé banale e insignificante di un professore universitario, che vi farebbe certamente sbadigliare se ve la raccontasse qualcun altro.
Butcher’s Crossing non ha ancora l’equilibrio di Stoner, ma lascia già presagire un talento letterario immenso nel prendere delle esistenze comuni e trasformarle in esperienze uniche, irripetibili e inspiegabilmente affascinanti.
Buona lettura!

Scheda del Libro

Titolo: Butcher’s Crossing
Autore: John Williams
Traduttore: S. Tummolini
Editore: Fazi
Rilegatura: Brossura leggera
Numero Pagine: 359
Prezzo: 14,88 €

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