I Ghost Riders e la “caccia selvaggia”

A cura di Gian Mario Mollar


“Un vecchio cowboy uscì a cavallo in una giornata fosca e ventosa/si riposò su una cresta mentre andava per la sua strada.” Inizia così una delle più belle e famose canzoni country di tutti i tempi, “(Ghost) Riders in the Sky: A Cowboy Legend.”
Scritta nel 1948 da Stan Jones, sulle note di un motivo tradizionale irlandese dell’Ottocento, la canzone ha avuto tantissime cover e interpretazioni: da Burl Ives, il primo a renderla famosa, fino ai R.E.M., dai Blues Brothers ai Doors, che la trasformarono nella lisergica e inquietante Riders on the Storm, da Elvis Presley alla versione western-metal dei Dezperadoz.
Ne esiste anche una cover in italiano, incisa da Gino Latilla nel 1952. La versione più iconica di sempre rimane comunque quella di Johnny Cash del 1979: la storia che essa narra, infatti, sembra essere stata scritta apposta per essere cantata dalla voce calda e pastosa dell’Uomo in Nero.
Il testo prosegue raccontando il turbamento del vecchio cowboy nel vedere apparire, attraverso uno squarcio del cielo nuvoloso “una mandria di vacche dagli occhi rossi […], con le marchiature ancora infuocate e gli zoccoli d’acciaio, corna nere e luccicanti e il fiato bollente”. La mandria infernale viene inseguita da cavalieri ancor più spaventosi, con “i volti scarni, gli occhi velati e le camicie imbevute di sudore”, su “cavalli che sbuffano fuoco”. Sono i ghost riders, condannati all’inseguimento senza fine di una mandria infernale, che non riusciranno mai a catturare.
Quando i cavalieri fantasma stanno ormai sovrastando il cowboy terrorizzato, egli sente chiamare il proprio nome da uno di essi, che lo ammonisce così: “Se vuoi salvare la tua anima dalla condanna a cavalcare per sempre/ allora, cowboy, farai meglio a cambiare il tuo comportamento fin da oggi, oppure cavalcherai con noi/ tentando di catturare la mandria del diavolo attraverso questi cieli senza fine”.
Secondo una dichiarazione del suo stesso autore, la canzone trae ispirazione da un’antica leggenda texana, che ci riporta ai tempi delle cattle drive, i trasferimenti di bestiame dai pascoli ai mercati per la vendita. Questa transumanza avveniva lungo piste codificate: le più famose di esse, quali la Chisolm Trail e la Great Western Trail, salivano dal Texas verso nord, per raggiungere la ferrovia in Kansas, dove i longhorn venivano poi venduti nei grandi centri dedicati al commercio, come Abilene, per essere imbarcati su vagoni e macellati nelle grandi città dell’Est.


Lo spostamento del bestiame lungo la pista

È su queste lunghe e faticose piste che è nata la figura dei cowboy, che dovevano essere abbastanza abili da mantenere unita la mandria senza perdere troppi capi ed evitandone il deperimento dovuto al lungo trasferimento. Ogni mandriano era responsabile di circa 250 capi e mantenere la mandria compatta per una media di circa 40 km al giorno richiedeva di trascorrere gran parte della giornata in sella, cambiando cavalcatura anche due o tre volte.
I cavalli di scorta costituivano la cosiddetta remuda, e c’era un cowboy, definito wrangler, che ne era responsabile. Davanti alla remuda viaggiava il chuck wagon, il carro della cucina e delle provviste, in genere condotto dal cuoco, artefice di una dieta ben poco varia, in cui i fagioli giocavano un ruolo fondamentale.
La carovana era guidata dal trail boss, che cavalcava in testa per decidere la direzione ed eventuali cambi di programma; sui lati della mandria correvano i flank riders, pronti a prendere al lazo i capi che si allontanavano dal gruppo. Seguivano i drag riders, in coda: la loro era la parte più ingrata, in quanto alle fatiche del viaggio si sommava il disagio di respirare la polvere sollevata dagli zoccoli degli animali. Anche di notte, quando stazionava, la mandria veniva sorvegliata a turno dai nighthawker, che la difendevano dalle incursioni dei ladri di bestiame e degli indiani.


La mappa con indicate le piste del bestiame

L’epoca delle cattle drive entrò in crisi negli anni Ottanta dell’Ottocento, quando il Governo degli Stati Uniti varò gli Homstead Acts, una serie di editti che, a partire del 1862, offriva ai coloni la possibilità di reclamare un pezzo di terra “selvaggia”, al di fuori dei confini delle colonie americane. Chiunque –anche gli schiavi liberati -poteva presentare la domanda, a patto di impegnarsi a coltivare la concessione per almeno cinque anni: passato quell’arco di tempo, la terra diventava di proprietà di chi ne aveva fatto richiesta.
I lotti dei coloni venivano spesso recintati con filo spinato, per impedire che il bestiame calpestasse le colture, rovinandole: fu così che i vasti territori selvaggi americani, l’open range, vennero frammentati e “civilizzati”. I proprietari di ranch, ovviamente, non vedevano di buon occhio questi insediamenti, in quanto le zone recintate rendevano difficile la transumanza del bestiame, comportando perdite di tempo e faticose manovre di aggiramento.
Ben presto sorse un vero e proprio conflitto tra rancher e homesteader (o nester), come venivano chiamati i coloni stanziali. I primi vedevano il loro commercio messo in pericolo dagli insediamenti, che diventavano via via sempre più fitti, e finirono con l’accusare i coloni di furti di bestiame, mentre i secondi consideravano le mandrie un pericolo per i raccolti.


La corsa nel cielo

In genere, le controversie si risolvevano con qualche filo spinato reciso e qualche attraversamento notturno, ma talvolta gli eventi potevano prendere una piega molto più drammatica. Fu quanto accadde, ad esempio, nel 1899 in Wyoming, dove due coloni, James Averell e sua moglie Ella Watson, una ex prostituta di saloon, furono accusati di abigeato e sommariamente impiccati dagli uomini di un latifondista locale, che voleva avere il passaggio attraverso la loro terra.
La leggenda dei ghost rider deriva proprio da questo contesto e parla di un certo Sawyer, capo spedizione di una cattle drive di circa 1500 capi che seguiva la pista lungo il fiume Neches, in Texas. Un giorno, sul far della sera, la mandria giunse nei pressi della proprietà di un povero contadino, che aveva sì e no una quarantina di vacche. La giornata era stata lunga e i cavalieri erano esausti, così il trail boss decise di accamparsi in quel posto, ma ben presto venne aggredito dal proprietario, che sosteneva che alcune delle sue vacche si fossero mischiate con quelle della mandria e, avendo paura di perderle, chiedeva che venissero separate immediatamente. Dividere il bestiame non è un’impresa semplice, soprattutto quando si parla di grandi numeri, e così Sawyer gli disse che avrebbe provveduto l’indomani, quando la mandria si fosse rimessa in movimento. Ma il colono continuò a insistere, fino a quando Sawyer mise mano alla pistola e gli intimò di andarsene.


I ghost riders

Quella notte scoppiò un violento temporale: il contadino ne approfittò per superare le guardie e spaventare i longhorn, agitando il proprio poncho e sparando in aria. Le bestie, già innervosite dai tuoni e dai lampi, iniziarono a correre, dando origine a una stampede, una corsa inarrestabile dettata dal panico. Alcuni degli uomini di Sawyer cercarono di fermare le vacche – l’unica soluzione, in casi del genere, è quella di abbattere i capi che corrono in testa, o di spaventarli in modo da fare avvolgere la stampede su se stessa – ma finirono travolti dal mare di corna e zoccoli. Gli animali proseguirono la folle corsa buttandosi giù da un dirupo: nell’impatto morirono oltre settecento capi. A questo punto, Sawyer decise di vendicarsi sul colono, che venne legato su un mulo bendato e spinto giù dalla mesa.
In altre versioni della medesima leggenda, invece, è Sawyer a reagire male davanti alle insistenze del contadino e a decidere di incitare la mandria a distruggere la recinzione e a travolgere la baracca del colono, dove si erano rifugiati anche la moglie e i figli.
In ogni caso, in seguito a questa triste vicenda, il luogo acquisì una fama sinistra: sebbene fosse ricoperto di erba folta, le mandrie di bestiame tendevano a imbizzarrirsi quando vi passavano, scatenandosi in corse improvvise e inspiegabili. Queste occorrenze inquietanti valsero al luogo il nome di Stampede Mesa e i mandriani iniziarono a evitarlo. A qualcuno sembrò di cogliere, nel cielo nuvoloso, la parvenza di quella mandria lanciata a velocità folle verso la morte e così ebbe origine la leggenda dei cavalieri fantasma e del loro torma di bovini infernali.


La canoa che naviga nel cielo

In Canada si parla di uno spettacolo altrettanto strano, che si svolge solitamente nella gelida notte di Natale: una canoa stregata che vola nel cielo, in alcuni casi inseguita da un corteo di cavalli lanciati in un galoppo sfrenato e da lupi ululanti. È la Chasse-Galerie e anche per questa leggenda esistono varie versioni. Si dice che, in una vigilia di Natale all’inizio del 1800, un gruppo di boscaioli del Québec rimase isolato in un accampamento nel cuore della foresta, lontano dalle mogli e dalle famiglie, a causa del fiume ghiacciato. I boscaioli, desiderosi di ricongiungersi ai loro cari, strinsero un patto con il diavolo, che mise a loro una disposizione una canoa volante, a condizione che fossero di ritorno entro l’alba del giorno dopo, evitando, nel corso del volo, di nominare il Creatore e di toccare le croci sulla punta dei campanili. I taglialegna accettarono e riuscirono così a festeggiare il Natale con le proprie famiglie, ma al momento del ritorno qualcosa andò storto: a seconda delle versioni, uno di essi imprecò, oppure la canoa sfiorò la sommità di un campanile oppure ancora i boscaioli giunsero in ritardo all’appuntamento. A quel punto, il diavolo si impossessò delle loro anime, obbligandoli a vagare per sempre nel cielo a bordo della canoa stregata.


Un’altra versione della “canoa stregata”

Esistono anche varianti edulcorate del testo, in cui il diavolo si dimostra particolarmente misericordioso e risparmia la vita dei boscaioli, oppure viene beffato.
Per cercare di comprendere più a fondo sia la leggenda dei cavalieri fantasma che quella della canoa stregata è necessario compiere un passo ulteriore, in quanto entrambe affondano le loro radici in un mito ancor più remoto, che fa parte del folklore europeo e in particolare di quello nordico: la Caccia Selvaggia.
Pare che nelle notti che seguono il solstizio d’inverno del 21 dicembre, la cortina che separa il mondo dei vivi da quello dei morti si faccia più impalpabile e che sia così possibile imbattersi in un’orda terribile e rumorosa, che attraversa il cielo con grande fragore: in essa ci sono cani latranti, cavalli lanciati al galoppo, cacciatori macilenti dagli occhi spiritati, intenti a inseguire cervi e selvaggina in una fuga eterna e disperata al tempo stesso. Vedere questo terrificante spettacolo è presagio di catastrofi e sventure.
La leggenda della Caccia Selvaggia è diffusa in tutta Europa e ne esistono differenti tipologie, a seconda che la ridda di esseri urlanti sia composta soltanto di animali, di esseri umani oppure che si tratti di un corteo guidato da una figura significativa.


Odino impegnato nella caccia selvaggia sul suo cavallo Sleipnir

L’archetipo deriva dal mito nordico di Odino (Wotan) che nelle notti dei dodici giorni successivi al solstizio monta il suo maestoso cavallo nero Sleipnir dalle otto zampe, per guidare la corsa dei morti in battaglia, detta, in tedesco, Wütendes Heer, l’Esercito Furioso, solcando i cieli in un tumulto forsennato.
Anche nell’Antica Grecia, Ecate, divinità ctonia e psicopompa, legata all’oltretomba e alla fertilità, turbava la quiete notturna con gli sfrenati cortei delle sue ancelle, le Empuse, così come Dioniso, anch’esso divinità ambigua e legata all’ebbrezza e alla furia, veniva seguito dalle Menadi, sacerdotesse invasate che incedevano scuotendo i tirsi (bastoni cinti di edera e di vite).
La ricorrenza di elementi del genere fa supporre radici ancora più antiche, risalenti all’atavica migrazione dei popoli indoeuropei. Non è un caso, infatti, che anche Shiva, la divinità distruttrice del pantheon induista, partecipi a un corteo simile, che viene così descritto nello ?r?mad Bh?gavatam del X secolo: “Questo momento è più infausto perché sono visibili i fantasmi dall’aspetto orribile, e compagni costanti del signore. Il signore Shiva, il signore dei fantasmi, seduto sul suo toro, viaggia in questo momento accompagnato da fantasmi che lo seguono per il loro benessere”.
A seconda di dove ha luogo, il corteo spettrale ha un condottiero diverso: in Inghilterra la Wild Hunt è guidata da Re Artù oppure da Herne il Cacciatore, mentre nell’ Italia del nord il re che la guida è Beatrik, una figura associata al personaggio storico di Teodorico il Grande. Per quanto possa sembrare improbabile, la nonna di un mio amico, ormai ultranovantenne, racconta ancora di quando incontrò, nei boschi della Bassa Val di Susa, una processione guidata da un re barbuto.


Un altro esempio di caccia selvaggia

In Francia, la Caccia Selvaggia prende il nome di Masnada di Hellequin: a guidarla è un misterioso gigante infernale, antenato dell’Arlecchino multicolore che rallegra i nostri carnevali. In origine, tuttavia, Hellequin era una figura tutt’altro che buffa: l’etimo del suo nome, Erla Cynig, lo designa “re dell’inferno” e in tedesco Erl Koenig significa re degli elfi. L’assonanza lo riconduce anche a Erlik Khan, il signore dell’oltretomba delle culture sciamaniche della Siberia e dell’Europa nord-orientale. Erlik Khan, poi, è una divinità dalle corna di cervo, e questo ci riporta alla cultura celtica e al dio Cernunnos, anch’esso dotato di palchi, in un affascinante gioco di specchi che traccia affinità e parallelismi tra culture solo apparentemente lontane.
Il passaggio da divinità ctonia a maschera carnevalesca non è breve: nel Medioevo, nell’Inferno di Dante compare un demone di nome Alichino, coinvolto in comiche baruffe con i dannati immersi nella pece. A metà Cinquecento questo demone, già dotato di qualche sfumatura comica, incontrerà lo Zanni della Commedia dell’Arte, un servitore astuto e dominato da forti appetiti, tanto alimentari che sessuali, e darà così origine all’attuale Arlecchino.


Un ghost rider

Al di sotto del vestito multicolore, tuttavia, rimane qualche dettaglio che ricorda le origini infernali di Arlecchino: la maschera nera come la pece, sormontata da un bozzo, quello che rimane di un antico corno.
Con l’avvento del cristianesimo, le tradizioni pagane vennero bandite e, conseguentemente, anche la caccia selvaggia fu demonizzata: i partecipanti alla ridda notturna assunsero connotati sempre più oscuri, trasformandosi in anime dannate costrette a vagare sulla terra.
Tuttavia, anche in seno al cristianesimo permangono residui pagani e ancora oggi troviamo un’eco della Caccia Selvatica, addolcita e addomesticata, nel corteo di Babbo Natale e delle sue renne, che corrono nel cielo per consegnare doni ai bambini. In alcune culture alpine, poi, come quella austriaca o quella del trentino, alla figura di Santa Claus viene associata quella ben più inquietante del Krampus, un mostro cornuto che spaventa i bambini cattivi.
Un fenomeno folklorico come quello della caccia infernale è senza dubbio l’espressione e l’incarnazione della paura di trovarsi in una foresta di notte, un contesto in cui i rumori e le tenebre possono risultare fortemente suggestivi. Ma, a un livello simbolico più profondo, la corsa disperata di queste creature mostruose rappresenta anche la morte del sole, che prelude alla sua rinascita, in un ciclo cosmico che eternamente si ripete ed è eternamente nuovo, e regola tanto la natura quanto le vite degli uomini. Il manifestarsi del corteo spettrale, infatti, coincide con il periodo finale dell’anno, quello in cui le ore di tenebra sopravanzano quelle di luce: è la “crisi solstiziale”, in cui le ombre sembrano prevalere, per dissolvere l’ordine e riportare il caos.
Figure folkloriche come quelle di cui abbiamo trattato ci parlano di realtà profonde e arcaiche: la cosiddetta ruota dell’anno, con i suoi solstizi ed equinozi e l’alternarsi delle stagioni, gira rinnovandosi eternamente e reca in sé il mistero della morte e della rinascita.

Riferimenti:

  • William H. Forbis, The Cowboys, in The Old West, Time-Life Books, Virginia, 1973
  • Marco Maculotti, Il substrato arcaico delle feste di fine anno: la valenza tradizionale dei 12 giorni fra Natale e l’Epifania, axismundi.blog
  • Marco Maculotti, Divinità del Mondo Infero, dell’Aldilà e dei Misteri, axismundi.blog
  • Gianfranco Marini, Odino, la caccia selvaggia e la masnada di Hellequin, gianfrancomarini.blogspot.it
  • Eleonora Matarrese, Wild Hunt o la Caccia Selvaggia, wunderkammern.wordpress.com
  • Enrica Perucchietti, Paolo Battistel, Il dio cornuto, Uno Editori, Torino, 2016

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Commenti

Una risposta a “I Ghost Riders e la “caccia selvaggia””

  1. Gian Carlo Benedetti, il 5 gennaio 2018 10:01

    Ottima trattazione. Ho letto anche che la paura di queste Orde Infernali, nel tardo medioevo, è stata alimentata anche dal passaggio notturno nelle campagne europee di bande di mercenari, briganti e sbandati che avevano un aspetto spettrale e cencioso e si comportavano diabolicamente con i poveri contadini.
    “Vi si sente a mezzanotte pe’ querceti un suon di corno, vi si sente a mezzanotte la real caccia stormire e dietro una lepre nera un caval nero a nitrire …”. Questa poesia del Carducci, (Faida di Comune) che cito a memoria (reminiscenza delle Scuole Medie), è la condanna divina ad una caccia selvaggia inflitta al Re Longobardo Astolfo, costretto ad inseguire per sempre una lepre nera, nei boschi di Avane (provincia di Pisa), per aver sfregiato l’abate Sighinulfo per una lite di caccia.

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