Le guerre indiane dal 1680 al 1840 – 18

A cura di Domenico Rizzi
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19.


OSCEOLA

La sua tribù lo chiamava Asi Yaholo, un appellativo dall’origine alquanto curiosa. Infatti, “asi” era il nome di una bevanda ricavata dalle foglie di palma, che veniva assunta nel corso di un rituale dedicato a “yaholo”, un’entità alla quale era dedicato il particolare brindisi. Gli Americani, che solevano spesso storpiare i nomi dei nativi, lo deformarono in Osceola.
Nato intorno al 1803 in un villaggio lungo il fiume Tallapoosa, in Georgia, da una donna creek e da un padre che si supponeva metà scozzese e metà Indiano – per questo, alcuni Bianchi chiamavano suo figlio con il nome di Powell – il futuro “leader” dei Seminole non ebbe vita facile neppure durante la sua adolescenza.


Osceola da bambino

Rimasta vedova anche del secondo marito, la madre di Osceola lasciò la Georgia per andarsene in Florida con il figlio, all’epoca in cui gli Stati Uniti scendevano in guerra contro gli Inglesi del Canada. Dopo un certo peregrinare, decise di stabilirsi a Silver Spring, nella zona in cui sorgeva Fort King, diventato agenzia indiana sotto la direzione del generale Wiley Thompson.
Dopo l’acquisto della Florida, gli Americani si stavano dando da fare per colonizzare in fretta la penisola, cancellando i segni dell’inetta dominazione spagnola. Per fare ciò, il governo aveva incominciato a rafforzare le guarnigioni militari e nel 1827 istituì un presidio permanente anche a Fort King.
Secondo le stime di Washington, il nuovo territorio era abitato da non meno di 5.000 Pellirosse, ma in base ad uno studio più accurato del reverendo Jedediah Morse, nella Florida orientale risiedevano circa 1.200 Seminole, ai quali andavano aggiunte alcune migliaia di altri Indiani, soprattutto della tribù dei Creek.
Osceola
In una relazione inviata 1820 dall’agente indiano Bell al Congresso, si sosteneva inoltre che insieme ai Pellirosse, soprattutto Seminole, vivevano almeno 500 Negri fuggiti dalle piantagioni del Sud, in una condizione non troppo dissimile dalla schiavitù precedente.
Osceola, distintosi come cacciatore ed abile oratore, aveva acquistato sempre più prestigio in seno alla proprio tribù, diventandone ben presto un “leader” di fatto. Giovanissimo, aveva preso parte alla prima delle guerre combattute dai Seminole contro l’invadenza del generale Andrew Jackson, ma poi si era dimostrato conciliante e disponibile verso i nuovi padroni, rappresentati nel territorio dall’agente Thompson.
Il suo atteggiamento mutò in modo radicale quando alcuni mercanti di schiavi rapirono la sua seconda moglie Che-Cho-Ter, che in seguito morì in prigionia. Non solo le sue proteste presso le autorità rimasero inascoltate, ma a finire in carcere fu lui stesso.
Dopo questo episodio, la diffidenza del guerriero verso Thompson diventò sempre più forte, fino a trasformarsi, qualche anno dopo, in odio mortale.

PAYNE’S LANDING

Nel 1832 il ministro della Guerra del presidente Jackson, Lewis Cass, in esecuzione dell’Indian Removal Act approvato due anni prima dal Congresso, incaricò il generale James Gadsden di Tallahassee di negoziare il trasferimento dei Seminole verso Occidente.
Il 9 maggio l’ufficiale indusse coloro che erano ritenuti “i capi supremi ed i rappresentanti principali della tribù” – fra i quali Charley Emathla, considerato il più influente – a firmare il trattato di Payne’s Landing, sul fiume Ocklawaha, con il quale i Seminole, dietro indennizzo di 15.400 dollari, oltre a capi di vestiario e coperte, accettavano di emigrare verso oriente per vivere insieme ai Creek.
In realtà, la somma stabilita nel patto non sarebbe stata pagata per intero, dal momento che agli Indiani era stato contestato di essersi impadroniti di proprietà – inclusi gli schiavi negri ospitati – per un valore di 7.000 dollari. Il trattato avrebbe dovuto diventare esecutivo nel 1833, ma la sua definitiva ratifica da parte del Senato non avvenne fino al 1834.


Osceola rifiuta un trattato

Soltanto dopo tale data, il presidente Jackson comunicò ai Seminole: “Ho dato indicazioni al vostro amico, generale Thompson, di provvedere al trasferimento di un terzo della tribù durante il 1835…” (Edwin C. Mc Reynolds, “I Seminole”, op. cit., p. 129). Per disposizione del governatore della Florida, William P. Duval, impartita il 23 novembre 1833, Wiley Thompson aveva lasciato Tallahassee ed assuto l’incarico di agente per i Seminole.
Le discussioni con gli esponenti della tribù andarono avanti per molto tempo, senza mai raggiungere un accordo unanime. Alla fine Thompson, spazientito, depose Micanopy, capo ereditario fra i più autorevoli da oltre vent’anni, provocando una mezza sommossa fra i Seminole. A questo punto si presentò Osceola, il quale dichiarò nullo qualsiasi trattato che non prevedesse il pieno diritto della sua tribù a conservare le proprie terre, disconoscendo implicitamente anche i precedenti accordi firmati dai capi “venduti”. Per tutta risposta, Thompson ordinò il suo arresto, ma il “leader” venne presto rilasciato per intercessione di Emathla, sulla parola che avrebbe convinto la propria gente ad emigrare.
Ancora un bel ritratto di Osceola
Ciò non bastò ad Osceola per risparmiare colui che riteneva il grande traditore della sua nazione. Infatti Charley Emathla aveva acconsentito alla firma del trattato dietro la promessa di essere nominato capo supremo dei Seminole, accompagnata da un lauto compenso in denaro. Per di più, il 28 marzo del 1833 aveva sottoscritto un nuovo accordo a Fort Gibson, contro il parere di Micanopy e di altri capi.
Come c’era da aspettarsi, Emathla cadde in un agguato.
Il 26 novembre 1835, mentre si stava trasferendo con la sua modesta banda, dopo aver ceduto ogni proprietà, venne assalito dagli uomini di Osceola ed ucciso.
Ormai il tempo delle discussioni era finito e la parola passava alle armi.

IL MASSACRO DADE

Osceola era consapevole di non poter sfidare la potenza militare dei Bianchi in campo aperto, perciò organizzò il ritiro della sua gente nelle paludi, un’estesa area formata da acquitrini e canneti, dove il miglior corpo di spedizione americano avrebbe incontrato enormi difficoltà a snidare i Seminole. La zona era infatti infestata di alligatori, serpenti velenosi e sabbie mobili e d’estate il clima caldo-umido era quasi insopportabile.
Ogni luogo dell’interno si prestava a tendere imboscate e su questo fattore contava appunto Osceola, che vi fece trasferire donne, bambini ed anziani, preparandosi a combattere con i suoi guerrieri. Sapientemente, il “leader” divise i suoi uomini in piccole bande, pronte ad agire anche simultaneamente in diversi luoghi, per ripiegare poi verso luoghi sicuri.


Un villaggio seminole

Invece l’esercito, fiducioso in una rapida sottomissione dei ribelli, impostò la campagna come una qualsiasi altra guerra indiana, dislocando truppe di terra in alcune postazioni.
Il 24 dicembre 1835 il maggiore Francis L. Dade, con 2 compagnie rispettivamente del Secondo e Terzo Artiglieria, munite di un cannone da sei libbre, iniziò una marcia di trasferimento da Fort Brooke (oggi Tampa) a Fort King, per rafforzare la guarnigione di quest’ultimo presidio. Aveva con sé 7 ufficiali, 99 soldati e la guida negra Luìs Pacheco,
Gli Indiani, che ammontavano a circa 200, guidati da Micanopy, suo nipote Alligatore e Jumper (Colui-Che-Salta) tesero un agguato alla colonna la mattina del 28 dicembre, in un punto della pista fiancheggiato da palme nane. La prima scarica di fucileria, esplosa dai Seminole appostati ad una quarantina di metri dal punto in cui sfilava il battaglione, abbattè quasi la metà dei militari, fra i quali il capitano Frazer e lo stesso Dade. Il capitano G.W. Gardiner radunò la cinquantina di uomini ancora vivi e li guidò al riparo di alcuni tronchi di pino, organizzando la difesa, mentre il tenente William E. Basinger fece entrare in funzione il pezzo d’artiglieria, che sparò fino all’esaurimento delle munizioni. Poi gli Indiani condussero un assalto all’arma bianca contro gli ultimi superstiti, che riuscirono a respingerli una volta, ma infine ogni resistenza si rivelò inutile. Dei 108 uomini della spedizione, 104 erano rimasti al suolo morti o in fin di vita.
Alla strage sfuggirono solamente 4 uomini.
Luis Pacheco, catturato dagli Indiani, venne risparmiato perché di pelle nera e visse ancora molto a lungo, alimentando i sospetti di avere condotto deliberatamente Dade in una trappola per ordine di Osceola. Due soldati riuscirono a raggiungere Fort Brooke, ma morirono di lì a poco tempo. Soltanto il militare Ransom Clarke, gravemente ferito, riuscì a salvarsi, sopravvivendo altri cinque anni in precarie condizioni di salute.
Un guerriero Seminole
Dunque, il primo scontro di un certo rilievo fra gli Americani ed i Seminole si era risolto a favore di questi ultimi. Ma Osceola, non ancora pago della lezione inflitta ai Bianchi, compì un’altra fulminea azione quello stesso pomeriggio, appostandosi con alcuni guerrieri nei pressi dell’abitazione di Wiley Thompson, a soli 200 metri da Fort King. L’agente governativo, che stava pranzando insieme ad altre 9 persone, non si accorse che gli Indiani fossero giunti silenziosamente a ridosso della sua casa. Quando Osceola ordinò di aprire il fuoco, Thompson e 4 dei suoi amici caddero fulminati, mentre gli altri riuscirono a riparare all’interno del presidio.
Quella sera, i Seminole, ritiratisi in un luogo sicuro, danzarono intorno agli scalpi delle loro vittime, ubriacandosi con il whisky sottratto ai soldati di Dade.
Era iniziata la Seconda Guerra Seminole, molto più cruenta di quella che l’aveva preceduta.

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