Jean Baptiste, il predatore di tombe dello Utah

A cura di Gian Mario Mollar


Jean Baptiste, il profanatore di tombe dello Utah
Quella che segue è una storia fatta di tombe profanate, sudari, lapidi divelte e cadaveri nudi rischiarati dalla luna piena. Protagonista un inquietante becchino dello Utah che sparì nel nulla, diventando fantasma e leggenda.
Nessuno sa con precisione quali fossero le origini di Jean Baptiste. Alcuni sostengono fosse nato nel 1813 in Irlanda, altri che provenisse dalla laguna di Venezia, altri ancora che avesse origini francesi. 
Sappiamo per certo che intorno al 1850 si trovava a Castlemaine, in Australia, dove prese parte alla corsa all’oro ed entrò in contatto con la comunità religiosa dei Mormoni, una delle tante confessioni che cercavano di salvare le anime dei molti “peccatori” della colonia.
Il 27 aprile 1855, Jean Baptiste si imbarcò proprio su una nave di Mormoni, la Tarquinia, per raggiungere gli Stati Uniti. L’obiettivo era l’evangelizzazione delle terre americane, ma la nave, piuttosto vecchia e malconcia, concluse il suo viaggio a Honolulu, nelle Hawaii, e da qui i sessantasette trasportati, compreso Jean Baptiste, dovettero dividersi e cercare un altro passaggio per approdare a San Francisco.


La baia di San Francisco

Nel 1858 Jean Baptiste  arrivò nello stato dello Utah, a Salt Lake City. Grazie alla sua confessione religiosa, riuscì a trovare lavoro come becchino e scavatore di fosse.
La città, a quei tempi, era un centro in rapida espansione, che esisteva da meno di dieci anni. La sua storia è profondamente intrecciata con quella del movimento religioso dei Mormoni, anche noto come Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni, fondato da Joseph Smith Jr. intorno al 1820. Alla morte del fondatore, assassinato in carcere insieme al fratello nel 1844, la guida del movimento passò a Brigham Young. Questi guidò un gruppo di pionieri mormoni dall’Illinois allo Utah, attraversando montagne e deserti e guadagnandosi così il soprannome di “Mosé Americano”. La ricerca della terra promessa si concluse sulle sponde del Grande Lago Salato, dove Young e i suoi fondarono Salt Lake City. Da quel momento, la città cominciò a crescere a prosperare sotto la guida ferma e autoritaria di Young, richiamando fedeli da tutto il mondo.


Tombe allineate al cimitero

A Salt Lake City, grazie alle buone relazioni con la comunità, Jean Baptiste era riuscito a costruirsi una piccola casa nella zona est, nei pressi del cimitero, e si era anche trovato una moglie: Dorothy Jennison, una donna “di mente semplice”, che faceva la sarta.
Per circa quattro anni non accadde nulla di strano, finché nel gennaio del 1862 emerse una macabra verità: Jean Baptiste non si limitava a comporre i cadaveri e affidarli alla madre terra, mane profanava le tombe e li depredavacon il favore del buio.
Come spesso accade, a tradirlo fu un puro caso. Qualche giorno prima una folla inferocita aveva assalito e cercato di pestare il neo-Governatore dello Utah, John W. Dawson, a sole tre settimane dal suo insediamento.
La causa del linciaggio erano le sue “profferte grossolanamente inappropriate” rivolte alla vedova mormone Albina Merrill Williams, che gli aveva risposto brandendo un attizzatoio per difendere la propria virtù. La polizia intervenne per sedare il tumulto e, nel corso di questo scontro, erano morti due uomini. Uno di questi era un certo Moroni Clawson.
Dapprincipio nessuno venne a reclamare il cadavere e così Henry Heath, un poliziotto, in uno slancio caritatevole verso un compagno di fede, decise di pagare di tasca propria gli abiti e la sepoltura del Sig. Clawson, affidandolo alle cure del becchino Baptiste.


Henry Heath

Trascorsi alcuni giorni, tuttavia, la famiglia del defunto si fece viva e ottenne il permesso di esumare il corpo per trasferirlo nella vicina città di Draper. In una fredda mattina di gennaio, George Clawson inorridì nel vedere che il corpo del fratello era completamente nudo e sepolto a faccia in giù. Sdegnato, si rivolse subito al poliziotto Henry Heath, chiedendogli il motivo di una sepoltura così indecorosa. Anche l’ufficiale era costernato per la macabra scoperta, e i due andarono insieme a chiedere informazioni dal Sagrestano, Jesse C. Little, che a sua volta dichiarò di essere all’oscuro della vicenda. Per trovare una soluzione e placare il fratello schiumante di rabbia, venne consultato il Giudice Elias Smith, che ordinò un’indagine per risolvere il mistero.
Poco dopo, un drappello composto dal poliziotto, dal fratello in lutto e da altri due uomini andò a bussare alla porta del becchino. In casa trovarono soltanto la moglie, che non riusciva ad articolare risposte chiare.


Un gruppo di predatori di tombe

Gli uomini notarono che nella piccola abitazione erano accatastate diverse scatole e bastò un rapido controllo in una di esse per svelare l’accaduto. Le scatole erano piene di vestiti funebri, che ancora conservavano l’odore della terra e dei sepolcri dai quali erano stati trafugati: sudari, camicie da uomo, cappelli, guanti e  vestiti da donna.Un numero impressionante di capi per bambini, tra cui circa sessanta paia di scarpette, fu rinvenuto nella casa.
Gli uomini, infuriati, corsero al cimitero, dove trovarono Jean Baptiste intento a scavare una fossa, avvolto in un’elegante redingote che, si scoprì di lì a poco, era appartenuta al proprietario di un saloon deceduto la settimana prima.
Questa è la testimonianza dell’uomo di legge Henry Heath, ancora conservata negli archivi del tribunale di Salt Lake City:  “All’improvviso, lo accusai di aver derubato i morti e lui cadde sulle ginocchia, invocando Dio a testimoniare la sua innocenza. Ma le prove erano troppo forti: presi per il collo quel disgraziato e lo obbligai a confessare, fino a quando non implorò per la sua vita come non avevo mai sentito fare da nessun’altro essere umano. Lo trascinai fino a una tomba vicino a quella di mia figlia e, indicandola, domandai: “Hai derubato questa tomba?” Mi rispose “Sì”.


Un collare per tenere bloccato il collo del morto

Poi indirizzai la sua attenzione sul cumulo di terra che ricopriva i resti della mia bambina, e ripetei la domanda, col fiato sospeso e con la ferma intenzione di ucciderlo se avesse di nuovo risposto in modo affermativo. “No, no quella no! Quella no!” mi rispose. Quella risposta salvò la vita al miserabile”.
La voce della confessione di Jean Baptiste si diffuse in fretta e solo con difficoltà Heath riuscì a portarlo in carcere, proteggendolo da una folla di facinorosi pronta al linciaggio. Nel pomeriggio, il prigioniero venne di nuovo scortato al cimitero, per proseguire l’identificazione delle tombe derubate, ma questi ebbe il coraggio di indicare soltanto una dozzina di tombe, temendo che la folla si inferocisse troppo e lo uccidesse sul posto.
In realtà, l’operato di Jean era a ben altro livello: nel corso del suo servizio, defraudò circa 300 tombe. Scavi successivi dimostrarono che l’attività predatoria non si limitava ai vestiti dei cadaveri, ma anche alle casse che li contenevano, da lui recuperate come combustibile per scaldare la casa. Sebbene Jean Baptiste avesse dichiarato che il movente dei furti fosse la rivendita dei tessuti, anche agli occhi poco allenati degli investigatori dell’epoca parve evidente che c’era una componente morbosa alla base del suo operato. Le “vittime” dei furti, infatti, erano soprattutto donne e bambini e anche l’accumulo maniacale dei reperti indicavache le motivazioni esulavano dalla mera ragione economica. Constatando queste implicazioni patologiche, gli inquirenti liquidarono la faccenda ricorrendo alla possessione demoniaca.


Predatori in azione

Nella mattinata successiva, il 28 maggio, la cospicua refurtiva accumulata dal becchino venne esposta nel salone del tribunale di Salt Lake City: le fonti parlano di centinaia di vestiti funebri, che vennero distesi su un tavolo lungo più di 15 metri. Centinaia di persone sfilarono davanti a quella macabra esposizione, per identificare le vesti appartenute ai loro cari.
Oggi, una notizia del genere susciterebbe compassione, forse un po’ di ribrezzo, ma è necessario contestualizzarla nell’ambiente fortemente religioso dell’epoca per comprendere lo sgomento e la rabbia dei cittadini di Salt Lake City. Oltre ai progetti di linciaggio, iniziarono a circolare storie inquietanti. Alcuni sognarono i defunti inquieti, altri ne avvertirono la presenza attraverso battiti inspiegabili sui mobili di casa o sui pavimenti. Alla rabbia per la rapina subita, ne subentrò un’altra di matrice metafisica: che cosa avrebbero potuto indossare i loro cari nel giorno della resurrezione dei morti?
Per sedare l’agitazione serpeggiante, l’autorevole Brigham Young affrontò il problema in un discorso del 9 Febbraio del 1862, nell’imponente struttura del Salt Lake Tabernacle: “Alcuni potrebbero chiedersi se sia necessario mettere dei vestiti nuovi nelle bare di quelli che sono stati derubati… Ebbene, io vi prometto che essi saranno ben vestiti al momento della resurrezione, perché la terra e gli elementi che li circondano sono pieni di queste cose…” In conseguenza di questo acrobatico miracolo della chimica, il Presidente invitava i fedeli a non preoccuparsi: “Io lascerei che i miei amici giacciano e dormano in pace”. E così i cittadini, rasserenati dalle parole di Young, acconsentirono a mettere tutti i vestiti trafugati in un’unica grande scatola, che venne poi restituita alla terra del cimitero locale.
Nel frattempo, Jean Baptiste trascorse diverse settimane in carcere, attendendo un destino incerto e non troppo benevolo. Anche in questo caso, vennero seguite le indicazioni del Mosè d’America: “Impiccare un uomo per una tale colpa non mi consolerebbe minimamente. Cosa faremo di lui? Gli spariamo? No, questa soluzione andrebbe soltanto a suo vantaggio. Lo terremo in carcere per tutta la vita? Non gioverebbe a nessuno. L’idea di cosa di fare di lui mi è venuta subito dopo aver sentito l’accaduto, e ve la dirò prima di fare altri commenti. Se dipendesse da me, farei di lui un fuggitivo e un vagabondo sulla terra.”
Come commentò in seguito il poliziotto Albert Dewey, “Lasciarlo libero nella comunità avrebbe significato la sua morte – una morte che meritava e che in qualsiasi altro paese avrebbe ricevuto. Ma era un soggetto così odioso che prima e più lontano se ne fosse andato e scomparso dalla vista, senza doverlo seppellire a sua volta, meglio sarebbe stato per tutti. Così, per dargli una possibilità di sopravvivenza e salvarlo da una folla esasperata, fu deciso di esiliarlo su un’isola del Grande Lago Salato”.


Un ritratto di Jean Baptiste

Prima dell’esilio, Jean Baptiste, come un novello Caino, ricevette un marchio d’infamia: la leggenda vuole che gli fossero amputate le orecchie e gli venisse marchiata a fuoco sulla fronte la scritta “Grave Robber”, ladro di tombe, oppure “I rob graves”, io derubo le tombe. In realtà, gli ultimi poliziotti a vederlo negarono di avergli amputato le orecchie e sostennero che il marchio sulla fronte gli fu soltanto tatuato con dell’inchiostro indelebile.
In seguito, il reietto venne caricato su un carro e trasportato dalla prigione ad Antelope Island, sul Grande Lago Salato, e qui affidato a due fratelli, Henry e Dan Miller, che possedevano un’isola otto km più a nord, dove allevavano bestiame e avevano costruito una piccola baracca per conservare delle provviste.
I due allevatori trasportarono Jean Baptiste in barca e lo abbandonarono nella loro proprietà, che divenne il luogo di espiazione del profanatore di tombe. L’isola si chiama Fremont Island, ma in molti la chiamavano con il cognome dei proprietari, Miller Island.
Periodicamente, i fratelli Miller si recavano sull’isola per controllare lo stato della mandria. Trascorse tre settimane dall’esilio, videro che Jean Baptiste si era servito delle provviste immagazzinate nella baracca.
La volta successiva, dopo altre tre settimane, si accorsero che una parte delle assi che costituivano l’abitazione era stata rimossa e trovarono la carcassa di una giovenca parzialmente macellata. La pelle dell’animale era stata tagliata a strisce. L’esilio di Jean Baptiste era finito: con il legno e le corde di cuoio, il becchino era riuscito a costruire una zattera di fortuna e aveva abbandonato l’isola.
A questo punto, la storia sconfina nella leggenda e si possono fare soltanto delle ipotesi.


Un’ironica vignetta del tempo

È sicuramente improbabile che Jean Baptiste sia morto sull’isola, visto che tutto lascia pensare che si fosse costruito un’imbarcazione. Tuttavia, si raccontano storie sul suo fantasma che vaga ancora su Fremont Island. Alcuni pensano che l’esilio non sia stato altro che una messa in scena, e che il becchino sia stato in realtà ucciso dai suoi carcerieri subito dopo aver messo piede sull’isola, al riparo da sguardi indiscreti.
Un’altra ipotesi, più probabile, è che sia annegato nel Grande Lago Salato mentre stava cercando di attraversarlo, magari sorpreso da un’improvvisa tempesta primaverile. Anni più tardi, nel 1890, dei cacciatori di anatre rinvennero un teschio umano nel fango, nel punto in cui il fiume Jordan sfocia nel lago. Tre anni dopo, nel marzo del 1893, nella stessa zona fu ritrovato uno scheletro decapitato, con una palla di ferro assicurata alla caviglia per mezzo di una catena. In molti pensarono che si trattasse del corpo di Jean Baptiste, ma in un’intervista apparsa sul Deseret News, Dewey negò di avergli messo una palla al piede. È quindi probabile che lo scheletro appartenesse a un altro detenuto, evaso dalla prigione locale. Risulta comunque strano pensare che al reo sia stata concessa così tanta libertà di movimento, considerando che l’acqua del lago era piuttosto densa a causa della concentrazione salina e che sarebbe stato possibile attraversarlo a nuoto senza troppe difficoltà.
La terza ipotesi è che il progetto di fuga abbia avuto successo: qualcuno raccontò di aver incontrato Jean Baptiste nei campi di estrazione mineraria in Montana, altri erano pronti a giurare di averlo visto su un treno diretto in California.
Comunque sia andata a finire, la storia di Jean Baptiste mantiene ancora oggi un certo fascino macabro.
Il suo non fu un caso isolato: analizzando le cronache dell’epoca, appare evidente che nel vecchio West era senz’altro difficile restare in vita, ma anche godere dell’eterno riposo presentava qualche difficoltà.
I cimiteri, infatti, erano visitati di notte dai cosiddetti “Resurrection Men”, gli uomini della resurrezione, che di notte si recavano nei cimiteri per trafugare le salme. In questi casi l’obiettivo principale non era il furto degli averi dei morti, quanto recuperare il cadavere stesso.
Le scuole di medicina, infatti, avevano un gran bisogno di cadaveri per insegnare l’anatomia agli allievi. Dal momento che questa pratica non era consentita dalla legge, spesso i medici erano costretti ad avvalersi dei servigi di questi cercatori di spoglie umane.


Bare scoperchiate

Le vittime preferite erano gli schiavi afroamericani presenti negli stati del Sud, che, nella gran parte dei casi, non disponevano dei soldi necessari per una sepoltura vera e propria, né potevano seppellire i loro morti nei cimiteri dei bianchi. Gli schiavi erano così costretti a ricorrere sepolture clandestine, di notte, dentro a fosse comuni.
In un interessante saggio dal titolo “Grave Robbing in New Englad”, Frederick C. Waite racconta il caso di un professore di anatomia del New England; l’uomotra il 1880 e il 1890, riuscì a stipulare un contratto per ricevere quattro volte all’anno una spedizione di una dozzina di corpi di afroamericani. “Arrivavano rinchiusi in barili che venivano etichettati come trementina, e venivano recapitati in una ferramenta locale che smerciava vernici”.
Il “resurrezionista” di turno non aveva che da seguire il funerale di qualche schiavo, magari identificandolo attraverso i bagliori delle torce nella notte. A quel punto, a distanza di qualche ora, dopo che si erano calmate le acque e i parenti erano rincasati, poteva avere inizio la “resurrezione anticipata”: i cadaveri venivano dissotterrati e caricati su treni che li trasportavano nei centri medici del Nord Est, dove sarebbero stati utilizzati per autopsie e dimostrazioni pratiche nei cosiddetti “Teatri di Anatomia”, luoghi in cui si effettuavano autopsie in pubblico, soprattutto a beneficio di medici e studenti.
Se si voleva agire nei cimiteri bianchi, invece, occorreva qualche accortezza in più. Ad esempio, si poteva cercare di infiltrare una complice alla sepoltura. Questa, vestita a lutto e con il volto celato da una veletta, tra un finto singhiozzo e l’altro poteva raccogliere informazioni e riferire in merito a potenziali problemi che si sarebbero potuti riscontrare nell’attività notturna di esumazione. Una valida alternativa poteva essere quella di corrompere i domestici del morto prima della sepoltura, sottraendo il cadavere prima dell’inumazione.
Anche per trafugare la salma esisteva una tecnica ben precisa: in genere, si rimuoveva una zolla in corrispondenza della testa del morto e si scavava fino a quando non si incontrava la bara, che veniva rotta. A quel punto, si faceva passare una corda intorno al corpo e lo si sfilava dalla cassa. La tomba veniva richiusa e la zolla rimessa al suo posto, lasciando minime tracce del furto avvenuto.
Negli Stati Uniti vennero ben presto importati dal Regno Unito dei metodi per prevenire il trafugamento dei cadaveri. Al di qua dell’oceano, infatti, e soprattutto in Scozia e Inghilterra, sedi di prestigiosi istituti medici, c’era stato un dilagare di esumazioni clandestine, fino all’istituzione dell’Anatomy Act del 1832, con il quale la pratica venne parzialmente legalizzata e regolamentata. In Scozia, addirittura, ci fu chi, come la coppia di serial killer William Burke e William Hare, i celebri “Assassini di Westport”, pensò bene di accelerare la data del trapasso, procurandosi attivamente ben 17 cadaveri freschi da rivendere all’università. Ancora oggi, “to burke”, in inglese, significa “soffocare” e l’etimo del verbo deriva dal cognome di questo intraprendente bodysnatcher. Un bel film di John Landis, “Ladri di cadaveri”, potrà aiutarvi ad approfondire l’argomento, se dovesse interessarvi.


Un sistema di protezione della tomba

Nel Regno Unito, le famiglie più benestanti iniziarono a dotare le tombe di pesanti pietre sepolcrali o di “mortsafes”, le casse salvamorto, pesanti gabbie in ferro che venivano applicate sulla tomba per proteggerla, o addirittura dei feretri blindati. Un’alternativa più proletaria poteva essere uno scavo più profondo, o l’interramento di pesanti sassi per rendere difficile il processo estrattivo. In altri casi ancora, si faceva ricorso ai “coffin collars”, dei collari di ferro assicurati al fondo della bara, che rendevano impossibile, o quantomeno difficoltoso, lo sfilamento del cadavere dal sarcofago.
Negli Stati Uniti non si trovano esempi di questo tipo di dispositivi. I metodi di prevenzione erano fondamentalmente due. Il primo consisteva nello stoccaggio dei corpi all’interno di edifici fortificati e difficili da scassinare, che venivano chiamati “mort houses”, mortuari. Quando i cadaveri avevano raggiunto uno stato di putrefazione avanzato e non erano più appetibili per i resurrezionisti, venivano trasferiti nelle loro dimore eterne.
Il secondo metodo, invece, consisteva nel pagare qualcuno che facesse la guardia alla tomba di notte. Anche in questo caso, la veglia doveva perdurare per un buon lasso di tempo, per far sì che il cadavere smettesse di attirare le attenzioni dei ladri di cadaveri, ma non sempre le guardie erano indifferenti alle mance elargite dai resurrection men.
Dalla vicenda di Jean Baptiste, per lungo tempo tempo consegnata all’oblio, è stato tratto, qualche tempo fa, un film western indipendente, “Redemption: for robbing the dead”, regia di Thomas Russell, con Michael Madsen nei panni dello sceriffo Henry Heath.

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