Le guerre indiane dal 1680 al 1840 – 19

A cura di Domenico Rizzi
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19.


OUITHLACOOCHEE

L’eccidio della colonna Dade lasciò sgomenti sia il governo che l’opinione pubblica americana, riportando la Frontiera alla cupa atmosfera dei decenni trascorsi. Nonostante vi fosse la consapevolezza dell’esiguità delle forze di cui i Seminole potevano disporre – stimate in qualche centinaio di guerrieri – un diffuso timore pervase tanto i coloni, quanto le milizie e l’esercito che li dovevano difendere dalla furia pellerossa.
Essendosi il colonnello Duncan L. Clinch assunto il compito di difendere le piantagioni, il generale Richard K. Call, partito da Tallahassee all’inseguimento degli Indiani ribelli, con 300 uomini a cavallo – rinforzati lungo la strada da altri 200 – lo raggiunse e insieme marciarono verso il fiume Ouithlacoochee, dove le due colonne entrarono in contatto con gli indiani il pomeriggio del 31 dicembre 1835.


I dragoni impegnati nella guerra ai Seminole

Dalle informazioni avute da alcuni scout seminole che servivano le truppe, il gruppo intercettato doveva consistere in 250 guerrieri, comandati da Osceola e Alligatore.
Il tenente colonnello A.C.W. Fanning, procuratosi una grossa canoa, riuscì a trasferire quasi 200 uomini sull’altra sponda del corso d’acqua, ma mentre Call stava eseguendo la medesima operazione con altri reparti, verso le ore sedici gli Indiani attaccarono in forze il primo contingente, rimasto isolato sulla riva in attesa dell’arrivo delle altre truppe. Soltanto un piccolo nucleo di volontari, 2 ufficiali e 27 uomini del colonnello Warren, riuscì ad attraversare il fiume per dare sostegno alle forze di Fanning.
Iniziò un fitto scambio di colpi con i Seminole, che sparavano protetti da alberi, cespugli e canneti. Un’ora più tardi, Clinch ordinò un assalto alla baionetta per rompere l’assedio, costringendo il nemico ad arretrare. Seguirono altre due cariche, che costrinsero la banda a dileguarsi e l’esercito potè redigere un resoconto delle perdite subite. In un primo tempo, Clinch scrisse nel rapporto che le truppe regolari avevano sofferto 4 morti e 15 feriti, mentre i Volontari lamentavano soltanto 25 feriti, ma in seguito si appurò che il contingente militare aveva subito complessivamente 57 perdite. Quanto ai Seminole, il colonnello Call annotò nel rapporto che “quasi un terzo dei loro uomini era stato abbattuto” (Edwin C. Mc Reynolds, “I Seminole”, Milano, 1990, p. 156) vale a dire un’ottantina di guerrieri. In realtà le perdite di Osceola non si conobbero mai, perché gli indiani erano riusciti a portarsi via quasi tutti i loro morti e feriti.
Il generale Edmund P. Gaines, comandante del settore militare occidentale, ricevette a New Orleans la notizia della battaglia e poco dopo l’ordine di mettersi in marcia verso la Florida. Il 3 febbraio 1836 partì con un grosso contingente di 1.100 uomini, composto da 6 compagnie del Quarto Fanteria del tenente colonnello D.E. Twiggs e da un reggimento di Volontari della Louisiana, agli ordini del colonnello P.F. Smith. Gaines raggiunse la sua destinazione, sul fiume Tampa, il 9 febbraio. Quindi, navigando sul fiume Alafia con 3 navi a vapore, arrivò a Fort King. Una settimana dopo, il Presidente degli Stati Uniti Andrew Jackson nominò governatore della Florida il colonnello Richard Call, sostituendolo a John Eaton, nominato ministro plenipotenziario presso la Spagna.
Ma la Seconda Guerra Seminole era destinata a durare, contro ogni ottimistica previsione, diversi anni. Il giovane tenente George A. Mc Call, in una lettera alla sua famiglia, scrisse che quel conflitto, causato da “enormi errori e da un modo scorretto di trattare degli agenti governativi”, aveva tutta l’aria di un’altra “Guerra dei Sette Anni” (Mc Reynolds, cit., p. 156).

NUOVI INSUCCESSI

Mentre la contesa registrava un momento di stallo, in seno all’esercito nacquero le prime contestazioni per le carenze dimostrate in alcuni episodi, quali quello del massacro Dade e della battaglia di Ouithlacooche.


Un episodio della seconda guerra dei Seminole

Il generale Alexander Macomb, in evidente polemica con il generale Clinch, osservò che quest’ultimo scontro avrebbe potuto essere risolutivo, se impostato in maniera diversa. Il nuovo governatore della Florida, generale Call, ammise che Clinch si era dimostrato “troppo lento per sostenere una guerra contro gli Indiani” (Mc Reynolds, cit., p. 161).
Intanto, il comando supremo delle operazioni era stato affidato al generale Winfield Scott, che il 21 gennaio aveva raggiunto la Baia di Tampa con i suoi uomini, trasferendoli poi a Fort King e quindi a Fort Brooke.
Seguirono altre scaramucce di poco conto, una delle quali ancora al fiume Ouithlacoochee, ma sostanzialmente la campagna era destinata a trascinarsi senza grossi colpi di scena. La frammentazione delle truppe, l’incertezza dei comandi, la scarsa conoscenza delle tattiche di guerriglia indiana e le difficoltà del territorio paludoso, giocarono sempre a favore dei Seminole.
L’unico successo, se così si può definire, fu il trasferimento di un contingente di Seminole, che avevano accettato di ottemperare all’Indian Removal Act, verso il Territorio Indiano dell’Oklahoma.
Nella primavera del 1836, il tenente Joseph G. Harris, incaricato quale Supervisore all’Emigrazione, riuscì a raccogliere 457 Seminole nella Baia di Tampa e partì con essi verso l’Arkansas. Il 25 aprile redasse un rapporto da New Orleans spiegando che, dei 512 Indiani riguardati dal provvedimento, 55 erano morti prima della partenza ed altri erano periti di malattia lungo il cammino. Suo compito era di portare i resti della banda fino a Little Rock, nell’Arkansas, per affidarla al capitano Jacob Brown, agente pagatore. Altri gruppi vennero poi radunati in Florida ed avviati, insieme a bande appartenenti a tribù diverse, verso il medesimo destino, mentre sul piano militare non era stato registrato alcun successo nella campagna contro gli oltranzisti di Osceola.
L’8 dicembre 1836 il comando delle operazioni venne assunto dal maggior generale Thomas Sidney Jesup, veterano della Guerra Anglo-Americana del 1812 e delle campagne contro i Creek dell’Alabama. Questo virginiano di 48 anni, che aveva ai suoi ordini 8.000 uomini per dare la caccia a poche centinaia di Pellirosse, potenziò la rete di postazioni esistente, creando Fort Armstrong nel luogo del massacro Dade e Camp Dade nel punto in cui si era svolta la battaglia di Ouitchlacoochee. Il 22 gennaio 1837 partì da Fort Armstrong alla volta del Lago Ahapopka, dove, secondo alcuni informatori, si erano concentrate le forze unite di Micanopy, Saltatore e Alligatore.


La Florida al tempo delle guerre dei Seminole

Vi fu una serie di scontri che non portarono ad una soluzione conclusiva, ma indussero gli Indiani ad accettare una conferenza di pace. Dopo una serie di rinvii ed altri atti di ostilità, il 6 marzo 1837 l’incontro si tenne a Fort Dade e portò ad un generale accordo per il trasferimento dei Seminole ad ovest del Mississippi.
All’inizio di maggio, Jesup annotò che circa 3.000 Indiani si erano radunati a Fort Mellon, sul Lago Monroe, pronti per essere trasferiti, ma il suo incauto ottimismo svanì ai primi di giugno, quando venne a sapere che Micanopy, considerato il più prestigioso dei capi avversari, era stato esautorato da altri leader e ne attribuì la colpa principalmente ad Osceola. Il 5 giugno scrisse all’agente Harris che “Il Paese può liberarsi di loro soltanto sterminandoli” (Mc Reynolds, cit., p. 176). Quindi chiese al ministro della Guerra, Joel Poinsett, di essere rimpiazzato nella missione, ma ciò gli venne negato. Il ministro gli garantì tuttavia che presto avrebbe potuto disporre di un migliaio di ausiliari indiani, per rendere più incisiva la sua azione contro Osceola.

LA FINE DI OSCEOLA

Jesup era furibondo per l’andamento della campagna, ma più che mai determinato a porre la parola fine alla questione seminole.
In settembre i rinforzi pellirosse – 400 Shawnee, 200 Delaware, 100 Kickapoo e 100 Sauk e Fox, ai quali furono aggiunti 200 guerrieri della tribù dei Choctaw – gli vennero effettivamente in aiuto, ma il generale era convinto che nessuna azione militare, benchè protratta nel tempo, avrebbe fiaccato la resistenza del nemico.
A settembre, in seguito ad una proposta di trattativa ricevuta dai militari, Osceola confermò al generale Joseph M. Hernandez, che comandava il presidio di St. Augustine, di essere disposto ad incontrarlo nei pressi di Fort Peyton. L’incontro avvenne il 21 ottobre 1837.


Contatti pericolosi tra indiani e soldati

Da una parte stava il leader pellerossa con 11 capi, 71 guerrieri, 6 donne e 4 Negri; dall’altra Hernandez, inviato da Jesup, con 200 cavalleggeri armati, in aperta violazione delle intese precedenti. Gli Indiani vennero circondati e catturati, Osceola ed altri furono trasferiti a Fort Marion. A novembre, il capitano Pitcairn Morrison potè scrivere da St. Augustine all’agente per l’Immigrazione Harris, che quasi 160 Seminole erano pronti per il trasferimento. Ai primi di dicembre ad essi si aggiunsero altri 23 Pellirosse.
Ma la guerra non era affatto terminata, perché alcune bande continuavano fieramente a resistere. Inoltre, il comportamento fraudolento di Jesup era stato stigmatizzato da elementi del Congresso, che ritenevano un errore la subdola cattura di Osceola, ritenuto l’unico capo dotato del carisma indispensabile a convincere l’intera tribù ad arrendersi. Per giunta, il leader, malato ed oppresso dalla forzata detenzione a Fort Moultrie, dov’era stato trasferito da Fort Marion, si spense il 30 gennaio 1838, aggravando la posizione di Jesup, già sospeso dal comando e dal grado poco tempo dopo la vergognosa operazione condotta da Hernandez.


Zachary Taylor

Il 19 dicembre 1837 il colonnello Zachary Taylor, l’uomo che aveva affrontato Falco Nero ed i suoi Sauk e Fox, partì con oltre 600 soldati di fanteria in direzione del Lago Okeechobee, per apprendere che i Seminole ostili si erano concentrati sul fiume Kissimmee, a circa 25 miglia di distanza.
La mattina di Natale del 1837 le truppe furono accolte dagli Indiani – 400 guerrieri al comando di Alligatore, Coacoachee ed altri condottieri – con un nutrito fuoco di fucileria, al quale risposero con dei contrattacchi fino a che i Seminole non ripiegarono verso la foresta. Per i militari si era trattato di un discutibile successo, pagato al prezzo di 28 morti e 112 feriti. Gli Indiani avevano lasciato sul terreno soltanto 9 Seminole ed un Negro, ma, come al solito, era impossibile calcolare le loro perdite effettive, perché essi si erano portati via la maggior parte dei propri caduti. Taylor ottenne la promozione a brigadier generale ed il comando di tutte le truppe della Florida, mentre Jesup verrà richiamato pochi mesi dopo a Washington.
Sebbene rimanesse aperto lo scontro con i Seminole, era già iniziato, in esecuzione dell’Indian Removal Act, l’esodo in massa delle popolazioni indiane verso l’Oklahoma.
Tra il 1831 e il 1834, più di 12.000 Choctaw avevano subito questa sorte, condivisa da 14.600 Creek. Poi fu la volta dei Chickasaw, 5.000 dei quali emigrarono verso il Territorio Indiano nel 1837 e degli sfortunati Cherokee, che nel 1838 dovettero accettare la deportazione. Su 16.000 elementi di questa nazione sottoposti al trasferimento forzato, circa 6.000 morirono durante il viaggio o nei mesi successivi all’arrivo nella nuova destinazione. Altre migliaia di Shawnee, Delaware, Pottawatomie, Kickapoo, Miami, Ottawa, Sauk e Fox, Seneca e Cayuga li avevano preceduti o li seguirono entro breve tempo sulla strada che gli Indiani chiamarono appropriatamente “Pista delle Lacrime”.
Alle spalle si lasciavano la loro storia antichissima e sulle rovine dei loro villaggi sorgevano sempre più numerosi gli insediamenti dell’Uomo Bianco.
Questi 50.000 profughi spodestati e umiliati, resti di nazioni un tempo bellicose e potenti, avevano ceduto la terra che occupavano da millenni a 16.000.000 di Americani, che già si preparavano alla conquista del West.
Entro pochi decenni, anche i gli Indiani dell’Ovest avrebbero dovuto fronteggiare la loro invadenza.

IL TRISTE EPILOGO

Intanto la guerra contro i Seminole non era ancora terminata.
Per altri tre anni si sarebbero succeduti comandanti militari e piani destinati puntualmente a fallire, mentre gruppi di Seminole catturati o arresisi spontaneamente venivano avviati alle riserve occidentali. Alla fine di marzo del 1838, a Fort Jupiter erano stati concentrati 527 Seminole e 166 sanguemisti nati dall’incrocio con gli schiavi accolti dalla tribù. Negli anni successivi, questo numero sarebbe aumentato in maniera non trascurabile.
Nell’aprile 1840 anche Zachary Taylor, l’uomo che pochi anni dopo avrebbe sconfitto il Messico insieme a Winfield Scott, venne esonerato, a sua richiesta, dalla guida delle operazioni.
Nel 1841 il generale William J. Worth, che aveva alle dipendenze circa 5.000 uomini, tentò di spingere la guerriglia all’interno delle paludi, interrompendo i collegamenti fra le bande ostili e distruggendone le provviste, ma senza ottenere risultati decisivi. Quando la sua campagna ebbe termine, rimanevano in libertà negli Everglades almeno 600 Seminole e il governo americano decise di porre fine all’inutile lotta.
Infatti le autorità di Washington, preoccupate più dalle enormi spese della campagna – 20 milioni di dollari – che dalle perdite umane – 1.466 fra soldati e miliziani – nell’estate 1842 rinunciarono alla cattura delle residue frange ostili.
Dei 5.000 Seminole che vivevano in Florida intorno al 1830, 2.833 furono quelli deportati ad occidente. Concentrati a New Orleans, vennero trasportati, con battelli e chiatte che risalirono il Mississippi, nello Stato dell’Arkansas e di lì scortati fino al Territorio dell’Oklahoma.


Un bellissimo ritratto di Osceola

La loro sorte non fu dissimile da quella degli altri Indiani che dovettero affrontare il “viaggio delle lacrime”.
I superstiti del loro popolo, rifugiatisi all’interno della Florida, sosterranno un’altra guerra contro gli Americani nel 1855-58, uscendone ancora una volta moralmente vincitori. Il loro atto di resa non venne mai sottoscritto ed ancora oggi i loro discendenti – 1.424 persone nel 1990 – ne vanno fieri.
Con la morte di Osceola le guerre della Vecchia Frontiera erano virtualmente concluse e le campagne che si preparavano contro gli Indiani delle Grandi Pianure e dei deserti del Sud-Ovest avrebbero occupato per quarant’anni le pagine dei giornali americani, interessando la letteratura di tutto il mondo.
Il cinema western, nato ufficialmente nel 1903, si sarebbe dedicato quasi esclusivamente a quest’ultima fase dei conflitti con i Pellirosse, dimenticando o relegando in secondo piano oltre due secoli di cruente battaglie e di persecuzioni subite dagli Indiani dell’Est.
Purtroppo, come sosterrà il grande regista John Ford, il fascino della leggenda ha sempre prevalso sulla storia.

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