Gli oscar del cinema western – 33

A cura di Domenico Rizzi
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 32, 33.


EROI DI CARTA

Il cinema western del nuovo millennio prova a riproporre alcuni eroi ricavati da romanzi o fumetti e assurti a popolarità universale, né più né meno di Tex Willer.
Il primo esperimento, del 2004, risulta abbastanza fallimentare. Diretto dall’olandese Jan Counen, “Blueberry” – co-produzione di Francia, Messico e USA distribuito nel 2005 – si ispira al fumetto omonimo ideato nel 1963 dai francesi Jean Michel Charlier e Jean Giraud.
Il protagonista Mike Donovan (Blueberry) è interpretato dall’attore parigino Vincent Cassel (Hugh O’Conor nella parte del Blueberry giovane) mentre, fra gli altri personaggi figurano un anziano Ernest Borgnine (Rolling Star) e l’attrice-cantante californiana Juliette Lewis (Maria Sullivan).
La vicenda narrata in questo film – un misto di avventura, misticismo e surreale – non è derivata direttamente da un fumetto pubblicato, ma creata appositamente dai due autori Charlier e Giraud per la regia. I costi della pellicola sono elevatissimi (40 milioni di dollari) a causa degli esterni girati in diverse località fra Messico e Francia, ma la resa commerciale risulta disastrosa. Nonostante una discreta accoglienza nelle sale francesi, il consuntivo finale è da brividi, non raggiungendo neppure il 15% della somma investita.
Maggior fortuna ottiene invece la versione cinematografica di un eroe da romanzo, quello Zorro scaturito nel 1919 dalla penna di Johnston McCulley come l’impavido cavaliere don Diego de la Vega che compare per la prima volta nel romanzo “La maledizione di Capistrano” (ripubblicato come “Il segno di Zorro”) per combattere mascherato i soprusi nella California spagnola di inizio Ottocento. Il cinema gli dedica subito, a distanza di un anno dall’opera letteraria, un film diretto da Fred Niblo e interpretato da Douglas Fairbanks senior (Zorro/don Diego de la Vega) che ne è anche sceneggiatore sotto pseudonimo, Claire Mc Dowell (doña Catalina Pulido) Marguerite De La Motte (Lolita Pulido) Noah Berry senior (sergente Gonzales) e George Periolat (governatore Alvarado). Alla pellicola ne seguono una trentina negli anni successivi, senza contare imitazioni e parodie varie. L’ultima edizione è appunto quella di Martin Campbell, che nel 2005 gira “The Legend of Zorro” con Antonio Banderas quale protagonista, Catherine Zeta-Jones (Elèna de la Vega) Rufus Senwell (conte Armand) Nick Chinlund (Jacob McGivens) Adriàn Alonso (Joaquin de la Vega) e una sfilza di altri personaggi, diversi dei quali non figurano nei precedenti film.


The legend of Zorro

Girato a San Luìs Potosi, in Messico e a Wellington, in Nuova Zelanda (dove si svolgono anche gli interni) viene finanziato con un budget notevole di 75 milioni di dollari, che spera di recuperare facilmente. L’esito è più che buono, dal momento che l’incasso, a dispetto della critica in gran parte sfavorevole, supera abbondantemente i 142 milioni. Inoltre ottiene una nomination al Golden Globe per gli effetti sonori ed altre candidature minori, delle quali vince lo Young Artist Award per il miglior attore giovane, aggiudicato a Adriàn Alonso.
Dal punto di vista dei riconoscimenti critici non è un gran successo, ma i produttori Steven Spielberg, Roger Birnbaum e Gary Barber possono fare ugualmente salti di gioia per la valanga di dollari introitati.
Il 2005 è anche l’anno in cui il genere, già diventato adulto da anni con il revisionismo, mostra di accostarsi ad un tema scottante, con un contemporary western intitolato “I segreti di Brokeback Mountain” di Ang Lee, accolto entusiasticamente dalla critica e destinato a spopolare ai botteghini.
La storia è piccante: due sorveglianti di pecore del Wyoming diventano gay e portano avanti per anni la loro segreta relazione, nonostante siano entrambi sposati e con prole, fino a quando il rapporto non ha una conclusione drammatica.


I segreti di Brokeback Mountain

In precedenza, come si è detto, il western aveva già trattato tematiche scabrose, principalmente l’incesto (“L’occhio caldo del cielo”) e molto velatamente quello dell’omosessualità (“Ultima notte a Warlock”). Non per questo il filone cessa di essere avventuroso e tradizionalista, scoprendo nuove trame o proponendo remake capaci di avvincere ancora il pubblico.

BANDITI MENO ROMANTICI

Nel 2007 il western rispolvera alcuni soggetti classici, quali l’uccisione del fuorilegge Jesse James e la vicenda che Delmer Daves aveva diretto in “Quel treno per Yuma” nel 1957.
“L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford”, traduzione letterale del titolo inglese, viene diretto e sceneggiato da Andrew Dominik, dal romanzo di Ron Hansen, con la fotografia di Roger Deakins e le musiche di Nick Cave e Warren Ellis.


L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford

Ne sono interpreti Brad Pitt (Jesse James) Casey Affleck (Robert Ford) Sam Rockwell (Charlie Ford) Mary Louise Parker (Zerelda “Zee” James) e Sam Shepard (Frank James). La trama, concentrata sull’ultimo anno di vita del fuorilegge Jesse Woodson James, ormai ritiratosi dalle rapine e nascosto a Saint Joseph sotto falso nome insieme alla moglie Zee, è basata soprattutto sul contrastato rapporto di ammirazione-avversione fra il bandito e “Bob” Ford, l’uomo che diverrà il suo giustiziere. Si tratta dunque di un western psicologico, nel quale sembra predominare la figura interpretata da Affleck, piuttosto che quella di Pitt, con un’azione piuttosto statica – alcune scene sono eccessivamente lunghe e pesanti – e ottime riprese fotografiche, forse la parte migliore del film insieme alla colonna sonora di Cave e Ellis. Partendo dal 1927, è il quindicesimo film girato intorno alla figura del celebre bandito, che trovò la morte il 3 aprile 1882 all’età di 34 anni. Il cinema ha ormai preso le distanze dai film celebrativi della sua figura, come pure da quelli “giustificativi”: Jesse è ormai una persona braccata in tutti i sensi, che non si fida del giovane Bob, mettendolo paradossalmente di fronte ad un dilemma interiore circa l’azione che sta per compiere.

Nella realtà, forse tutto fu molto più semplice e il ventenne Robert Newton Ford, probabilmente al servizio dei Pinkerton, uccise James più per costruirsi una fama imperitura che per intascare il compenso. La storia dice anche che, dopo il suo gesto, egli non ebbe troppa fortuna: infatti l’8 giugno 1892 venne affrontato e ucciso da Edward C. O’Kelley in un saloon di Creede, nel Colorado. Suo fratello Charles, complice nell’eliminazione di James e affetto di tubercolosi, era morto suicida nel 1884.
L’ambientazione è tutta canadese – Calgary, Canmore e Edmonton nell’Alberta; Winnipeg nel Manitoba – e conferisce grande suggestione alle scene girate con la neve.
La critica si mostra favorevole, candidando il film a 2 nomination all’Oscar (miglior attore non protagonista a Affleck e miglior fotografia) altre 2 nomination per Affleck, rispettivamente al Golden Globe e al Broadcast Film Critics Association Award.


Una scena del film

Alla fine, gli unici premi conquistati sono quello assegnato dalla Chicago Film Critics Association Award a Roger Deakins per la fotografia e dal National Board of Review Award ad Affleck. Anche al Festival di Venezia, il film di Dominik si aggiudica un riconoscimento – la Coppa Volpi – questa volta per il miglior attore protagonista Brad Pitt, mentre il regista ottiene una candidatura al Leone d’Oro.
Il pubblico non apprezza questa ennesima versione della fine di Jesse James, rispondendo tiepidamente al richiamo pubblicitario. Infatti, l’incasso si limita a 15 milioni di dollari, vale a dire la metà della somma spesa.
Grande attesa anche per il rifacimento di “Quel treno per Yuma”, che ricalca soltanto in parte la trama del primo film diretto da Delmer Daves nel 1957. Il regista James Mangold, pur attingendo al medesimo soggetto di Elmore Leonard, sceneggiato questa volta da Michael Brandt, Derek Haas e Halsted Welles, introduce numerose varianti, che se da un lato rendono più spettacolare il suo lavoro – ad esempio, nella scena dell’inseguimento da parte dei banditi della diligenza armata di una mitragliatrice Gatling o in quella finale dei bovini che travolgono il vice capobanda Charlie Prince (Ben Foster) dalle tendenze omosessuali – dall’altro lo allontanano parecchio dalla sua prima versione.


Quel treno per Yuma

Girato nel New Mexico e Colorado, con inizio nell’ottobre 2006, il film costa alla fine più di 50 milioni di dollari, ma, nonostante la nota bravura dei suoi attori Russell Crowe (il bandito Ben Wade) Christian Bale (il contadino Dan Evans) Logan Lerman (William, il figlio maggiore di Dan) Peter Fonda (McElroy, agente della Pinkerton) Gretchen Mol (Alice Evans, moglie di Dan) non riesce a produrre sul pubblico l’effetto che aveva fatto il film di Daves mezzo secolo prima. Probabilmente perché i film moderni, che spesso sono più realistici rispetto a quelli del passato, mancano talvolta di pathos e difettano di divagazioni romantiche. Va tenuto anche conto che il pubblico moderno non è più lo stesso degli Anni Cinquanta, quando la gente amava i finali ispirati al positivismo, com’era appunto la pellicola diretta da Daves cpn l’interpretazione principale di Glenn Ford (Wade) e Van Heflin (Evans).

Nonostante ciò, gli incassi sono decisamente soddisfacenti (circa 70 milioni di dollari) mentre i giudizi della critica si dividono, proponendo 2 nomination all’Oscar – miglior colonna sonora al compositore newyorkese di origine italo-greca Marco Beltrami e miglior sonoro a Paul Massey, David Giammarco e Jim Stuebe – che non hanno seguito. Altre 6 nomination per premi di minore importanza (fra cui una seconda candidatura per Beltrami quale miglior compositore ed una a Ben Foster quale miglior attore non protagonista) si aggiungono al carniere, aumentando il prestigio del film senza farlo salire ai livelli sperati.

DOVE IL WESTERN NON TRAMONTA MAI

Nella terra dove il western letterario e cinematografico ha avuto le sue origini e raggiunto il massimo splendore – gli Stati Uniti d’America – il genere riprende subito quota dopo il periodo di crisi anteriore agli Anni Novanta, immettendo molti film sul mercato, mentre la produzione europea si affievolisce sempre più e quella italiana in particolare scompare letteralmente nel volgere di pochi anni.
Dal 2000 al 2009 i film USA sono circa 120, a fronte di soli 25 di altri Paesi, incluso il Canada e la Sud Corea.


Bury My Heart at Wounded Knee

La maggior parte dei film americani, comprese le mini-serie televisive, alcune delle quali di sicuro interesse per gli appassionati del genere, non arrivano alle sale italiane; qualcuno, come “Bury My Heart at Wounded Knee”, diretto da Yves Simoneau nel 2007 ottiene ben 17 nomination all’Emmy Award e ne vince 6.
“Comanche Moon”, realizzato in 3 puntate per la TV e diretto da Simon Wincer nel 2008 su soggetto di Larry Mc Murtry, con l’interpretazione di Val Kilmer e Wes Studi, è basato sulle scorrerie dei Comanche agli albori dello Stato del Texas e contiene riferimenti alla storia di Cynthia Ann Parker, la donna bianca divenuta moglie di Peta Nokoni e madre del famoso capo Quanah Parker.


Comanche Moon

La critica non gli è favorevole, nonostante la sua impronta revisionista. “The Only Good Indian”, regia di Kevin Wilmott, ospita ancora l’onnipresente Wes Studi nella parte di uno scout pellerossa, viene premiato al Sundance Film Festival, ma ottiene altre gratificazioni in successivi concorsi. Un altro film del 2009, dominato da un crudo realismo è “The Donner Party”, scritto e diretto da Terrence J. Martin, finalmente una ricostruzione verosimile della tragedia toccata alla carovana Donner, rimasta bloccata dalla neve sulla Sierra Nevada nel 1846: i superstiti, 48 persone su 88, sopravvissero anche cibandosi della carne dei cadaveri.


The Donner Party

Purtroppo il film, girato in parte al Donner Pass della California e premiato al Festival di Austin, tralascia o mette in secondo piano personaggi storici importanti quale James Reed, al quale si deve la salvezza dei suoi ex compagni, che l’avevano allontanato per avere ucciso un rivale in duello.
Un buon film, proiettato anche nelle sale nazionali, è “Appaloosa”, diretto da Ed Harris, dal romanzo di Robert B. Parker. Girato nel 2007-2008 con un budget di 20 milioni di dollari e distribuito in Italia da gennaio 2009, ha tutte le caratteristiche del western vecchio stile, mostrando qualche somiglianza con “Ultima notte a Warlock” ed altri classici e l’eccellente interpretazione dello stesso Harris (city marshal Virgil Cole) che è anche sceneggiatore insieme a Robert Knott, Viggo Mortensen (vice marshal Everett Hitch) Renèe Zellweger (Allison French) Jeremy Irons (il ranchero disonesto Randall Bragg) ed una schiera di attori di indiscutibile capacità. La fotografia è di Dean Semler, la colonna sonora, assai ricca, di Jeff Beal.


Appaloosa

Cole deve vedersela con l’omicida Bragg, condannato e poi evaso prendendo la vedova Allison come ostaggio, e la scarsa fedeltà della donna, che dopo avere corteggiato Hitch si concede un flirt anche con il bandito durante la fuga. Alla fine, eliminato quest’ultimo e i suoi fiancheggiatori, il vice marshal decide di abbandonare il villaggio di Appaloosa, nel New Mexico, per favorire il riavvicinamento della donna al suo amico. Dunque, un altro inno all’amicizia virile, ma senza i soliti trionfalismi contenuti in precedenti lavori: mentre si allontana a cavallo, Hitch si augura, senza nascondere il proprio scetticismo, che Allison decida finalmente di rimanere al fianco di Cole come una moglie o una compagna.

Il film ha vinto un premio per la miglior sceneggiatura al Boston Film Festival. In Italia è stato presentato al Festival Internazionale di Roma come proiezione speciale e successivamente al Festival Internazionale del Film di Torino. L’incasso è stato soddisfacente, sfiorando i 28 milioni di dollari.

PIOGGIA DI NOMINATION, NESSUN, OSCAR

Come si è detto, i film americani giunti in Italia nel decennio 2000-2009 sono stati veramente pochi. Nel 2010 esce il tanto atteso remake de “Il Grinta”, che alla fine degli Anni Sessanta ha fruttato l’Oscar alla carriera a John Wayne. A dirigerlo sono questa volta i fratelli Joel e Ethan Coen, che ingaggiano un cast molto incoraggiante, affidando la parte di Rooster Cogburn (“Grinta”) all’ultrasessantenne Jeff Bridges, quella del ranger LeBoef a Matt Damon e il ruolo della caparbia Mattie Ross alla graziosa Hailee Steinfeld, appena tredicenne.


Grinta

Altri attori non protagonisti sono Josh Brolin (l’assassino Tom Chaney) Elizabeth Marvel (Mattie nel finale, quando ha 40 anni) Leon Russom (sceriffo) Barry Pepper (bandito “Lucky” Ned Pepper). La stupenda fotografia è di Roger Deakins, le musiche sono di Carter Borwell, la sceneggiatura degli stessi Coen, che sono anche produttori insieme a Steven Spielberg e Scott Rudin.
Girato nei dintorni di Santa Fè (New Mexico) e Austin (Texas) il film ha dei costi elevati, che si aggirano sui 38 milioni di dollari, ma la speranza è di ricavarne almeno il doppio o il triplo. La scelta decisiva risiede, più che nell’attore destinato ad impersonare il burbero e a tratti repellente Cogburn, nella individuazione della protagonista femminile, che nel romanzo di Cahrles Portis è una quattordicenne con il carattere un po’ straripante tipico delle ragazze del Sud. Henry Hathaway aveva puntato sulla brava Kim Darby, un’attrice ventiduenne dall’aspetto adolescenziale, già sposata e in procinto di divorziare, apparsa nelle serie di “Star Trek”, “Il dottor Kildare” e “Bonanza”. Senza nulla togliere alla bravura della Darby, il progetto dei Coen intende seguire più fedelmente le righe dell’opera letteraria, presentando sulla schermo il personaggio com’è nell’introduzione del libro, nel quale la vicenda è narrata in prima persona da lei stessa: “La gente non riesce a credere che una mocciosa di quattordici anni è capace di andarsene di casa in pieno inverno per vendicare la morte del padre, ma a quei tempi non sembraba tanto stravagante… Avevo da poco compiuto quattordici anniu quando un vigliacco ch portava il nome di Tom Chaney sparò a mio padre giù a Fort Smith, in Arkansas, e gli portò via la vita, il cavallo e centocinquanta dollari in contanti, oltre a due monete d’oro che teneva nascoste nella cintura. (Charles Portis, “Il Grinta”, Neri Pozza Editore/Giano, 2011, p. 7).

Hailee Steinfeld, che è nata a Tarzana, vicino a Los Angeles, nel dicembre 1996 ed ha incominciato a recitare all’età di 8 anni in un cortometraggio e in numerosi spot televisivi, viene scelta per il ruolo di Mattie fra 15.000 concorrenti!
Sul New York Times del 10 dicembre 2010 questa differenza viene evidenziata da Ethan Coen,: “Mattie Ross è una rompiscatole, ma c’è qualcosa di profondamente ammirevole di lei nel libro, da cui eravamo attratti”.
Come “Il cavaliere della valle solitaria di Jack Schaefer il romanzo si basa sulle memorie di un bambino, ne “Il Grinta” è una voce femminile a narrare gli avvenimenti di cui è stata diretta protagonista e testimone. La vicenda si spinge fino all’età matura della donna, in cerca del suo antico vendicatore e salvatore Rooster Cogburn, scomparso dalla circolazione dopo l’eliminazione della banda Chaney. Durante le ricerche, Mattie – rimasta priva di un braccio a seguito dei morsi di un serpente a sonagli – si imbatte per caso in due autentici protagonisti della storia del West, che insieme formano ormai un quadro patetico: “Ho trovato Cole Younger e Frank James seduti in un carrozzone in maniche di camicia. Bevevano Coca-Cola e si facevano aria con dei ventagli. Erano due bacucchi. Ho pensato che il Grinta dovesse essere parecchio invecchiato…Younger mi ha detto che il Grinta era venuto a mancare pochi giorni prima quando il circo aveva fatto tappa a Jonesboro, in Arkansas. Era già da qualche mese che non si sentiva bene…” (Portis, op. cit., pp. 173-74).
Il finale del film, come pure lo svolgersi della trama, segue il racconto della ragazza senza allontanarsi dal solco narrativo, prendendo quindi una direzione totalmente diversa da quella impostata da Hathaway. Il Grinta ne esce vittorioso come nell’altro film, ma ben diversa è la sorte della ragazza dopo essere malauguratamente precipitata in una tana di crotali, che riescono a morderla.


Grinta

La sua conclusione, a distanza di oltre 25 anni, reca un pizzico di amarezza ma conserva i segni del suo carattere indomito: “Non ho mai trovato il tempo per sposarmi, ma sono fatti miei. Volendo, potrei sposare un babbeo qualunque e farne il mio cassiere. Una donna sveglia, con una lingua tagliente e un braccio amputato e una madre invalida da accudire è alquanto svantaggiata, anche se devo ammettere che avrei potuto accalappiarli, due o tre sudicioni che avevano messo gli occhi sulla mia banca.” (Portis, op. cit., p. 175).
La critica reagisce con una vera pioggia di nomination, addirittura 10, che vanno dalla candidatura per il miglior film ai Coen fino al miglior montaggio sonoro a Skip Lievsay e Craig Berkey e tutti si aspettano legittimamente che “True Grit” si porti a casa un bel sacco di statuette: invece, non ne ottiene, inspiegabilmente, neppure una. Toccherà alla Chicago Film Critics Association Award, alla Las Vegas Film Critics Society Award e alla Broadcast Film Critics Association Award rimediare in parte alla grande ingiustizia, proponendo nell’insieme 23 nomination e assegnando a Hailee Steinfeld il premio quale miglior attrice non protagonista e miglior giovane attrice. Inoltre, fra le 7 candidature al premio BAFTA, Roger Deakins vince quello per la miglior fotografia. Il National Board of Review Award inserisce “Il Grinta” fra I migliori 10 film dell’anno.
Il successo del film è comunque planetario, come dimostra la resa ai botteghini di oltre 252 milioni di dollari.
Ancora una volta, il western dato per defunto o comunque moribondo ha rialzato la testa, sparando micidiali colpi con le sue intramontabili Colt.

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