Le guerre indiane dal 1680 al 1840 – 16

A cura di Domenico Rizzi
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19.


LA NAZIONE CHEROKEE

Durante il secondo mandato del presidente James Monroe, terminato nel 1825, una valutazione globale degli Indiani residenti ad est del fiume Mississippi aveva fissato il loro numero in sole 97.000 unità. La drastica riduzione demografica, rispetto al XVII secolo, era dovuta ad una molteplicità di cause: guerre coloniali e conflitti intertribali, epidemie, emigrazioni dalle aree orientali verso quelle più occidentali, come avevano fatto diversi gruppi siouan (Dakota, Nakota, Lakota, Assiniboine, Absaroka, ecc.) ed algonchini (Cheyenne, Arapaho, Piedi Neri, Kootenay).
Poiché era impossibile frenare l’espansione americana verso occidente, dato l’elevatissimo numero di immigrati soprattutto europei, occorreva affrontare il problema sotto un duplice aspetto. In primo luogo bisognava impedire che la massa dei colonizzatori soffocasse e distruggesse le ultime enclavi costituite dai nativi; secondariamente si doveva garantire, entro certi limiti, la sopravvivenza delle popolazioni pellirosse assegnando loro aree protette sufficientemente autonome, sebbene soggette al controllo federale. La soluzione di trasferire ad occidente del fiume Mississippi ciò che restava delle antiche civiltà amerinde, venne presa in esame dallo stesso Monroe, ma per una serie di motivi non fu attuata se non dopo qualche anno.
James Monroe
Permettere ai residui Cherokee, Creek, Choctaw, Seminole, Shawnee ed altri di conservare le loro “isole” all’interno dei singoli Stati significava anche riconoscere, in qualche maniera, il loro diritto ad una forma di indipendenza dalla giurisdizione statale.
In base a questo principio, le tribù della Georgia, dell’Alabama o della Florida avrebbero potuto sempre opporre di essere svincolati dall’autorità dei singoli governatori, nonché dal potere federale. Il fatto stesso che con gli Indiani si stipulassero dei trattati per la cessione di parti dei loro territori, poteva equivalere in effetti ad un riconoscimento sostanziale della loro piena autonomia e non aveva molto senso discutere se essi fossero proprietari dei suoli ovvero semplici possessori.
Nel 1822 la Camera dei Rappresentanti dello Stato della Georgia privò formalmente i Cherokee di ogni diritto sulla terra e questi, ritenendosi ingiustamente spogliati delle loro prerogative, decisero di non stipulare più trattati con gli Stati Uniti. Per reazione, la Georgia sentenziò che “gli Indiani erano dei semplici “tenants”, cioè locatari dei territori che occupavano”, non possedendo alcun diritto di proprietà. La questione si protrasse anche negli anni successivi, aprendo un lungo contenzioso nel quale intervenne la Corte Suprema Federale.


Una capanna di indiani Choctaw

Questa volta il problema assunse aspetti diversi dal passato.
Spesso, nelle controversie fra il governo ed i nativi, si era trattato di trovare accordi con tribù quasi selvagge, dilaniate da conflitti interni, fra le quali era talvolta difficile individuare i loro rappresentanti effettivi. Nei riguardi dei Cherokee, la questione cambiava completamente.
Questa nazione, di ceppo etnico muskogee, che contava ancora 19.000 persone ai primi dell’Ottocento, si era gradualmente accostata alla civiltà dei Bianchi, assimilandone l’organizzazione e le usanze.
La “gente con una lingua diversa” (Tciloki, da cui forse discende il nome tribale) come veniva chiamata dai Creek, definiva se stessa “Any-Yun-Wiya”, che significa “il vero popolo”. La sua area di influenza si estendeva su un territorio di 65.000 chilometri quadrati, che corrisponde oggi agli Stati del Tennessee, del North e South Carolina, della Virginia, Alabama e Georgia.
Durante il XVIII secolo alcune tribù cherokee avevano fornito appoggio agli Inglesi per combattere i Tuscarora e nel 1755 si erano scontrate vittoriosamente con gli Abihka Creek, scacciandoli dal fiume Tennessee.


Gruppo di indiani Cherokee

Divenuti nemici della Gran Bretagna in seguito ad un acceso contrasto con il governatore della South Carolina, nel 1760 i Cherokee avevano sconfitto le truppe britanniche e conquistato Fort Loudun, venendo poi a loro volta battuti.
Superate le rivalità, la nazione indiana fornì appoggio agli Inglesi anche durante la Rivoluzione, rimanendo in armi con gli Americani fino al 1794. Tuttavia, nel corso della guerra fra Stati Uniti e Canada nel 1813-14, elementi cherokee si batterono con successo contro i Britannici, affiancando anche il generale Andrew Jackson nella cruenta battaglia di New Orleans.
La trasformazione più radicale di questo popolo avvenne intorno al 1820, quando le varie tribù si proclamarono praticamente indipendenti, creando uno “stato” fondato sull’agricoltura e l’allevamento del bestiame, sviluppando la tessitura e l’artigianato a livelli ragguardevoli.


Andrew Jackson

Nel 1822 i Cherokee possedevano un patrimonio di 22.000 bovini, 46.000 suini, quasi 8.000 cavalli e 2.500 ovini. Avevano anche più di 750 telai per la filatura, 170 carri e poco meno di 3.000 aratri per dissodare il suolo. Raccoglievano il cotone dalle loro piantagioni servendosi anche – come facevano gli Americani – di parecchie centinaia di schiavi, soprattutto neri. Secondo un dato del 1830, infatti, le Cinque Nazioni Civilizzate (Cherokee, Creek, Choctaw, Chickasaw, Seminole) possedevano circa 3.000 schiavi, in ragione di uno ogni 15 abitanti.
Ma il loro progresso non si limitava alla crescita economica e materiale.
Fra i Cherokee erano state istituite 18 scuole, abitazioni ed abbigliamento imitavano lo stile dei Bianchi ed esisteva una rete di strade e collegamenti acquatici, questi ultimi sviluppati lungo fiumi a canali solcati da 18 navi-traghetto e da numerose barche e chiatte.
A ciò si deve aggiungere che, nel 1821, un uomo di nome Sequoya aveva ideato un alfabeto destinato a rivoluzionare la cultura della sua nazione.

L’ALFABETO DI SEQUOYA

Sequoya
Sequoya nacque nel 1765 a Taskigi, Tennessee, figlio di Nathaniel Gist e di una Cherokee. Suo padre era dunque un bianco, che lo battezzò George Gist, ma il ragazzo visse sempre con la tribù della madre, usando il suo nome indiano. Aveva imparato da giovanissimo a lavorare l’argento, raggiungendo altissimi livelli di perfezione, ma sviluppò presto anche un’altra qualità, insita nel suo talento, facendosi conoscere come ritrattista di indiscutibile bravura. Condividendo la politica della fazione conservatrice della tribù, manifestò la sua disapprovazione verso i Cherokee che seguivano la via dei Bianchi, trasferendosi in Alabama. La sua avversione per gli Americani non si tradusse tuttavia in una chiusura aprioristica verso il progresso, essendo convinto che, per sopravvivere, la sua nazione avrebbe dovuto compiere grandi passi per la propria evoluzione.
Per questo, avendo sentito un nipote lodare gli insegnamenti che gli erano stati impartiti dai missionari, escogitò l’idea di creare una scrittura per il suo popolo, ma non vi riuscì immediatamente. Nel 1813-14 prese parte alla guerra tra Stati Uniti e Canada e negli anni successivi si trasferì in varie località per illustrare il suo progetto. Purtroppo, non tutti i contribali compresero subito l’importanza della sua innovazione ed in qualche caso Sequoya subì la derisione della gente ed i rimbrotti della compagna che aveva sposato nel 1815. Alla fazione progressista della tribù – che faceva studiare i propri figli nelle missioni – la proposta non piaceva e ad un certo punto Sequoya venne addirittura accusato di stregoneria. Un gruppo di fanatici giunse perfino ad incendiare la sua capanna, costringendolo a fuggire. Tuttavia, rimanendo fermo nei suoi propositi, egli continuò ad elaborare la propria idea, giungendo alla conclusione che tutti i vocaboli della lingua cherokee si potevano comporre servendosi di 85 sillabe. Dopo di che assegnò a ciascuna di esse un simbolo, giungendo alla definizione dell’alfabeto.


Il sillabario di Sequoya

Nel 1821 presentò ufficialmente la sua proposta, tenendo una conferenza con un certo numero di esponenti della nazione. La figlia sedicenne lesse per il pubblico le parole scritte nella lingua tribale, invitando tutti coloro che lo desiderassero ad apprendere il nuovo alfabeto. Nel breve volgere di un anno, i Cherokee capaci di leggere e scrivere si contarono a centinaia e il consiglio tribale prese in seria considerazione l’importanza del nuovo alfabeto.
Nel 1824 furono tradotte in lingua cherokee parti della Bibbia e nel 1825 venne creata una tipografia, con l’ambizioso obiettivo di fondare un giornale. Il primo numero del periodico, a cadenza settimanale, vide infatti la luce il 21 febbraio 1828, ottenendo subito una grande diffusione. Si chiamò “Cherokee Phoenix” e nacque per iniziativa di un capo della tribù, Elias Boudinot, che nel numero iniziale scrisse: “Ora dedicheremo le nostre limitate forze per guadagnarci l’indulogenza e la buona volontà del pubblico, pregando Dio affinchè ci gratifichi con le sue benedizioni, sperando nella venuta di un tempo felice in cui tutte le tribù indiane risorgeranno, come la fenice, dalle ceneri…”(J. Tebbel, K. Jennison, “Le guerre degli Indiani d’America, cit. p. 148).


Cherokee Phoenix

L’anno successivo, i Cherokee stilarono e approvarono una carta costituzionale scritta, basata su quella degli Stati Uniti d’America, che entrò in vigore nel 1827. Poco dopo la nazione elesse, seguendo i dettami del nuovo statuto. Il primo grande capo di tutti i Cherokee fu Guwisguwi, chiamato anche John Ross, un trentottenne leader nato nel Tennessee. Nell’ottobre del 1828 l’uomo si presentò al Consiglio per accettare la carica con queste parole: “Giuro solennemente di svolgere in maniera fedele le funzioni di Grande Capo della nazione Cherokee, conservando, proteggendo e difendendo al meglio delle mie abilità la costituzione della citata nazione” (Tebbel, Jennison, cit. p. 148).
La capitale dei Cherokee era stata stabilita a New Echota, in Georgia, dal 1826.
Ma l’organizzazione della nazione indiana, come pure l’alfabetizzazione promossa da Sequoyah non piacquero affatto agli Stati federali entro i cui confini stava nascendo un vero e proprio Stato indipendente, dal momento che la stessa costituzione indiana proclamava che “la nazione cherokee non è soggetta alla giurisdizione di nessun altro stato o nazione”.
Il sogno lungamente vagheggiato da Pontiac, Tecumseh e Falco Nero sembrava prossimo a realizzarsi, ma lo Stato della Georgia reagì a tale prospettiva con la massima durezza.
Intanto, l’ideatore dell’alfabeto, trasferitosi fra i Cherokee dell’Arkansas per dedicarsi all’insegnamento, era stato insignito dalla legislatura della nazione con una medaglia d’argento, ottenendo anche un assegno vitalizio. Nel 1842, quando ormai la situazione dei suoi contribali dell’Est era precipitata, concludendosi con una grande deportazione verso l’Oklahoma, Sequoyah si trasferì a Città del Messico senza dare più notizie di sé.
Fu soltanto nel 1845 che un uomo chiamato Oo-no.leh, inviato alla sua ricerca, scrisse ai dirigenti della tribù che il fantasioso inventore era deceduto nella capitale messicane nel 1843. Il suo nome venne reso immortale dai botanici, che lo diedero a due specie di giganteschi alberi aghifoglie: la “Sequoia dendrum giganteum” e la “Sequoia semper virens”.
Ormai i resti della nazione cherokee vivevano da alcuni anni nelle sedi in cui Washington li aveva fatti deportare, in una terra molto meno ospitale situata a centinaia di miglia dalle loro sedi originarie.
Per l’ennesima volta, il grande sogno era stato distrutto.

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