Gli oscar del cinema western – 35

A cura di Domenico Rizzi
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 32, 33, 34, 35.


LUGUBRI ATMOSFERE

Stando agli ultimi titoli presi in considerazione da questa rassegna, sembrerebbe esservi un nuovo, ennesimo revival del genere, che nel 2015-2016 ha distribuito sul mercato 19 film, dei quali 18 prodotti dagli Stati Uniti e 1 canadese.
Di questi, nelle sale italiane ne sono giunti soltanto un paio, peraltro assai reclamizzati: “The Hateful Eight” e “The Magnificent Seven”.
Il primo, scritto, diretto e sceneggiato da Quentin Tarantino, ha cercato di bissare il successo di “Django Unchained” e probabilmente ci è riuscito, sia dal punto di vista della resa economica che come giudizio critico, assicurandosi un incasso di 156 milioni di dollari, circa il triplo della somma investita. Interpretato da qualche vecchia conoscenza, come Kurt Russell (John Ruth “Il Boia”) Tim Roth (Osvaldo Mobray/Pete Hicox) e da diversi altri professionisti di riguardo con l’ottima fotografia di Robert Richardson e le musiche di Ennio Morricone, contiene parecchie caratteristiche del western italiano degli Anni Sessanta, di cui Tarantino è un convinto estimatore.

La trama, suddivisa in capitoli e di durata decisamente eccessiva nella sua versione originale di 187 minuti (Alfred Hitchcok sosteneva che un film non dovrebbe mai superare la lunghezza di 128 minuti) è una successione di torbide vicende ricche di intrighi, di segreti non svelati, di discriminazione razziale, di violenze e aberrazioni sessuali, concentrate per la maggior parte in un emporio gestito da Minnie Mink (Dana Gourier) assediato dalla bufera che imperversa all’esterno. Inizia con l’immagine di un paesaggio innevato e gelido del Wyoming, nel quale si muove una diligenza che incontra un cacciatore di taglie dalla pelle nera, Marquis Warren (Samuel L. Jackson) ex ufficiale della guerra di secessione, in attesa di un mezzo per trasportare i corpi delle sue due vittime e intascare la relativa ricompensa. Non occorre molto a comprendere che si tratta dell’ennesima riproposizione di un cacciatore di taglie, ma questa volta dalla pelle nera.
Lungo il tragitto il veicolo incontra anche Chris Mannix (Walter Goggins) un ex sudista che sostiene di essere il nuovo sceriffo di Red Rock e che conosce Warren e la sua triste fama. Durante la sosta nell’emporio di Minnie faranno poi la conoscenza di altri figuri, fra i quali Oswaldo Mobray (Roth) e il messicano Bob (Demiàn Bichir) che si occupa della gestione per conto della proprietaria. Il seguito del film è un susseguirsi di rivelazioni, a volte scottanti, relative al passato di alcuni personaggi, di tentativi di avvelenamento e scontri cruenti, inclusa la sadica esecuzione di una donna. Il tutto per ragioni di interesse, nel pieno stile dei vecchi western italiani.

Difficile esprimere un giudizio su questo lavoro girato nel Colorado e impregnato dell’odore acre e stantio di un ambiente che puzza di morte e di bassa umanità, nel quale qualsiasi scintilla di vita e di speranza sembra del tutto assente.
Oltre ai riconoscimenti dovuti – Oscar alla colonna sonora dell’intramontabile Ennio Morricone, al quale viene conferito anche il Golden Globe – piove qualche critica per il modo in cui Tarantino affronta la questione delle differenze razziali, che il New York Times definisce “maldestra e sconsiderata”. L’efferata crudeltà di certe sequenze – la lenta morte di Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) – mostra un compiacimento dai contorni decisamente sadici e non aggiunge nulla a film che nel lontano passato hanno acceso dispute, mettendo in dubbio l’autenticità del West rappresentato. Fra le tante considerazioni, vi è la scarsa credibilità di alcuni personaggi, come quella del “maggiore” Marquis Warren (nome attinto da quello di un celebre scrittore e regista di western, autore de “L’avamposto degli uomini perduti”) improbabile ufficiale dell’esercito nordista, dato il colore della sua pelle. Infatti è noto che, dopo l’arruolamento delle truppe di colore, agli Afro-americani fosse consentito di ricoprire soltanto gradi di sottufficiale, fino a quello di sergente, ma prendere a pugni la storia fra la completa indifferenza del pubblico non è una trasgressione imputabile al solo Tarantino. Prima di lui, lo hanno già fatto nomi illustri quali John Ford e Sergio Leone.


Una scena del film

In conclusione, “The Hateful Eight” è un’altra raffigurazione di un West poco attendibile, se non addirittura falso, nel quale sembra che la gente non abbia altra occupazione che quella di uccidere, torturare, commettere stupri e violenze gratuite o accaparrarsi del denaro. Se da un lato la Frontiera americana, al pari di ogni altro luogo in via di colonizzazione, presentò anche di questi squallidi aspetti, si trattò sempre di fenomeni marginali, che non rappresentarono mai la regola. La conquista e la pacificazione dell’Ovest passarono, piuttosto che per le cruente azioni repressive di sceriffi, marshal e cacciatori di taglie, attraverso l’opera infaticabile di milioni di pionieri che costruirono con fatica ed enormi sacrifici, la società civile e moderna che conosciamo oggi. Gli individui ai margini della legge – pistoleri, killer e vendicatori – si estinsero al momento giusto, come propone correttamente Leone in “C’era una volta il West”, davanti all’incedere della civiltà.
Come ulteriore e doverosa considerazione, spiace che un musicista del calibro di Morricone, assurto da decenni a fama universale, sia stato gratificato in tutta la sua lunghissima attività da 2 soli Oscar, il primo assegnatogli come riconoscimento alla carriera nel 2006 e il secondo in questo film di Tarantino, che gli ha fruttato anche un Golden Globe.
E’ senz’altro opinione largamente condivisa che i suoi meriti, sia come autore di colonne sonore di film western che come compositore di moltissimi commenti di pellicole celebri, vanno ben oltre ciò che gli è stato finora tributato.

ULTIMI SPARI

Neppure il remake, ammesso che sia da considerare tale, de “I magnifici sette” (“The Magnificent Seven”, regia di Antoine Fuqua, 2016) soddisfa pienamente i veri appassionati del western.
La trama ricalca, molto a grandi linee, quella del film di Sturges, con parecchie varianti – ambientazione in California, motivazioni e personaggi diversi, con l’affarista Bartholomew Bogue al posto del bandito messicano Calvera e l’afro-americano Sam Chisolm (Denzel Washington) delegato di giustizia in luogo del pistolero calvo Chris Adams (Yul Brynner) a capo dei “magnifici” – e minore presa emotiva sul pubblico, benché l’incasso elevato (oltre 160 milioni di dollari, sebbene la spesa sia stata di un centinaio) lo faccia ritenere indiscutibilmente un lavoro riuscito.

Fra le innovazioni, Fuqua aggiunge una presenza femminile, Emma Cullen (Haley Bennett) inesistente nella precedente versione. La conclusione, al termine di aspri scontri, è più o meno la stessa rispetto al film del ’60, nel senso che soltanto tre pistoleri riescono a cavarsela e l’oppressore dei deboli subisce la meritata punizione insieme ai sicari che ha assoldato per impadronirsi delle miniere del villaggio di Rose Creek.
Sceneggiato da Richard Wenk e Nik Pizzolatto, con una bella fotografia di Mauro Fiore, la scenografia di Derek R. Hill e le musiche di James Horner e Simon Franglen, non manca nel complesso di pregi, ma indulge eccessivamente alla violenza sulla scia di altri film moderni. Nostalgicamente si può osservare che gli attori impiegati, per quanto professionalmente bravissimi (oltre a Washington, Chris Pratt, Ethan Hawke, Vincent D’Onofrio e la Bennett, per citarne alcuni) non equivalgono carismaticamente quelli ingaggiati a suo tempo da John Sturges: nessuno ha il cuore di Bernardo O’Reilly (Charles Bronson) l’impulsività del giovane Chico (Horst Buccholz) o le turbe psicologiche di Lee (Robert Vaughan) così come lo stesso leader non sembra possedere il freddo fascino di Chris (Brynner). Inoltre la storia presentata da Sturges, che si svolge in un piccolo villaggio di peones messicani rassegnati ad una sorte infelice, conferisce maggior risalto all’azione dei sette pistoleri arruolati per difenderli.

Come ultima considerazione, vale quanto già rilevato per “The Hateful Eight” a proposito del ruolo delle minoranze di colore, nel senso che erigere a capo del gruppo un Afro-Americano in pieno Ottocento appare anacronistico e prematuro da un punto di vista storico. Ma il western moderno cerca di introdurre innovazioni, che, distanziandosi dalla leggenda, finiscono per sconfessare completamente la stessa storia.

TRAME PASSATE E NUOVI PROGETTI

E’ una piacevole sorpresa constatare che, ogni tanto, il western ritorni a calcare sentieri già percorsi, ma con qualche spunto inedito.
Il tanto deprecato “The Beguiled” (“La notte brava del soldato Jonathan”) diretto da Don Siegel e interpretato da Clint Eastwood nel 1971, dopo essere stato rivisitato assai più benevolmente dalla critica in tempi recenti, ha avuto addirittura un remake dal titolo italiano “L’inganno”, sotto la regia di Sofia Coppola (figlia del famosissimo Francis Ford Coppola e cugina di Nicolas Cage, il cui vero nome è Nicolas Kim Coppola) e recitato da Colin Farrell (il caporale Mc Burney) Nicole Kidman (la direttrice del collegio Martha Farnsworth) Kirsten Durnst (l’insegnante Edwina Morrow) e l’allieva Elle Fanning (Alicia).


The Beguiled

Superate ormai le remore che fecero giudicare misogena e immorale l’opera di Siegel – gli spregiudicati rapporti di Mc Burney con ragazze adolescenti del college, una passata relazione incestuosa della direttrice con il proprio fratello – la riedizione del film, sceneggiata dalla stessa Coppola, con fotografia di Philippe LeSourd e scenografia di Anne Ross, non può che portare nuova linfa al genere. Benché si tratti di un western circoscritto al contesto della Civil War combattuta nell’Est, ormai da decenni questa tipologia viene considerata un sottogenere del western.
Molto curato nei costumi e per tanti aspetti più intrigante e allusivo del primo film, ha avuto nel 2017 un ottimo esordio, realizzando 28 milioni di incasso ai botteghini, che rappresenta quasi un terzo della somma investita. Sofia Coppola ha ottenuto il premio per la miglior regia al Festival di Cannes, dove la Kidman ha conquistato un premio speciale per il 70° anniversario della manifestazione.
Un altro film interessante non ancora in distribuzione nelle sale italiane (lo sarà il prossimo anno) dal titolo inglese di “Hostiles” è del regista Scott Cooper, un attore già comparso in “Broken Trail” insieme all’arcinoto Robert Duvall. Dopo avere diretto tre film fra il 2009 e il 2015, Cooper – che è anche co-produttore e sceneggiatore del nuovo lavoro – ha sviluppato una trama dal sapore crepuscolare, da un soggetto di Donald E. Stewart (Oscar per la sceneggiatura di “Missing” di Costa Gavras) ambientato nel 1892.
Il cast è formato da attori celebri, fra i quali Christian Bale (capitano Joseph J. Blocker) Wes Studi (Falco Giallo) Rosamund Pike (Rosalie Quaid) Q’orianka Kilcher (Moon Deer) Ben Foster (Philip Wills) e Michael Parks, già apprezzato interprete dell’ultimo film su Jesse James. La fotografia è affidata al giapponese Masanobu Takayanagi, mentre le musiche sono di Max Richter. Un film intimista, nel quale gli approfondimenti psicologici prevalgono sull’azione.


Hostiles

Il capitano Blocker dell’esercito degli Stati Uniti – un uomo vicino al congedo e prevenuto verso i Pellirosse, che ha combattuto duramente: da qui il titolo di “Ostili”, come venivano comunemente definiti gli Indiani dai militari – si assume l’incarico di scortare un capo cheyenne malato terminale (Studi) e la sua famiglia, confinati nelle riserve, che vogliono tornare nel Montana, loro patria d’origine. Siamo nel 1892 e le guerre indiane sono terminate da tempo: infatti l’ultima resistenza armata dei Cheyenne all’esercito americano si è consumata a Fort Robinson, Nebraska, nel gennaio 1879. Alla spedizione si aggrega la vedova Rosalie, alla quale i Comanche hanno sterminato la famiglia alcuni anni prima.
L’accoglienza del nuovo western è stata piuttosto controversa da parte del critica e qualcuno ha sottolineato l’eccessivo modernismo di pensiero manifestato dai protagonisti – obiezione peraltro già fatta dalla critica a proposito di “Soldato Blu” – in un’epoca in cui la contrapposizione tra Bianchi e Indiani era di tipo manicheo, giustificando o condannando “in toto” gli uni o gli altri senza sfumature intermedie, né riflessioni filosofiche. Senza avere ancora assistito alla proiezione del film, l’autore di questa lunga rassegna sul cinema western rileva invece l’originalità della trama, decisamente inconsueta nel vasto panorama del genere che spesso ripropone soggetti già sfruttati. Inoltre, dalle poche immagini rintracciate in vari siti, appare splendida la fotografia con lo sfondo delle praterie ancora incontaminate e il drappello di cavalieri che si muove in uno scenario da cui l’invadenza distruttiva del progresso sembra ancora lontana.

Presentato al Festival di Telluride (Colorado) nel settembre 2017 e proiettato al Toronto International Film Festival, “Hostiles” è presente alla Festa del Cinema di Roma e può sicuramente aspirare a qualche riconoscimento.
L’augurio è che questo film, “diverso” da un certo punto di vista ma dall’impronta tradizionalista, sia ben accetto ad un pubblico che concepisce il western esclusivamente come un eterno confronto fra uomini dalla pistola facile alla perenne ricerca di fama e denaro.
Come si è ripetuto varie volte, il West conobbe anche una serie di cruente sparatorie e duelli all’ultimo sangue, ma la sua lunga storia contiene moltissime altre sfaccettature e situazioni che troppo spesso i cineasti hanno del tutto ignorato.
Poiché i sentieri del western non sembrano avere una fine, si è sempre in tempo per recuperarle.

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