Non son degno di Tex

A cura di Domenico Rizzi

Fra i tanti titoli eccentrici dedicati alla materia western – ricordiamo “Avrei voluto essere ucciso da Clint Eastwood”, di Stefano Jacurti, di cui si è già parlato su Farwest, a cura di Sergio Mura – vi è anche “Non son degno di Tex”, edito da Marsilio Editore nel 1997 e nel 2003, scaturito dalla penna del giornalista Claudio Paglieri, collaboratore del “Secolo XIX” di Genova. Il sottotitolo recita appropriatamente “Vita, morti e miracoli del mitico ranger” che, nato nel lontano 1948 per iniziativa di Gian Luigi Bonelli e del disegnatore Aurelio Galleppini, tiene ancora saldamente il mercato. Composto da 15 capitoli e una preziosa ”appendice statistica”, contiene praticamente tutto quello che avreste voluto sapere su Tex, i suoi pard e i suoi nemici, e che non avete mai osato chiedere. Quasi inutile precisare che il libro è capitato in mano all’autore di questo articolo per puro caso, mentre cercava qualche buona lettura in una bancarella domenicale.
Paglieri esordisce affermando, documenti alla mano, che il Ranger, è stato ferito 71 volte ed è scampato a qualcosa come 305 agguati, probabilmente “un record assoluto” (pp. 12 e 15). Non solo, ma leggendo fino in fondo le righe di questo agile opuscolo di 140 pagine, si scopre che Tex ha ucciso, in oltre 500 numeri pubblicati, 2.410 persone, la maggior parte di razza bianca, ma anche diversi Pellirosse (782) poche decine di Afro-americani (61) e un numero ancora più esiguo di Cinesi (36). Come dire che Wild Bill Hickok, Billy the Kid e Wyatt Earp non ammazzarono proprio nessuno e che perfino gli Indiani uccisi dai generali Crook, Custer e Miles rappresentano una quantità trascurabile. Peraltro, anche il suo amico Kit Carson non scherza, con le sue 640 vittime a dispetto della veneranda età.
Lasciando da parte le statistiche, il libro raccoglie, oltre alle note biografiche relative all’eroe, ai suoi collaboratori e ai loro nemici giurati, molte curiosità sui vari personaggi.
Cominciando dal protagonista centrale del fumetto e tralasciando le caratteristiche positive che tutti gli riconoscono, Paglieri ne sintetizza anche alcuni aspetti che “farebbero rabbrividire i paladini del politically correct”, perché nei primi numeri i negri (così venivano chiamati all’epoca) “sono una via di mezzo fra la Mamie di Via col Vento e lo zio Tom…In secondo luogo sono spesso rappresentati come tonti e fifoni… A Tex non si può comunque rimproverare di essere razzista… A un amico che storce il naso, Tex fa osservare: ‘Puoi negare che un negro abbia un’anima come la tua?” (p. 55-56). I Cinesi, “, sono anch’essi un po’ caricaturali…” sia per l’abbigliamento tradizionale che per la loro parlata peculiare, pronunciando “elle” la lettera “erre” e vengono spesso apostrofati come “musi gialli”, mentre i Messicani “cattivi” sono solitamente dei “mangiatortillas”. Un’eccezione viene fatta per gli Indiani, essendo “noto che Tex li ama in modo particolare.” (p. 58). Non a caso, viene eletto capo dai Navajo con il nome di Aquila della Notte e non si deve dimenticare che il figlio Kit, nato dalla sua unione con la bella indiana Lylith e ribattezzato Piccolo Falco, è un mezzosangue, sebbene abbia tutte le fattezze di un Bianco; senza poi trascurare che uno dei migliori amici e compagni di Tex è quel Tiger Jack “guardia del corpo di Tex e suo servitore per le incombenze più umili” (p.112) ma anche l’uomo che insegna al Ranger abitudini e comportamenti della tribù di cui ha assunto la guida, oltre ad essere un impareggiabile combattente contro la gente della sua stessa razza. Scrive infatti il nostro giornalista, che Tiger ha ucciso 268 nemici, dei quali i Bianchi sono “soltanto” 62, ma gli Indiani ben 118. A parte Tex, soltanto Carson – l’unico personaggio del micidiale quartetto preso in prestito dalla storia – lo supera, mentre Kit Willer gli sta perfettamente alla pari. Fra le altre cose, Tex ha battuto perfino il famoso Buffalo Bill in una gara di tiro, ricevendo i suoi sinceri complimenti (n° 82).
Un’osservazione interessante riguarda i comportamenti di Tex con il sesso femminile. “A nostra memoria” scrive Paglieri “nessun altro eroe dei fumetti è così imbranato e bacchettone, e perfino chi lo era all’inizio come Lil’Abner, col passare del tempo si è dato una svegliata e ha scoperto le gioie del sesso. Tex invece, chissà perché, ha compiuto il percorso inverso: nelle prime avventure infatti il ranger non è ancora completamente un eunuco. Anzi l’Autore lascia intuire che il suo eroe è sensibile al fascino femminile, e se non accetta di legarsi a una donna è perché non vuole rinunciare al suo stile di vita da ‘lupo solitario’” (pp. 65-66). Ma vi è anche un’altra motivazione, molto profonda, che lo induce a mantenere la distanza dalle donne: “Perduta la giovane squaw (Lylith) Tex entrerà a far parte della categoria dei vedovi inconsolabili…” (p. 67). Detto ciò, pare implicito che le critiche di Paglieri non vadano prese alla lettera.
A prescindere dalla considerazione che l’appassionato di storie western – affascinato dal mito del cavaliere solitario – preferisse così il proprio eroe, non va dimenticata la morale imperante all’epoca in cui il fumetto vide la luce, quando la vignetta di due persone che si baciano faceva più scalpore delle immagini di torture o sanguinosi massacri. Negli anni successivi, si arrivò a creare una serie di personaggi maschili ancora più impacciati verso il gentil sesso: “Il piccolo sceriffo” (1948) “Capitan Miki” (1951) e “Il grande Blek” (1954) che arrossiscono fino al pomo d’Adamo quando una fanciulla li bacia pudicamente su una guancia. Al loro confronto, Tex appare un audace con il sesso debole, perché, “pur non innamorandosi mai, si mostra galante con le entreneuses…e con altre belle signore” e in qualche occasione si permette delle autentiche avances, come nel n° 20 “quando sembra addirittura palpare il seno alla signora Horton” (p. 66).
Paglieri dedica un intero capitolo anche al fedele cavallo di Tex, “Dinamite”, “comparso fin dalla prima tavola del primo numero” (83) uscito nelle edicole. Un animale fedele, ma un po’ schiavizzato dal suo padrone, “nel senso che vorrebbe, ogni tanto, concedersi le sue distrazioni.” Sottolinea l’autore, con una punta di sarcasmo, che “quel bigotto di Tex lo costringe invece a fare vita monacale, e il poverino, quando vede passare una cavalla, nitrisce disperatamente rischiando di far uccidere il suo padrone, che se sta acquattato fra i cespugli.” (p. 87) Il prodigioso cavallo esce di scena in sordina dopo un certo numero di pubblicazioni, rimpiazzato da altri destrieri, alcuni dei quali semplicemente occasionali. Come il suo padrone un po’ dispotico, è un eroe al pari di Rin Tin Tin, e gli eroi del fumetto non muoiono mai in azione: qualche volta svaniscono, lasciando soltanto intuire la loro sorte.
I “difetti” di Tex, a volte vanaglorioso e un po’ troppo pieno di sé, ma sempre sorretto da ideali e sani princìpi, si estendono anche ai suoi pard, soprattutto a quel Kit Carson, che è “in realtà un volgare impostore” (p. 95) non avendo alcun tratto in comune (se non una vaga somiglianza fisica, a differenza del Carson di Rino Albertarelli, che non ne aveva affatto) con il vero eroe del West, che “odiava bistecche e patatine” (p. 95) e non rinunciava certo ai piaceri del sesso. Infatti, il vero Carson (1809-1868) ebbe 3 mogli (due indiane e la terza, Maria Josefa Jaramillo, sposata quando lei aveva solo 14 anni) e 8 figli e morì a 59 anni di infarto, a Fort Lyon, nel Colorado. A differenza della figura semi-comica del fumetto, fu un uomo piuttosto duro, che combattè Apache, Kiowa e Comanche, sconfisse i Navajo costringendoli alla resa e si meritò il grado onorario di generale di brigata dei volontari nell’esercito dell’Unione.
Paglieri non risparmia critiche neppure a Montales, un fedele alleato di Tex, “che si aggiudica di diritto il ruolo di ‘personaggio peggio vestito’ della storia del fumetto” (p. 121) ma, apparendo pure “asessuato”, potrebbe ingenerare nel lettore il sospetto che nasconda certe tendenze, oggi tranquillamente accettate, ma un tempo severamente stroncate dall’etica vigente. Per ovviare a ciò, gli autori decidono di “renderlo più macho” (p. 122) facendogli assumere comportamenti molto più virili e uccidere nemici a iosa senza pietà. Ottengono invece apprezzamento personaggi come El Morisco – un egiziano dalle misteriose origini, esperto di scienze occulte e fiero avversario sia di Yama che del Signore dell’Abisso – e per un certo periodo Gros Jean, dipinto per la sua corpulenza come “una specie di Bud Spencer” (p. 119) abile nel menar le mani quanto nel far fuori avversari, specialmente indiani, prima di trasformarsi, perché eccessivamente ingrassato, in una sorta di “fenomeno da baraccone” (p. 119).
I nemici di Tex, quelli più irriducibili, intraprendenti e spietati, calcano spesso i misteriosi sentieri del soprannaturale, pur presentando sensibili differenze fra loro. Se Mefisto è in grado, con i suoi poteri, di aprire le “sette porte degli inferi”, creando al Ranger ogni sorta di difficoltà prima di essere internato in un manicomio, il figlio Yama, un illusionista da strapazzo che ne sarò il continuatore, appare “più imbranato e meno spaventoso”, mostrandosi addirittura terrorizzato allorchè varca, con il suo corpo astrale, i confini infernali dei “mondi di pietra” (“I quattro amuleti”, n° 126) rischiando di essere schiacciato come una polpetta dalle statue dei “saggi” che gli devono svelare un importante segreto. Anche Yama, come il padre, riappare più volte, aizzando gli Aztechi contro Tex e compiendo, aiutato dalla bella mulatta Loa, sacerdotessa del Voodoo, diversi sortilegi per annientarlo, senza riuscirvi, prima di perire affogato in un fiume sotterraneo. Mefisto, evaso dal manicomio, era invece andato incontro ad un’orrenda fine, sepolto vivo in una caverna, ma il suo spirito riapparirà più volte al figlio per guidarlo nelle sue mosse.
La strega Zhenda è un’altra avversaria poco malleabile, che contesta al Ranger il diritto a comandare i Navajo, che spetterebbe invece (legittimamente) al proprio figlio Sagua, avuto da una relazione giovanile con Freccia Rossa, che è stato anche il padre di Lylith, moglie di Tex. Alla fine però, sarà proprio Sagua a liberarsi di lei, stipulando un accordo con Aquila della Notte per ripartirsi equamente la guida dei Navajo.
La lista dei nemici dell’eroe sarebbe troppo lunga da commentare – Il Signore dell’Abisso, Baron Samedi, Proteus, la Tigre Nera di ispirazione salgariana, i Vichinghi sopravvissuti al loro tempo, gli schiavi neri scampati ad un naufragio che tentano di fondare un impero in America sotto la guida dell’obeso Thonga, i seguaci del Voodoo, senza tralasciare quelli più “ordinari”, come i fuorilegge e gli Indiani ribelli (qualcuno con fondamento storico, come Apache Kid) – ma il giudizio di Paglieri suona qui un po’ impietoso: “Il grosso guaio è che i nemici ‘storici’ dei quattro pards, vengono ripescati più per disperazione che per ispirazione, e si finisce per fargli fare e rifare sempre le stesse cose.” (p. 125) parere non del tutto condivisibile, perché la riapparizione di alcuni personaggi – gli stessi Mefisto e Yama, per esempio – hanno semmai stimolato l’interesse dei lettori, contribuendo ad assicurare la felice continuità del fumetto.
Il libro di Paglieri non ha comunque intenti demolitori nei riguardi degli eroi di Bonelli, che sono diventati, appunto, immortali attraverso una serie infinita di tavole realizzate da disegnatori diversi – fra questi Claudio Villa – dopo la scomparsa dell’amato Galleppini. Il fatto che ne vengano evidenziate bonariamente le carenze, rientra in un contesto generale che ne esalta da decenni le qualità non comuni, tenendo sempre presente che i personaggi dei fumetti – almeno quelli destinati a durare nel tempo cone Tex e Zagor – sono figure senza età, anticonformisti e quindi spesso ai margini della morale comune, in possesso di doti che nessun individuo in carne ed ossa può vantare.
Il rammarico del lettore incallito, quello che segue le avventure dei suoi preferiti fin da ragazzo, è di constatare che, mentre Tex ha sempre quarant’anni dopo quasi sette decenni di cavalcate, sparatorie, duelli e scazzottate e Carson-Capelli d’Argento non muore mai nonostante sia nato già anziano, chi li legge seduto in poltrona, oppresso da una serie di acciacchi, ha raggiunto un’età in cui è consentito soltanto di immaginare o di sognare certe imprese.

Titolo: Non son degno di Tex
Autore: Claudio Paglieri
Editore: Marsilio
Collana: Gli Specchi
Pagine: 151
Rilegatura: Brossura leggera
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