La nascita del mito Western nell’Ottocento: Le Dime Novel – 5

A cura di Noemi Sammarco
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5.


Le Dime Novel

Le Dime Novels sono i romanzi da “dieci cent” che prendono il loro nome dal prezzo con il quale venivano vendute, per l’appunto un dime cioè una moneta dal valore di 10 centesimi. Queste pubblicazioni riuscirono a conquistare centinaia di migliaia di lettori nella seconda metà dell’Ottocento americano invadendo il nascente mercato di massa.
Le dime novel erano facilmente riconoscibili, stampate su carta economica si colore arancione, avevano sempre la copertina illustrata che solitamente raffigurava una delle scene più importanti del romanzo, l’eroina in pericolo mortale, l’eroe che arriva in suo soccorso e il cattivo in agguato.
Nel caso delle dime novel The Indian Queen scritta nel 1864 da Ann Sophia Stephens, l’eroina della storia era la regina indiana Mahaska ed è lei a conquistare la copertina del romanzo, arrivando sul suo cavallo pronta a sterminare i suoi nemici. La copertina aveva un compito molto importante, quello di attirare i lettori, e per questo dovevano essere accattivanti. Le dime novel erano vendute con cadenza periodica e numerate in serie, e il basso costo serviva per intercettare un pubblico nuovo di lavoratori che sapevano leggere e avrebbero potuto e voluto farlo mentre andavano e tornavano dal loro posto di lavoro (infatti questo genere di editoria è catalogata anche come railway literature, letteratura da ferrovia). Le dime novels trattarono di una infinità di argomenti, c’era qualcosa per tutti i gusti: storie d’amore, di pirati, di giovani attori in cerca di fortuna, di lavoratori nelle fabbriche e di investigatori, le trame rispondevano al modificarsi del tempo e della società ed erano sempre pronte a rispondere alle richieste e alle preferenze dei lettori. Nessun filone però ebbe successo come i romanzi di frontiera, tanto che i romanzi dime divennero per definizione romanzi western.
Le Beadle Series furono le prime e le più famose, presero il loro nome dalla casa editrice che le pubblicò, la Beadle&Adams creata a New York nel 1850. Tra il 1860 e il 1874 vennero pubblicate circa 321 dime novels, la cui maggioranza era a tema western, i cui protagonisti erano intrepidi giustizieri di torti, eroici massacratori di indiani e salvatori di donne bianche e tutte ebbero un successo enorme, infatti vendettero circa 60.000 copie ognuno.
Le dime novels prendevano in prestito i loro eroi dalla realtà come enuncia Samuel Hall nell’introduzione di uno di questi romanzi:
“Le caratteristiche e i nomi sono di persone vissute o viventi. I fatti sono fatti storici mai registrati, che io ho personalmente osservato; e dico che in questa storia presenterò la vita di frontiera così com’ è” (1).
Gli scrittori delle dime novel rivestivano le loro storie di un’aurea di autenticità, raccontando le vicende delle trame come se fossero il resoconto veridico di fatti reali. A volte affermavano la veridicità storica di quello che raccontavano rimandando a una o più “fonti” diaristiche, cronachistiche o comunque documentali. Questa dichiarazione di veridicità, molto spesso, introduceva la narrazione di fatti e avvenimenti fittizi. Furono proprio queste storie, che facevano credere al lettore di raccontare la verità e la realtà della vita di frontiera, che crearono “l’Ovest dell’immaginazione” (2), quell’Ovest immaginato e mitico che nelle menti degli americani prese forma attraverso la letteratura, l’arte e lo spettacolo e solo in ultimo attraverso la storia. La realtà leggendaria prevalse sulla realtà storica e attraverso intrecci ed eroi improbabili le dime novel misero in circolazione un’immagine falsa ma attraente della vita nel lontano Ovest. Queste storie frutto dell’immaginazione ebbero una importantissima funzione mitizzante unificatrice, tantochè il cowboy divenne la personificazione dell’ideale americano di genuinità e purezza.
E’ proprio questa l’importanza delle dime novel, non tanto il loro valore letterario, in quanto documenti di una fase storica e culturale; vale a dire il ruolo che hanno avuto nel rendere popolare un mondo lontano e nel creare tipi sociali come: l’indiano assassino, l’uccisore di indiani, lo scout indiano, il cowboy ecc… che sarebbero rapidamente diventati stereotipi conosciuti da tutta la popolazione statunitense.
Gli scrittori e gli editori sapevano che i lettori per i quali scrivevano erano un pubblico composito che aveva bisogno di essere nazionalizzato e di ritrovare un passato mitico per la nascita della loro nazione, nonché una giustificazione per i soprusi che venivano compiuti nei confronti degli indiani. Per questo il pubblico prediligeva le storie d’avventura della frontiera, vere e proprie riproduzioni romanzate dell’ethos jacksoniano sull’uguaglianza razziale dei bianchi, attraverso la violenza contro i nativi (3). Queste tematiche dominarono la produzione letteraria e alcune delle dime novel furono utilizzate per promuovere una serie di assunti ideologici, secondo cui la razza, o più esattamente il razzismo era lo strumento per combattere le differenze tra bianchi, con la diffusione della consapevolezza dell’uguaglianza razziale, al di là delle crescenti distinzioni di classe.
I numeri delle copie vendute sono considerevoli e vi furono romanzi che raggiunsero numeri di vendite impressionanti come ad esempio Malaeska: The Indian Wife of the White Hunter (Malaeska: la moglie indiana del cacciatore bianco), scritto da Anna Sophia Stephens che nel primo anno di pubblicazione vendette 300.000 copie (4). E’ proprio con Malaeska che le dime novels nascono ufficialmente e grazie al suo successo le case editrici iniziarono a produrne senza sosta. Le dime novel vennero pubblicate dal 1860 fino al 1915 circa, ma l’apice del loro successo fu durante l’ultimo terzo del diciannovesimo secolo; all’inizio del Novecento furono soppiantate dalle riviste pulp, salvo poi essere riproposte in formato simile nelle edizioni paperback negli anni immediatamente precedenti allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Non va dimenticato che nelle collane delle dime novel comparvero anche, seppur brevemente, opere di scrittori che poi divennero istituzionalmente riconosciuti, come Mark Twain (5).

CONTINUA

NOTE

  1. S.S. Hall, Kit Carson, Jr,the Crack shot of the west,(1875), cit in Philip Dhuram, Dime Novels: an American Heritage, in The Western Humanites Review , vol. IX, N.1, Inverno, 1955, p.43
  2. W.N. Goetzmann, The West of Imagination, W.W. Norton, New York, 1986.
  3. R.W. Rydlell, R. Kroess, Buffalo Bill show, Il west selvaggio, L’Europa e l’americanizzazione del mondo, Donzelli Editore, Roma, 2006, pp 49-50.
  4. T. DeForest, Storytelling in the Pulps, Comics, and Radio. How Technology Changed PopularFiction in America, McFarland & Company, Londra, 2004, P.15
  5. S. Rosso, I progenitori del western classico, Iperstoria, Rivista semestrale ISSN 2281-4582

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