Gli oscar del cinema western – 36

A cura di Domenico Rizzi
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 32, 33, 34, 35, 36.


CONTEMPORARY WESTERN

E’ difficile stabilire con precisione in quale anno il West abbia cessato di essere “selvaggio”, se dopo la cattura di Geronimo e dei pochi guerrieri ancora in armi (1886) la repressione militare di Wounded Knee (1890) o la distruzione dell’ultima banda di Apache ribelli sulla Sierra Madre messicana nel 1933.
Nel libro “I cavalieri del West”, scritto dall’autore insieme a Andrea Bosco, il termine viene spostato addirittura al 1934 – anno dell’uccisione di Bonnie Elizabeth Parker e Clyde Barrow, i famosi ”Bonnie & Clyde”, e di John Dillinger – o ancora più in là, fino alle soglie del secondo conflitto mondiale.
“La Grande Depressione si può considerare come l’ultima corsa al West della storia… Era la Quarta Frontiera della storia americana, dopo il lungo periodo coloniale, la colonizzazione del Midwest e del Sud-Est e la conquista delle terre situate al di là del Mississippi. (Andrea Bosco-Domenico Rizzi “I Cavalieri del West”, Le Mani, Recco Genova, 2011, pp. 265-66). Secondo alcuni critici, il genere sopravvive anche a quest’ultimo periodo, passando attraverso le due guerre mondiali per approdare all’era contemporanea. Le opere letterarie e cinematografiche riconducibili per uno o più aspetti alla tradizione del West si considerano perciò come contemporary western e presentano situazioni, personaggi, comportamenti e modi di essere che sono tipici della tradizione dell’Ovest americano, anello di congiunzione fra il West della storia e la sua virtuale continuazione.
Molti western classici contengono già, nel loro epilogo, la fine della Frontiera classica. Si ricordi, per esempio, “La ballata di Cable Hogue” di Sam Peckinpah, nel quale un diseredato, dopo avere costruito una stazione di sosta per le diligenze vicino ad una sorgente, scopre amaramente – rimanendone vittima – che ormai è iniziata l’era delle automobili e che il petrolio varrà più dell’acqua. I segni del progresso che incombe sono presenti anche ne “Il pistolero” di Don Siegel, in cui esistono i tram su rotaia trainati da cavalli e circola già qualche auto scoppiettante e ne “Il grande Jake” diretto da George Sherman, nel quale uno dei figli di Jacob McCandles (John Wayne) viaggia su una motocicletta.
Il passaggio dal vecchio al nuovo West, non essendo inquadrabile in una data precisa, si basa cinematograficamente su alcuni aspetti che hanno determinato il cambiamento. In molti casi, come si è detto, la favola western si protrae fino ai nostri giorni, offrendo allo spettatore l’immagine di un ambiente che non si è ancora completamente amalgamato con il resto della nazione, mantenendo certe sue peculiarità ed un fiero attaccamento alla tradizione. Questa forma di conservatorismo, quando non rasenta la xenofobia sarebbe piaciuta a scrittori quali Owen Wister, Max Brand e Frank Gruber, difensori di una società orgogliosa e tradizionalista spesso contrapposta alla mollezza di costumi e al corrotto affarismo importati dall’Est civilizzato. Secondo la loro opinione e quella dello storico Frederick Jackson Turner e del presidente Theodore Roosevelt, la vera America rimane “il grande West”. Per questo, anche la sua leggenda, quella alimentata dal cinema western, non può e non deve estinguersi.

In un’ottica un po’ nostalgica e non sempre coerente con i propri ideali, compaiono cowboy ostinatamente aggrappati ad una concezione di libertà assoluta, o spinti da nobili propositi che la gente condizionata dai ritmi convulsi del progresso non riesce più a comprendere; Indiani sfruttati dall’invadenza dei Bianchi o impegnati per il riconoscimento dei propri diritti; uomini che cercano in un Messico arretrato e travagliato dalle rivoluzioni una nuova Frontiera libera dalle convenzioni. In tale contesto, nel quale la realtà affossa ormai gli ultimi sogni, affiorano anche individui spregiudicati che, dimentichi delle conquiste dei loro padri, gettano via il passato in cambio di facili guadagni, oppure inseguono il miraggio della città lasciandosi alle spalle “la sconfinata tristezza delle pianure” di cui parla la scrittrice E. Annie Proulx nel suo capolavoro (E. Annie Proulx, “Gente del Wyoming”, Baldini e Castoldi Dalai, Milano, 2005, p. 44). Alcuni resteranno vittime dell’inarrestabile evoluzione dei tempi, altri riusciranno a gestire la fase di passaggio adattandosi alle nuove esigenze imposte dalla civiltà.
Nel Novecento, come già nel secolo precedente, l’America è una gigantesca locomotiva che avanza, inseguendo sempre nuove mète e lasciandosi alle spalle le rovine di un mondo che ha consegnato la propria anima alla leggenda.

LA DIFFICILE TRANSIZIONE

Una delle autrici che meglio hanno saputo descrivere la fase del cambiamento dalla Frontiera “attiva” a quella ormai civilizzata è stata senz’altro Edna Ferber (1885-1968) nativa del Michigan da una famiglia di origini ungheresi e vincitrice del Premio Pulitzer nel 1924 con il romanzo “So Big”. Come si è scritto in una delle prime puntate di questo saggio, già nel 1931 il regista Wesley Ruggles ricavò da un’altra sua opera – “Cimarron” – il film che gli valse 3 Oscar, riproposto circa trent’anni dopo da Anthony Mann e destinatario anch’esso di 2 nomination.
Il capolavoro delle Ferber sull’argomento rimane comunque “Il gigante”, da cui George Stevens trasse il film omonimo nel 1959, interpretato da un cast di attori di primo piano: Rock Hudson (Jordan “Bick” Benedict) Elizabeth Taylor (Leslie Lynnton Benedict) James Dean (Jett Rink) Mercedes McCambridge (Luz Benedict) Carroll Baker (Luz Benedict II) Dennis Hopper (Jordan Benedict III) Sal Mineo (Angel Obregòn II). Realizzato a colori con una durata di 201 minuti, è uno dei colossal della filmografia western, e possiede, con la sceneggiatura di Fred Guyol e Ivan Moffat, la fotografia di William C. Mellor e la colonna sonora del grande Dimitri Tiomkin, tutti gli ingredienti per ottenere un meritato successo.
Il titolo “Giant” sta a rappresentare il Texas, che con i suoi 696.000 chilometri quadrati era, all’epoca in cui si svolge la storia, il più vasto dell’Unione (venne superato come dimensioni dall’Alaska, divenuta Stato proprio l’anno in cui fu girato il film ed estesa 1.718.000 chilometri quadrati).
La trama percorre un periodo molto lungo, come “Cimarron”, partendo dal matrimonio del ricco allevatore Benedict (Hudson) con una bellissima ragazza del Maryland, Leslie (Taylor) costretta ad adattarsi ad un ambiente totalmente diverso dalla Costa Atlantica in cui è cresciuta, quello di un ranch immenso e polveroso, fra contrasti con la cognata Luz (Mc Cambridge) e incomprensioni con il marito, mentre nell’ombra il mandriano Jett Rink (Dean) si innamora della sua nuova padrona senza riuscire mai a manifestarglielo per la sua forte timidezza. Stevens mette assai bene in risalto l’incompatibilità di carattere di una donna del West – la mascolina Luz – con la cognata proveniente dall’Est, sottolineando in tal modo la profonda differenza di mentalità esistente (in parte ancora oggi) fra i discendenti dei pionieri e i “piedi teneri” delle regioni orientali. La morte accidentale di Luz, che lascia in eredità un pezzo di deserto a Jett e la scoperta del petrolio nella regione provocano una rapida trasformazione del Texas, rimasto ancorato alla tradizione di cowboy e rudi allevatori di bestiame . Mentre Leslie e suo marito si riconciliano dopo una separazione e i figli crescono, Jett Rink, divenuto un magnate in breve tempo, arriverà a corteggiare Luz II, una figlia del suo rivale in amore, per riconoscere poi, dopo una sbornia colossale in cui si rivela un uomo debole e sconfitto, che Leslie è stata l’unica vera passione della sua vita. Anche i due figli maschi di Benedict seguono strade diverse da quelle che i genitori avevano progettato per loro: Jordi (Hopper) il maggiore, diventa medico e sposa un’infermiera messicana, subendo forti critiche e discriminazioni dalla gente che non riconosce parità di diritti ai sanguemisti; l’altra figlia Judi (Fran Bennett) e il marito decidono di dare vita ad una propria fattoria, rinunciando a proseguire l’attività paterna.
Di ritorno dal ricevimento presso l’albergo di Jett Rink, che ha suscitato soltanto ostilità e incomprensioni, Bick Benedict difende l’onore della cognata messicana prendendo a pugni il gestore di un ristorante che aveva rifiutato di servire la sua famiglia. Il vecchio Texas è morto, ma quello nuovo, che mantiene in vita il proprio passato con il motivo “The Yellow Rose of Texas”, promette di veder crescere, sotto gli occhi disincantati dei Benedict, una società più giusta e meno razzista.
L’incasso de “Il gigante” non è travolgente come ci si sarebbe potuti aspettare (39 milioni, a fronte di una spesa di 5 milioni e mezzo) ma la critica si mostra doverosamente riconoscente, apprezzando l’elevata qualità artistica del prodotto. Piovono infatti le nomination all’Academy Award (addirittura 10) che si concretizzano nell’Oscar alla regia a George Stevens; sono 2 anche le candidature al Golden Globe (miglior film drammatico e miglior regia) mentre il produttore Jack L. Warner si vede assegnare il David di Donatello.
Da registrare infine una nota dolente: James Dean, designato all’Oscar insieme a Hudson quale miglior attore protagonista, muore in un incidente d’auto durante le ultime riprese del film e viene sostituito da un controfigura. Aveva soltanto 24 anni ed era diventato – dopo “Gioventù bruciata” – il simbolo della nuova generazione ribelle degli Anni Cinquanta.
Anche questo contribuisce a rendere “Il gigante” una pellicola indimenticabile.

INDOLE SELVAGGIA

Da un romanzo breve di Jim Harrison, autore non molto noto in Europa, il regista Edward Zwick ricava nel 1994 il lungometraggio “Legends of the Fall” della durata di 128 minuti, proiettato in Italia con il titolo “Vento di passioni”, vincitore del premio Oscar per la fotografia di John Toll, con altre 2 nomination rispettivamente per la miglior scenografia (Lilly Kilvert e Dorree Cooper e il miglior sonoro (Paul Massey, David E. Campbell, Chris David e Douglas Ganton).
La vicenda ha inizio intorno agli Anni Ottanta dell’Ottocento, quando il colonnello William Ludlow (Anthony Hopkins) al termine di una battaglia che l’ha visto comandare la distruzione di un villaggio pellerossa, pianta polemicamente la sciabola nel suolo, significando con tale gesto il suo definitivo ritiro. Infatti si costruisce un ranch nel Montana, sposa Isabel (Christina Pickles) una donna dell’Est e ne ha tre figli: Alfred (Aidan Quinn) Tristan (Brad Pitt) e Samuel (Henry Thomas) che resteranno con il padre dopo la decisione della madre di tornarsene a casa, incapace di adattarsi alla vita solitaria dell’Ovest.
Tristan si dimostra fin da adolescente il più irrequieto dei fratelli e all’età di 12 anni ha uno scontro con un orso, al quale riesce a strappare un artiglio. Il tempo trascorre e mentre William è sempre più acciaccato e sarà colpito da un ictus che lo renderà parzialmente invalido, gli avvenimenti mondiali incalzano. Nel 1915, quando gli Stati Uniti non sono ancora entrati in conflitto con la Germania, i tre fratelli si arruolano nell’esercito canadese e vanno a combattere in Europa. Samuel viene ucciso e Tristan, dopo averne recuperato il corpo impigliato nei reticolati, gli apre il petto estraendogli il cuore, che riporterà a casa. Poi, spinto dalla sua indole selvaggia – è cresciuto accanto ad una famiglia di indiani Cree che vivono alla fattoria con i Ludlow – uccide alcuni soldati tedeschi e li scotenna, tornando al campo con i loro scalpi, gesto che gli costerà il congedo. Dopo il ritorno nel Montana, il giovane irrequieto intreccia una tormentata relazione con Susannah, ex fidanzata di Samuel, che alla fine sposerà l’altro fratello Alfred, uomo ambizioso e in ascesa che aspira al Congresso degli Stati Uniti. Il matrimonio non le farà tuttavia dimenticare Tristan, il quale, sulla scia di un personaggio ideato da Faulkner – il giovane aviatore Bayard Sartoris, anch’egli reduce del primo conflitto mondiale in cui ha perso un fratello (William Faulkner, “Sartoris”, 1929) – si getta in una serie di viaggi e rischiose avventure in diversi luoghi del mondo.
La conclusione è drammatica e di chiara marca western: una polizia corrotta, che ha causato la morte di Isabel II – un’Indiana divenuta moglie di Tristan – si presenta al ranch per catturare il giovane, latitante e reo di avere trafficato in alcolici durante il Proibizionismo. La reazione del vecchio colonnello Ludlow è violenta: affronta gli sbirri con un fucile in pugno e spara loro addosso senza esitazioni, questa volta appoggiato anche dal figlio Alfred, che apre il fuoco a sua volta contro gli agenti con una carabina. La famiglia ritrova così una sorta di unità che aveva perduto, ma Tristan è ormai lontano da essa.

L’indiano Colpo di Pugnale, narratore della storia dall’inizio, sostiene che nel ragazzo si è risvegliato lo spirito dell’orso con cui si era misurato da giovane. Proprio per questo la sua fine violenta appare segnata. La vicenda si conclude nel 1963, quando Tristan, ormai avanti negli anni, viene aggredito da un orso mentre è a caccia nei boschi e soccombe. Con lui se ne va uno degli ultimi personaggi del vecchio West, un combattente nato che non ha mai accettato le regole della civiltà.
La fine della Frontiera lascia di questi strascichi per molti anni ancora dopo la trasformazione dell’Ovest selvaggio in area civilizzata.
Oltre all’Oscar citato, “Vento di passioni” ottiene 4 nomination al Golden Globe e il regista Edward Zwick, già designato fra queste per la miglior regia (le altre 3 sono per la colonna sonora di James Horner, miglior attore drammatico a Brad Pitt e miglior film drammatico) è destinatario di altri premi, fra cui il Bronze Wrangler messo in palio dalla Western Heritage Awards. Molto cospicuo anche l’incasso di oltre 160 milioni di dollari, per un film – girato negli Stati canadesi dell’Alberta e della British Columbia – che ne era costati 30.

IL SOLITARIO IRRIDUCIBILE

Il cowboy è sempre stato il personaggio più pittoresco e indipendente della storia del West, dalle sue origini, nel Texas spagnolo del XVI secolo quando portava ancora il nome di “vaquero” (divenuto poi volgarmente, nel gergo americano, “buckaroo”) fino ai giorni nostri, quando della sua esistenza ci si accorge soprattutto in occasione dei numerosi rodei che si tengono in varie località degli Stati Uniti. Il cowboy è, secondo un’ironica definizione, “un uomo attaccato a un enorme paio di speroni. Abita le praterie del Texas… e lo si trova, generalmente in groppa ad un cavallino detto mustang, focoso e selvaggio come un puledro ucraino.” (Alex E. Sweet, J. Armoy Knox, “On a Mexican mustang through Texas”, 1883; in “Cowboy”, a cura di Ramon F. Adams, Feltrinelli Economica, Milano, 1979, p. 24). Fra tutti I colonizzatori bianchi che attraversarono il fiume Mississippi – esploratori, cacciatori di pellicce, militari, cercatori d’oro, contadini – il cowboy è quello che ha maggiormente ereditato le qualità del Pellerossa distrutto dalla macchina civile: solitario e taciturno come lui, scaltro e opportunista, spesso nomade come l’Indiano delle pianure o comunque senza una fissa dimora. Decine di ottimi film del passato, da “Il Fiume Rosso” di Hawks” al recente “Terra di confine” di Costner, hanno messo in risalto queste sue qualità, che intere generazioni di mandriani si sono tramandate nel tempo. L’arrivo delle ferrovie nel West che rese inutili le lunghe transumanze dal Texas al Kansas, al Wyoming e al Montana, come pure la recinzione delle proprietà con il filo spinato che soppresse gradualmente i pascoli liberi, non ne hanno determinato la scomparsa, pur limitandone notevolmente il campo d’azione.
Per questo, non deve meravigliare che tale figura abbia ancora un ruolo nel contemporary western.
“Lonely are the Brave” di David Miller (“Solo sotto le stelle”, 1962) si colloca in questo panorama di persone rimaste per propria scelta ai margini dell’evoluzione come uno dei film maggiormente rappresentativi.
Racconta la storia di Jack Burns (Kirk Douglas) decorato nella Guerra di Corea, che si fa arrestare per salvare l’amico Paul (Michael Kane) – uno scrittore imprigionato per avere favorito l’immigrazione clandestina – della cui moglie Jerry (Gena Rowlands) è stato un tempo innamorato. Dopo un fallito tentativo di evasione e la rinuncia di Paul a fuggire, Jack riesce ad evadere e sfida la legge a colpi di Winchester, abbattendo perfino un elicottero che lo sta cercando sui monti del New Mexico e tenendo lungamente in scacco le forze dello sceriffo Morey Johnson (Walter Matthau) lanciate al suo inseguimento. Burns è, per sua stessa definizione, un solitario e “l’unica persona con cui un solitario riesce a vivere è se stesso.” Il suo disperato tentativo di attraversare il confine con il Messico viene vanificato dalle bizze del suo cavallo “Whisky”, che il fuggitivo non vuole assolutamente abbandonare: la conclusione è drammatica, perché entrambi finiscono travolti da un camion sull’autostrada mentre imperversa un temporale. Il colpo che pone fine alla vita del cavallo rintrona nelle orecchie del suo cavaliere ferito come una tragica sentenza, che sembra annunciare la fine di un’epoca, perché, come commenta Aldo Viganò, ormai “non ci sono più nuove praterie da raggiungere: anche i sentieri più impervi portano, inesorabilmente, a un’autostrada” (Aldo Viganò, Western in cento film”, Le Mani, Recco Genova, 2002, p. 152).
Ricavato da un romanzo di Edward Abbey e sceneggiato dall’abilissimo Dalton Trumbo, “Solo sotto le stelle”, realizzato con un budget di 2 milioni di dollari, è un film in bianco e nero (fotografia di Philip H. Lathrop) di 107 minuti, con una buona colonna sonora di Jerry Goldsmith.
Purtroppo ottiene soltanto un paio di nomination, entrambe con destinatario Kirk Douglas, rispettivamente al BAFTA e al Laurel Awards.

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