Gli oscar del cinema western – 31

A cura di Domenico Rizzi
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AVANTI, FRA ALTI E BASSI

Nel nuovo panorama che si è creato, sono i film di Hollywood a dettare nuovamente legge con 12 prodotti nel 1993 e il doppio nel 1994, che nell’anno successivo scenderanno numericamente di poco, attestandosi a 20.
È quasi inutile puntualizzare che lo spaghetti western è praticamente scomparso: rimangono soltanto “Jonathan degli Orsi” di Enzo G. Castellari (1993) e il comico “Botte di Natale” (1994) diretto da Terence Hill (Mario Girotti) che ne è anche protagonista insieme all’inseparabile Bud Spencer. Prendendo in maggior considerazione il film di Castellari, i cui esterni sono girati in Russia, dove il film viene distribuito con il titolo “La vendetta dell’Indiano Bianco”, il soggetto è di Lorenzo De Luca e Franco Nero – che è anche co-produttore e interprete principale – la sceneggiatura di Castellari e De Luca. La storia è abbastanza semplice e richiama un tema caro allo spaghetti-western, quello della vendetta, che il protagonista, rimasto orfano dopo che una banda di assassini gli ha sterminato la famiglia, viene cresciuto in una tribù di Sioux del capo Tawanka (Floyd Red Crow Westerman) e sarà costretto ad opporsi agli invasori bianchi, istigati da Fred Goodwin (John Saxon) alla ricerca del petrolio nelle terre dei Pellirosse. Dopo avere mandato all’aria i loro progetti, Jonathan, che ha come amico un orso bruno cresciuto insieme a lui, riesce ad uccidere il perfido Goodwin, scoprendo poi che si tratta della persona che gli aveva massacrato i genitori. Infine, il protagonista ritorna alla tribù a cui sente di appartenere, insieme alla sua squaw di nome Shaya (Melody Robertson) per continuare a vivere nel proprio ambiente selvaggio e naturale almeno fino a quando ciò gli sarà possibile.
L’accostamento – anche nel titolo italiano – a “Balla Coi Lupi” è evidente, sebbene le dinamiche siano diverse. Il film di Castellari di avvale di una buona fotografia di Mickhail Agranovich e di una discreta scenografia.
Jonathan degli orsi
L’esempio di girare riprese di un western nei Paesi dell’Est verrà seguito da altre produzioni americane negli anni successivi (per esempio, per la miniserie televisiva “Hatfield & McCoys”, diretta da Kevin Reynolds nel 2012, ambientata sui monti Carpazi, in Romania) per esigenze di costi. E’ un film filo-indiano ed ecologico, che tuttavia non incontra i favori del pubblico, fors’anche perché il western di marca italiana è ormai tramontato da tempo.
Il 1994 propone due contemporary western di sicuro interesse (“Vento di passioni” e “8 secondi”). Il primo, che vanta grandi interpreti, fra i quali Anthony Hopkins e Brad Pitt) si aggiudica un Oscar per la fotografia, assegnata a John Toll, oltre a realizzare favolosi incassi nelle sale. Il secondo, che narra la storia vera – con le inevitabili modifiche apportate dal cinema – del rodeo-man Lane Frost, morto a soli 25 anni in una competizione per essere stato incornato da un toro, non riscuote lo stesso successo.
Di western tradizionali veri e propri e degni di una certa attenzione, nel medesimo anno vi sono soltanto il comico “Maverick” e il biografico “Wyatt Earp”. Entrambi costosissimi, soltanto il primo, diretto da Richard Donner, ottiene apprezzamenti dalla critica e riesce a fare grande presa sul pubblico: i suoi incassi superano infatti i 180 milioni di dollari, coprendo largamente la spesa di 75 milioni assunta dalla produzione.

Incentrato su un torneo di poker che vede al centro il giocatore professionista Bret Maverick (Mel Gibson) e la sua “socia” del momento Annabelle Bransford (Jodie Foster) si snoda, concedendo molto alla comicità, fra intrighi e trappole ordite dal commodoro Duvall (James Coburn) e da un suo fedelissimo, lo sceriffo e giocatore Zane Cooper (James Garner) che non riusciranno ad avere la meglio sulla dinamica coppia. Con la sceneggiatura di William Goldman e la fotografia di Vilons Zsigmond, sostenute dalla colonna sonora di Randy Newman, Donner centra almeno l’obiettivo di un lauto incasso.

UN GIUDIZIO DISCUTIBILE

Il film che avrebbe dovuto consolidare la new wave del western – dopo “Balla Coi Lupi”, “Gli spietati”, “L’ultimo dei Mohicani” e “Tombstone” – va incontro ad un clamoroso disastro anche economicamente, registrando addirittura una perdita di 38 milioni di dollari.
Si tratta di “Wyatt Earp”, diretto da Lawrence Kasdan con le più serie intenzioni di rievocare la vita del famoso difensore della legge. Kevin Costner ne è il protagonista principale, affiancato da Dennis Quaid (Doc Holliday) Gene Hackman (Nicholas Earp, il padre di Wyatt) David Andrews, Linden Ashby, Michael Madsen, James Caviezel (i fratelli di Wyatt, rispettivamente James, Morgan, Virgil e Warren) Jeff Fahey (Ike Clanton) Tom Sizemore e Bill Pullman (i fratelli Bat e Ed Masterson, entrambi sceriffi) Mark Harmon (lo scerifffo di contea Johnny Behan) e diversi altri personaggi che colorarono le polverose atmosfere di Wichita, Dodge City e Tombstone. Le donne di spicco sono Annabeth Gish (Urilla Sutherland, la prima moglie di Wyatt) Isabella Rossellini (l’amante di Holliday, Kate) Mae Winningham (Mattie Blaylock, compagna di Earp prima di conoscere la Marcus) e Joanna Going (Josephine Marcus, futura consorte di Wyatt). Nel film è assente, stranamente, la figura del pistolero Johnny Ringo, presente in tutte le precedenti pellicole dedicate alla vicenda dell’O.K. Corral.
“Wyatt Earp” è una pellicola che non è piaciuta alla critica, tanto meno al pubblico. Nonostante la professionalità sia degli attori che dello staff tecnico (Dan Gordon e Kasdan alla sceneggiatura; Owen Roizman alla fotografia; scenografia di Ida Random, già distintasi per “Rain Man”, per il quale ha avuto una nomination all’Oscar; colonna sonora di James Newton Howard) il risultato commerciale non ripaga gli enormi sforzi profusi dalla produzione. Addirittura, Costner viene candidato al Razzie Award per la peggiore recitazione e nulla è più assurdo di ciò. Probabilmente l’eccessiva durata della pellicola (191 minuti) ha avuto un peso determinante nel giudizio espresso da diverse fonti. Il commento contenuto in una delle tante enciclopedie del genere è più che esplicito: “Western nichilista, forse eccessivamente lungo. Lo sceriffo più famoso del West diventa una specie di giustiziere, più fatalista che eroico. Le tragedie gli piovono addosso su uno sfondo che non ha più nulla di epico” (“La conquista del West in oltre 101 film” – Atlanti del cinema – Demetra, Colognola ai Colli (VR), 1997, p. 141).


Gene Hackman in una scena di Wyatt Earp

Sorge inevitabile il confronto con i lavori del passato basati sulla figura di Earp. Lontanissimo da “Sfida infernale”, che è pura invenzione, come anche da “Sfida all’O.K. Corral”, che alla vicenda reale aggiunge una serie di personaggi ed eventi di fantasia, il film di Kasdan si discosta parecchio anche dal quasi contemporaneo “Tombstone”. Per un esperto di storia western, non c’è alcun dubbio che l’opera di Kasdan superi largamente la più plateale rappresentazione di Cosmatos, offrendo una figura che per tanti aspetti si avvicina a quella del personaggio reale. Nei panni di Earp, Costner riesce ad essere molto più convincente di Kurt Russell, sebbene non sia immune da certi atteggiamenti esibizionistici. “La scelta fondamentale del film” si sostiene altrove, giocando sull’ambiguità, è “da una parte il bisogno di rifarsi ai fatti reali…dall’altra la volontà di non distruggere la leggenda di un uomo…cercando di tracciare un ritratto maestoso ma anche pieno di contraddizioni” (“I capolavori del cinema western”, De Agostini, Novara, 2001: “Wyatt Earp”, n° 25, pp. 3-4). Neppure Kasdan ha seguito la storia fino in fondo, aggiungendovi o togliendovi, secondo le sue esigenze, episodi e battute del tutto improbabili. Tuttavia, il suo film è uno dei pochissimi che si possano ritenere biografici dedicati al famoso marshal e gli avvenimenti si svolgono secondo logica e coerenza. Badando a certi particolari, balza subito all’occhio dell’esperto – lo storico, che dei film analizza aspetti diversi da quelli del critico – che Dennis Quaid, nei panni di Holliday è assai più concreto (e somigliante, almeno per le condizioni fisiche in cui versa) rispetto all’affascinante Val Kilmer.

Anche i fuorilegge, Ike Clanton e i fratelli Tom Mc Lowery (Adam Baldwin) e Frank Mc Lowery (Rex Linn) sono più vicini al loro personaggio di quanto non appaiano in “Tombstone”. Per quanto riguarda le protagoniste femminili, l’unica a sembrare inopportuna è la bellissima Isabella Rossellini nelle vesti di “Big Nose” Kate, l’amante di Holliday, che, a giudicare dalle fotografie dell’epoca, era assai meno attraente. Per contro, sia Mare Winningham (Mattie Blaylock) che Joanna Going (Josie Marcus) convincono più delle attrici che rivestono gli stessi ruoli nel film di Cosmatos.
Un minimo di giustizia, Kasdan la ottenne nel 1995, quando il suo film ebbe almeno una nomination per la miglior fotografia e lo stesso regista insieme a Dan Gordon, autore del soggetto, si videro aggiudicare lo Spur Award (Sperone d’Oro, assegnato alle più pregiate opere letterarie di argomento western) dalla Western Writers Association of America per il miglior racconto drammatico.
In conclusione, “Wyatt Earp” rimane un lavoro prezioso, da cineteca, al di là dell’impietoso trattamento ricevuto da una parte della critica e dal pubblico ma, come si è già sottolineato per altri film del passato, la gente preferisce immaginarsi un West diverso, tanto distante da implicazioni psicologiche quanto dalla fedeltà storica.

MEDIOCRITA’ E VALORI DISCONOSCIUTI

Nel 1993-95 escono alcuni film che, pur essendo talvolta interpretati da attori di grido o emergenti destinati ad una splendida carriera, non possiedono grandi requisiti. Fra questi vi sono alcuni tentativi di spostare l’obiettivo del western sulle minoranze ignorate (“Posse. La leggenda di Jessie Lee”, di Mario Van Peebles, 1993) o sulle donne (“Bad Girls”, di Jonathan Kaplan, 1994; “Pronti a morire”, di Sam Raimi, 1995) basati su trame diverse quanto poco attendibili.
Forse soltanto il film di Van Peebles, storia di un gruppo di ex soldati afro-americani della campagna cubana del 1898 impegnati a vendicarsi di un ufficiale bianco, ottiene incassi soddisfacenti, superando di circa 8 milioni il budget impegnato. “Bad Girls”, che si avvale della recitazione di Madeleine Stowe e Andy Mc Dowell, narra di una prostituta e di alcune sue amiche inseguite dagli agenti della Pinkerton a causa di un delitto commesso da una di esse per legittima difesa.
“The Quick and the Dead” di Raimi (titolo italiano “Pronti a morire”) è quello che riunisce il maggior numero di attori quotati, da Gene Hackman, Russell Crowe, Woody Strode, Sharon Stone al ventenne Leonardo di Caprio. Basato interamente su una serie di sfide individuali organizzata nell’immaginaria cittadina di Redemption dall’eccentrico sceriffo-padrone John Herod (Hackman) che richiama i migliori tiratori del West, sottintende una vendetta che la bellissima Ellen (Sharon Stone) porterà a termine uccidendo lo stesso organizzatore nel duello finale. Molti rimarcano in questo film l’impronta di Sergio Leone, soprattutto di “C’era una volta il West”; la competizione è assolutamente priva di credibilità e neppure le grazie della Stone, unite all’abilità di Hackman, bastano a scongiurare al lavoro di Raimi una pioggia di critiche, seguita da un fiasco clamoroso ai botteghini, con una perdita di circa 18 milioni di dollari. Registi quali Ford, Hawks o Peckinpah avrebbero stabilito senza alcuna esitazione che “questo non è il West!”
Un paio di film del 1995 meritano invece un commento diverso: “Wild Bill”, di Walter Hill e “Buffalo Girls”, adattamento di un lavoro televisivo diretto da Rod Hardy, entrambi biografici con le solite alterazioni apportate dal cinema.
“Wild Bill”, come rivela il titolo stesso, ripercorre le tappe della vita di James Butler Hickok, il famoso sceriffo di Abilene, attingendo in parte da notizie leggendarie o fantasiose, ma seguendo, tutto sommato, il corso della storia. Ne è interprete il bravo Jeff Bridges, assumendo un aspetto finalmente somigliante a quello del celebre personaggio. Il film, sceneggiato dallo stesso Hill su soggetto di Pete Dexter, con la fotografia di Lloyd Ahern II e le musiche di Van Dyke Parks, riproduce una Deadwood molto simile a quella reale, piena di confusione nelle sue strade infangate e nei saloon dove la gente si raduna a bere e giocare a carte.
Il poster di Wild Bill
Mentre il trentanovenne Hickok vive l’ultima fase della sua vita, ormai con la vista minata dal glaucoma, numerosi flashback offrono allo spettatore le gloriose imprese trascorse, presentandole in un ottimo bianco e nero per distinguerle dalla realtà attuale. Suggestiva la scena in cui l’ex sceriffo, sotto l’effetto dell’oppio, rivede l’incontro con un gruppo di Cheyenne, che lo hanno sorpreso a caccia nei loro territori. Lo sciamano che guida i guerrieri, gli fa una lugubre previsione: “La prossima volta che incontrerai una volpe rossa, non vivrai fino alla luna seguente.” (Film “Wild Bill”). Il personaggio di Calamity Jane, sua presunta amante o addirittura moglie, come sosteneva la donna, è impersonato da Ellen Barkin, la cui bellezza è eccessiva rispetto al modesto fascino dell’avventuriera interpretata. Keith Carradine è Buffalo Bill, “California Joe” Milner è Matt Damon e Jack McCall, l’assassino di Wild Bill, David Arquette.
Nel complesso, un’ottima pellicola, spesso fedele ai fatti e senza eccessivi squilibri, né trionfalismi di sorta. La critica quasi lo ignora e al botteghino si assiste ad un autentico crollo, perché negli Stati Uniti il film incassa poco più di 2 milioni di dollari, avendone spesi 30. All’estero la situazione non migliora affatto e l’opera di Hill viene quasi subito dimenticata. Eppure, dal punto di vista della ricostruzione storica degli eventi è senz’altro il miglior film realizzato intorno alla figura di Hickok, ma questo il pubblico non lo comprende, così come non ha capito altri lavori come “Wyatt Earp”, di cui si è appena parlato.
Miglior sorte ha invece la miniserie televisiva “Buffalo Girls”, ricavata da un’opera del grande scrittore Larry Mc Murtry e diretta da Rod Hardy. Sebbene neppure in questo caso, trattando le biografie di Martha Jane Canary (Calamity Jane) e della sua amica Dora Du Fran, una nota prostituta e maîtresse dell’epoca, venga rispettata la storia (anzi, le libertà che il regista si prende sono parecchie, dalla morte anticipata della Du Fran – Amy Helen Dorothea Bolshaw, che scomparve invece molto più tardi, nel 1934 – al viaggio in Inghilterra di Calamity, da lei stessa confermato in una delle sue lettere, ma probabilmente mai avvenuto. Il film, della durata di 180 minuti, è un ritratto amaro della Frontiera ormai prossima all’estinzione: “Noi abbiamo vissuto tempi gloriosi” sostiene la protagonista “come non ce ne saranno mai più”. Segue per molti tratti la vita di Calamity (attrice Anjelica Huston) la sua partecipazione al Wild West Show di Buffalo Bill Cody (Peter Coyote) e il suo presunto viaggio in Gran Bretagna, alla ricerca della figlia Janey, data in adozione ad una coppia inglese. La sua esperienza si fa sempre più amara, con la morte di Dora (Melanie Griffith) i suoi difficili rapporti con la tiratrice Annie Oakley (Reba Mc Intire) Hickok (Sam Elliott) e con il crudele – così viene presentato – Toro Seduto (Russell Means) con il quale la donna ha un atteggiamento conflittuale.

Anche qui si tratta di licenze cinematografiche, perché, gettando uno sguardo alla storia, il capo indiano fece parte del Wild West soltanto 4 mesi, nel 1885, quando Calamity non era ancora entrata a far parte dello spettacolo di Cody (nel 1893) quando Toro Seduto era ormai defunto da tre anni. Tutto ciò non basta comunque a far scadere il film, che riesce a fornire, seppure in maniera spesso romantica, un’idea del West come lo vissero i suoi protagonisti. Buone la colonna sonora di Lee Holdridge e la fotografia di David Connell.
“Buffalo Girls” fu proposto per 2 Golden Globe – Melanie Griffith per la migliore attrice non protagonista e Sam Elliott per il miglior attore non protagonista – oltre a ben 10 Emmy Award (gli Oscar per programmi televisivi) dei quali 1 venne assegnato per il sonoro. Anjelica Huston è una convincente Calamity, anche perché, una volta tanto, non viene scelta per il suo ruolo un’attrice troppo bella o vistosa, come in tanti film del passato.

Il WEST DI PIERACCIONI

Dal 1996 alla fine degli Anni Novanta il western tira a campare, producendo ancora un gran numero di pellicole (una cinquantina, delle quali oltre l’80% di marca USA o in co-produzione americana con altri Paesi) che tuttavia, a parte pochi titoli, passano inosservate, soprattutto nelle sale europee. Ce n’è quanto basta per concludere che la grande spinta impressa da Kevin Costner e Clint Eastwood all’inizio del decennio si è arenata assai presto.
In questa panoramica piuttosto deludente, l’Italia si segnala praticamente con un solo film, “Il mio West” diretto da Giovanni Veronesi nel 1998, interpretato da Leonardo Pieraccioni, il cantante-attore David Bowie, Harvey Keitel, Sandrine Holt e Alessia Marcuzzi, prodotto da Vittorio Cecchi Gori e Rita Rusi?, con la sapiente sceneggiatura di Veronesi e Pieraccioni, la fotografia di Josè Luis Alcaine e la scenografia di Francesco Frigeri. Le musiche sono composte dal cantautore Pino Donaggio, ormai specializzatosi in colonne sonore, e Natale Massara.


Una scena de “Il mio west”

Non si tratta del colpo di coda del drago spaghetti-western, che ormai ha accettato, dopo avere incassato 250 miliardi di lire, di tornare nell’ombra, bensì di una storia che attinge in qualche modo sia a “Il cavaliere della valle solitaria” (il bambino che racconta) che a “Mezzogiorno di fuoco” (la minaccia dei fuorilegge a cui nessuno osa opporsi) con almeno un personaggio preso a prestito da “Sentieri selvaggi”.
Liberamente ispirato al romanzo “Jodo Cartamigli” di Vincenzo Pardini, girato in una città costruita ad hoc in Garfagnana, a Campo Catino sulle Alpi Apuane, con esterni in Val d’Aosta (sulle rive del lago Verney del Piccolo San Bernardo, dove viene collocato il villaggio dei Pellirosse parenti di Jeremiah) è fondato, come si è detto, sulle reminiscenze del bambino Jeremiah (Judy Mercredi) figlio del dottor Lowen (Pieraccioni) e dell’indiana Perla, che appartiene alla tribù dei Piedi Neri. Dopo il ritorno di Johnny Lowen (Keitel) padre del medico locale, al villaggio di Basin Field, si crea un acceso contrasto fra questi e il figlio, che lo disprezza conoscendo il suo passato da pistolero, professione che Johnny intende tuttavia abbandonare definitivamente. Infatti si limita ad istruire il vecchio spostato Joshua (Jim Van Der Woude) nell’uso della pistola, che seppellisce poi nel cimitero del paese. Quando giungono in città alcuni fuorilegge capeggiati dal maniaco Jack Sikora (Bowie) le cose si complicano, perché essi hanno un conto in sospeso con il pistolero e se la prendono con il figlio del medico, rapendolo, per indurre Johnny Lowen a battersi. Al rifiuto dell’ex pistolero, compiono ogni sorta di nefandezze, uccidendo anche Mary (Marcuzzi) la cameriera del saloon. Inaspettatamente sarà Joshua a sconfiggere in duello Sikora, proprio fra le tombe del cimitero.

La curiosità del film è che Pieraccioni recita in toscano, aggiungendo la sua irresistibile comicità ad una trama drammatica. La figura di Joshua richiama alla mente, anche nell’aspetto fisico, quella del Mosè di “Sentieri selvaggi”. Qualcuno ha cercato di stroncare il film, sottolineando l’inopportuno accostamento di un comico qual è Pieraccioni e l’attrice-modella Marcuzzi ad attori navigati come Keitel e Bowie, ma nell’insieme l’amalgama appare riuscito. Veronesi ha tentato un esperimento italiano che si distanzia quanto basta dal tradizionale spaghetti-western, stemperando sapientemente le componenti della tragedia con le battute comiche dell’attore toscano. Il risultato commerciale non è esaltante, tant’è che il suo film recupera a stento i 15 miliardi di lire investiti, ma suscita una certa curiosità anche negli Stati Uniti dove viene distribuito.

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