Non c’è ombra in South Dakota

A testimoniare la vitalità del genere western, anche in lingua italiana, ecco che viene in nostro aiuto l’uscita di un nuovo e bel libro ambientato nel vero west. Si tratta di “Non c’è ombra in South Dakota“. È un romanzo propriamente western, ma da intendersi in senso stretto e realista, nel senso che la sua trama si dipana in un’autentica ambientazione western, con rancheros, pistoleri, pionieri, indiani, fuorilegge e sceriffi, ma in senso realistico, con l’intenzione di narrarci com’era effettivamente la vita nella Frontiera americana del XIX secolo.
Tra sbuffi di vapore e crepitare di carbone, l’America di fine Ottocento galoppa sfrenata verso il nuovo secolo.
Il tempo del progresso vola rapido e chi vuole cavalcarlo deve affrettarsi così tanto da rischiare di dimenticare le cose più importanti.
Ma nel verde mare della grande prateria occidentale c’è un’isola in cui l’orologio si è cristallizzato, un posto dove ciò che conta si misura con un metro diverso, dove la vita, strappata alla morte giorno per giorno, forse può davvero avere un significato: La Calahorra.
È possibile vivere fuori dal proprio tempo, nella speranza di afferrare qualcosa di più puro? Con un cavallo sotto di sé e due cani al fianco, un ragazzo sfiderà l’immensità senz’ombra e senza bussola della prateria, alla ricerca del proprio sentiero e della propria meta, in un mondo che sembra ormai pronto, in nome del denaro, a dimenticare cosa voglia dire essere umani.

Un piccolo estratto del libro:

Che lo sceriffo avesse un segreto lo sapevamo tutti, in paese. Isaac Collquitt era arrivato a La Calahorra…– l’anno non me lo immagino, potrebbe essere stato dopo il 1875, quando ormai di Lincoln nessuno aveva più voglia di ricordarsene. All’epoca non ci si faceva molto caso alle date, non era come adesso, dove tutti conoscono gli anni, perfino esatti i giorni del mese, e c’è pure chi, nelle città, sa sempre l’ora in cui si trova.
Noi si viveva appena con le settimane, allungate, dilatate, stiracchiate giù giù, sino a toccare finalmente la domenica del Signore, la campanella della chiesetta strattonata dal pastore Mayer – e là da noi non si vedeva niente di più alto della piccola torre campanaria sulla sua facciata –, il sole già appeso in cima al cielo come non ci doveva aspettare mai nelle altre mattine, quasi a rimproverarci d’aver aperto gli occhi a fatica solo in quel momento, ma il rimprovero era bonario, l’acqua gelida della tinozza lo scacciava via subito, e c’era la messa a giustificare il nostro abbandono dei campi, la domenica.
La domenica che si capovolgeva fin troppo in fretta nel mattino successivo, freddo di buio e di terra bagnata; ma di questo, semmai, ne parlo un’altra volta. Quelle che contavamo bene, invece, erano le stagio ni, e lo sceriffo ce lo vedemmo arrivare quaggiù all’inizio di un autunno, anzi, verso quasi la metà, quando le piogge radunano le proprie armate di nuvole sempre più compatte sopra la pianura. Per qualche settimana stanno lì così, grigie, stanche, immobili, serrando i ranghi,assorbendo tutta l’aria attorno, cospirando in una metà del cielo che a mano a mano si allarga dappertutto. È il tempo dei grandi moscerini, sciami senza fine in avanscoperta sul terreno e sulle nostre facce, mentre il vuoto è talmente denso, talmente spessa l’atmosfera e ferma e calda, che pare un miracolo riuscire a respirare.
Fino a che un giorno qualsiasi ma diverso, da uno spiraglio a Est dell’orizzonte, un filo di brezza appuntita comincia a crollare giù. È l’inizio. Ricordo stranamente bene questa immagine: mio padre, Aaron, che lavora di vanga, incurvato come al solito su qualcosa – tutta la vita l’ho visto curvo su qualcosa –, e in quell’attimo solleva la testa. Si arresta dritto sul campo, guarda appena in su senza guardare nulla, e fra i solchi del suo viso scuro e secco capisco, o forse addirittura vedo, la minuscola piega d’un minuscolo sorriso. Stava iniziando il vento. Finivano i moscerini, finiva l’umido sudato, finiva quel mondo incantato di piombo.
Le correnti dai Grandi Laghi del Minnesota raffreddavano le nostre nubi grasse, presto le avrebbero sciolte in pioggia. Per giorni avrebbe piovuto, portando sollievo di notte quando si dorme bene al fresco, sotto la coperta, e l’indomani la terra avrebbe lavorato da sola, senza dovercene occupare. Pioggia fradicia di muschio, vera, senza ripensamenti, folta e sicura di sé. Isaac Collquitt arrivò in uno di quei giorni. Lo vedemmo entrare in paese sotto il diluvio di gocce fitte e piccole, agitate di quando in quando da una raffica di vento.
Chissà fin da dove cavalcava in quel modo, probabilmente dormendo svenuto in sella per tentare di non sentire i brividi inzuppati sotto il poncho. Il cavallo procedeva abbandonato al passo, ma, quando fu all’altezza della stalla centrale, forse l’odore del fieno, forse uno scherzo del destino, lo fermò. L’uomo, che allora non avevamo idea di chi fosse e ancor meno di quanto importante e strano sarebbe stato il suo futuro alla Calahorra, impiegò un’eternità a sollevare il collo, facendosi scendere sulla schiena un catino d’acqua da dietro il cappello. Incredulo, diede di tacco e s’infilò nella porta del fienile senza nemmeno smontare. Ci vollero due interi giorni perché lo rivedessimo uscire da lì.
Io ero un bambino all’epoca. In effetti, pure la questione della mia età è rimasta sempre un mistero: i miei genitori non la conoscevano. Anche perché non erano i miei veri genitori, e questo non ci avevano messo molto a farmelo sapere. Fu una carovana di quaccheri diretti a Ovest quella che trovarono i nostri mandriani di ritorno dai mercati di bestiame a Fargo. I pionieri, atterriti, s’erano da poco imbattuti nel loro peggior destino: Arikara rinnegati, mischiati a bande di bianchi rassegnati a depredare chiunque incontrassero.
Il saccheggio non si era placato se non dopo parecchio sangue, compreso, a quanto pare, quello della mia vera famiglia. Dopo che i cowboy ebbero aiutato i poveretti a rimettersi in sesto e ritrovare la pista giusta, non si capì mai bene come ma gli rimasi fra le braccia io, novello orfano, che a malapena gorgogliavo qualche parola, e, probabilmente, a tutti sul momento era parsa la decisione più saggia, visto che sulla la sorte di quella carovana nessuno avrebbe allora scommesso un dollaro. Però, nella concitazione, ci si dimenticò di chiedere a chicchessia la mia età, e pure il mio nome. Così quando il capo mandria mi depositò nella prima fattoria che finalmente, e con suo estremo sollievo, raggiunse attraversando i pascoli della Calahorra, la mia vita, senza che io neppure me ne potessi rendere conto, stava ricominciando da capo. Teddy… Salute! Come mai passate di qua? Dio vi benedica, Aaron. Non fatemi troppe domande.
Che avete sotto la giacca? Oh santo Dio… Greta… Greta! Vieni, muoviti! Ehi, non penserete mica di lasciarlo qui? Non vorrete che lo tenga in una baracca di mandriani? No, no… Aspettate… Ted… Ted! Ma l’intero terreno davanti alla casa di Aaron e Greta rimbombò impaziente sotto gli zoccoli del gruppo al galoppo. Erano già ben oltre la staccionata quando i miei nuovi mamma e papà cominciarono a capacitarsi della faccenda.
Portiamolo via da questo sole, guarda com’è ridotto, ha polvere dappertutto, misera creatura. Vieni, Aaron. Sì, ma quell’uomo è un disgraziato, se pensa che… Che ci dobbiamo fare adesso con… Intanto portiamolo dentro.
La prima volta in cui varcai la porta della casupola di Aaron e Greta pare fosse un pomeriggio morbido di sole lungo e di cicale, la seconda falciata di fieno languiva nei covoni, che nell’attesa profumavano l’aria. Nessuno di noi tre, in quel momento, avrebbe mai potuto prevedere come i passi fatti fin dentro l’unica stanza esistente, i movimenti goffi di mio padre e quelli inaspettatamente sicuri di mia madre, la quale, a memoria di Aaron, nella sua vita non aveva mai tenuto in braccio altro che i polli da spennare, eppure ora mi stava pulendo con delicatezza consumata; nessuno di noi, dicevo, si accorgeva di quanto in quei precisi minuti stesse follemente aumentando il carico di un nuovo futuro. Bisogna consegnarlo a qualcuno. Sì, certo. Naturalmente. Ci mancherebbe solo un bambino quaggiù. Di chissà chi, poi. Già… Già. È… è un maschio?
Sì, un bel maschietto. Anche sano, direi, con tutto quello che deve aver passato. Chissà da dove viene. Teddy mi deve spiegare. Domani vado al ranch e… Avrà fame? Adesso lo vediamo. Svuota quella bottiglietta e prendi un po’ di latte. Sì, subito. Forse fu in quell’istante, guardare dall’unica finestrella della casetta suo marito affannarsi dietro la capra per il mio latte, lui che non si affannava mai dietro nulla, mentre lei stessa cominciava già inconsciamente a calcolare metodica tutti i bisogni e i cambiamenti che sarebbero occorsi nel caso… Forse fu allora che la mia storia, e la loro, si adagiò col suo intero peso sulle nostre esistenze modificandole per sempre.

Autore: Andrea B. Nardi
Editore: Editore:Robin Edizioni
Collana: Robin&sons
Genere: Romanzo storico
Rilegatura: Brossura leggera
Prezzo: € 12,75
Pagine: 285

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