Tre storie di spettri nel far west

A cura di Gian Carlo Benedetti

Visto il rinnovato interesse per le storie “di confine” legate nella storia del west, ho scelto, tra le molte, di proporre ai lettori di Farwest.it tre storie di spettri.
Tali storie sono assai comuni a tutte le culture del mondo, anche avanzate ed il Far West, per l’estensione e varietà dei paesaggi, il crogiolo di razze (ove ogni cultura portava i suoi incubi) e per la violenza della colonizzazione, si prestava molto bene ad alimentare queste leggende – ormai parte del folklore – ma in certi periodi ritenute credibili, come abbiamo visto nel recente interessante articolo sui vampiri e non-morti, credenza questa importata dagli emigranti dall’Europa centrale.
Questa è certamente una parte del West meno letta poiché le sono stati preferiti gli scrittori narranti le terre riarse dal sole del Grande Bacino, dei deserti e delle immense praterie centrali di “erba blu”, spazzate dal vento, tipo gli Zane Grey, Owen Wister, Luois L’Amour ed altri ed (il mio oggi preferito) Cormac McCarthy. Ma quelle stesse terre la notte assumono un altro sinistro aspetto, le rocce degli altopiani possono nascondere i balzi degli SkinWalkers, le foreste del Nord l’agguato di Windigo, le acque calme dei laghi l’Ogopogo che vi rovescia la fragile canoa.

Lo spettro rosso

La prima è quella dello “Spettro Rosso” (Red Ghost) diffusa specialmente nell’Arizona meridionale. Dopo la dismissione dei “cammelli”, qualche esemplare, abbandonato nel deserto in cui certamente si trovava a suo agio, cominciò a girovagare nei luoghi scarsamente popolati. Immaginiamo lo spavento di coloro che fecero questi strani incontri, data anche l’ignoranza dell’epoca, sia dei cercatori bianchi che dei residenti nativi, sulle razze di animali non autoctone, tanto più che le dimensioni dell’animale sono assai rispettabili ed il carattere è notoriamente scontroso.
Nel 1883 fu rinvenuto il corpo martoriato di una donna con accanto tracce di enormi zoccoli, non attribuibili a fauna locale. Che fossero impronte del diavolo?
Poco tempo dopo un bestione distrusse la tenda ove dormivano due minatori che per lo spavento ed il buio non riuscirono ad identificare l’incursore, solo che era enorme. Furono notate le stesse grandi impronte e dei ciuffi di pelo rossiccio.


Il dromedario fantasma

Dopo incidenti similari qualcuno riconobbe che si trattava un cammello inselvatichito, oggetto poi di vari altri avvistamenti tra cui quello di un ranchero che affermò di aver incontrato l’animale che era montato da un cavaliere privo della testa! Il cammello fu avvistato anche da alcuni prospettori; mentre si allontanava aveva lasciato cadere qualcosa. Avvicinatisi, scoprirono con orrore che la “cosa” caduta era un teschio umano.
Ce n’era abbastanza per far nascere la paura della presenza di spettri e, date le impronte di zoccoli ed il cavaliere, di un animale demoniaco.
Nel 1893 un altro ranchero vide l’animale che pascolava nel suo orto e gli sparò uccidendolo. L’enorme animale aveva una sella e le redini ed, evidentemente, si era liberato del suo improbabile ed angosciante cavaliere.
Molte speculazioni furono avanzate su chi potesse essere il misterioso cavaliere senza testa, una di esse era che un giovane inesperto soldato incerto sulla sella, fosse stato ad essa legato, e che il cammello fosse fuggito cagionandone in qualche modo la morte, vagando poi col triste fardello. I militari lo avrebbero vanamente inseguito senza mai raggiungere lo sventurato commilitone. Nessuno dei due era stato più avvistato.
Sebbene abbandonati dal “Camel Corp” dell’esercito dei cammelli continuarono a vagabondare nei deserti per decenni: un cercatore di metalli nel 1907 ne avvistò due insieme nel Nevada. Nell’aprile del 1934 l”Herald Tribune” riportò il decesso dell’ultimo cammello catturato del deserto della California che finì i suoi giorni nel Griffith Park di Los Angeles.
La leggenda del cammello fantasma, in questo caso vendicatore, prosegue.
Un certo Jake, cercatore d’oro, ne aveva acquistato tre esemplari ad un asta dell’esercito che teneva con molta cura. Si vantò incautamente durante una bevuta collettiva nel Saloon di aver scoperto una ricca vena, di cui ovviamente non rivelò l’ubicazione.


La leggenda dello spettro rosso dell’Arizona

Durante una sua gita nel deserto, nonostante i giri a vuoto per scongiurare eventuali inseguimenti, fu abilmente tracciato da un malfattore, tale Paul Adams che, ritendendo di aver trovato il giacimento aurifero, lo uccise a tradimento mentre era accampato. Uno dei cammelli intervenne per difendere il padrone e dette un morso profondo all’assassino che gli sparò e lo uccise.
Adams cominciò quindi a cercare senza fortuna il tesoro e si accampò nel posto.
Una notte si materializzò lo spettro di Jake in groppa al suo fedele cammello morto ed inseguì, tagliandogli le altre vie di fuga in una caccia infernale, il suo carnefice sino al limitare della città dove il reo terrorizzato rese piena confessione allo sceriffo.
Si dice che Jake ed il cammello vaghino ancora nel deserto.

La cavalcata del morto

La seconda storia è più famosa e forma oggetto. con una intrigante rivisitazione ed interpretazione, di un albo gigante del notissimo fumetto Tex Willer dal titolo “la Cavalcata del Morto”.
Verso la metà del 1800 nelle pianure del Texas molti mandriani o viaggiatori, accampati nelle notti illuminate dalla luna, giuravano di aver visto un cavallo nero condotto da un cavaliere senza testa che vagava a briglia sciolta.
Seppure l’immaginazione dei cow boys veniva ritenuta fervida era assai difficile liquidarla come una semplice favola di gente impressionabile: troppe persone, indiani compresi, narravano di averlo incontrato ed essere fuggiti in preda al terrore per l’apparizione, naturalmente alcuni dopo aver reagito nella maniera più consona ai tempi: pallotole e frecce, senza che il misterioso spettro se ne desse cura alcuna.
Le pianure del sud del Texas cominciarono ad essere evitate, se era possibile, per il timore dell’infernale incontro il cui solo pensiero faceva drizzare i capelli sotto i cappelli o le piume. Anche perché si riteneva che l’incontro avrebbe portato sfortuna. Figuriamoci anche i superstiziosi Vaqueros.


El Muerto al galoppo nel Texas

Nacque così la leggenda di “El Muerto”: un cavaliere senza testa, spettrale e maledetto, che caracollava sul nero cavallo, assecondando i movimenti di questo ed era per di più invulnerabile ai tiri (d’altronde era già morto!).
Alla fine un posse di rancheros del posto si fece coraggio e catturò, vicino ad una pozza di acqua nei pressi di Alice nel Texas meridionale, un pony nero con saldamente legato in groppa un cadavere mummificato, senza la testa e pieno di fori di pallottole e frecce indiane. La salma fu seppellita vicino alla località di Ben Bolt.
Si venne allora a capo del mistero.
Com’è noto all’epoca la zona del Rio Grande e la “Nueces Strip” erano un territorio di frontiera… nella frontiera, soggetto alle razzìe ed incursioni dei bandidos messicani, dei fuorilegge americani e degli indiani Comanche, Kiowa, Apache Lipan e chi ne ha più ne metta. Anche i benpensanti residenti messicani, espropriati e vessati dagli invasori razzisti statunitensi che avevano da poco vinto la guerra, erano in subbuglio e gli scontri erano comuni.
Era stato creato un apposito corpo di polizia detto Rangers, che in seguito entrò nella leggenda quale difensore degli oppressi, ma che all’epoca era costituito da uomini, figli di una terra violenta e senza legge, che applicavano la “giustizia della prateria” per le vie spicce e senza tanti processi; usavano gli stessi metodi di coloro che combattevano, soprattutto verso la componente ispanica e nativa… leggasi corda insaponata o piombo caldo.
Nel 1850 un bandito messicano, specializzato nelle razzie di bestiame, di nome Vidal, insieme a tre sodali approfittò della ennesima incursione di Comanches il cui contrasto assorbiva gli uomini validi verso il nord e fece incetta di cavalli nei ranches ubicati nella vallata del fiume San Antonio.
Quello che Vidal non aveva messo in conto era che tra le bestie razziate vi erano i cavalli pregiati di uno dei ranger più temibili del territorio, Creed Taylor che quella volta non si era posto all’inseguimento dei Comanches, il pericoloso sport preferito dai rangers, proprio poiché temeva per i suoi cavalli (come il famoso capo sioux cheesy) sapendoli allocati troppo vicino al confine.
Il Taylor chiamò l’amico e collega Big Foot Wallace, che era ancor più temibile e spietato, ed insieme a tale Flores si misero sulle tracce fresche dei razziatori.
Da consumati cercatori di piste, gente abituata a dare la caccia addirittura ai Comanches, i guerrieri più abili, crudeli e temerari del territorio, per loro fu uno scherzo seguire il percorso della mandria e tre si appostarono silenziosamente vicino al campo dei fuorilegge in attesa della notte. Appena i bandidos si coricarono furono spediti all’altro mondo senza tanti complimenti e nessuna possibilità di pentimento: mi immagino il fumo, l’odore acre della polvere nera ed il botto secco delle devastanti Colt Dragoons, le magnum dell’epoca!.
La semplice morte però non bastava: occorreva anche costituisse un monito per gli altri fuorilegge. A tale scopo i rangers a volte legavano i (pochi) fuorilegge presi vivi agli alberi per fare un po’ di tiro a segno oppure li impiccavano, abbandonando i corpi insepolti agli animali.


Un vecchio racconto dedicato a El Muerto

Questa volta Wallace ebbe invece una idea migliore. Decapitò Vidal e lo assicurò saldamente al cavallo con corde di cuoio e delle assi lignee in maniera che il corpo rimanesse eretto, con le mani legate al pomolo della sella, aggiungendovi la testa ed il sombrero. Liberò quindi la povera bestia condannata a vagare nella prateria con suo macabro fardello sulla groppa. Creò involontariamente la leggenda del “Muerto”.
Il seppellimento dei resti del povero Vidal avrebbe dovuto far cessare gli avvistamenti, quando i soldati di stanza a Fort Inge (oggi Uvalde) ed altri viandanti giurarono di aver osservato nuovamente il cavallo guidato dal decapitato.
Ancora nel 1917 una coppia, viaggiante su un carro coperto, che si era accampata nei pressi di San Diego nel Texas, raccontò che durante la notte, mentre sedeva accanto al fuoco, le era apparso un terrificante cavaliere senza testa su un grande cavallo, stavolta grigio, che urlava a squarciagola: “E’ mio, è tutto mio!”.
Un altro avvistamento del “Muerto” risale addirittura al 1969 presso la località di Frear (Texas).
Le leggende sono dure a morire: ancora oggi c’è chi nel Texas giura di aver visto apparire, nelle notti rischiarate dalla luna, il cavaliere senza testa mentre galoppa spericolatamente tra i cactus e cespugli di mesquite.

La donna che piange

Il terzo spettro che vi propongo è quello della “Llorona” (la donna che piange).
Si tratta della leggenda più antica tramandata dalla popolazione ispanica del sud ovest, sembra sin dall’epoca dei Conquistadores, e poi messicana. Nessuno sa come è nata la leggenda, che viene declinata in varie versioni. E’ il fantasma di una donna molto bella, dai lunghi capelli neri, diafana e smagrita, vestita di bianco e tristissima che piange in continuazione la sua triste sorte. E’ (o meglio era in vita) una madre dannata che ha affogato i suoi figli e per tale misfatto non cessa mai di piangere in riva ai fiumi e dei laghi, cercando invano, tardivamente pentita, le sue creature scomparse perché da lei gettate nella corrente.
Secondo una versione era una paesana di nome Maria, cresciuta in un povero villaggio, di una grande bellezza, veniva corteggiata da ricchi e poveri, giovani e vecchi. La sera si vestiva a festa e per guadagnarsi la vita ballava il fandango nelle balere attesa da tutti i suoi spasimanti. Aveva però due figli che lasciava incustoditi tutte le sere mentre andava a divertirsi. Un giorno i due piccoli furono trovati affogati nel fiume, ci fu chi addebitò la morte alla sola incuria materna mentre altri sospettarono che la snaturata madre li avesse affogati perché costituivano un peso per la sua vita notturna.
Un altra versione narra che la donna bellissima ma di bassa condizione sociale era andata in sposa ad un ricco, vizioso e volubile personaggio che poi si era stancato di lei, nonostante la coppia avesse due figli in tenera età, preferendole donne giovani della aristocrazia locale. Voleva divorziare e tornava a casa solo per vedere i figli.


La llorona, la donna che piange

Una sera la bella Maria passeggiava con i figlioletti in riva al fiume quando sopraggiunse il marito in calesse, con accanto l’amante di turno. L’uomo salutò i figli ignorando la consorte e se ne andò via. La donna, presa da una incontenibile rabbia (che chiamerei sindrome di Medea) gettò i piccoli nel fiume. Subito pentita del gesto cercò di afferrarli, ma inutilmente, la corrente li aveva ghermiti. Cadde allora in uno stato di profonda prostrazione, rifiutando il cibo, e camminando inconsolabile tutto il giorno sulla riva del fiume. Alla fine divenne scheletrica e morì di consunzione sulla riva del fiume.
Poco dopo la sua morte il suo spettro senza pace cominciò ad apparire all’imbrunire sulle rive del fiume Santa Fè, piangendo e lamentandosi tanto che la gente iniziò ad aver paura di uscire al buio. Si diceva che ella, che con un lunga gonna bianca scivolava tra gli alberi a ridosso dell’acqua, sempre piangendo i suoi figli perduti. Cominciarono allora a non chiamarla più Maria ma la “Piagnona”. Ai bambini veniva vietato anche il solo avvicinarsi la sera al fiume poiché lo spettro poteva ghermirli e gettarli nell’acqua.
In ogni caso lo spirito viene indicato come crudele e senza pietà alcuna, ma forse più che crudeltà si tratta di follìa.
Racconta tale Patricio Logan, quando era ancora bambino ed in gita sul fiume con la famiglia, notò una figura femminile sottile e diafana che, fluttuando sulla collina e sull’acqua, appariva e scompariva. Quando fu più vicina di dissolse. I familiari ne cercarono inutilmente le impronte. Dedussero che si trattava della Llorona.
Vi sono in rete le testimonianze di numerose persone, ragazzi ma anche adulti, maschi e femmine, che giurano di aver visto lo spettro. Alcune testimonianze delle apparizioni, non limitata al fiume indicato ma anche negli Stati più a nord, arrivano addirittura al 2005, tanto che la gente del sud-ovest, soprattutto quella di origine ispanica, ammonisce i giovani ragazzi a non uscire di notte per paura di incontrare l’anima inquieta (ed inquietante) della povera Llorona.
Che sia un escamotage per tenerli in casa la sera? Dubito però che sorta grande effetto sui ragazzi di oggi.

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