La nascita del mito Western nell’Ottocento: La frontiera americana – 4

A cura di Noemi Sammarco
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4.


Il cowboy, ovvero l’uomo americano

L’eroe principale del nuovo mito della fondazione americana diventa il cowboy, la personificazione del nuovo americano. La figura del cowboy non è affatto una figura metastorica come molti credono, ma è legata a un’attività lavorativa molto specifica e poco gratificante diffusasi negli Stati Uniti in un lasso di tempo piuttosto breve, dalla fine della Guerra civile fino al durissimo inverno tra 1887 e 1888: insomma, poco più di vent’anni. Nella mitologia western quegli anni si sono dilatati a dismisura dando origine a migliaia di testi romanzeschi e cinematografici, raccontandoci di eroi che hanno attraversato il paese in sella a un cavallo ininterrottamente, dall’infanzia alla senilità (1).
In realtà il mestiere del cowboy era molto pesante e causava danni alla schiena e alle articolazioni, per questo non poteva essere svolto per molto più di dieci anni. I primi cowboy furono i vaqueros (ovvero mandriani) che governavano le mucche da latte nella California spagnola. Se ne potevano trovare altri lungo il Rio Grande. Questi esperti cavallerizzi introdussero le attrezzature, le tecniche e lo stile, che più tardi, divenne il marchio di fabbrica del cowboy americano.

Un cowboy non solo custodiva il bestiame e i cavalli nei ranch del Nord America, ma svolgeva tipicamente anche ogni altro tipo di mansione che il padrone dell’azienda decideva di affidargli, dai lavori di mantenimento delle recinzioni, alle piccole riparazioni, far mangiare la mandria, curare il bestiame se ferito, marchiare i capi. Inoltre muovono il bestiame fino ai luoghi di vendita. La natura di questi lavori dipende molto dalla grandezza del ranch e della mandria. Essere un cowboy non era perciò aspirazione di molti: certo preferibile era essere un cattleman, o meglio ancora un rancher, vale a dire un proprietario, soprattutto dopo la crisi dell’allevamento bovino del 1887 e la chiusura dei grandi spazi aperti.
L’immaginario western ha ingigantito il lavoro dei cowboy, esaltandone gli aspetti epici, e ha lasciato in secondo piano quella dei trapper, dei cacciatori, degli esploratori, dei cercatori di metalli preziosi, relegati a un numero di racconti decisamente inferiore.
Grazie alle dime novel, romanzetti da 10 cent che ebbero una fortuna enorme, favorita dalla diffusione dell’alfabetizzazione, collocabile dagli anni precedenti alla Guerra civile fino alla fine del secolo, si diffuse nell’ immaginario comune un modello ideale di cowboy che corrispondeva poco alla realtà.

Nell’ immaginario comune i cowboy erano uomini rudi, bianchi, armati con più pistole e inseparabili dai loro cavalli. La realtà non era questa. Molto spesso il lavoro dei cowboy era svolto dagli ex schiavi neri liberati dopo la Guerra di Secessione. Si stima che circa il 15% di tutti i cowboys fosse di origine africana, andando dal 25%, tra i cowboy che lavoravano sulle piste per il bestiame che partivano dal Texas, per arrivare a un numero molto ridotto nei ranch del nord. Anche i cowboy di origine messicana costituivano un 15% dei cowboys totali, ed erano numerosi soprattutto in Texas e nel sud-est. Anche gli indiani d’America lavorarono come cowboy nei primi anni della storia del West. Dopo la dissoluzione del sistema delle riserve intorno al 1900, molte scuole indiane insegnarono il mestiere del cowboy alla gioventù indiana (2). Dunque nella realtà la maggior parte dei cowboy non era bianco e soprattutto non era americano.
Il cowboy era subito riconoscibile grazie al suo vestiario, ed anche oggi se in un film vediamo un uomo con un cappello a falde larghe, stivali e armato di pistole la nostra mente pensa subito ad un cowboy.
L’abbigliamento del cowboy doveva essere il più pratico possibile sia per lavorare ma anche per dormire, dato che la maggior parte delle volte essi non potevano neanche spogliarsi (3).

Il cappello era uno Stetson a larghe falde, in genere grigio o marrone, i cui usi erano molteplici: proteggeva dal sole e dalla pioggia, dal vento e dalla neve, ma fungeva anche da cuscino e da recipiente. Era assicurato alla testa da una cinghietta di cuoio che passava sotto il mento. Il fazzoletto di seta, altro aspetto caratteristico dei cowboy, serviva per coprirsi la bocca per non respirare la polvere e si intravedeva attraverso la camicia di lana. Al posto della giacca, che era troppo scomoda per i cowboy poiché impediva i movimenti delle braccia, indossavano un gilet senza bottoni e con tante tasche.
Sopra i pesanti pantaloni da lavoro erano portati i gambali di pelle per proteggere le gambe dagli arbusti della prateria. Un altro elemento fondamentale dell’abbigliamento del cowboy erano i guanti, che venivano indossati tutto l’anno e preservavano le mani dalle bruciature delle corde e del freddo. Una delle poche cose scomode, tra gli accessori del mandriano, erano gli stivali: solitamente neri, molto stretti e appuntiti, col tacco alto, lo facevano zoppicare malamente, dando al cowboy quella camminata che divenne caratteristica nei film del Novecento.
I cowboy prevalsero nell’immaginario popolare rispetto agli altri protagonisti storici della frontiera come cacciatori, militari, costruttori di ferrovie… grazie al fatto che il mandriano nomade divenne una figura centrale nelle Grandi Pianure proprio quando le vicende ispirate alla conquista del West iniziavano ad entrare nella cultura di massa degli americani, vale a dire nell’ultimo quarto dell’Ottocento.

Ultimo protagonista della frontiera, il cowboy era destinato a diventarne l’eroe negli anni in cui il processo di conquista territoriale si andava chiudendo e l’America urbana e industrializzata iniziava ad averne nostalgia. Il cowboy era la figura meglio capace di personificare la nostalgia nei confronti di un passato mitico e di una “natura” potente e incontaminata, nel contempo incarnando i valori “tipicamente americani”. A fare del cowboy un personaggio da ribalta contribuì, più che la storia, la cultura popolare (4). Grazie alla cultura popolare, il cowboy, che nella realtà era spesso nero, o comunque ispanico o meticcio, acquisì anche i tratti fisici che avrebbe poi mantenuto nel tempo: di aspetto piacevole, era alto e sottile, bianco e di origine chiaramente anglosassone (5). L’eroe della frontiera non poteva che essere un uomo dalle origini anglosassoni, perché questo serviva a ricordare agli americani, che i diritti di eguaglianza spettano pienamente solo agli anglosassoni, mentre si applicano in modo gerarchizzante, o esclusivo, a ispanici, meticci, neri e indiani.

Così il cowboy divienne l’eroe nomade e individualista, che è al servizio della giustizia e ripara ai torti che i più deboli sono costretti a subire. L’aurea mitica nata intorno al cowboy ha fatto si che questa figura venisse usata anche da alcuni presidenti: da Theodore Roosevelt a Ronald Reagan, passando per Lyndon Johnson e giungere poi sino a George W. Bush, che vennero definiti i “presidenti cowboy” (6).

CONTINUA

NOTE

  1. S. Rosso, Rapsodie della frontiera. Sulla narrativa western contemporanea, Edizioni Culturali Internazionali Genova, Genova, 2012, p.20
  2. I Cowboy tra storia e leggenda, http://www.farwest.it/?p=17430
  3. Morgan Baillargeon, Leslie Tepper, Legends of Our Times: Native Cowboy Life, University of Washington Press, Siattle, 1993, Pp.2-16.
  4. Paul H Carlson, Cowboy Way: An Exploration of History and Culture, The History Press, Gloucestershire, 2013, p.50
  5. Russell Martin, Cowboy, the Enduring Myth of the Wild West, Stewart, Tabori & Chang, 1983, p.398.
  6. E. Dell’Agnese, La mascolinità del cowboy nel cinema western americano tra iconografia nazionale e identificazione narcisistica, in Giorgio Grossi e Elisabetta Ruspini, a cura di, Ofelia e Parsifal. Modelli e differenze di genere nel mondo dei media, Milano, 2007.

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