La nascita del mito Western nell’Ottocento: Le Dime Novel – 8

A cura di Noemi Sammarco
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8.


Gli scrittori e le scrittrici di dime novel

Il grande successo delle dime novel fece si che la richiesta di storie da pubblicare fosse enorme. Si mise in moto una vera e propria “fabbrica della cultura” nella quale gli scrittori venivano spremuti fino all’ultima goccia dai loro editori.
Essere scrittori di dime novel non era un mestiere semplice. Gli scrittori solitamente appartenevano alla classe media, erano medici, giornalisti, maestri o avvocati che facevano gli scrittori solo come secondo lavoro per arrotondare le loro entrate.
Erano pochi quelli che potevano permettersi di vivere solo con lo stipendio che veniva dalla stesura delle dime.
Gli scrittori non avevano diritto alle Royalties, e non esistevano i diritti d’autore su ciò che scrivevano. Le loro storie appartenevano alle case editrici per cui le scrivevano che potevano riutilizzarle, modificarle e ristamparle senza dover nulla all’autore. Il compenso variava a seconda della popolarità dell’autore, delle vendite e della popolarità che aveva la sua storia. Il compenso per gli scrittori partiva dai 50 dollari per un romanzo e poteva arrivare fino ai 1.000 dollari. Ann Stephens ricevette 250$ per il diritto di ristampare Malaeska, Mayne Reid, grazie alla sua fama, ricevette 700$ per The white Squaw e non meno di 600$ per le sue altre opere. Questi erano casi veramente molto rari era difficile che le case editrici arrivassero a pagare un compenso così alto ad uno scrittore, che solitamente si doveva accontentare di ricevere 50 dollari.
Malaeska
Le condizioni lavorative non erano per nulla facili, gli scrittori erano tenuti in condizione di capestro dai loro committenti. La massificazione del prodotto, la razionalizzazione della sua produzione e la diffusione di quella che lo studioso Bruno Cartosio definisce la proletarizzazione dei produttori, cioè degli scrittori pagati poco e chiamati a produrre un romanzo ogni tre o quattro giorni fece si che le case editrici divennero delle vere e proprie fabbriche di cultura.
Molto spesso gli scrittori firmavano le proprie storie con degli pseudonimi, nella maggior parte dei casi questo non serviva a celare l’identità dell’autore ma per attirare l’attenzione dei lettori. Alcuni pseudonimi, ad esempio, contenevano al loro interno dei titoli militari e molto pochi furono realmente conquistati sul campo. Questo perché questi titoli onorifici conferivano credibilità e autorità allo scrittore, e questo faceva si che le sue storie venissero scelte da un numero più alto di lettoti.
Altre volte capitava che le storie venissero firmate con nomi di personaggi famosi come lo showman Tony Pastor, attori come Harrigan e Hart o il famosissimo esploratore Buffalo Bill; ma in realtà dietro questi nomi vi era uno scrittore fantasma, cioè ogni storia era frutto di penne diverse a cui si dava un nome famoso in grado di attirare l’attenzione dei lettori.
Tra il 1860 e il 1915 furono diverse migliaia gli scrittori e le scrittrici che scrissero romanzi dime. Alcuni di loro cercarono di tenere lo standard delle storie il più alto possibile, nonostante i rigidi dettami imposti dalle case editrici. Gli scrittori, molto spesso non avevano carta bianca su ciò che dovevano scrivere. Le case editrici imponevano le trame che più vendevano e spesso anche gli eroi da utilizzare. Purtroppo tutte queste imposizioni lasciavano poco spazio al lato artistico dello scrittore, c’è un aneddoto che racconta di uno scrittore che nel mezzo del suo romanzo, mentre l’eroe era impegnato in mille peripezie venne raggiunto dall’editore che gli disse di terminare il romanzo immediatamente e allora lo scrittore prese la penna e scrisse: con un balzo l’eroe fu salvo! Terminando il romanzo come gli era stato comandato. A volte finali frettolosi e un po’ casuali erano dovuti al fatto che le case editrici decidevano anche la lunghezza dei romanzi, che quindi spesso venivano conclusi alla bene e meglio per rispettare il numero di pagine. Le storie erano molto spesso simili tra loro, poiché seguivano la moda: si scriveva quello che più si vendeva. Inoltre agli scrittori veniva chiesto di terminare una storia ogni tre o quattro giorni, e per poter rispettare queste tempistiche, molto spesso, erano costretti a seguire canovacci di storie precedenti per poter risparmiare tempo.
Sulle frontiere del Far West
Molto spesso questi scrittori non erano mai stati realmente nell’Ovest, e tutto quello che scrivevano era frutto di ciò che avevano letto in precedenza e della loro immaginazione. Gli scrittori di dime non erano gli unici che raccontarono il west senza esserci mai stati. Anche l’italiano Emilio Salgari scrisse più di un romanzo avente come ambientazione la frontiera americana, tra cui la trilogia western Sulle frontiere del far west senza mai aver visitato i luoghi di cui parlava nei suoi racconti. Salgari, probabilmente, decise di scrivere racconti ambientati nelle grandi pianure del Nord America, un tempo regno incontrastato dei Pellirosse, dopo la conoscenza che egli fece di William Cody, “Buffalo Bill”, allorchè venne in visita a Verona nel corso della sua lunga tournee italiana del 1890. Per l’occasione, in alcuni articoli pubblicati su “L’Arena” di Verona il 14 e 15 aprile, egli criticò duramente lo scarso entusiasmo dimostrato dai suoi concittadini verso l’eroe della Frontiera e il suo Wild West Show, rammaricandosi che:
“una parte del pubblico non lo abbia ben compreso, né bene osservato nei suoi particolari” giacchè si trattava, secondo lui “di uno spettacolo reale, vero della prateria americana, raffigurante tutti i quadri più importanti della vita selvaggia del Grande Ovest cogli usi e costumi di quelle popolazioni.”
Fu certamente con l’immagine di quel colonnello “di alta statura, di forme sviluppatissime, con lungo pizzo e lunghi capelli brizzolati” ancora nella memoria che Salgari iniziò, nel 1908, a dar vita al primo romanzo della sua trilogia western, intitolato “Sulle frontiere del Far West”.
Scrivere di west, senza mai averlo visto era una cosa molto comune; con la conseguenza che non si descrivevano fatti realmente accaduti, modi di vivere che rispecchiavano la realtà, ma si scriveva quello che si immaginava fosse vero. Questo fece si che nella mente dei lettori il west immaginato prese il posto del west storico.

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