Travolti dalla febbre dell’oro

A cura di Graziano Frediani

La tragica avventura umana di John Sutter – l’uomo a suo tempo definito “l’imperatore della California”, ha come sfondo un evento che avrebbe segnato in maniera irreversibile la grande epopea della frontiera americana. Quando, nei primi mesi del 1848, si diffuse la notizia che in California erano stati scoperti imponenti giacimenti auriferi, una autentica fiumana di emigranti (probabilmente la più vasta e inarrestabile mai mossasi fin’allora, nella storia dell’umanità) si riversò immediatamente in quelle terre bellissime ma ancora selvagge, guidata da un sogno comune: arricchire, in brevissimo tempo. Anche se imponeva sacrifici enormi (bisognava viaggiare per centinaia e centinaia di miglia, attraversando deserti e praterie sconfinate e scavalcando barriere estremamente disagevoli, quali le Montagne Rocciose), la “corsa all’oro” fu davvero un fenomeno collettivo e fulminante.
“Quasi tutti i nostri abbonati e i nostri lettori”, si leggeva in un articolo sconsolato apparso sull’ultimo numero di un giornale di San Francisco, “The Californian”, “hanno sbarrato la porta di casa e dell’ufficio, abbandonando rpecipitosamente la città… Oro, oro, oro!, e i lavori nei campi vengono interrotti, le case in costruzione lasciate a metà, ogni attività abbandonata, tranne la fabbricazione di pale e picconi.”
Un vecchio cercatore
Del resto, come ricorda Ralph Andrist, che all’argomento ha dedicato un saggio fondamentale (“La febbre dell’oro”, tradotto nel 1975 dalle Edizioni Cepim), le magiche pepite sembravano spuntare ovunque, praticamente in ogni corso d’acqua che dalla Sierra Nevada scendeva verso il fiume Sacramento, al punto che, spesso, i minatori abbandonavano filoni pur promettenti, convinti di scoprirne altri, assai più abbondanti, appena qualche miglio più in là: “A Coloma, presso il luogo del primo rinvenimento, già nel giugno 1848 lavoravano duemila uomini sparsi lungo il fiume per un tratto di circa trenta miglia. Alla fine di luglio ce n’erano quattromila…”
Quando, anche negli stati affacciati sull’Atlantico e in quelli del Middle West, si ebbe la conferma che l’Eldorado californiano none ra un’invenzione (grazie a un discorso ufficiale del presidente degli Stati Uniti, James Polk), da New York, dal New England, dal Massachussetts, partirono verso la California i cosiddetti “forty-niners”, ovvero “quelli del ’49”, una seconda ondata di cercatori ben più illusi e determinati dei tanti che li avevano preceduti. “In un tale clima di entusiasmo, nessuna favola sembrava incredibile. Alcuni raccontavano di aver trovato pepite d’oro strappando i cespugli, perchè venivano su attaccate alle radici, oppure che certi torrenti erano talmente pieni di pietre d’oro che l’acqua mandava un luccichio giallo brillante…”, dice ancora Andrist.


Un viaggio faticoso che durava almeno 35 giorni…

Inesperti e improvvisati, pronti a scagliarsi in qualunque momento uno contro l’altro, spremuti come limoni dai mercanti che li rifornivano pretendendo cifre iperboliche (otto dollari per un chilo di zucchero, dieci per un badile, venti per una bottiglia di pessimo whisky…), i forty-niners erano giunti nella Terra Promessa a bordo di battelli malandati, accodandosi a improvvisate carovane, talvolta addirittura a piedi, sicchè parecchi si erano persi lungo la pista o erano morti di fame sulle montagne o di sete nei deserti; per colmo di sfortuna, un buon numero di sopravvissuti a quella massacrante odissea aveva portato con sé malattie infettive come il colera. C’erano tra loro migliaia di europei e orientali (si calcola che, nel giro di poche stagioni, sbarcarono in America non meno di ventimila cinesi); per tutti, però, si prospettava una vita d’inferno, passata a rompersi le mani e la schiena, spalando e setacciando ogni giorno tonnellate di sabbia e di ghiaia, in attesa del classico colpo di fortuna.


Cercatori d’oro in un insediamento

A conti fatti, nei primi due anni dopo l’inizio della “febbre”, si stabilirono in California quasi centomila persone; nel 1849, l’oro trovato raggiunse in totale i 287.791 chili, mentre nel 1852 la quota salì fino ai 2.304.705 chili. E forse non sbaglia chi ritiene che fu proprio questo fenomeno migratorio di proporzioni quasi bibliche a gettare definitivamente le basi della Conquista del West da parte dei bianchi.
A fronte di quanti (relativamente pochi, tutto sommato) riuscivano a realizzare il sogno di “vedere l’elefante”, come si diceva in gergo, mettendo cioè le mani su un ricco giacimento, c’erano i tanti, troppi, cercatori la cui sorte restava eternamente in balìa degli eventi e di alterne fortune, Fra questi potremmo prendere a esempio un certo Hiram Pierce, passato alla storia per aver raccontato in un diario la sua patetica odissea. Pierce aveva già trentotto anni quando, nel 1849, lasciò la moglie, i figli e il mestiere di fabbro che esercitava a Troy, nello stato di New York, per raggiungere la California via mare, seguendo il tragitto che prevedeva lo sbarco nell’America Centrale, la traversata via terra dell’Istmo di Panama oppure del Nicaragua, e l’imbarco a bordo di una seconda nave fino a San Francisco. Dopo un’interminabile sequela di disagi peggiorati da un clima malsano (che gli lasciò in eredità la malaria), Pierce raggiunse la meta e cominciò a rastrellare, via via, i fondali dell’American River, del Tuolomne River e del Merced River.


Cercatori d’oro, cinesi e bianchi insieme

I concisi resoconti da lui lasciati testimoniano la durezza della sua esperienza (l’inverno era umido e freddo, i prezzi delle provviste esorbitanti, gli scavi estenuanti e senza esito) e il progressivo, comprensibile sconforto che cominciò ad attanagliarlo. Tra il marzo 1849 e il gennaio 1851, l’ex fabbro collezionò debiti e malanni, affrontò grizzly, serpenti a sonagli e tarantole “grosse come pulcini” e dovette sopportare la vita sregolata dei suoi compagni di avventura (Hiram, che era un uomo molto religioso, disapprovava chi, come loro, diceva parolacce, alzava il gomito e lavorava anche la domenica). Quando capì che “vedere l’elefante”, per lui, non era altro che una pia speranza, ripartì per San Francisco e, attraverso il Nicaragua, fece ritorno a casa, malconcio ma esultante: “Se Dio vuole”, scrisse nel suo diario, “la mia corsa all’oro è finita”.

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